sabato 6 febbraio 2021

Due ore di ritardo - Cronaca di un viaggio da paura...

 





Dieci centimetri.
Era la misura della quale i suoi piedi sporgevano sul vuoto, oltre al limite fisico della banchina ferroviaria. Non tutti ci sarebbero riusciti, non con un numero di scarpe inferiore al quarantasei e senza quella noia dell’attesa, che ormai aveva avuto la precedenza sulla buona creanza.
Il ritardo era stato annunciato un paio d’ore prima, quando ancora la stazione era animata da un gruppetto di pendolari. All’inizio erano tutti speranzosi di rientrare a casa propria nei cinquantasette minuti netti che l’orario declamava in bella vista, appeso dietro a un cimitero di mosche sui muri lerci della sala d’aspetto. Inizialmente l’altoparlante aveva gracchiato qualcosa che somigliava a venti minuti. L’aveva fatto mentendo, e confidando nella consapevolezza che la voce della menzogna arrivava dalla stazione terminale, più o meno trenta chilometri prima di quella stamberga sputata nella strettoia fra due montagne.
Dopo la prima ora e mezza di ritardo i pendolari se ne erano andati tutti, chi recuperato da un parente messo in allerta da una telefonata, chi spinto a riempire l’utilitaria di qualche benefattore. Gli ultimi tre rimasti in stazione, un signore sui settanta con una tosse sospetta, una ragazzina di ritorno da una ripetizione di matematica e un contabile con al seguito una valigia piena di cattive notizie, avevano concordato di chiamare un taxi. Era arrivato dopo circa un quarto d’ora, e lui non aveva mai fatto parte delle trattative.
Ora era rimasto a fare compagnia ai pali della luce con il suo campionario da rappresentante di vernici. Al quarto passaggio del capostazione, non chiese più notizie.
L’aveva fatto e rifatto, ed ogni volta si era sentito rispondere che il treno era stato fermato a monte da un incidente. La prima versione parlava di un pensionato, investito mentre tentava di attraversare il passaggio livello chiuso con una bicicletta sgangherata al seguito. La seconda rettificava la cosa, attribuendo la responsabilità ad una mucca sfuggita al pastore e rimasta impigliata nelle traversine e la terza, e probabilmente definitiva, diceva di un cinghiale, che era finito sotto le ruote danneggiando in qualche modo un ceppo dei freni.
La quinta volta il capostazione si fermò una decina di metri prima, proprio sotto al cartello della fermata e al cospetto dell’altra viaggiatrice, una signora arrivata all’ultimo momento, minuta e vestita di un completino color lilla che sembrava impacchettarla come una caramella. Quando su quel volto vide un timido sorriso, accompagnato come da un respiro di sollievo, capì che forse la sua attesa era finita. Notò il ferroviere che indicava qualcosa in direzione dell’imboccatura della galleria e vide, nel buio più buio del tunnel, che due fari accesi erano fermi, e che presto avrebbero annusato l’aria aperta di quel pomeriggio che ormai aveva virato nella notte più nera.
«Eccolo.» Gli disse, sbuffando vapore dalla bocca e venendogli incontro con un rumore di suole sul selciato. Aveva una busta di pelle sotto al braccio e l’aria di volersene andare a casa quanto prima, per sedersi davanti ad una pastasciutta e strafogarsi fino a svenire. «Cinque minuti e dovrebbe sbucare.»
«Ah, ecco! Cinque minuti. Voi e le vostre ferrovie del dopoguerra, costruite con i soldi pubblici sui terreni dei privati e adesso date in pasto agli speculatori. Voi con i vostri treni ad alta velocità, le vostre stazioni di vetro e la vostra pubblicità del cazzo! Treni rossi, treni verdi, treni gialli! Cercate piuttosto di portare a casa i pendolari ad un’ora decente!» Avrebbe voluto dire, ma tacque.
Pensò a sua madre, che lo attendeva a casa con la cena messa scaldare a bagnomaria. Pensò a quel cliente del pomeriggio, che era sembrato interessato alla sua vernice super traspirante, indelebile e purificante, una cosa che lui aveva presentato al negozio dopo avere sistemato tutto il campionario sulla scrivania ingombra. Pensò che in fondo era bene tacere e tacque.
Fece segno di sì con la testa e si scolpì in faccia il più tremulo dei sorrisi.
Il treno, un convoglio degli anni ’70, simmetrico con un locomotore in testa ed uno in coda, sbucò incerto dal tunnel, come se a guidarlo ci fosse stato un bambino capriccioso. Lentamente, e fischiando come una caffettiera, arrivò alla banchina e si fermò con uno scossone.
Dopo una breve attesa le porte pneumatiche si aprirono con uno sbuffo e il capostazione, soddisfatto, invitò i due passeggeri superstiti a salire, come se dopo oltre due ore di ritardo ci fosse stato bisogno di un incoraggiamento.
La signora vestita come una caramella salì, facendo attenzione a non sacrificare i tacchi sugli scalini stretti e lui la seguì, girandosi istintivamente indietro a salutare quella stazione da far west, illuminata malamente da dei lampioni asfittici sotto un cielo di cavi e tralicci arrugginiti e abortita da un paesino addormentato, che faceva fatica ad attraversare la nebbia con le sue poche luci.
Il vagone di testa era freddo, puzzava di quell’onnipresente odore di freni e di una nota di piedi sporchi.
Si guardò intorno.
Oltre a un adolescente con la zazzera invidiabile, c’erano una signora di quarant’anni, annoiata sulla pagina centrale di una rivista di cucito ed un anziano, con una giacca a scacchi grandi e degli occhiali di tartaruga dalle lunette enormi. La viaggiatrice vestita come un caramella scelse di sedersi accanto a quest’ultimo, che scostò l’impermeabile messo a cavallo dell’appoggiabraccio e l’accolse con un sorriso sdentato.
Passò nel vagone centrale e vide una famiglia intera che cercava di leggere la scritta incerta della stazione attraverso le due dita di grasso che si erano accumulate sul vetro. La figlia, sedici anni e l’impressione di avere una fissa per i piercing al naso, si mostrava un po’ indispettita dal fatto che i suoi genitori fossero tanto interessati alla geografia, nonostante la pancia vuota ed i cellulari che alternavano una tacca incerta con l’assenza di segnale.
Nell’ultimo sedile, quello prima della toilette, un uomo sui cinquanta non badava al suo ombelico esposto all’aria e russava rumorosamente, con la bocca a aperta e i capelli unti a lasciare sul finestrino un’altra prova di vita vissuta.
Passò oltre, fino all’ultimo vagone.
La ragazza seduta al centro del vagone, trent’anni o forse più ed un caschetto di capelli neri e lucidi ad incorniciare un volto abbronzato come se fosse agosto, spiccava in mezzo ai passeggeri addormentati. Aveva una giacca nera portata con disinvoltura su una camicetta chiara sapientemente sbottonata sul collo. Accanto a lei, sul sedile vuoto, il soprabito e una borsetta di finta pelle blu, che faceva bella mostra di sé assieme al logo cromato dello stilista. I pantaloni a tubino lasciavano immaginare due gambe bene allenate, che finivano con un paio di scarpe di vernice appena lucidate.
Sembrava fosse l’unico essere umano sopravvissuto ad una furia assassina.
La coppia di coniugi, quella che occupava uno dei primi sedili, dormiva della grossa. Lui con la bocca aperta a mostrare il lavoro di un pessimo dentista, lei con la testa appoggiata alla sua spalla e le mani strette intorno alla borsetta tenuta in grembo. Lo scossone che diede il treno allo scambio li fece sobbalzare. In risposta la bocca dell’uomo si chiuse con un rumore di nacchere.
Passò oltre ad un giovane seduto più avanti. Aveva fra le mani un libro, quasi finito e chiuso sul suo dito medio. Dormiva anche lui, con un cappello Borsalino in feltro calato sugli occhi come una serranda.
Facendo attenzione a non svegliare nessuno si sedette nel posto accanto alla donna, ma nella fila di sedili dalla parte opposta. Di fianco aveva un uomo con una pancia enorme, trattenuta a fatica da una salopette di jeans e appoggiata sulle gambe grasse, alla pari di un grosso cocomero. Era addormentato a sua volta accanto ad un sacchetto della spesa, e aveva la mano destra a fargli da cuscino contro la tendina abbassata.
Anticipò il saluto con un sorriso. «Ciao.»
«Ciao.» Rispose lei, e per inquadrarlo meglio mise su un paio di occhiali in bachelite nera. Indagò sul suo viso, e lui si sentì sotto esame ancora una volta. Istintivamente passò una mano nel ciuffo di capelli biondi, che sembrò essere meno consistente del solito.
«Siamo un pelo in ritardo, non ti pare?»
Lui non rispose. Facendo attenzione a non urtare il signore con la salopette porse la mano per un saluto.
«Federico, piacere…»
«Il grande?»
Rimase perplesso. Si ricordava di un certo re di Prussia, ma volle evitare di infilarsi in un ginepraio storico. La ragazza arricciò il naso e lasciò che gli occhi scuri dietro alle lenti si riempissero di un po’ di vanità femminile. «Io sono Sara, piacere.»
Federico, con noncuranza, lasciò passare la mano sui pantaloni per asciugare il sudore. Apprezzò la stretta forte e decisa e gli sembrò di rinascere. Tuttavia, le due braccia tese ad attraversare il corridoio rendevano l’approccio innaturale. Lei se ne accorse e lo invitò a spostarsi.
«Che fai? Vieni a sederti qui davanti. Vorrai mica disturbare il signore.»
«Ah no, no! Certo…» Si sentì goffo più del solito, ma l’invito di una bella donna non era di tutti i giorni. Si dimenticò per un momento di sua madre a casa, preoccupata per il ritardo e attenta ad impedire che la cena si seccasse come una mummia.
«Quindi è stato un cinghiale?»
«Cosa?» Mentre si raccoglieva i capelli corvini con un elastico che aveva recuperato nella tasca del soprabito.
«Cioè, il treno. Dicono che abbia investito un cinghiale e rotto i freni…»
«Ah, quella cosa lì. No, non credo!»
Rimase perplesso. «Quindi non è così?»
Il treno imboccò una galleria con un botto improvviso che gli fece tappare le orecchie. Sulle pareti del tunnel una linea bianca formava un’onda con il movimento. Si intravedevano anche le canaline degli impianti, fissate al muro con dei grossi rivetti. Ad un certo punto lei alzò la voce e rispose.
«Una donna…»
«In che senso?»
Il treno uscì dalla galleria facendo sbattere i vetri per il cambio di pressione. «Nel senso che ha messo la testa sui binari e zac.» Fece il segno della decapitazione con la mano e lui si ritrasse istintivamente un po’.
«Oh, mi dispiace moltissimo!»
Sbarrò gli occhi. «Che dici! L’ha voluto lei, no?»
«Sì, no, cioè. E’ sempre un peccato quando un essere umano non ce la fa…»
«Ma dai. Non è vero. Ti ho raccontato una balla!» Rise di gusto e recuperò un libro sotto il soprabito. Dalle pagine di mezzo sbucava una fotografia che manteneva il segno. «E’ stato un lupo.»
Si sporse in avanti verso di lei «Il treno ha investito un lupo?»
«Pare proprio.»
«Oh, è davvero un peccato!»
«Sì, non ti dico. La cosa fa arrabbiare anche me! Sono così rari i lupi dalle nostre parti. Non fanno nulla di male e la gente gli addebita tutte le malefatte di questo mondo, ma proprio tutte.» Lo sguardo si fece severo, anche dietro le lenti degli occhiali che baluginavano sotto il neon incerto del vagone. Federico, sempre pronto a modificare il suo atteggiamento per assecondare l’interlocutore, cambiò discorso. Riconobbe l’immagine di un gatto sul segnalibro e si giocò la carta.
«E’ tuo?»
Sorrise. «Chi, lui?»
Si sentì rimesso in gioco. «E’ un gatto enorme. Quanto peserà, nove chili?» Valutò, vedendo in fotografia il felino rosso tenuto in braccio dalla ragazza che aveva di fronte. In quel momento e all’improvviso incrociarono un treno, che passò fischiando come un proiettile luminoso.
«No!»
«Co...cosa no?»
«Non pesa nove chili. Otto scarsi. Hai scambiato il mio Trump per un ciccione? E’ grande, certo, ma l’ha fatto così la mamma! » Poi abbasso la voce, «Quello è ciccione…» Facendo l’occhiolino indicò con la testa l’uomo con la salopette, ancora addormentato nonostante il baccano.
«E scommetto che hai anche in cane…»
«Hai scommesso bene!»
«E, come si chiama?»
Lei lo indicò con un dito e assunse l’atteggiamento della maestra severa. «Vuoi sapere tutto della mia vita. Magari teniamo uno spunto di conversazione per dopo, che ne dici?»
Un po’ deluso, annuì.
«Biglietti, prego.»
Il controllore arrivò. Sembrava sbucato dal nulla.
Borsa di pelle nera a tracolla, divisa impeccabile e cappello in testa. Federico notò le bordature oro intorno al copricapo e il terzetto di bottoni sulla manica sinistra. Quando prese il biglietto, l’occhio cadde sull’altro braccio, dove uno dei tre bottoni sembrava allentato. Rivide la sua convinzione sulla divisa impeccabile e attese che la pinza obliteratrice facesse il suo lavoro.
«Signorina…»
Sara frugò invano all’interno delle tasche dei pantaloni e quindi dentro quelle della giacca.
Dopo la prima vana ispezione spalancò gli occhi scuri, alla ricerca della pazienza del controllore. Il volto dell’uomo, duro e incorniciato da una barba che sembrava scolpita a laser, non mutò nell’espressione. Una statua, praticamente.
«Mi scusi, devo averlo lasciato nella borsa…»
Frugò. Ne uscirono un portafoglio con velcro, un lucidalabbra, delle salviette umidificate, l’astuccio in plastica degli occhiali ed una lunga custodia morbida non meglio definita. Federico, vedendola in difficoltà e sempre più imbarazzata, la incoraggiò a guardare nelle tasche della borsetta. Lo fece, ma dietro le cerniere solo alcuni scontrini fiscali ed una serie di biglietti da visita di uno studio medico.
Il controllore rimase uguale a prima: una maschera di marmo.
Gli occhi scuri di Sara, fino ad un attimo fa così sicuri di loro, mutarono in un istante nello sguardo di un cerbiatto, inquadrato nel mirino di un cacciatore e con un precipizio alle spalle.
«Forse l’ho perso. Cioè, devo averlo messo da qualche parte e magari è sbucato fuori.» Cercò di giustificarsi gesticolando.
Il controllore non si lasciò intenerire. Sfilò dalla tasca il blocchetto delle multe e la invitò a seguirlo.
«Venga con me, signorina…»
«Aspetti, potrebbe essere…» Guardò nella tasca interna della giacca e cercò con un’occhiata veloce la complicità di Federico. «No, mi dispiace, non ce l’ho proprio…»
«Bene allora! Non perdiamo più tempo in convenevoli.» Inclinando il capo come un maestro di cerimonie indicò la strada verso il vagone di testa. «Prego. Facciamo il verbale e siamo a posto. Signorina…»
Due ore di ritardo. Federico aveva atteso nell’umidità dannosa di quella stazione dimenticata e i passeggeri l’avevano presa civilmente, tutti. Stavano dormendo e nemmeno uno si era sognato di fare polemica col controllore, lui con quella sua aria da giustiziere della notte. Si sporse e lesse il nome sulla targhetta applicata alla giacca.
«Mi scusi signor Diego. Non le pare di essere un po’ troppo formale?» La voce gli uscì soffocata, come quando a scuola tentava di rispondere a una domanda su quelle materie che non aveva studiato bene. Come per reggersi mise la mano sul suo campionario da rappresentante e rincarò la dose. «La signorina Sara, qui presente, ha sopportato un ritardo lunghissimo per quella storia del lupo. Mi sembra che le ferrovie le debbano delle scuse, semmai, e non una multa…»
Diego, il controllore, alterò le sue labbra in un sorriso, appena camuffato dai baffi neri. «Il lupo. Ma quale lupo?»
Perplesso indicò la ragazza di fronte a lui. «Il lupo che è finito sotto il treno!»
«Chi ha detto questa cosa?»
«Lo sanno tutti, insomma!» Fece con le mani un giro di radar del vagone. Fuori, intanto, degli alti pioppi si avvicendavano nel finestrino, come sagome di fantasmi.
«E’ stato un cavallo. Un cavallo scappato dal maneggio. E adesso la prego, mi lasci fare il mio lavoro. Signorina, mi segua…»
Sara, rassegnata, prese la borsa e si mise in cammino, preceduta dal controllore. Sembrava che la stesse scortando dinanzi a un plotone di esecuzione. Federico, abituato a perdere da una vita, vita che da sempre era stata più grande di lui, si alzò in piedi senza convinzione. Odiava i prepotenti e avrebbe voluto fare qualcosa. Ma anche quella volta, come tutte le altre mille, il prepotente aveva vinto.
La porta scorrevole si chiuse alle spalle dei due e lui si trovò nuovamente solo.
Guardò fuori.
Quello che vedeva poteva essere un fiume, un’autostrada deserta o la steppa siberiana in inverno. Non importava. Sapeva che era lontano da casa e che su quel treno ci sarebbe rimasto ancora per un’eternità.
Mise i piedi sul sedile di fronte, infischiandosene delle buone maniere.
La cattiveria di quell’uomo era stata pari solo alla sua faccia da schiaffi. Come aveva potuto permettersi di umiliare Sara in quel modo? Era stata almeno tre ore su quel vagone, e lo aveva fatto senza disturbare anima viva.
Sentiva il suo cuore battere più forte, e anche il ritmo dettato dalle ruote sui binari pareva esasperato. Per un momento fu tentato di svegliare l’uomo con la salopette o anche gli altri passeggeri del vagone. Avrebbe voluto arringarli e aizzare la loro rabbia contro il controllore. Un ammutinamento praticamente
Attraversando un gruppo di case, appena illuminato da un fila di lampioni gialli, vide un quartetto di giovani amici in strada. Avevano fatto delle porte da calcio con le giacche e si divertivano a sfidarsi, due contro due. Al passaggio del treno si fermarono. Tutti indicarono stupiti i vagoni illuminati come se fossero una meraviglia mai vista, o un orrore raccapricciante.
Federico non lo capì. Non con il tempo di un respiro a disposizione e non attraverso quel vetro, talmente sporco che avrebbe alterato la realtà anche sotto il sole luminoso di una giornata estiva.
Si consolò. Pensò a Sara che presto sarebbe tornata a recuperare il suo soprabito ed il libro e a sua madre, che avrebbe trovato il modo di resuscitare la sua cena fredda. Avrebbe avuto il tempo di chiacchierare ancora un po’ e magari di chiederle il numero di telefono.
L’avrebbe fatto. Per evitare di dimenticarselo tirò fuori il cellulare e lo mise sul sedile.
Quando Sara apparì dietro ai lunotti della porta automatica, finse di non averla vista. La senti avvicinarsi a passi regolari nel corridoio centrale del vagone. Arrivò e si lasciò cadere sul sedile. Tremava.
«Che stronzo quel ragazzo!» Disse lui facendosi coraggio.
Lei, testa china a frugare sulla borsa e i tendini nervosi tesi sul dorso della mano, non gli rispose nemmeno. Lui non si perse d’animo.
«Quanto ti ha fatto?»
Sollevò la testa, scostò il ciuffo che intanto si era ribellato all’elastico e lo guardò, come si guarda qualcuno sorpreso a fare la mano morta sul tram.
«Chi?»
«Intendevo quanto ti ha fatto di multa…»
«Ah già, la multa. Tornò a rovistare nella borsa.
Sentì la siccità invadere la sua bocca. Se ne accorse, ma non fece nulla per rimediare a quelle sopracciglia incurvate dallo stupore. «La cosa del biglietto…»
Sara ritirò il libro nella borsa. Non era riuscito a leggere il nome dell’autore. Sulla copertina un fuoco arancione e la pulsantiera di un ascensore sullo sfondo. Sparì con tutte le sue trecento pagine, e lo fece prima ancora che lui potesse informarsi sulla trama di quel romanzo.
«Quella storia del carretto ci ha fatti impazzire tutti!»
Il pensionato investito, la mucca, il cinghiale, la donna decapitata e il lupo. Tutte quelle versioni dei fatti l’avevano già confuso, prima ancora che il controllore inflessibile sparasse a sua versione, quella del cavallo sfuggito al maneggio. Cosa c’entrava ora il carretto, e perché Sara aveva cambiato atteggiamento nei suoi confronti? Abituato a cercare sempre di convincere i suoi clienti, mise nuovamente in pratica le sue tecniche di vendita.
«Bene. Quando arriveremo a casa, e arriveremo prima o poi.» Cercando invano di attribuire un toponimo a quel paesaggio incomprensibile al di là del vetro. «Ci compreremo l’edizione della sera e finalmente vedremo se…»
Il dolore che lo colse al ventre fu così forte che il buio si sostituì alle cose che lo circondavano.
Sentì un calore salirgli attraverso la gola, come se una pressione misteriosa l’avesse spinto da sotto. Le parole affogarono nel gorgoglio soffuso del suo stesso sangue e l’ambiente intorno cominciò nuovamente a materializzarsi, a scacchi incerti e rumorosi come il segnale debole di un televisore.
La seconda fitta fu ancora peggiore della prima, ma non lo accecò più.
Vide Sara estrarre un sottile stiletto dalla sua pancia, mentre con una mano gli teneva la testa ferma contro il sedile. A cose fatte pulì l’acciaio sui suoi pantaloni. Lo fece roteare per bene e, mentre lo faceva, un sorriso si sostituì alla smorfia di concentrazione, quella che aveva stampata in faccia solo un secondo prima.
Federico non sentì nulla sulla sua gamba. Sembrava che qualcuno avesse staccato la spina delle sue percezioni.
La ragazza si alzò, mise l’arma nella borsetta, recuperò il suo soprabito e prese con sé il cellulare di Federico. Si accomodò per bene il vestiario intorno al braccio e si aggiustò i capelli specchiandosi nel finestrino. Quando vide gli occhi sbarrati dell’uomo che aveva appena colpito sembrò dispiaciuta. Capì che stava tremando incollato al sedile, dalle gambe fino al collo enfio. Sospirò, si chinò su di lui e gli diede un bacio sulla fronte sudata.
«Scusa, ma questa cosa del treno in ritardo mi ha fatta diventare cattiva...»
Dicendolo accarezzò il collo e sistemò con la mano quella frangia indisciplinata. Lo fece amorevolmente e Federico la vide andare via, quando fuori stava per cominciare l’ennesimo tunnel.
All’esterno le luci sembravano infittirsi. Da qualche parte doveva esserci un ospedale.
Con il sangue che ormai aveva inzuppato i pantaloni fino alle caviglie, si voltò in direzione dell’uomo con la salopette. Dalla sua bocca uscì un incomprensibile rantolo, nulla che potesse sottrarre al sonno quella persona. Facendo forza con le gambe tentò di avvicinarsi. Lo fece, ma al costo di una fitta insopportabile. Mise la mano sulla ferita, strinse i denti e si buttò sul sedile dalla parte opposta del passaggio.
«Signore...» Tentò di scuoterlo, ma ottenne solo sofferenza.
Quando avvertì il freddo di quel corpo, capì.
Sotto la salopette c’era una minuscola ferita, appena circondata da una piccola areola rossa.
L’uomo non aveva sanguinato perché era morto sul colpo, ucciso dalla stessa arma che aveva trafitto lui. Sara gli aveva bucato il fegato, mandandolo al creatore all’istante e facendo il modo che il suo grido si soffocasse nel dolore.
Quando trovò la forza di affrontare il corridoio, non si chiese il motivo per cui il ragazzo col cappello calato sugli occhi dormiva, perché non lo stava facendo. A causa di un riflesso post mortem, il dito pollice che teneva il segno del suo libro si era contratto, ed ora le pagine si erano riunite insieme.
Reggendosi alle sbarre dei portabagagli affrontò la strada che lo avrebbe portato alla carrozza di testa. Li avrebbe trovato il controllore e avrebbe chiesto aiuto. Anche la coppia di coniugi seduti accanto alla porta del bagno era morta. Era incredibile ma ora, mezzo dissanguato e con le forze ridotte allo stremo, riusciva a distinguere le macchie che sporcavano i vestiti dei due. Avevano il centro esattamente nella medesima posizione di quello che aveva visto prima.
Perché aveva lasciato vivere lui?
Per quale motivo aveva voluto farlo soffrire?
Le porte automatiche si spalancarono su uno spettacolo di morte.
La ragazza con il piercing al naso era in terra, occhi sbarrati sull’ultima immagine che aveva visto su questo mondo e la gola squarciata. Sembrava che i suoi genitori l’avessero spremuta come un’arancia. Erano ammonticchiati su di lei e avevano lo stesso tipo di ferita. Il fiume di sangue scorreva in direzione della porta e spariva dentro una fessura nel pavimento come fosse un fenomeno carsico. Non volle nemmeno vedere il corpo esanime dell’uomo con l’ombelico esposto e lasciò che l’orrore del vagone di testa si spalancasse dinanzi a lui.
Fine della signora vestita come una caramella e stessa sorte per il suo vicino, l’uomo con gli occhiali di tartaruga e l’improbabile giacca a quadri. Erano seduti affiancati, esattamente come li aveva visti salendo sul treno. La testa di lei era appoggiata sulla spalla dell’uomo e gli occhi spalancati sembravano fissare le avvertenze in quattro lingue sul divieto di gettare oggetti dal finestrino.
Crollò in terra, abbandonato improvvisamente dalle forze. Cercando di reggersi mise inavvertitamente la mano nella zazzera del giovane. Pettinato com’era sembrava uscito da un manga giapponese, ma qualcosa di macabro e censurabile, con sangue a fiotti e membra amputate.
La nebbia nuovamente, assieme ad una stanchezza immensa, forse definitiva.
Un secondo treno, incrociato sul binario opposto, stava portando a casa della gente viva. C’erano uomini chini sui giornali, ragazzi con le cuffie nelle orecchie e amori che stavano nascendo.
Quando aprì gli occhi vide le scarpe di vernice di Sara. Facevano coppia con i piedi di qualcun altro.
Guardò in alto e mise a fuoco.
Era il controllore, sempre elegante e sempre armato di quella borsa in pelle portata a tracolla. Dall’apertura spuntava l’impugnatura di un grosso coltello.
Si stavano abbracciando, i due.
Si sbaciucchiavano e lo stavano facendo come una coppia di adolescenti in posa per la foto davanti a un monumento.
Lo guardarono un po’ indispettiti, come se il fatto che si fosse trascinato fino a lì avesse disturbato le loro effusioni. Federico, per conquistare un minimo di dignità, si sforzò di mettersi seduto contro la parete del vagone e mandò giù una golata di sangue.
Da lì vedeva bene la porta per la cabina di guida. Era chiusa, e all’interno, dietro all’oblò di vetro, c’era il macchinista ignaro di tutto.
Tentò di lanciare un grido di allarme e ci riuscì.
Un “AIUTO” forte come un tuono vene eruttato dalle sue tonsille. Si fece coraggio e urlò ancora e poi ancora.
Sara si rivolse al controllore. Lo fece come se fossero amanti da sempre, non due pazzi assassini che si erano coalizzati per compiere una strage.
«E’ meglio se ci diamo da fare. Altrimenti arriveremo ancora più in ritardo…»
Lui rispose, mentre guardava dall’alto in basso quell’agonia seduta sul pavimento in una pozzanghera rossa.
«E che ne facciamo di quello?»
Lei lo studiò per un attimo e Federico, incredibilmente, si vergognò per essere conciato in quel modo.
Si chinò, mise la mano sotto il suo mento e fece girare la testa nella sua direzione. Era bianco come uno straccio e freddo. L’anticamera della morte, praticamente.
«Ma no. E’ simpatico dai!»
«Ok, hai sempre ragione tu.» Sbottò il controllore, e facendolo estrasse dalla tasca il pass - partout per l’accesso alla cabina di guida. Lo infilò nella porta e aprì.
Il parabrezza anteriore inquadrava i cavi elettrici della linea che scorrevano veloci in mezzo ad una tempesta di scintille. Dal suo punto di osservazione Federico poteva vedere la luna.
Si sentì disperato e commosso nello stesso momento, perché stava percependo le sue ultime forze scorrere via, e perché quella cosa della luna, meravigliosa nel cielo d’autunno, l’aveva fatto sentire un po’ meglio.
In fondo, se avessero voluto, gli avrebbero fatto fare la fine di tutti gli altri passeggeri.
Lasciò che la sua nuca appoggiasse alla parete e portò la mano al ventre, per controllare come poteva quell’emorragia.
Federico vide Sara ed il controllore entrare in cabina insieme.
Facendolo, scavalcarono le gambe del macchinista, disteso morto senza una goccia di sangue intorno.
Valutò che portava il quarantasei di scarpe, esattamente come lui.



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