mercoledì 8 maggio 2019

Io vado a Torino




...e certo che ci vado.
Ci vado perché ho pubblicato sette romanzi e per ognuno di loro ho lavorato tanto. Mi sono emozionato nel vederli crescere, maturare, assumere la loro forma definitiva e adesso li voglio vedere ancora lì, esposti nella più grande e prestigiosa vetrina d'Italia. 
Ci vado perché gli editori che hanno deciso di pubblicarli hanno lavorato come me, anzi di più. In questo momento stanno allestendo, spostando scatoloni, aspettando disposizioni. Magari sono stanchi, di sicuro credono in quello che fanno. Ci vado perché, come me, ci sono altre migliaia di persone oneste che si sono fatte il culo per avere dei risultati e meritano di averli. Ci vado perché non sarà un nostalgico del ventennio che mette in vendita la sua merce sotto quel tetto a convincermi del fatto che tutti gli altri debbano scostarsi. E infine ci vado perché sono abbastanza grande da capire che quella polemica, come tutte le polemiche di questo mondo, è in parte sincera e in parte alimentata da biechi interessi commerciali e politici.


Ci vado perché devo ritirare un attestato per la pubblicazione di un nuovo racconto e non intendo rinunciare ad aggiornare la mia parete delle "soddisfazioni letterarie"




Ci vado, mi auguro che non ci siano problemi di ordine pubblico, che la gente diserti quello stand (che avrebbe dovuto essere notato molto prima) e che gli unici protagonisti siano gli autori, gli editori, i milioni di libri sulle bancarelle e la voglia di leggerli.



Buon Salone del Libro a tutti.


sabato 27 aprile 2019

Fiumi di parole...



Le parole fanno parte dei libri, non occorre risparmiarle.
E su questo siamo tutti d'accordo.
Il testo di un romanzo di media lunghezza, diciamo con un numero di parole comprese fra le cinquanta e le centomila, potrà raccontare più o meno bene una storia anche complessa, scegliendo di enfatizzare certi aspetti rispetto ad altri, di descrivere, spiegare, approfondire, istruire, emozionare. Ma siamo sicuri che tutte queste parole vengano adoperate nella maniera migliore?
Siamo certi che non siano l'egoismo, il narcisismo e qualche volta la frustrazione dell'autore a caratterizzare la storia?
Qualche volta accade.
Leggo tanto e facendolo mi imbatto in quegli scrittori (sono tanti per la verità) che tendono a spiegare tutto e che specialmente amano a mettere per iscritto ogni singolo pensiero dei protagonisti, senza fare nulla affinché il lettore, semplicemente, lo intuisca.
E' un approccio alla scrittura che non adoro, anzi, diciamo che quasi sempre riesce a porre le condizioni per  il colpo di sonno, quello che ti sorprende con il libro rovesciato sulle ginocchia e con il segno fra le pagine andato irrimediabilmente perduto.
Mi succede questo perché sono sicuro che il lettore meriti rispetto, che sia abbastanza intelligente e sufficientemente coinvolto nella storia per essere capace, per  esempio,  di percepire da solo la chimica fra due amanti senza che lo scrittore traduca in parole ogni singolo ragionamento dei protagonisti, ogni minimo dubbio, ogni sensazione  seppur fugace. 
Se Diego e Alice, per esempio, si sono appena conosciuti e stanno per dividere una notte d'amore, lui (che è già cotto come la pasta dimenticata in acqua per venti minuti) penserà di non dare troppo a vedere il suo entusiasmo, di fare una pessima figura a causa della casa in disordine, di avere lasciato troppi indizi della sua professione sparsi in giro. Alla fine (perché nei libri e nei film non può andare diversamente) si consuma l'amplesso, seguito dall'appagamento e da quella meravigliosa pace dei sensi che si prova in certe occasioni.




Ecco.
Certi scrittori che non sono esattamente il mio punto di riferimento, avrebbero messo giù due righe in questo modo:

"La invitò a entrare. Era in ansia. Non voleva darle in pasto quel suo entusiasmo da adolescente, quella sua eccitazione fin troppo evidente che serpeggiava sotto la pelle. Pensò che si sarebbe dedicato a qualcosa di diverso, qualcosa che potesse fare credere ad Alice che lui, abituato com'era alle donne, ai loro capricci e alla scoperta di tutti quei meravigliosi tasti nascosti che le facevano diventare docili, sapeva dominare i suoi sensi. L'amore, quello fra le lenzuola, sarebbe arrivato dopo con tutta calma. 
Vide i pesci nuotare nell'acquario. 
L'idea che lei avrebbe potuto spazientirsi per finire col saltargli addosso lo convinse a dedicasi a loro. Prese il cibo e lo versò nella vasca a spizzichi. Si ricordò di quando lo faceva sua madre dopo essersi asciugata le mani sul grembiule e di come suo padre la guardava quando succedeva. Mentre i fiocchi galleggiavano sulla superficie dell'acqua che rifletteva il viola della lampada, gli venne in mente che Alice avrebbe anche potuto offendersi, che dare le spalle alla gente è sinonimo di cattiva educazione e che il portafoglio nella tasca dei jeans gli stava sicuramente rovinando il bel sedere, e tutti sanno quanto alle donne possa piacere un bel sedere. 
La sentiva respirare e l'atmosfera si inquinò per la vergogna. Si ricordò che quella mattina non aveva fatto il letto, che aveva pedalato per mezz'ora e che i suoi indumenti sudati non erano stati lavati e che la cosa avrebbe potuto rovinare  la poesia. Alle volte è un piccolo, insignificante dettaglio quello che rovina la poesia. 
E poi cominciarono a fare l'amore, all'inizio con gli ingranaggi che scricchiolavano un po', dopo con l'olio della passione che era andato a lubrificare le rotelle più asciutte. Pensò di non meritarsi quella ragazza, così bella, così appassionata. 
Era perfetta. 
Si sforzò di ricordarne altre altrettanto belle ma non gliene venne in mente nessuna. Si convinse che pensare troppo avrebbe potuto levare preziose energie proprio da lì, e lui voleva durare, stare sul pezzo, strappare un biglietto per il paradiso, resistere all'evento tellurico che gli stava facendo vibrare le fibre più recondite... Concluse che non se la meritava ma il suo piacere, infine, cancellò ogni dubbio. 
All'idea di quel momento, di quel ritaglio di vita che si era proiettato davanti ai suoi occhi come i fuochi d'artificio di una notte d'agosto, gli ritornarono alla mente le delusioni, i fallimenti, i giorni dati in pasto alla rabbia. 
Tutto resettato, riavvolto come il nastro di una vecchia cassetta con un film rubato alla televisione. 
Era stata sufficiente la morbida, calda e tenera Alice, la ragazza più bella in città che, quel giorno qualunque del principio di un'estate qualunque di un anno qualunque, di un secolo qualunque, si era messa in mezzo al suo cammino per indicargli la strada della felicità. Fu così, annegato in una tempesta di emozioni e sballottato dalle onde enormi della gioia che infine pianse." 

Bello, mi piace. Del resto l'ho scritto io, adesso.  :D   Certo non è il mio stile. E' una forzatura che ho messo in pratica per dimostrare che la scrittura logorroica, alla fine dimostra dei limiti e magari qualche volta confonde. 
Quando nel mio romanzo "Una notte per non morire" scrissi quella scena per davvero, la misi su carta esattamente così:

"Lui la invitò a entrare e diede da mangiare ai pesci nell’acquario; una vasca da centocinquanta litri con mezza dozzina di scalari, quattro coppie di sbaciucchioni e una serie operosa di pulitori di fondo, tutti immersi in un’atmosfera sospesa fra il viola e l’azzurro.
Si vergognò un po’ del suo letto sfatto, di quella coppia di calzini dimenticati sudati ai piedi della cyclette e soprattutto di quei portantini per gatti, impilati a torre proprio nell’angolo della stanza.
Si perse negli occhi grandi e scuri che Alice sapeva riempire passione e poi, quando la libidine sciolse il morso dei freni, apprezzò la pelle vellutata e le proporzioni perfette di quel corpo, fino ai particolari più nascosti. La sua intenzione di resistere venne disintegrata presto da quel terremoto ondulatorio e sussultorio che si era scatenato sopra di lui.
Fu talmente felice, che si sforzò di trattenere il pianto."

Avrete capito che sono per la scrittura asciutta.

E per le scene d'azione, per la violenza?
Uguale. Per il genere che scrivo, le scene d'azione con risvolti anche violenti sono piuttosto frequenti. Nel mio thriller "La sesta destinazione", per esempio,  ho sviluppato in questo modo l'idea di un cecchino che sbaglia clamorosamente mira...




"Il vento che sentì carezzarle la schiena era quello provocato dal passaggio di un proiettile con ogiva di piombo incamiciato in acciaio. 
Dopo avere provocato un piccolo foro nel vetro della finestra, impiegò l’infinitesima frazione di un secondo per sfiorarle le vertebre, aprire come un melone la testa di Cinzia e devastare le viscere del capo, che indietreggiò fino a travolgere la fotocopiatrice ancora in opera. Silvia, la ragazza che aveva passato gli ultimi dieci minuti a caricare in macchina un foglio alla volta, sentì il tonfo del proiettile che fermava finalmente la sua corsa a 830 metri al secondo disintegrando i meccanismi della macchina, e non capì. Non capì perché con la coda dell’occhio aveva intravisto una macchia rossa che sostituiva la testa della sua collega e non capì il motivo per cui dairectory era steso sul pavimento, piegato in due e in preda a convulsioni. Quando, assieme ad un pezzo del suo gomito, vide una grossa macchia di sangue sulla parete, capì a cosa era dovuto quel dolore lancinante che aveva cominciato ad avvertire nel braccio. 
Era il secondo colpo.
Il terzo proiettile fece un foro accanto a quelli che avevano violato la verginità del vetro.
Il killer inquadrò nuovamente Francesca nell’ottica del suo fucile e sparò con l’intenzione di spaccarle il cuore. Ma in quel momento, quando era stato premuto il grilletto, nella mente di Francesca partì un impulso dettato dall’istinto, quello di uscire dal campo visivo della finestra e portarsi dietro alla veneziana. Quella questione di sinapsi, nervi e muscoli, la salvò nuovamente.
Sentì ancora fischiare il proiettile, questa volta accanto all’orecchio, attraverso i capelli, che svolazzarono tranciati per la stanza come se avesse deciso di rifarsi il taglio. Il ragionier Guarneri, accorso per capire cosa fossero quelle grida e quel caos, arrivò all'appuntamento con la morte offrendo il petto al calibro 7.62, quello che aveva solo spettinato Francesca. 
Gli trapassò lo sterno e ridusse il suo cuore a una poltiglia. 
Morì all’istante, cadendo su una sedia dietro di lui, con gli occhi sbarrati e le braccia cicciotte messe a nudo dalle maniche arrotolate della camicia. Si accomodarono sui braccioli e vi stettero..."

Ecco, qui nessuno pensa a nulla. Solo istinto, paura e sangue. 
Eppure vi giuro, che esistono dei libri dove una scena simile viene interpretata diversamente, magari approfittandosi dell'occasione per infilarci qualche ragionamento sull'esistenza o, peggio ancora, qualche aforisma riciclato.
Quindi insisto, le parole fanno parte dei libri ma non approfittiamone. Il lettore non merita di sorbirsi il nostro narcisismo nel momento sbagliato e nemmeno è costretto a concentrarsi sulla lettura come un concorrente alla finale mondiale di scacchi.
Per come la vedo io la scrittura è musica, ogni strumento deve attenersi al ritmo, rispettare il tempo e tacere quando necessario. Ci sono i piano, i forti, le pause. Lo scrittore ha la fortuna di disporre di una sinfonia (la storia), dei migliori musicisti (il suo talento) e della bacchetta da direttore per fare sì che l'esecuzione funzioni perfettamente. Quest'ultima cosa la chiamerei umiltà.




domenica 31 marzo 2019

Clayton Mulligan - Un racconto per prendersi un po' in giro...






Clayton Mulligan detestava lasciare le cose al caso.
Complice l'estate precoce, il rinnovato miracolo delle piante fiorite, dei camion dei gelati a ogni angolo di strada e delle donne in abiti succinti a spasso per la downtown, aveva goduto degli odori della natura attraversando la periferia, con il finestrino abbassato e la musica degli anni '70 che suonava nell'autoradio. Frank Valli and The Four Seasons avevano cantato December e poi Long train running dei Doobie Brother e i Bellamy Brothers e Steve Harley and cockney Rebel. 
Nell'aria un trionfo di profumi, una meravigliosa miscela di terra bagnata, erba tenera e polline. Vincevano sullo smog per distacco e sulle marmitte, che avevano lavorato per tutta la stagione fredda stendendo una cappa nera sui tetti delle case. 
Clayton Mulligan, che detestava lasciare le cose al caso, aveva parcheggiato lontano e si era diretto alla villa attraversando il parco, con le mani in tasca e l'andatura da teppista, rimasta incollata alle gambe da quando era giovane. 
A quell'ora di sera non si incontrava quasi nessuno. 
Sulla panchina, sotto due strati di coperte lerce, un senzatetto addormentato si annunciava col suo cattivo odore. Al limitare del laghetto degli amanti spericolati davano la sensazione di avere fretta, tesi per la paura ancor più che per l'eccitazione. Dal bosco, nato spontaneamente attorno a una stradina pavimentata in pietra e contornata da file disadorne di mattoni rossi, già si intravedevano le luci giallognole delle finestre. 
Strinse l'impugnatura del coltello serramanico che teneva in tasca. 
Dura, di quella plastica rivestita con una madreperla sintetica che già cominciava a scollarsi, faceva compagnia alla sua erezione. Era cominciata nel momento stesso in cui i dettagli sugli omicidi che stava per commettere si erano delineati nella sua testa, quando l'immagine del sangue che sprizzava dalla giugulare aveva riempito di rosso lo schermo dei suoi sogni, quando le grida di terrore si erano estinte in un gorgoglio come una radio a corto di batterie.
Clayton Mulligan era sconosciuto alla polizia. 
Era solo il profilo di un volto con un grosso punto interrogativo al suo centro, un nome in codice, delle fotografie di luoghi puntate sul tabellone polveroso. Era una collezione di articoli di giornale, ritagliati e lasciati ingiallire nei dossier che da anni si accumulavano, l'uno sull'altro.
Clayton Mulligan era quello, una somma di ipotesi, la frustrazione del poliziotto comune, la carriera degli investigatori che si arenava nelle secche sabbiose. Mulligan era un passamontagna e un paio di guanti in lattice, era quello visto solo di schiena, quello che non mi ricordo, quello degli identikit tutti diversi fra loro. Clayton Mulligan era bianco, nero, giallo ed eschimese. Poteva arrivare da un altro mondo come essere il tuo vicino di casa, quello che cucina pentolate di fagioli ogni sera. Magari era la figlia vergine del calzolaio, che si armava di tutta la sua energia repressa e calava in città con la tempra del serial killer, oppure il prete benedicente che puzza di quell'onnipresente odore di incenso. Clayton Mulligan, quando lasciava tracce, erano quelle delle rughe sulla fronte accigliata del pubblico ministero o i tratti nervosi che il commissario imprimeva a biro sul foglio bianco delle sue indagini, fino a stracciarlo.  
Clayton Mulligan era imprendibile.
Lo era stato quando aveva violentato e ucciso quelle donne ai margini di una festa di provincia, quando aveva rapinato le banche ed era fuggito con la refurtiva, prima ancora che gli impiegati si fossero resi conto di essersi bagnati i pantaloni. Lo era stato in cento altre occasioni, alla mattina, al pomeriggio e alla sera, quando le porte delle case che svaligiava cedevano lascive ai suoi ferri e si spalancavano su mondi interi da esplorare.

Quella sera non fu un problema aprire il cancello. 
Lo scatto della serratura si avvertì leggero e il battente si spalancò senza cigolare.
Dalla casa arrivava il rumore di una Tv accesa e delle sagome attraversavano lo spazio dietro alle tendine. Nascosto al riparo di uno spigolo e vestito del buio, Clayton si sforzò di ascoltare.
Si udivano le voci di lei, del marito e di una giuria che stava giudicando gli aspiranti cuochi usando la solennità che sarebbe parsa esagerata pure alla cerimonia dei Nobel. Gattonò sotto il davanzale, appoggiò l'orecchio alla porta ed ebbe la conferma: due persone.
Il piano era semplice. Prevedeva di attirare all'esterno la prima, per liberarsene con una coltellata al fegato, trascinarla dietro ai cespugli e sostituirsi al suo ritorno.
«Tutto bene, caro?» Avrebbe domandato lei, alzandosi dal divano con un bicchiere di Glen Grant con ghiaccio, ancora da cominciare. 
E poi l'avrebbe violentata, non una ma due volte. 
Nella pausa si sarebbe bevuto il Glen Grant ascoltandola piangere e, alla seconda, si sarebbe preso tutto il tempo necessario, magari svestendosi prima e riponendo con cura i suoi abiti sulla spalliera di qualche sedia. 
Le cose non potevano andare diversamente. L'importante era di non lasciare le sue impronte digitali impresse in qualche posto e le orme dei suoi piedi, un quarantadue così diffuso che gli investigatori si sarebbero arresi al panico ancor prima di cominciare a fare il loro inutile lavoro.
E sangue.
Voleva lasciare laghi di sangue, attirare l'attenzione di vampiri addormentati da millenni, piuttosto, ma Clayton Mulligan adorava vedere scintillare le luci delle lampadine sulla distesa omogenea del sangue, percepirne l'odore e portarselo a casa come la memoria olfattiva di un vino di gran classe.
Gli investigatori, quegli inutili e patetici uomini con le cravatte prese in prestito dal cattivo gusto, dovevano armarsi di straccio e secchio e vincere la palude che lui avrebbe lasciato per ricordo.
Fece cadere un vaso per attirare l'attenzione e attese. 
In casa si accese una luce, che andò a rinvigorire quella timida luminescenza che attraversava appena le finestre, si ammutolì il televisore e la porta si bloccò con uno scatto elettrico. 
Con un fragore di ferro, delle tapparelle blindate calarono e un potente faro fece luce sul giardino. Le telecamere col sensore di movimento lo inquadrarono e lo inseguirono attraverso il prato falciato di fresco. Anche il cancello si chiuse da solo imprigionandolo all'interno: quattro mura di pietra grezza, piante da giardino disposte secondo una precisa geometria, statue, putti e discutibili panchine da innamorati di Peynet. Dal balcone decollò un drone, un piccolo quadricottero in plastica con una minuscola telecamera montata sotto la pancia. Si mise a girare intorno a lui come una fastidiosa zanzara. Anche quando cercava di sottrarsi all'occhio impietoso della sorveglianza video, Clayton era seguito da quel mostro ronzante.
La polizia non tardò ad arrivare. Si materializzò al di là del cancello.
Dall'auto uscirono due uomini che andarono ad appostarsi al sicuro mentre da un elicottero, questa volta vero, tre specialisti si calarono con delle funi. Il primo e il secondo lo presero di mira con le armi da fuoco, incrociando le lame dei loro puntatori laser nell'aria tersa del giardino. Il terzo si avvicinò a grandi passi e lo folgorò con un teaser.
«Mulligan sei in arresto!» Abbaiò uno degli uomini mentre lui non riusciva a dominare le convulsioni. Sprizzava bava come un irrigatore da campo e pronunciava bestemmie inarticolate dalla bocca contratta. 
L'ispettore, giacca azzurra, cravatta di un tono più carica e pantaloni di un impeccabile grigio antracite, si avvicinò e lo guardò dall'alto in basso. Indossava degli occhiali con grosse lenti che rimandavano il fascio di luce dei riflettori. Il vento scompigliava i capelli castani sbattendoli sotto la tempesta delle pale. In mano un dossier e nell'altra lo smartphone. Accanto a lui quello che probabilmente era il suo tirapiedi, un uomo con tanto naso quanta faccia e un accenno di rossore sulla punta. Portava i folti capelli biondi acconciati da una mano da molti dollari al colpo ma nulla, quel naso infelice catalizzava tutte le possibili attenzioni. Mulligan si piegò come un libro chiuso e tentò di dominare il dolore al ventre.
«Sì, sì, si!» E dicendolo annuiva con la testa. L’ispettore era in un brodo di giuggiole. Stava probabilmente godendo della sua promozione prossima ventura e della scopata che avrebbe rimediato quella sera stessa vantando le sue imprese con Katya, la nera con le tette grosse del dipartimento antidroga. 
Il vice fece girare Mulligan con una pedata. I denti di quel sorriso da figlio di puttana non erano meno artificiali di quell'acconciatura tutta lacca.
«Adesso ci facciamo un giro alla stazione di polizia. Che dici stronzo, scommetto che non vedevi l'ora di visitarne una?» Si chinò e lasciò che uno sputo cadesse in faccia a Mulligan. «Così ti diciamo i tuoi diritti e ti facciamo vedere le prove...»
Il dolore, lo stordimento e quella nausea da campionato mondiale di sbornie si calmarono, mentre l'elicottero abbandonava il sito e il drone rientrava al nido come un aquilotto dalla mamma. Mulligan attese che un po' di saliva gli lubrificasse la lingua, quindi parlò.
«E di cosa mi accusate? Profanazione di prato all'inglese, furto con destrezza di nani da giardino?» La nausea si aggravò nuovamente, prima per lo sforzo, poi per il calcio che il biondo cotonato gli diede nello stomaco. L'ispettore mise il telefono in tasca e lo guardò come un quarto di manzo. Aveva la luce alle spalle che creava quell'alone da icona religiosa.
«Omicidio, stupro, rapina a mano armata ed effrazione con tentato omicidio. Ma non ti devi preoccupare.  Dalle nostre parti la sedia elettrica è comoda. Se vorrai, potrai chiedere di metterci un cuscino sotto quel tuo culo flaccido e vedrai: hanno un cuore grande così al carcere della contea!»
Clayton Mulligan aveva quella risata grassa, piena. Quando rideva impiegava i due polmoni al massimo delle loro possibilità. Quella notte fece fatica e dovette sopportare del dolore ma non rinunciò alla risata, che proruppe come una salva di cannonate.
«Ah sì, ispettore. E cosa avresti nelle tue mani da femminuccia per inchiodarmi alla sedia elettrica, sentiamo...»
La prima delle prove gli cadde sui denti.
Era un plico rilegato ad anelli. Mulligan, con fatica, si mise seduto e lo sfogliò. 
C’erano dei grafici incomprensibili e delle piccole didascalie al fondo di ognuno di loro. Tutto quanto non aveva per lui alcun significato. Gettò a terra il fascicolo e sputò nella sua direzione.
«Io mi ci pulirei il culo...»
L'ispettore si accese una Pall Mall e porse il pacco al collega nasone che rifiutò. 
«Mai sentito parlare della prova del DNA, acido desossiribonucleico?»
«No, stronzetto, ma ho sentito parlare degli ispettori incapaci che alla fine hanno aperto un bar per i camionisti…»
La seconda prova era simile alla prima, ma con più pagine. Si vedevano le foto della città scattate dall’alto. Alcune delle strade erano percorse da righe colorate, rosse o blu. Qualcuna terminava con un circolino e altre con una piccola fotografia. Mulligan mandò il plico a fare compagnia a quell’altro.
«Ai miei tempi li chiamavano collage, e li facevano fare ai bambini cretini.»
L’ispettore si spostò, e di colpo la lama tagliente del riflettore colpì Mulligan nel centro delle retine assieme a un metaforico ceffone. Il subalterno, il vice o il tirapiedi con il naso infelice, si sgranchì le gambe per andare a parlare con uno degli incursori. Si era arrotolato il passamontagna sopra la testa e si grattava una cicatrice sul mento.
«Sono i movimenti del tuo cellulare, idiota! Avresti fatto bene a spegnerlo prima di fare tutte quelle porcherie. Guarda: questo e questo sono le rapine alle banche, questa e la tua serata brava di stupri e omicidi. Questo è il tuo ultimo giro, quello che ti sei fatto questa notte per venire fino a qui…»
Mulligan strizzò gli occhi dinanzi a quel documento e lo sfogliò nervosamente, avanti e indietro. Con le labbra ancora insensibili e la chioma spettinata a causa della scossa elettrica, sembrava un matto senza speranze di fronte a un impossibile test attitudinale.
«Non so di cosa stai parlando, ispettore. Io non so cosa sia il cellulare, e nemmeno ho idea di come faccia a muoversi come dici tu. Queste sono solo stronzate di compiti a casa per sbirri senza talento.» Si alzò con grande sforzo sorreggendosi la schiena e un grido di dolore senza filtri lo umiliò dinanzi a tutti. «La prossima volta portami delle prove, sbirro! Io adesso vado dal mio avvocato che troverà il modo di scucirti quel distintivo dalle tette…»
Claudicante, cercò di farsi strada e di passare oltre l’ispettore. Il vice col naso di luna gli si parò davanti con le braccia aperte.
«Decidi Mulligan, questo può essere il capolinea della tua carriera come l’ampiezza del tuo sedere alla fine del trattamento, o la somma delle due cose. Decidi tu. E adesso, da bravo, metti le mani dietro la schiena.» Due manette lucidate al sidol brillarono tintinnando fra le mani. Mulligan, ancora coi guanti di lattice addosso, piazzò gli occhi negli occhi dello sbirro. Quello sguardo, di solito, precedeva un omicidio di qualche secondo.
«Te l’ho detto, non so nemmeno cosa siano il DNA o il cellulare. Quello che conosco io, di cellulare, porta in giro gli imbecilli che si sono fatti mettere le mani addosso da voi, e di sicuro non sta in tasca alla gente.»
Le manette scattarono alle sue spalle, stringendo. Lo fecero dopo uno strattone senza riguardo.
Mulligan non reagì, non con la canna del fucile indirizzata verso il petto. L’uomo con il passamontagna arrotolato sulla testa tirò la sua cicatrice in un ghigno.
L’ispettore, che gli aveva messo le manette a tradimento, girò intorno a lui e gli sistemò il colletto della giacca. Con una mossa abile e veloce gli infilò la mano nella tasca anteriore dei pantaloni ed estrasse un cellulare: Honor 7 color silver. Gli occhi di Mulligan si accentrarono strabici e sorpresi in direzione dell’apparecchio. Quella cosa dura accanto al coltello non era stata l’erezione, evidentemente.
«Qualcosa da dire a tua discolpa, assassino?» Rimase muto. Se ne avesse avuto la forza si sarebbe lasciato evaporare in una nuvola. Sulle prime le sue labbra tremarono nel tentativo di emettere una parola, dopo borbottarono una frase con poco senso.
«Ma, ma, allora…»
L’ispettore congedò gli uomini dei corpi speciali con un gesto. Se ne andarono incontro ai lampeggiati che si intuivano al di là del muro. L’uomo dal naso enorme, pentito, chiese una sigaretta e l’ottenne assieme allo zippo.
«E allora sei fritto come una melanzana impanata, amico, fattene una ragione.»
«Ma allora» si guardò le mani. «I miei guanti per non lasciare le impronte, il passamontagna, il coltello che ho pulito ogni volta. Le lettere che ho mandato scritte a macchina…»
«Ti abbiamo incastrato amico, il tuo DNA sui corpi delle vittime, i movimenti del tuo telefono, l’intercettazione delle tue mail, i passaggi in autostrada, i prelievi col tuo bancomat. Sei finito nei filmini delle telecamere di tutta la città. Sei fottuto!»
Mulligan pensò alla sedia elettrica, a quell’odore di bruciato che avrebbe avuto tempo di sentire nell’agonia, a tutta l’attesa snervante nel padiglione della morte. Pensò all’ultimo pasto, al confessore con gli occhi bassi e al miglio verde. Quando il vice sfilò il suo portafogli e gli fece vedere la Mastercard piuttosto consumata, lui si raccolse in una specie di preghiera.
«Io, io…»
«Devi essere finito nel racconto sbagliato. E’ quello che sospetti Mulligan?»
Annuì, e una lacrima di rabbia gli rigò il volto.
«Porca puttana, sì...» Pensò al piccolo oggetto volante, ai raggi rossi che squarciavano il buio, alle telecamere che avevano seguito i suoi movimenti. Anche quell’arma a energia elettrica che gli aveva fatto rimpicciolire lo scroto gli era sembrata una cosa fuori contesto.  «De…devo essere finito nel racconto sbagliato, in un’epoca sbagliata…»
Quando ebbe nuovamente il coraggio di guardare in faccia l’ispettore, le lacrime grondavano senza ritegno. L’uomo col naso grosso mostrò a sua volta un po’ di commozione.
«Siamo nel 2019…»
«Non nel 1971?»
I poliziotti si guardarono fra loro. Non sapevano come dirglielo.
«Sei finito nel racconto sbagliato, ci dispiace. Una domenica pomeriggio qualcuno che si annoiava l’ha scritto…»
«E chi...chi è stato?»
I due si consultarono brevemente parlandosi nelle orecchie. Il vice lo guardò con gli occhi lucidi. «Roberto Capocrisiti, uno che non si stanca mai di scrivere racconti e romanzi e tutto quello che gli passa per la testa…» Mulligan annuì. «In ogni caso è uno che si vuole complicare la vita e che non scrive mai racconti ambientati negli anni '70 o prima ancora, quando le trame erano più semplici e i criminali così difficili da catturare.» Aggiunse l’ispettore quasi vergognandosi. 
Il vice cercò di addolcire la pillola. «Lo so Mulligan, è stato un colpo basso. All’inizio lo scrittore voleva ambientare la sua storia negli anni '70. Zampa di elefante, camicie coi colletti enormi e cocaina che costava una fucilata. Si era anche inventato una storia parallela di puttane con la permanente, auto con seimila centimetri cubici e sigarette fumate al cinema. Una cosa affascinante, devo dire…»
«E poi mi ha rifilato quel nome idiota, Clayton Mulligan!»
«Già, una vera schifezza! Mi dispiace, è fatto così. Ha cambiato idea, ha voluto complicarsi la vita con tutta questa tecnologia che rende difficile articolare una trama credibile e senza punti deboli. Insomma, cosa scrivi, scrivi, c’è sempre il pericolo che salti fuori un’invenzione che ti sega le gambe alla storia. E’ andata male, Mulligan!»
Un velo di tristezza calò il sipario su quel volto contrito. Clayton: un malvivente d'altri tempi catapultato nel 2019 senza uno straccio di preavviso. «Quindi i guanti per non lasciare impronte, il passamontagna e tutte quelle…»
«Precauzioni?» Intervenne l’ispettore. «Roba vecchia che non sta più in piedi…»
Quando Mulligan salì sul furgone per essere portato in carcere, la sua dignità si disintegrò. Mille coriandoli che il vento stava sparpagliando in giro sul marciapiede.
Lo aspettava un tribunale, dei giurati accigliati, ottusi e pieni di pregiudizi. Lo aspettavano tanti anni nel carcere prima che si liberasse un posto su quella sedia.  
Per Clayton Mulligan, pluriomicida con prove schiaccianti a suo carico, non ci sarebbe stata clemenza.

giovedì 28 febbraio 2019

Roberto Capocristi. A Sud

Roberto Capocristi

A Sud


Non so perché ma tutti, prima o poi, vogliamo andare a sud. Ci deve essere una bussola nella testa di ognuno di noi, una bussola con l'ago che punta nella direzione contraria rispetto a quelle normali. 
Sono alla guida di un'utilitaria sgangherata presa in prestito da un amico.
A sud c'è Nastassja. A sud ci sono le sue fotografie, quelle che potrebbero farmi finire dritto in prigione. 
Ancora non so che cosa lei intendesse per sud. L'aveva detto Anna: un concetto che comprende insieme l'Africa subsahariana e la Lunigiana...




sabato 26 gennaio 2019


Charles Bukowski

Sii gentile






Sii gentile

Ci viene sempre chiesto
di comprendere l’altrui
punto di vista
non importa quanto sia
antiquato
stupido o
disgustoso.

Uno dovrebbe
guardare
agli errori degli altri
e alle loro vite sprecate
con gentilezza,
specialmente se si tratta di
anziani.

Ma l’età è la somma
delle nostre azioni.
Sono invecchiati
malamente
perché hanno
vissuto
senza mettere mai a fuoco,
hanno rifiutato di
vedere.

Non è colpa loro?
Di chi è la colpa?
Mia?

A me si chiede di mascherare
il mio punto di vista
agli altri
per paura della loro
paura.

L’età non è un crimine
ma l’infamia
di un’esistenza
deliberatamente
sprecata
in mezzo a tante
esistenze
deliberatamente
sprecate lo è.

sabato 12 gennaio 2019

Ma quante storie!








Ma quante storie!
Avete mai provato a pensare al numero di persone che si occupa di scrivere storie? 
Sono tantissime e scrivono da secoli per pubblicare un libro, per il cinema, per la TV, per i fumetti, per la pubblicità o per le cene con delitto. 
Ci sono professionisti pagati per inventarsi delle storie. 
Qualcuno è vero, ogni tanto cala l'asso e mette giù l'idea assolutamente originale, qualcun altro, invece, si limita a saccheggiare, rielaborare, comporre. Certe volte, per scrivere storie, non occorre la fantasia ma la memoria. Riproporre un vecchio libro che nessuno legge più, fare proprie delle storie trovate sulle pagine di una rivista ammuffita, ricordarsi di quella trovata che avevate visto in un B-movie, attingere a favole raccontate ai bambini o alle vecchie leggende che riecheggiano in quella valle di montagna nelle sere passate davanti al caminetto.

Scrivere una storia originale è una delle cose più difficili in assoluto e, per quanto si possa giurare di essere senza peccato, di sicuro si rischia di invadere il campo che qualcuno aveva già coltivato, magari anni prima. 






E poi esiste l'aspetto economico.
Se a voi, in sonno o in veglia, venisse l'idea più fantastica, superlativa, unica e irripetibile di sempre, cosa fareste?
Ma la mettereste giù, naturalmente. 
E poi?
Se avete un editore, grande, grosso e cattivo del quale vi fidate, potreste proporgliela e via, il nuovo Terminator sarà pronto, il nuovo Predator pure ma anche il nuovo Alien o il nuovo Guerre Stellari, se vi pare.
Ma se non avete un riferimento solido, qualcuno che sia capace di proteggere i vostri diritti d'autore dagli sciacalli, cosa fareste? Mandereste il testo in valutazione a destra e sinistra? Lo mettereste in mano a un sedicente agente letterario che vi martella di pubblicità sui social?
Io non lo farei mai. 
Non lo farei sapendo che i valutatori sono spesso scrittori come me e che qualcuno, con l'etica sotto le scarpe, invidioso o in crisi creativa, potrebbe stroncare il lavoro per poi prendere l'idea, dargli una mano di vernice e spacciarla come sua. 
Bel pasticcio, vero?
Quindi, o potete contare su un editore che sguinzaglierebbe feroci avvocati in vostra difesa, oppure rischiate l'esaurimento nervoso dopo avere visto una major di Hollywood fregiarsi del vostro lavoro.
E' pacifico che, per avere un editore pronto a schierare la Legione Straniera a vostra tutela, prima dovreste avergli fatto guadagnare almeno qualche milione di dollari, ma tant'è...
La mia modesta opinione è che l'idea deve essere blindata per bene, magari con una forma di auto spedizione, con posta tradizionale o elettronica, dentro una busta che si aprirà solo davanti al giudice, o contenuta in un file che sarà la prova della sua originalità.
Sono dell'avviso che la storia sia importante, ma mai quanto la buona scrittura, i personaggi, le atmosfere, i contenuti e quei mille particolari che rendono un libro indimenticabile e che infine lasciano la bocca buona. 
Inoltre, il rovescio della medaglia sta nel fatto che un'idea forte porterà inevitabilmente alla sua reiterazione, e conseguentemente alla nausea. 
A parte rare eccezioni, non provo simpatia per le saghe.
Vedo scrittori in crisi creativa arrampicarsi sugli specchi e trascinarsi attraverso personaggi sempre meno convincenti. Vedo dare vita a inutili cloni e portare avanti la triste politica della minestra riscaldata.


Secondo me una storia deve essere autoconclusiva.

Quindi amici, evitate di mettere in opera protocolli rigidi, non provate a sbiadire situazioni e personaggi già pensati da altri, lasciate perdere lupi mannari e derivati, vampiri troppo belli per essere veri, ricchi seduttori con il pallino per il sado-maso, elaborate rapine in banca, complicati tradimenti in affari e case maledettamente maledette, perché tanto qualcuno ci ha già pensato. 
Nutrite la vostra anima e, come diceva il caro, vecchio Ernest Hemingway, sedetevi davanti alla macchina da scrivere e cominciate a sanguinare.
Facile no?

mercoledì 14 novembre 2018

L'occhio del cervo - Il sesto romanzo




"Omar scrutò il pelo del cervo, le corna ampie e il possente torace, e infine quell'occhio. Si notavano le ciglia appena accennate che disegnavano un arco perfetto. E infine quella tristezza. Come se l'animale fosse consapevole che il predatore umano stesse per prendersi la sua vita e che l'avesse accettato come un sacrificio necessario, per la difesa dei suoi simili, per la salvezza dei suoi cuccioli..."



Omar Vidal ha meno di quarant'anni. Svogliato e disordinato, gestisce con scarso profitto un autosalone insieme al fratello. Vive in una piccola e noiosa città del nord, con la moglie Greta e la giovane figlia Rebecca. Un pomeriggio d'estate la sua vita sí trasforma in un incubo: suo fratello muore, precipitando in un burrone durante un'uscita in bicicletta in sua compagnia. 
Da quel momento è sospettato come colpevole e controllato a vista dall'ispettore De Innocenti, un vecchio poliziotto animato da un fervore religioso fuori dal comune. Omar capisce di essere perseguitato da un assassino, che colpisce con freddezza e dissemina prove per incastrarlo. Costretto dall'incedere degli eventi e dalla consapevolezza che il killer conosca ogni sua abitudine e debolezza, non si rivolge alla polizia per paura di essere incastrato e ingaggia una competizione con il maniaco. 
Deve proteggere i suoi cari ed essere abile e veloce nel comprendere le ragioni che hanno innescato la violenza. Deve mettere alla prova la sua intelligenza, il suo coraggio e la sua memoria. La soluzione del problema è conservata in un unico, breve istante della sua esistenza passata, e cristallizzata nella storia recente della sua piccola città.

giovedì 27 settembre 2018

IL DIARIO - Escursione con licenza nel genere horror (ovvero un vecchio racconto rivisitato)

 

Il diario





Oggi ho camminato tutto il giorno e i miei piedi sono ormai in condizioni penose. Sento la suola liquida. Non si se mi spiego, un misto di sudore e tessuto delle calze macerato. Ci deve essere insieme anche un po' di pelle, qualcosa di succulento per le formiche.
Quello che è successo non ha senso. Dove sono finiti i miei compagni di viaggio? Si tratta di uno scherzo di cattivo gusto? Sto pagando forse un peccato che non sapevo di avere commesso?
Mi sono perso, questo è certo. Come sia possibile perdersi nelle Alpi, nel cuore di un continente popolatissimo, non è dato a sapere. E’ successo, questo è quanto.
Nello zaino ho ancora un po’ di cibo: un paio di scatolette di tonno, del pane incartato alla meno peggio e un vasetto di crema al cioccolato. Di acqua, per fortuna, se ne trova un po’ ovunque da queste parti.
Ho camminato talmente tanto che ho visto i sentieri perdersi e ritrovarsi sotto i tacchi dei miei scarponi. Ora mi trovo in un sottobosco sconosciuto, con l'abitudine delle tinte di marrone tenue negli occhi. Per la verità è da tutto il giorno che vago attraverso paesaggi inediti, brutti quadri pennellati con un eccesso di ombre e scarsa fantasia. Non ho punti di riferimento, il sole e le cime si nascondono alla vista.  Faccio fatica a seguire una direzione precisa senza pentirmi ogni venti passi.
Di scendere a valle non se ne parla. Sento scorrere un torrente impetuoso là in fondo. Meglio tenersi a debita distanza. Questa gola, stretta, fredda e inospitale, si lascia attraversare senza darmi la soddisfazione di mutare il paesaggio ma prima o poi, ne sono convinto, dovrebbe condurre a un punto panoramico, un posto da dove la situazione potrebbe diventare più chiara, e la mia posizione più comprensibile.  
Sono determinato ad annotare tutto su questo diario.
Io non ci voglio nemmeno pensare, ma se le cose dovessero prendere una piega drammatica, almeno troveranno qualcosa da raccontare ai miei cari quando il mio cadavere non avrà più nulla da dire.
Il telefono non ha segnale, nemmeno una tacca. Forse dovrei provare a salire su quello spunzone, ma temo di pagare un tributo troppo pesante alla fatica, e se poi una volta arrivato la ricezione dovesse continuare a mancare…Insomma, meglio non rischiare, meglio mettersi al sicuro dalla tentazione di compiere un gesto insano, come quello di gettarmi direttamente da lassù.

Ho camminato per un’altra ora.
Quando ho riposto il diario l’orologio segnava le 16 e 30, adesso sono le 17 e 27 e il panorama non è cambiato: rocce a strapiombo sui due lati, acqua limacciosa, alberi inerpicati in posti impossibili e qualche raggio di sole, che di tanto in tanto riesce ad arrivare fino a qui.
Forse dovrei accendere un fuoco segnaletico, ma chi mi cercherebbe? Una persona viene dichiarata scomparsa solo dopo trentasei ore, e io ho chiamato casa solo questa mattina. Maria era di ottimo umore e si augurava che tornassi presto. Mi ha passato Alessandra. Era felicissima di sentirmi, quella monella! Mi ha raccontato in mezzo minuto quello che aveva combinato in tutto il fine settimana.
Eravamo tutti insieme a quell'ora. Io e gli amici abbiamo mangiato colazione e poi ci siamo appisolati. Al mio risveglio, che potevano essere passati venti minuti al massimo, gli altri erano spariti.
Ho cercato a lungo, chiamandoli attraverso i ruderi di quella caserma abbandonata dove ci eravamo fermati a dormire. Un simile mucchio di pietre, travi marce e cavedi maleodoranti, non l’avevo mai visitato in vita mia. Tuttavia quel posto aveva il suo fascino. Mi chiedo col senno di poi perché l’ho abbandonato. C’erano dei ripari, dopotutto, costituiva un punto di riferimento per un eventuale ricerca, e soprattutto c’era il maledetto segnale del cellulare.

Ho mangiato una delle due scatolette di tonno con metà del pane che ho a disposizione.
Sono le 20 e 30 e comincia a fare freddo. Il maglione in pile nello zaino sarà per questa notte prossima ventura il mio migliore amico.
Ho preferito non andare troppo oltre rispetto al punto dove mi sono fermato per compilare il penultimo aggiornamento del diario, e sto seriamente meditando di tornare sui miei passi.
La valle che sto percorrendo a un certo punto vira. Lo si capisce da quel tappo scuro che intravedo in lontananza. La cosa peggiore di questa constatazione è che, a quell’altezza, la strada riprende a salire e il torrente, con ogni probabilità, si getta dentro una cascata. Eviterei di trovarmi con buio in quei paraggi: potrei mettere un piede nel posto sbagliato e precipitare. A quel punto sarei spacciato, e nemmeno qualcuno potrà trovare il racconto delle mie memorie.

Sto cercando di ritornare ai ruderi.
Il tempo a disposizione prima che sia notte sta scadendo.
È meglio per me se individuo un posto appartato per ritirarmi. Sono sempre stato un po’ fifone ma in questo caso mi sento al sicuro, almeno per ora. Laggiù c’è una nicchia nella roccia, una piccola grotta. Sembra asciutta e posso occultarla con dei rami. Non che ai lupi o agli orsi o ai cinghiali importi un granché se io mi nascondo; loro sentirebbero il mio odore a un miglio di distanza. Tuttavia, e non so perché, ho il sentore che non vi siano animali in questo angolo del bosco. A dire la verità nemmeno ho sentito cinguettare gli uccelli quest’oggi.

Quando ho detto che non avrei avuto paura, ho detto l’ultima e più grande stupidaggine della mia vita!
Le tenebre hanno inondato questa crepa nella montagna in cui mi trovo da due ore, e l'hanno fatto in un attimo. Sento che sto per cedere a una crisi di nervi. Ho faticato, ho faticato ad accendere la pila che mi sta facendo luce su questa pagina, e la biro mi trema fra le dita. Mi rendo conto che è tutto solo frutto della mia fantasia, attivata dalla totale mancanza di riferimenti e da questa notte senza luna, che ricorda una colata di catrame. Ma giuro, giuro che mi è sembrato di sentire dei passi davanti a me, qualcosa che procedeva con dei tonfi sordi nel terreno che poi si tramutavano in vibrazioni profonde. Ho sentito muoversi le foglie e poi un respiro, che sembrava provenire da un grosso animale, o qualcosa di peggio. Forse sto descrivendo il passaggio di un cinghiale o una folata di vento o l'allegra transumanza di un branco di vermi. Di sicuro non uscirò a verificare, non prima di domani mattina.

Probabilmente stavo dormendo, anche se, onestamente, mi è sembrato di no.
Sono le tre e venti e ho sentito una voce che sussurrava il mio nome.
Dalla paura sono sobbalzato e ho sbattuto la testa contro il soffitto della piccola caverna. «Ludovico…» Ho sentito una prima volta, poi una seconda, solo qualche attimo dopo.
Probabilmente stavo dormendo.

Il fruscio del torrente a fondo valle è diventato parte delle mie abitudini.
Ora mi devo sforzare per percepirlo. Nel silenzio totale, invece, ho sentito qualcosa di pauroso. Un essere vivente è passato qui davanti e si è fermato a guardare nella mia direzione. Io, per la verità, non so se qualcosa si sia messo in posa proprio di fronte a me, perché è buio pesto e perché non mi sono certo sognato di puntargli la torcia addosso, ma un’immagine di quella cosa si è formata nella mia testa, come un’istantanea, come un subliminale. Era talmente verosimile che mi si sono congelate le ossa e il fiato si è solidificato nei miei polmoni. Un rettile. A fatica non me la sono fatta addosso. Sono sicuro che qualcosa sia stato qui, e sono altrettanto certo che la medesima cosa se ne sia andata.
Sono soltanto le 4 e 10 e  i miei nervi bruciano come i fili della corrente troppo sottili.

Adesso basta con questo stupido diario.
Potrebbe essere lui ad alimentare le mie paranoie, a estrarre dal profondo le paure che da bambino avevo ricacciato in fondo a un buco.
Il cellulare ha ancora molta energia. È un modello datato: fa poche cose, bene, e soprattutto evita di digerirsi la carica della batteria in sola mezza giornata. Credo che farò passare il tempo, qualche minuto almeno, facendo scorrere le numerose fotografie: di mia moglie, di mia figlia, del mio cane. Vorrò anche guardare bene in faccia i miei amici, quei figli di puttana che mi hanno abbandonato in questo bosco senza confini.

Sembra che il sole non voglia sorgere.
Forse un gigante cattivo lo tiene schiacciato dietro il crinale, e adesso sta soffocando e chiedendo aiuto.
Sì..sì, mi sto rendendo conto delle cazzate che scrivo, ma non sono pazzo! Il tempo non passa e nemmeno ho il coraggio di guardare l’orologio. Adesso sto contando i miei respiri. In città avrebbero già chiamato l'ambulanza a vedermi ridotto in questo stato.
Le ore del mattino sono le più fredde. Lo sapete il perché? Ve lo dico io: perché sono state fuori tutta la notte. Lo so, è una barzelletta idiota che andava di moda negli anni ‘80, ai tempi della scuola media. Mi fa ridere ancora oggi, che cosa ci posso fare?

Nello zaino c’è un mignon di genepì. Come è stato possibile dimenticarselo! L’ho bevuto interamente facendo finta di non sentire l'esofago bruciare come l'inferno. L'ho fatto tanto ber ubriacare quella paura che mi ha fatto compagnia senza lasciarmi mai. No so se sia ortodosso come prima colazione, e non so nemmeno se si possa parlare di prima colazione, visto che è ancora buio, come tre ore fa, come cento anni fa.

Mi sembra che verso oriente le tenebre si siano rotte, un primo, timido tentativo del giorno per scacciare a calci in culo questa notte eterna Ho deciso, uscirò dalla mia tana per andare incontro al sole. Questo posto appartato non ha impedito alla paura di farmi compagnia per tutto il tempo. Camminerò, perlomeno, e guadagnerò dei metri preziosi verso casa. Inoltre in questo modo andrò incontro all’alba.

Sono stanco per non avere dormito, ubriaco per avere bevuto alle cinque del mattino, affamato per non avere mangiato nulla.

Mi sono fermato e ho preparato un panino con quello che ho a disposizione. La luce naturale è sufficiente a farlo, senza confondere la crema da sole con quella di cioccolato. A giudicare dal sapore devo avere fatto le cose per bene.
Ho consultato il telefono. Accanto all’icona del segnale il deserto delle tacche. È strano, perché sto tornando indietro, sto tornando incontro al punto da dove ieri avevo telefonato a casa. Non dovrebbe mancare molto al luogo dove mi sono separato dai miei amici. Se continuo con questo passo deciso potrei arrivare sul posto prima di sera, sempre che non finisca con lo scivolare in un precipizio. 
Questa cosa di scrivere mentre cammino mi sta aiutando. Nella notte appena finita, questo taccuino ha tenuto a bada i mostri. Non il freddo, quello ha passato il tempo a morsicarmi le chiappe, ma i mostri sì: si sono liquefatti nel corsivo incerto che ha imbrattato quelle pagine nella penombra. Appena sarò arrivato a casa lo metterò in una teca e lo conserverò per sempre.

La salita che devo affrontare sembra piuttosto severa.
Ieri, ricordo, ho percorso questo stesso tratto in discesa. Devo dire che la pendenza non mi era sembrata tanto importante. Il fiato è corto e i piedi fanno male e si scivola sui ricci e sulle foglie morte e sulla terra umida. La vista del crinale a poco più di dieci minuti mi infonde forza di volontà e coraggio.

Sono arrivato.
La caserma abbandonata e lì, distesa sotto i miei occhi.
Si tratta di un complesso molto importante, del quale ieri non avevo apprezzato l’intera estensione. A guardare bene si nota anche l’avvallamento dove sorge, anzi, dove sorgeva. È artificiale. La caserma, o quel che diavolo era, fu costruita dentro una depressione, una specie di bacino, che evidentemente doveva servire a proteggerla da occhi indiscreti e probabilmente dai tiri diretti dei cannoni.
Sto scendendo, mi rendo conto che il terreno sotto i miei piedi è friabile e privo di vegetazione. C’è molto fango asciutto qui intorno. Anche i rimasugli delle vecchie murature, per la verità, sono semisepolte da uno strato di fango, che presenta la superficie screpolata e polverosa. Non so come sia stato, ma ieri nessuno di noi, me compreso, si è accorto che quel complesso che abbiamo visitato doveva essere rimasto per anni, o addirittura per secoli nascosto sotto un lago.

Rieccomi.
Intorno a me le mura antiche, testimoni di un passato che non esiste più.
Il cellulare ha ripreso il segnale. C'è una tacca debole è instabile ma per me è già carnevale.
Giro fra le strutture divelte e prendo appunti.
Ho approfittato della buona carica della batteria per scattare ancora qualche foto.
Laggiù, dopo quel contrafforte e prima della fila di pilastri marci all’interno di una lunga camerata, c’è un edificio ancora praticamente intatto. Si può raggiungere percorrendo una strada lastricata, con un canale di scolo delle acque al centro.  
Dovrei arrivare in un paio di minuti.

Questo posto mette i brividi!
All’interno si notano gli scheletri metallici di alcune file di poltrone. Si vedono molle arrugginite, braccioli in legno masticati dal tempo e rimasugli di tessuto, che penzolano come pelle morta.  Probabilmente si trattava di una sala conferenze, o di un cinema o di un teatro per le truppe, costrette all’isolamento in questo posto segreto, a molte ore di cammino dal paesino più vicino. Non riesco a comprendere che senso potesse avere questa installazione, e nemmeno capisco che fine abbia fatto la strada che doveva servire a portare fin quassù uomini e vettovaglie. Magari in passato c’erano stati anche dei cannoni, da qualche parte. In ogni caso, comunque fossero organizzati, qui dentro dovevano esserci molti ospiti. Attraverso la porta principale si intravede un palco quasi spogliato del suo assito. Si presenta come un labirinto di corridoi, una specie di spaccato di un plastico illustrativo. Vetri rotti, lamiere, erbacce e piante la fanno da padrone, e non metterei un piede lì dentro nemmeno se fossi costretto.
La tacca sul cellulare, intanto, è definitivamente sparita.
Di continuare la visita non se ne parla nemmeno! Travi in legno pendono dai muri, rivolte verso il basso come impiccati.
Scatto qualche foto ancora. Le studierò con calma sul mio computer a casa, ingrandendole e sgranandole e godendomi i particolari, con un bicchiere di Jameson riserva speciale in una mano e il mouse in quell’altra.
Ecco, ho individuato la strada per andarmene. Ci siamo, si torna a casa!

Ssst, ho sentito delle voci!
Devono essere quei disgraziati dei miei amici che sono tornati per cercarmi.
Un gioco di echi mi confonde. Tento di andare verso nord, in direzione di quello che sembra un pozzo, con tanto di carrucola, parapetto in pietra muschiata e ingranaggi per tirare su il secchio.
Sono loro per la miseria, sono loro! Ho visto Luigi passare e Renato, appena dopo di lui.
È finita, ma questa cosa la pagheranno cara!
Sono in fila indiana, vedo anche Marino. Sembrano dei dementi accompagnati nelle loro rispettive camere con le pareti imbottite…Sono strani, molto strani. Per la verità sembra che abbiano brindato con la benzina. Pietro è dietro a loro…ma come si stanno muovendo? Ricordano dei sonnambuli.
Oddio, no: qui c’è qualcosa che non quadra! È  meglio che me ne stia nascosto dietro l'angolo. Non è normale quello che sta succedendo…mi sposto per vedere…Cazzo! C’è qualcuno che li sta minacciando con le armi, qualcuno grosso, cattivo e abituato a mettere paura alla gente. È in divisa.

Sono passati dieci minuti e sono disperato!
Non capisco per quale motivo. Non riesco a spiegarmi cosa stia succedendo!
Un paio di uomini, uno per parte, hanno preso un po' di rincorsa e hanno gettato Luigi nel pozzo, poi Renato ha fatto la stessa, schifosissima fine. Sembravano rassegnati alla loro sorte, come gli animali al macello. C’è quel passaggio obbligato che devono seguire e poi quegli occhi tristi e quel sentore di morte, insopportabile come la musica nell'ascensore.  Devono esserlo, non c’è altra spiegazione! La cosa pazzesca è che non hanno affatto reagito, non si è visto un minimo segno di ribellione. Sono stati drogati, sembra che la loro volontà sia stata azzerata.
Sono sveglio, per la miseria! Sono sveglio ed è tutto vero!

Mi sono spostato indietro di qualche metro. Fanculo il puzzo e la terra nel naso e il fango sotto le unghie e quelle ragnatele che ti si attorcigliano addosso. Non mi hanno visto e questa è l’unica cosa che conta! Forse posso ancora andarmene senza farmi notare. Devo trovare la strada e correre e non farmi sentire e trovare un paese, almeno sperare che il telefono torni a funzionare.

Caro diario.
Non so se si usa ancora scrivere così, ma di sicuro quello che ho visto accadere è incredibile.
Sono nascosto sotto un vecchio palchetto. Forse aspetterò qui la notte per tentare di fuggire.
I miei amici, uno dopo l’altro, sono stati spinti in quel buco, in quello che mi è sembrato un pozzo. Non un grido, non un lamento. Parevano già morti. C’erano di sicuro una mezza dozzina di militari, credo. Erano persone in divisa, una qualche uniforme mimetica che non ho saputo riconoscere. Nessuna bandiera o distintivo o grado, e agivano sotto un comando superiore.
Ho visto il loro capo. In qualche modo l’ho anche fotografato.
Io non posso classificare meglio quello che mi è apparso, ho difficoltà a inserire quella figura fra le mie conoscenze. Di sicuro non era un uomo! Aveva fattezze antropomorfe, quello sì, ed era alto e pesante e schifoso, ma non apparteneva al genere umano. Se io non dovessi sopravvivere, e se qualcuno verrà in possesso di questo taccuino, sappia che io ho visto u…

«Cos' ha scritto, su quel diario?»
Il tenente non rispose. Strizzò gli occhi, sfogliò ancora alcune pagine e poi trasse la sua cinica conclusione.
«Mi dispiace, signor capitano. Il sangue ha imbrattato le ultime – mi faccia vedere – tre o quattro pagine. Arriva fino ad un punto dove parla della caserma abbandonata, che probabilmente è stata per anni sommersa dall’acqua e che ci sono i resti di un vecchio teatro e bla, bla, bla. Poi non si legge più…»
«Meglio così. Quel documento lo mettiamo a rapporto, come allegazione…Ah, il cellulare distruggetelo subito!»
«Agli ordini signor capitano!»
L’ufficiale prese con sé il diario e lo portò via, tenendolo lontano dal corpo e con la punta di due dita. Non voleva sporcarsi con il sangue e con quelli schizzi di cervello che avevano preso il posto delle parole scritte.
Il cadavere giaceva carponi, con la faccia affondata nella polvere e quel buco in testa, fatto senza nessun riguardo.
Si incamminò verso l’elicottero, intercettò lo sguardo di un paio di soldati e indicò loro di mettere in pratica il solito protocollo, quello adottato per fare sparire i cadaveri.
Gli altri amici erano stati destinati al pozzo, e le cose erano andate per il verso giusto. Quell’idiota, ormai ridotto a un ammasso di carne morta, aveva invece avuto un trattamento di riguardo: la cancellazione della memoria. Doveva servire a un altro tipo di esperimento.
Doveva solo tornare a casa sua e fare quello per cui era stato programmato; non ricordare molte cose e ricordarne molte altre nel modo sbagliato. Per qualche motivo, invece, aveva deciso di andare nella direzione opposta, e loro nemmeno se ne erano accorti.
Ora qualche insolente scocciatore sarebbe anche venuto a cercarli.

Sotto la visiera del suo cappello si intuivano appena i segni della paura e dell’umiliazione per quel fallimento.
Lo sapeva che non sarebbe servito a nulla, ma volle farlo comunque, in segno di sottomissione.
Passò davanti al suo capo, con la testa china e lo sguardo concentrato sui lacci delle scarpe.
Inutile nascondersi, lui gli avrebbe letto nel pensiero.



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