martedì 19 giugno 2018

è arrivata l'ispirazione...








...perciò mi siedo al computer, regolo lo schienale della poltrona, subodoro le correnti d'aria, valuto il disturbo di fondo del televisore nella stanza accanto, del frigo che si accende più del solito, del gatto che sgranocchia le crocchette e del vicino, che si ostina a falciare un prato grosso come il Tennessee con un tagliabordi da giardino.
Lo vedo sudato, con la canottiera indossata al contrario, i peli a cespuglio sulle spalle e il rossore a  disegnare una mezzaluna sulla schiena. Non me ne curo.
Regolo nuovamente lo schienale.
Per pulirmi la coscienza verifico la posta di lavoro. Un cliente risentito per una mancata risposta potrebbe rovinarmi l'ispirazione, oppure rivolgersi altrove.
Nulla.
Cioè, non proprio nulla: un paio di petizioni, il rappresentante dell'energia con le tariffe più convenienti al mondo che è appena arrivato in città, donna russa cerca marito italiano, una sedicente banca che non è la tua e che ti consiglia di cambiare password.
Il vicino col tagliabordi deve essersi fermato sul limitare di un campo di cotone, dalle parti di Kingston Springs, e sta rabboccando la benzina. Quasi quasi le cicale riprendono a cantare ma  il 25 cc riparte ruggendo al secondo strattone di corda.
Notifica di Facebook sulla pagina autore.
Riduco a icona la pagina bianca, verifico e scopro di essere stato iscritto a un gruppo a mia insaputa. La ragazza sarda, nel frattempo, sfoggia gli occhiali nuovi e una scollatura non convenzionale. Scruto la foto per trovarle un difetto. Deluso, rimando alla prossima occasione.
Capitolo 1
Per evitare di riformattare da capo, salvo con nome il mio ultimo romanzo fortunato, inanellando una serie di X seguite da un 1 fra parentesi. Conservo la prima parola e cancello le altre settantaduemila. Mentre lo faccio vengo colto dal dubbio. Interrompo e vado a verificare di avere conservato una copia nel computer, una nell'hard disk esterno, una nella tripla chiavetta USB, una nel doppio cd rom e una nel cloud.
Regolo lo schienale, soddisfatto: le copie ci sono tutte e posso tornare a cancellare a cuor leggero le settantaduemila parole meno la prima.
Pagina intonsa.
Inserisco i caporali, la e maiuscola accentata e mi preoccupo di quel personaggio scandinavo che so io, e che, prima o poi, mi richiederà la O tagliata dano-norvegese. Per pigrizia medito di levare un po' di sapore al personaggio chiamandolo Mario e, mentre rifletto, il gatto mi salta sulla tastiera e mi lecca il mento col sapore di aringhe del Mare del Nord. 
La prima parola del romanzo è sua.
Memorizzo e mi chiedo se il vocabolo possa ritornare un giorno utile per il nome di una località di fantasia, affacciata su un fiordo pittoresco e con un grosso albergo abbandonato sulle pendici nevose del monte alle spalle dell'abitato.
Seconda sosta lavoro del vicino nel prato e decimo like alla ragazza sarda con gli occhiali nuovi. 
Arriva la mail di un collega con un allegato pesantissimo. Trent'anni fa avrebbe mandato in tilt i calcolatori della NASA, da solo.
Mi stiro, riposo gli occhi scrutando il fondo blu-foschia dell'orizzonte e medito se iniziare con un incipit da sogno, qualcosa che possa passare alla storia:
"Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo"
"Chiamatemi Ismaele"...
Ci devo pensare. Come le canzoni troppo belle, che relegano l'album intero a essere il loro contenitore per l'eternità (no? Allora provate a dirmi i titoli degli altri otto pezzi di Hotel California...), gli incipit troppo riusciti potrebbero diventare un aforisma fine a se stesso. Mica tutti sono Tolstoj.
Verifico che le foto delle location siano tutte nella cartella. Ci sono, e fanno compagnia alle planimetrie, alle mappe, agli appunti alla bozza messa giù mentre aspettavo quel cliente in ritardo di un'ora e mezza, alla lista dei tre possibili titoli.
Mi sgranchisco. 
Il vicino rumoroso, il gatto invadente, quell'altro felino che ti guarda con risentimento perché la sua ciotola è vuota nel centro (che ci crediate o no, i gatti giudicano la quantità di cibo nella loro ciotola valutando quanti croccantini siano raggruppati al centro. Gli altri, accumulati sul lato o saltati fuori effetto bomba a mano, li lasciano totalmente indifferenti). 
Una notifica what's app vecchia di tre ore (ho voluto risparmiare sul led lampeggiante e adesso mi faccio una figura da cafone al giorno) e la lavatrice che parte con la centrifuga. Sfido chiunque a ricordarsi del numero massimo di giri fino al terzo giorno dopo l'acquisto.
Bevo, faccio qualche addominale, guardo con pigrizia la coppia di manubri da cinque e mi pento. La bici è ferma in garage, da troppo tempo perché possa trovare una scusa che non susciti l'ilarità dell'intero pianeta. Valuto di cambiarmi la maglietta. Sono colto dalla certezza che la colazione per il mattino dopo sia relegata a un paio di fette biscottate un po' datate ma rinuncio al progetto di un salto al negozio. Impossibile parcheggiare. Impossibile arrivare alla cassa senza avere dinanzi la famiglia previdente, con la scorta alimenti per l'apocalisse, in formula di andata, ritorno e tempi supplementari.
Scelgo un vinile da mettere sul piatto. Sarebbe meglio dire che ne passo in rassegna una trentina prima di accorgermi  che ho le idee poco chiare. Prog italiano, rock, hard rock, dark, fusion e blues. Decido di chiedere aiuto al tubo.
Il computer, intanto, è andato in stand by e sta per cominciare la partita.
Capitolo 1, a domani.

martedì 12 giugno 2018

Il quarto noir


ROBERTO CAPOCRISTI



UNA NOTTE PER NON MORIRE





E' il mio quarto romanzo. E' un noir con venature hard boiled. 
Parla dell'amore, della morte, della paura e del destino, che annoda tutto insieme rendendo la vita un meccanismo perfetto. 
Non possiamo sapere quanto sia ampio il cerchio e quando e come si chiuderà. Sappiamo che lo farà e che, qualche volta, conviene sedersi in alto per vedere cosa succede.

SINOSSI

Un portachiavi a forma di ippopotamo strabico e una chiavetta USB, oggetti misteriosi e, a loro modo, magici, sono i protagonisti delle vicende di questo noir italiano. Magici perché, nel momento in cui vengono in contatto con i personaggi del romanzo, ne cambiano definitivamente la vita, fino alle più estreme e fatali conseguenze.
Ne sanno qualcosa Alice, una bruna intraprendente che ama giocare col destino, che diventa l’inconsapevole burattinaia dell’intera vicenda, e Diego, veterinario sfigato, ma di bell’aspetto, col terrore di essere piantato dalle donne, che è costretto a lasciare da parte le sue ansie e a trasformarsi in un eroe alla James Bond.
Subiranno l’influenza di questi oggetti anche Josefine, alias Sabine, una ragazza giovane e ricca di sogni che, fuggita di casa a causa di un litigio, viene ingannata e costretta a prostituirsi, e il cattivo di turno, un malavitoso alla caccia della chiavetta USB e del segreto in essa contenuto.
Ma il vero eroe consapevole è l’aspirante suicida, che agisce come deus ex machina del romanzo: seduto sul cornicione di un palazzo, con i piedi a penzoloni nel vuoto, svela al lettore, in virtù della distanza non solo fisica che lo separa dalle umane vicissitudini, il segreto del romanzo, e cioè che il mondo, visto dal quindicesimo piano, appare molto più logico, ordinato e coerente di quanto non sembri ai suoi abitanti.


In vendita presso:

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... e in tutti gli store 

mercoledì 6 giugno 2018

Perché si scrive











Si scrive, fra le altre cose, perché hai tanta roba dentro e devi fare spazio, perché i tuoi personaggi hanno un gran bisogno d'aria, perché ci sono mondi che tu hai visto, ma che gli altri non ci han fatto caso. 
Si scrive perché quella storia che hai intuito solo con la coda dell'occhio merita un seguito o perché sei seduto su un treno, e quello scorcio di paesaggio sporcato dal vetro del finestrino ti ha collegato insieme un paio di sinapsi piuttosto distanti fra loro. 
Si scrive perché tanto quella storia l'hanno già scritta tutti, ma secondo te non era così che la dovevano scrivere, perché il mondo è pieno di storie che aspettano solo qualcuno che le renda presentabili e perché, per una volta, vuoi essere tu a tirare i fili del destino. 
Si scrive perché vuoi cominciare da dove un altro avrebbe finito o perché vuoi finire dove un altro avrebbe cominciato.
Si scrive perché quella cosa non interessa a nessuno, e invece tu sei sceso di sotto e l'hai vista da vicino. Che sorpresa quel baccano, la polvere, le grida e quell'odore di sudore sano, come un nugolo di ragazzetti esagitati dietro ad un pallone.
Si scrive, secondo me, perché ci sono in giro un mucchio di persone interessanti che non sono esistite mai, come Madame Bovary, Capitano Achab o Terese Raquin. Passano gli anni e continui a sentire parlare di Renzo e Lucia, di José Arcadio Buendia o Dona Flor con i suoi due mariti. Ci deve essere una dimensione parallela dove questi sono diventati immortali, e nemmeno invecchiano più, non  oltre a quel tratto di penna dispettoso che gli aveva disegnato una ruga sulla fronte, un naso gigantesco o una gamba di legno. Chissà come se la passano il tenente Drogo, quel Montag o quel Jean Baptiste Grenouiolle?
Carol Gerber. Io, per esempio, vorrei conoscere Carol Gerber, ma anche Frannie Goldsmith o Beverly Marsh, se è per questo. Non sarebbe male se qualcuno dei miei personaggi potesse farmi avere notizie, che portasse loro un saluto.
Si scrive perché si ha invidia di quelli che si arricchiscono scrivendo. Certo, usano delle lingue diverse dalla nostra, che rimbalzano da un continente a quell'altro e che alla fine riescono a materializzarsi in immagini, fumetti e canzoni. 
Si scrive perché è impossibile farne a meno e perché, ogni volta che qualcuno comincia a leggere un tuo libro o attacca un tuo racconto, si riaccendono le luci su quei luoghi e su quei personaggi. Questi ultimi si svegliano, escono dall'animazione sospesa che li aveva costretti a dormire, si sgranchiscono e cominciano a ricomporre la storia che li riguarda.Ogni volta un po' diversi, si vestono dei panni che il lettore vede bene addosso a loro e cambiano un po' il volto, la statura ed il tono della voce, poi si girano intorno e non riconoscono più il posto, inondato da quel raggio di sole che quell'ultima volta non c'era o da quel venticello freddo che fa venire voglia di coprirsi. 
Ecco perché si scrive, perché il seme del mondo che hai sotterrato germoglierà ogni volta con una pianta leggermente diversa, ed il miracolo si compirà di nuovo.

venerdì 1 giugno 2018

Una settimana da paura...


UNA SETTIMANA DA PAURA



Dal 4 giugno, su tutti gli store, l'ebook di CHILOMETRO 53 sarà in offerta, per una settimana e a meno di un euro...


ROBERTO CAPOCRISTI
C H I L O M E T R O   5 3 

Genere Thriller - Hard boiled

 - Giovane Holden Edizioni -  


Un'offerta che non potete rifiutare...





mercoledì 30 maggio 2018

Premio Bukowski - Inediti di ordinaria follia



Il 30 giugno, a Viareggio, parteciperò  alla finale del Premio Bukowski - Inediti di ordinaria follia - Sezione Romanzi. 



Roberto Capocristi

-  A sud  -



come sempre mi sono divertito come un bambino a scrivere il libro e, come sempre, sono orgoglioso del lavoro fatto. 






domenica 13 maggio 2018

Non ne sono sicuro. Racconto breve di Roberto Capocristi - Racconti dal Piemonte 2018















Quando ho scritto il racconto era  novembre, e si sentiva ancora nell'aria l'odore acre degli incendi. Avevano appena carbonizzato le montagne della Valle di Susa, partendo da mani criminali organizzate secondo una logica perversa. Erano passati otto giorni e avevano finito con l'arrivare fino al fondo valle. Io li avevo visti nascere, quegli incendi, crescere nel caldo generando una nebbia di cemento e avanzare contro il vento. Un bel giorno, una domenica, erano arrivati fin giù, a bussare sulla porta della mia dimora e noi, fra vicini di casa di quella piccola borgata fuori città, ci eravamo svegliati di buon mattino, armati di accessori più o meno potenti ed eravamo andati a sfoltire il bosco, coricare quegli alberi che avrebbero potuto farsi amplificatori del disastro. Poi erano arrivati gli elicotteri e, quello militare, coraggiosamente si faceva scaldare la fusoliera nelle fiamme. Ogni volta, passando col suo cestello radente al suolo, faceva tremare i vetri e terrorizzava i gatti. E infine l'ordine che non avremmo mai voluto sentire: l'ordine di evacuazione. Tutti, compresi i nostri quattro amici felini.
Nel racconto non ho voluto parlare del susseguirsi degli eventi, che pure meriterebbe tanta letteratura, non ho voluto sostituirmi ai giornalisti, che pure avevano fatto bene il loro lavoro (non tutti per la verità: qualcuno delle grosse testate aveva dovuto essere tirato per le orecchie). Non ho voluto rivivere la mia storia e nemmeno rivedere a volo d'uccello gli innumerevoli scorci di esistenza che quella settimana di fuoco e fumo aveva fatto palpitare .
Non ne sono sicuro è un racconto breve che parla di uomini, delle loro miserie, della meschinità che li spinge ad accendere il fuoco in cambio di vile denaro. Non pretende di esaminare il fenomeno in modo scientifico, di individuarne i responsabili e nemmeno di dare spiegazioni plausibili a quanto accaduto. Non ne sono sicuro gratta sotto la crosta, mette a nudo il marcio nell'anima, scava nelle emozioni.
Era novembre e avevo deciso di mandare il racconto al concorso dell'Historica Edizioni. 

Chi volesse leggerlo potrà comprare l'antologia dei racconti degli scrittori piemontesi, al Salone Internazionale del Libro di Torino o richiederlo in qualsiasi libreria.

mercoledì 9 maggio 2018

Abbiamo fatto l'Italia. Adesso dobbiamo fare i lettori...






I lettori nel nostro paese sono scarsi di numero. 
Non lo dico io, ci sono in merito delle statistiche piuttosto eloquenti. Se ci fosse ancora bisogno di una conferma, basta pensare a quei posti dove prima c'era una libreria (e invece adesso c'è un negozio di autoricambi o un rivenditore di intimo in franchising), e alle facce non sempre sorridenti dei rari librai sparsi qua e là. 
Al centro commerciale, per esempio, quello dove per parcheggiare devi marcare a uomo il tipo col carrello (nella speranza che ti ceda il suo prezioso posto dopo avere caricato l'auto), esiste sempre la grossa libreria della grossa casa editrice, e quello è l'unico posto in cui puoi fuggire dalla calca della domenica, dall'orda barbarica degli acquisti di Natale, dall'apocalisse zombie. Fra le mura rassicuranti della libreria, in un'atmosfera quasi bucolica, potrai trovare la tua oasi di pace, mentre il mondo fuori ribolle come il cratere di un vulcano.
Pur essendo poco numerosi lettori esistono. 
Abbiamo foto, video, testimonianze rilasciate da persone vere, rese anonime dai pixel sul volto e dalla voce alterata. Abbiamo anche le immagini di alcuni soggetti in carne e ossa, sorpresi guardinghi e sfuggenti con la borsa piena di volumi. 
Scrivendo, e avendo come ogni scrittore l'esigenza di vendere il più possibile, mi sono fatto un'idea di quali siano le tipologie più ricorrenti dei lettori e da quali spigolosità del carattere siano rese così particolari. 
Proverò a elencarle, cercando di usare un tono un po' canzonatorio e sperando ovviamente di non offendere nessuno (nel caso me lo direte e io mi scuserò):




QUELLI DELL'AUTORE UNICO





Sono assai numerosi. 
Nutrono una passione spontanea e incorruttibile verso un autore ben preciso e tendono ad arricchire la loro libreria quasi unicamente con i titoli del loro beniamino. I più numerosi sono i Kinghiani ma non mancano gli adoratori della Rowling, i Fabiovolisti e i seguaci di Dean Koontz. La pagina facebook di James Patterson, per esempio, ha oltre tre milioni e mezzo di contatti. Quelli dell'autore unico, qualche volta, sono resistenti alle altre proposte letterarie e tendono a rileggere più e più volte il medesimo libro. C'è chi è arrivato anche a dieci letture, compresa la versione in lingua originale e la curiosa edizione scritta in cirillico. Quelli dell'autore unico non si lasciano mai sfuggire la ristampa con la nuova copertina, la costosissima prima uscita pagata a peso d'oro su e-bay e il romanzo tradotto da quel preciso interprete. Un po' li capisco. Io, per esempio, ho una fissa per King, amo alla follia Koontz e mi sto prendendo un'infatuazione per Lansdale. Ma i nostri amici, quelli a livello patologico, non si accontentano del pur prolifico autore unico. Molti tendono a comprare i romanzi scritti dai parenti del beniamino, quelli buttati giù a quattro o sei mani e quelli evidentemente affidati a ghost writer piuttosto poco ispirati


QUELLI DEL LIBRO UNICO
                                               
                                               


Lo so, sto contorcendo la lama nella piaga sanguinante. 
Mi dispiace farlo, ma l'argomento andava prima o poi affrontato.
Quelli del libro unico te li trovi davanti in libreria sempre e unicamente quando hai fretta. Accorrono qualche giorno prima di Natale e si accalcano attorno alla pila di libri, quella che un minuto prima ha fatto inciampare la vecchietta col bastone. Stavano andando all'outlet, ma la coda fino all'angolo li ha convinti a rimandare. Arrivano, bancomat in mano, e si precipitano sul tormentone della stagione. Qualche volta, se va bene, è un buon romanzo che ha riscosso il successo meritato. In altre occasioni, invece, la montagna di volumi che oscura la vetrina sulla via dello struscio e il sole del pomeriggio, è la biografia di un calciatore più o meno a fine carriera o la raccolta delle battute meglio riuscite di un comico di tendenza. C'è poi il solito libro del conduttore Tv che esce tutti gli anni da almeno mezzo secolo e quello del cuoco, che ti insegna come cucinare la solita pastasciutta ma impiegandoci sei ore di lavoro.  
Quello del libro unico, di solito, si fa incartare il pacco per un regalo e qualche volta sfoglia altri volumi, per poi posarli con la promessa di tornare a comprarli. Non sarò certo io a dirvi che, la gran parte delle volte, si dimentica in un minuto dei propositi di acquisto.




QUELLI DELLE FASCETTE





Sono dei buoni lettori ma hanno scarsa fiducia nel loro intuito. 
Arrivano in libreria più o meno preparati, avendo ascoltato qualche dibattito e letto svariate recensioni dei libri in uscita e sono anche ben disposti a spendere qualche soldo dedicando il tempo che ci vuole per gironzolare fra gli scaffali. Quelli delle fascette, nella maggior parte dei casi, sono animati dalle migliori intenzioni ma poi, per pigrizia, finiscono col comprare solo i libri armati della fascetta. 
La fascetta sul  libro è il sogno di ogni scrittore. Qualche volta riporta lo stralcio della recensione di un celebre giornale, la battuta di una celebrità o la raccomandazione di un cantante in voga. Non manca il giubilo per le millemila copie vendute e per l'enorme successo occorso nelle centosettantacinque lingue in cui il libro sarebbe stato tradotto. 
Le fascette sono diaboliche. 
Qualsiasi mezzo di persuasione contengano, riescono a catturare l'attenzione di quelli delle fascette e a convincerli. Ci sono cascato io stesso e vi giuro, nonostante l'opinione autorevole riportata sulla fascetta in questione, a casa sono rimasto un po' deluso, non ritrovandomi le promesse scritte in rilievo sulla diabolica appendice e perdendo un po' di stima  verso quell'autore che l'aveva compilata. 



QUELLI DEL COMPRO MA POI NON CE LA FACCIO A LEGGERE

              



Credo siano una moltitudine, centinaia  se non migliaia.
Comprano, scaricano, accorrono alle fiere e riempiono carrelli. Quelli del "compro ma poi no ce la faccio a leggere", sono capaci di accumulare decine e decine di titoli per poi abbandonarli sugli scaffali, passando di tanto in tanto dinanzi all'esercito di anonimi dorsalini per poi andarsene con un gigantesco senso di colpa. I soggetti come "quelli del compro ma poi no ce la faccio", hanno il merito di mantenere in vita l'asfittica editoria nostrana ma l'esecrabile colpa di lasciare sfiancare i personaggi dei romanzi, che scalpitano inutilmente fra le pagine chiuse.



QUELLI CHE CHIEDONO TROPPO SPESSO I LIBRI IN PRESTITO





Voglio pensare che non abbiano idea di quanto lavoro ci sia dietro una pubblicazione, che non sappiano che lo scrittore non è quasi mai un riccone, che non siano al corrente che, in presenza di scarse vendite, la carriera di un bravo autore può comunque interrompersi. 
Quelli che chiedono i libri in prestito hanno un bidone dell'immondizia al posto del cuore  (cit.) e sarebbero capaci di gioire per un rigore dubbio fischiato fuori casa al novantatreesimo minuto di una partita memorabile (sfogo di rabbia). 
Quelli che chiedono il libro in prestito, probabilmente, non sanno che le royalty dell'autore sono calcolate sul prezzo di copertina, decurtato dagli sconti del libraio, dalle tasse, dalla spettanza della distribuzione (che qualche volta si mangia la metà del valore) e dai diritti dell'editore. Parliamo di centesimi a copia.
Mi chiederete se mi stanno simpatici.
Sì, perché molti miei lettori l'hanno candidamente ammesso in mia presenza e no, non erano tenuti a sapere quanto sfruttamento ci sia intorno ai diritti d'autore. 
Be', ora lo sanno.

giovedì 3 maggio 2018

CHILOMETRO 53 - Salone Internazionale del Libro di Torino


In attesa del nuovo thriller in uscita a settimane:




Chilometro 53



Salone Internazionale del Libro di Torino


Giovane Holden Edizioni
Padiglione 2 - Stand H05 -G06







La vita sceglie la musica, noi scegliamo come ballarla
John Galsworthy


Chilometro 53 è un vecchio bar sperduto in mezzo al nulla, un tempo al servizio di un distributore di carburante oggi abbandonato. Sopravvive nell’attesa dei soliti clienti e di qualche turista finito fuori strada. La cifra indica l’esatta distanza del posto dal capoluogo.
Lo gestiscono Giovanna ed Edoardo, compagni di scuola diventati amanti. Insieme si leccano le ferite di due vite naufragate; lei in costante crisi economica e con alle spalle un matrimonio disastroso, lui ex attore di successo, senza più un ingaggio e legato alla flebile speranza di rimediarne uno.
Una sera, al momento della chiusura, un corriere della malavita si ferma al bar e muore, lasciando una misteriosa valigia che i due decidono di tenere. Sarà l’inizio di una caccia senza esclusione di colpi, con banditi armati fino ai denti, persone senza scrupoli, traditori e killer prezzolati. Il prezzo da pagare sarà alto e per sopravvivere non sarà sufficiente la volontà di farcela.
Con uno stile serrato e asciutto Roberto Capocristi riesce a delineare i contorni di una storia appassionante per i meccanismi psicologici che sono in gioco.

venerdì 13 aprile 2018

Alla ricerca dell'ispirazione





«Sì, evviva, potrei scrivere un libro sugli zombie! Saccheggerei migliaia di pagine di letteratura e cinema, tanto cinema. Pensa che il primo film sugli zombie risale addirittura al millenovecento... Aspetta che vado su Google e...»
«Ma risparmiati i polpastrelli! Saccheggeresti soltanto del materiale che altri hanno già saccheggiato. Non faresti che riproporre la solita minestra riscaldata.»
«Sicura?»
«Perbacco, certo che sono sicura!»
«Quindi gli zombie, no. »
«Che marciscano in pace.»
« E un poliziesco con l'ispettore, come lo vedi?»
«Intendi il solito ispettore che sta sulle palle al distretto intero, fuma senza ritegno, si attacca alla bottiglia come fosse la tetta di sua madre, ha moglie e figli che si rifiutano di vederlo e quando il caso si arena decide di fare giustizia da sé?»
«Un ispettore tipo quello, ma senza la tetta della madre. Potrebbe farmi scadere la cosa nell'incesto.»
«Lascia stare...»
«E perché?»
«Perché è un cliché, che piace per l'amor di Dio, ma è un cliché...»
«Patologo, allora! Un patologo forense che risolve i casi. Io peraltro conosco un patologo. Non dico che mi porterebbe in luna di miele all'obitorio, ma qualche dritta sulla professione sua e qualche particolare raccapricciante me lo darebbe. Magari lo invito a cena...»
«Ma ce ne sono a migliaia!»
«Di patologi che risolvono i casi?»
«E chi se no?» 
«Ma io gli incollo un vizio...»
«Dopo i libri di Bukowski non esiste più vizio che regga.»
«Un difetto di nascita, allora. Lo faccio dislessico!»
«Esiste già...»
«Un patologo dislessico?»
«Non proprio. E' un ispettore, ma che differenza fa!»
«Posso dire una parolaccia?»
«No!»
«Merda!»
«L'hai detta!»
«Dopo l'ispettore dislessico ne avevo diritto. E se invece virassi sul serial killer?»
«Uhm, un po' sfruttato ma sempre interessante...»
«Lo faccio speciale...Ah, ecco, senti che idea. E' un serial killer che non sa di esserlo. Voglio dire, dissocia. Sostituisce la sua persona immaginandosi un energumeno che attraversa la provincia desolata con un vecchio furgone...»
«Già fatto...»
«Davvero?»
«Oh yes!»
«Un serial killer senza casa. Uno che si apparta nelle dimore altrui e...»
«Arrivi in ritardo, mio caro!»
«Che gira disarmato e che quando deve uccidere la sua vittima, improvvisa.»
«Già fatto.»
«E chi sarebbe sto genio?»
«Te lo direi ma non posso. E’ lo stesso autore di questo racconto e finirebbe con l’essere squalificato»
«Leggerò qualcosa di suo.»
«Dovresti, è bravo...»
«Un serial killer che uccide le vergini!»
«Oddio!»
«Gira mascherato!»
«Bleah!»
«E' un religioso invasato.»
«Ma dai! Ti arrendi?»
«No, maledizione! Scriverò una storia con femmine fatali, malavitosi, vampiri e demoni che si rincorrono allegramente in mezzo ai grattacieli di una metropoli!»
«Dimenticavi i lupi mannari...»
«Non funzionerebbe, vero?»
«Magari sì, se fossimo nel 1948, un po' prima dell'avvento della televisione.»
«Macchine infernali, epidemie letali, colpi di stato interplanetari...Un organismo xenomorfo parassitoide extraterreste che da solo stermina l'equipaggio intero di un grosso cargo spaziale...»
«Ma a chi la vuoi dare a bere?»
«Non funziona?»
«Eh no, bello!»
«Fammi pensare. Dovrà venirmi un’idea, prima o poi...Ho trovato. Un'enorme biblioteca, piena di libri con su scritti i nomi di tutte le persone vissute e che vivono su questa terra...»
«E con le loro date di nascita e di morte, magari...»
«Eh, magari! Perché stai ridendo? Ah, ho capito, già fatto. Proviamo allora con la storia di un bambino che parla con i morti,  un cimitero indiano che riporta in vita le salme, una ragazza frustrata con poteri di telecinesi, un'epidemia dove son tutti morti ma quelli della base artica non sanno niente. Una storia con un cadavere conservato in un frigo, una spedizione in Amazzonia che scopre l'albero della vita al centro dell'ecosistema, una società dove si bruciano i libri, un albergo abbandonato fra le montagne, uno che ha un incidente in auto e viene curato da una strana infermiera...Dei giovanotti che si avventurano alla ricerca di un cadavere?»
«Dai, non ti lasciare andare. Devi stare tranquillo e vedrai, ti verrà un'idea. Adesso sei stressato e non caverai niente da quella testolina. Ora è tardi. Devo improvvisare qualcosa da mettere sotto i denti e poi esco. Ho il corso di yoga, sai?»
«E invece io sono triste...»
«Per questa cosa dell'ispirazione? Non ci pensare e vedrai che andrà meglio. Adesso non ti offendere, ma devo proprio andare...»

Quest'oggi la mia amica è stata cinica, più del solito. 
La lascio quando è ormai concentrata per individuare in fondo alla dispensa qualcosa che sia pronto in meno di dieci minuti, e in soli cinque giri di cucchiaio. 
Sul pianerottolo, con la porta ormai chiusa alle mie spalle, sprofondo nei suoni confusi di un paio di televisori, inconsapevoli messaggeri della medesima bugia. Scelgo di non prendere l'ascensore e affronto gli otto piani  calpestando dei gradini intonsi. Sembra che non siano invecchiati affatto, e che abbiano conservato in loro un po' dell'odore di quegli anni, quando le palazzine si sostituivano ai prati con la medesima velocità con cui la notte si alternava al giorno. Mi faccio un'idea di quali pietanze riscaldate siano state preferite per quella sera  e mi stupisco che l'inquilino del terzo piano stia intonando una canzone sul sottofondo odoroso di un soffritto. 
Fuori la solita strada, che sembra non avere ancora digerito il traffico del pomeriggio.
Una teoria di passanti sfida la morte, con la testa china e il volto appena rischiarato  dal riflesso opaco del marciapiede.
Un paio di ciclisti affronta il verde del semaforo con una tensione sotto pelle che si avverte a distanza. Lui, pedalata quadra e spalle curve, punta dritto al controviale dalla parte opposta. Lei lo segue, rannicchiata nervosa nella sua tutina grigia.
Il mendicante all'angolo non se ne è ancora andato e la barbona sotto il palo della luce sembra avere trovato compagnia.
L'uomo d'affari arriva minaccioso, mantenendo il centro esatto del marciapiede. Brandisce la ventiquattrore come un ariete e la segretaria lo segue con il fiato che le raschia in gola. E' stanca e cammina combattendo con i rigori di una gonna troppo stretta. Ha le ginocchia a X  che convergono ineleganti verso il centro, un tacco alla pericolosa ricerca di un tombino in cui infilarsi e negli occhi la voglia di tornare a casa, e di farlo il prima possibile.
La mamma fa fatica a tenere a bada il bambino capriccioso. Cinque anni, forse sei, e una cascata di decibel da sfogare nelle orecchie degli sventurati intorno. La donna si scusa con un sorriso stentato, appoggiato sulla faccia come se fosse posticcio. 
L'ambulante con le caldarroste potrebbe confezionare ancora qualche sacchetto, ma è stato sistematicamente ignorato da tutti i passanti. Vado oltre, percependo netto lo spartiacque fra delusione e rabbia. La ragazza alle mie spalle, vent'anni portati male e una formula di chimica organica a rimbalzare confusa nel cervello, si ferma davanti alle caldarroste, indugia e se ne va senza averle comprate. 
Passo l'edicola con una mummia al suo interno, la vetrina di una cartoleria senza più fiducia in se stessa e la polverosa collezione di un antiquario.
Finalmente raggiungo le scale della metro e mi catapulto nell'inferno dell'ora di punta.
Il treno, in un frastuono, ha già bucato l'aria satura della stazione e mi accoglie dentro un'atmosfera di caldo irreale e puzza di freni.
Nel vagone un reggimento amorfo di esseri umani è attirato dallo schermo del cellulare. Ondeggia, sincronizzato ad ogni movimento, e talvolta sente il bisogno di un appiglio. Una selva di mani si proietta ovunque, alla ricerca del sostegno giusto. L'uomo con gli occhiali di tartaruga sbaglia mira e spettina i capelli color neve della vecchina con il cane in braccio. Lo scambio di scuse e convenevoli è condito da una nauseante amalgama di ipocrisia e buone maniere.
La ragazza dall'altra parte della carrozza  è metaforicamente nuda. 
E' priva del telefono o di un compagno per conversare. Il finestrino sporco non riflette l'immagine del suo bel viso.
Ci guardiamo, attraverso i pochi metri che ci dividono e le mille storie di vita racchiuse nelle cerniere lampo. La immagino sotto un ombrellone di paglia, messo a dimora nella sabbia calda e bianca di una spiaggia tropicale, con la brezza leggera che anticipa il tramonto, il riflesso del sole sul bagnasciuga e una spianata di nuvole rosse sull’orizzonte. Per un attimo, percepisco un soffio che attraversa i suoi capelli neri. Accenna un sorriso, timido, disegnato con tratto leggero dietro al ricordo evaporato di un lucidalabbra.   Sembriamo fatti l’uno per l’altra, ma non troviamo il coraggio di parlarci.
Quando arriva la mia fermata, troppo presto e all'improvviso, scendo con  due solide certezze.
La prima è che non vedrò mai più la ragazza della metro.
La seconda è che ho avuto un'idea per un libro.
Sarà ambientato nelle strade della mia città e sarà un horror.


giovedì 5 aprile 2018

Vita dello scrittore poco conosciuto. Lo stress e i suoi fratelli...
















3,2,1..Pronti...via...


Sta per uscire il mio quarto romanzo.  
E' un thriller, ma non un thriller qualunque. E' costruito partendo da un presupposto spinto, che si basa sull'idea di una cospirazione globale, una roba da mettere in difficoltà i menagramo di mezzo cyberspazio e pure una bella quota di teorici del complotto. L'editore è maledettamente serio, lavora come i giapponesi e mi trova i peli nell'uovo. Una meraviglia. Mi concentro sul libro, dico, mando via un altro manoscritto a cercare fortuna a un concorso e mi applico come si deve per fare uscire il migliore prodotto possibile.




Farò promozione. Non so come ma avrete presto mie notizie.
Intanto formatto una specie di fotografia con slogan. Non so quanto possa essere suggestiva ma ci metto mezz'ora a prepararla. Sono anni che mi riprometto di procurarmi un programma di grafica decente ma ancora non l'ho fatto. Per la verità dovrei rimediare anche qualche lezione su come usarlo.

Nel frattempo mi propongono di pubblicare il mio quinto romanzo.
Sono felice come un bambino ma la mia parte razionale emerge prepotentemente e obbietto. Non  perché non abbia fiducia in quello che ho fatto, ma perché immagino sia difficile persuadere le librerie ad affiancare sugli scaffali due libri dello stesso autore poco conosciuto, e contemporaneamente. Sapete com'è: se non vai ogni domenica a fare la bella statuina al salotto serale in Tv o se non arrivi minimo dal Galles, i centimetri quadrati dell'espositore si riducono di dimensione, come una maglia di lana dopo un lavaggio sbagliato.
Insistono e finisco con l'accettare.
Adesso devo promuovere due prodotti e la cosa mi crea un patema d'animo grande come il continente occidentale.




Il quinto romanzo è un thriller canonico, con un tiro davvero notevole e un paio di colpi di scena che sfido chiunque. In attesa di vederlo prendere forma, decido di bruciarmi i nervi e di scrivere un nuovo romanzo in venti giorni.
Non so da quale neurone del mio cervello sia partita la malsana idea ma ci riesco, la cosa mi costa un  mezzo esaurimento nervoso ma cribbio, ora ho la prova che tengo la strada come un trazione integrale e giro al ritmo di un buon diesel ben rodato. Ho adocchiato un concorso dove non si vince nulla, se non un vacuo progetto di futura pubblicazione ma, per dei motivi che ancora devo interamente comprendere, mi piace. Intanto mi giustifico, convincendomi che era ora di scrivere una storia narrata in prima persona e che ero eccitato all'idea di mettere giù un testo sboccato e politicamente scorretto. Faccio una busta ben pasciuta e spedisco il tutto sotto gli occhi increduli della postina.
Nel frattempo lavoro, il lavoro vero, intendo.
Nel frattempo passo le sere a correggere le bozze e a seguire i film col solo audio. Non è male, alcuni ci guadagnano.
Nel frattempo arriva una proposta di pubblicazione per il mio sesto romanzo.




E' ferma da un po' di anni ma io adoro quella storia, le ho voluto bene come a una figlia La riscriverei tale e quale solo per provare le emozioni che provai allora.
Dalla casa editrice mi chiedono di eliminare un capitolo e di cambiare il  titolo. E' azzeccato, dicono, ma qualcuno ci ha già pensato. Il capitolo finisce cestinato ma sul titolo ho delle riserve. Non ho la prova ma posso giurare di averlo pensato per primo. Ricordo che, quando lo scrissi, indagai il web in lungo e in largo per vedere se qualcuno ci avesse già pensato. Google sentenziò con una risposta negativa e Google, porca miseria, è uno che sa il fatto suo e soprattutto sa gli affari degli altri. Il libro, l'odioso libro che mi ha soffiato il titolo, arriva dall'Argentina, e deve essere stato recentemente tradotto in italiano. Provo un po' di odio e, per darmi importanza, immagino i Sudamericani che si fanno beffe di me, cucinando carne alla griglia spessa tre dita e ridendo senza ritegno dell'Italia che non andrà ai mondiali. Non so come finirà la cosa ma nel frattempo, e per fortuna, il progetto è congelato.




E poi devo scrivere. Non riesco a farne a meno, soffro.
Butto giù un racconto, lo mando a un concorso e, dopo un paio di mesi, mi arriva una proposta di pubblicazione. Ne scrivo un altro con l'intenzione di mandarlo a una rivista che mi è stata simpatica a pelle, salvo poi scoprire che la medesima è fallita.
Non ho idea di cosa farmene. Per la verità non ho idea di come piazzare un'altra mezza dozzina di racconti, che superano tutti i quindicimila caratteri spazi compresi (il limite oltre al quale diventano improponibili in qualsiasi contesto). Scemo io, avrei dovuto pensarci prima!

Da qualche mese avevo completato una raccolta di racconti con l'intenzione di autopubblicarmi e dare il ricavato in beneficenza. L'avevo intitolata Crash Test, avevo già individuato una possibile copertina e una ben precisa sequenza dei capitoli. E' andata a finire che non l'ho pubblicata (pare che certe opere pie non abbiano poi tutto questo bisogno di soldi). Nel frattempo scopro che qualcuno ha già usato il titolo. Peccato, di quella cosa ne parlavo già tre anni fa nel mio secondo romanzo e mi ero ripromesso di trasformare in realtà quella mia fantasia.





Ma come ho appena detto, devo scrivere. Inizio un romanzo con venti protagonisti, gatto randagio e dee jay in stile "Guerrieri della Notte"  compresi nel pacchetto. 
E' ambizioso, mi piace e scorre via liscio come l'olio. Per non sbagliarmi metto giù la mappa del paese immaginario dove si sviluppa la storia e addirittura mi disegno le piantine degli interni. Scrivo quattro capitoli e poi mi fermo. Si fa strada l'idea che di romanzi corali e ambiziosi ce ne siano anche troppi e che forse il lettore abbia bisogno di storie più immediate;
in prima persona;
indicativo presente;
veloci e poco impegnative;
senza troppi ragionamenti e implicazioni sentimentali.
Ogni sera vado a dormire con la convinzione di avere messo a fuoco l'idea da sviluppare. Al mattino la boccio prima ancora di avere tirato l'acqua.
Una storia scritta al rovescio;
una vicenda imperniata attorno al furto di un dipinto;
la revisione artistica del mio primo vero romanzo, da proporre con un nuovo titolo dopo averlo ritirato dal commercio;
un thriller del quale non vi rivelo nulla perché poi mi si frega l'idea;
una faccenda con veleni e antidoti da fare venire mal di testa;
una vicenda che prende spunto dal deep web.
Forse è meglio se torno sul mio paese immaginario, con i suoi venti protagonisti più il gatto ed il dee jay.




Ho le idee confuse.
Intanto perché mi metto a scrivere il post a mezzanotte e poi per sbaglio lo pubblico, ancora da finire e addirittura senza averlo riletto. Chissà cosa avrà pensato il mio misterioso ammiratore russo, che fa visita al mio blog praticamente ogni notte. Spero non l'abbia letto e spero non si tratti di quel tale che fa vincere le elezioni a partiti presi a caso.

Mi viene il dubbio di avere lavorato troppo in questi anni e di ritrovarmi con un eccesso di materiale. Mica ho l'ufficio stampa,io, e nemmeno l'agente che mo sbriga le incombenze.
Se ti pubblicano il materiale poi devi venderlo e ti viene l'ansia.
Quando lo hai venduto e ricevi le gratificazioni dai lettori, senti che meriteresti più successo e ti viene l'ansia.
Se non trovi un editore disposto a pubblicare il tuo materiale, ti viene l'ansia.
Se non scrivi accumulando alcuni megabyte di parole, ti viene l'ansia.
Dovrei riposarmi ma l'idea mi fa venire l'ansia.
Nel frattempo torno alla pagina di satira con la quale collaboro e scrivo cazzate a nastro, così l'ansia la faccio venire agli altri.
Mi perdoneranno, lo so, e la cosa mi fa sentire meglio...