venerdì 14 settembre 2018

Il centro commerciale, la domenica...










Sei appena uscito dal centro commerciale. Fa un caldo di Dio e provi quella sensazione di suole appiccicate sull'asfalto. 

La tangenziale, che circonda l'areale come un cappio, fuma tipo un fuoco spento a secchiate o un cerino consumato, e tu spingi il carrello. Cigola e tira a destra, come al solito. I clienti di prima hanno dimenticato lo scontrino pizzicato fra le griglie. Per quanto ti impegni, per quanto esamini l'aggeggio come una formula uno ai box, riesci sempre a prendere quello con la convergenza fatta male o con i cuscinetti della ruota ridotti in ghiaia. 

Niente di che, ti mancavano il dentifricio e la carta igienica, e volevi un paio di pizze surgelate da mettere via per quelle cene da improvvisare in fretta. La cosa, però, ti è scappata di mano e alla fine ti hanno asciugato centosettanta euro dalla carta di credito. 

Sulle prime non la vedi, semmai la percepisci.

E' così vicina che basterebbe un alito per spingertela addosso, puzza come un vulcano ed è silenziosa come un killer nella nebbia. 
E' lei, è la macchina nera. 
La ignori ma non puoi fare a meno di percepire qualche pulsazione che si aggiunge alle altre e un altro po' di sudore che cola sotto la maglietta. E allora allunghi il passo, affondi la mano in tasca alla ricerca delle chiavi e svolti nella corsia laterale del parcheggio. La convergenza del carrello non ti aiuta ma tu spingi e riesci a passare oltre a quella berlina blu, quella buttata con tre ruote su quattro nel parcheggio dei disabili. 
Ma è domenica. 
La tua squadra del cuore ha giocato il venerdì sera e la passeggiata in montagna è rimasta nelle tue intenzioni. C'è più pancia che cuore, ormai, le tue scarpe da trekking sono a seccare nel fondo del ripostiglio e la bicicletta avrà sicuramente le ruote sgonfie.
La tua auto è in fondo, a cuocere sotto un albero che non ha nessuna intenzione di crescere e che si apparenta con un suo simile con il fusto inciso dalle iniziali di due innamorati. Non sei mai stato bravo a valutare ma è distante trenta metri almeno.
Ti chiedi come sia possibile che gli architetti abbiano disegnato aree piantumate a verde, con chiome larghe e ombrose e figurine di famiglie felici, uomini in bombetta e signore con l'ombrello sullo sfondo di un parco giochi e poi, puntualmente, ti ritrovi sopra un distesa di cemento rovente e cocci di mattone che si dividono lo spazio con le erbacce. 
Ma è domenica, il parcheggio è grande come il Nebraska ma niente, non c'è un posto nemmeno a pagarlo e i mariti impazienti consumano la batteria del cellulare sistemati in seconda fila e i cani pisciano sui cerchi in lega e le padrone sfidano l'aria condizionata per decidere il colore del costume, la prova più dura. E anche i bambini sono dentro, ad annegare nel mare di palline colorate sotto lo sguardo attento del solito addetto, quello della domenica prima, e prima ancora e della primavera piovosa con le auto che ti scaricavano le pozzanghere addosso. Giureresti di averlo visto affettare il salame, o guidare il muletto, o correre alla chiamata del diffusore interno con un sentore di sudore che partiva dallo svolazzo azzurro del grembiule.
Giureresti ma non te ne importa nulla: probabilmente non avrà nemmeno una fidanzata.
E l'auto nera si avvicina. 
Senti le gomme che si masticano la strada e la ventola in sottofondo. Si affianca. Il finestrino scuro scende e lascia scappare una mischia di suoni bassi in Dolby Surround. E' lì che non capisci, è lì che quella voce che arriva dall'abitacolo ti fa strizzare gli occhi.
Ma è domenica e il carrello tira a destra e per poco non va a baciare la portiera della macchina nera. L'uomo al volante scosta il gomito e ti guarda inviperito.
Poi gli passa. Forza un sorriso come se si sollevasse le guance con il cric e lascia scappare un alito di caramella. La donna seduta accanto si preoccupa di apparire cordiale ma tu scorgi solo una scollatura con il segno dell'abbronzatura e il principio di un collo.
Ti fermi.
Ti fermi e ti accorgi che la macchina nera non è la sola. La segue un codazzo di utilitarie, suv, e mononolume che traboccano di bambini impazienti. Al fondo della fila, incastrata da una manovra senza apparente soluzione, una signora suona il clacson e manda al diavolo il mondo intero.
L' auto nera si avvicina ancora. 
Ti ha seguito per tutto il parcheggio e insieme a lei la metà delle vetture immatricolate nell'ultimo lustro. A guardare meglio non si capisce dove finisca la fila.
" Va via?"
Il sorriso tenuto con il cric barcolla e la mano lasciata penzolare fuori picchietta la carrozzeria con le dita.
" Scusi?"
" Dicevo: va via?"
E' domenica. Probabilmente lo svincolo della tangenziale sarà ingozzato e il casello invalicabile. Probabilmente ti avranno già soffiato il posto sotto casa e ti toccherà fare due giri con i sacchetti. Le porte scorrevoli del centro commerciale sono paralizzate dal passaggio dei clienti. E' vero, qualche volta lo stupido dispositivo che le comanda tenta di farle chiudere, ma è domenica, e i due pannelli proprio non riescono a venirsi incontro.
" Sì...sì, sto andando via" e indichi la tua auto come per giustificarti.
" Bene. Allora mi prendo il parcheggio..."
A quel punto il finestrino si richiude. Fine della donna senza volto e del trionfo di suoni bassi esasperati dal subwoofwer. Fine delle speranze di altri mille, anonimi automobilisti, tanto liberi di andarsene dove vogliono, quanto prigionieri di quella tonnellata di lamiera e gomma.
Ma è domenica.
Ti sei abituato alla cacofonia dei clacson. Carichi la spesa, sali in auto, accendi e cominci la retromarcia. La macchina nera ti marca stretto, così tanto che devi fare attenzione a non raschiare il paraurti. Ti senti stupido per avere fatto una manovra di troppo di fronte a tutta quella platea. Ti sembra di avere sentito qualche insulto volarti addosso.
Ma è domenica. 
Sei partito, non hai fatto in tempo a girare l'angolo che già la macchina nera si è infilata al posto tuo.
La coppia col carrello e il bambino a cavalcioni nel cestello, non sembra darsi tanta pena. Come a un funerale, un station wagon grigia la sta seguendo senza fare rumore. 
A giudicare dalla situazione, gli altri dietro dovranno fare ancora tanti giri.

martedì 11 settembre 2018

E' con la solita, immancabile emozione, che annuncio il mio quinto romanzo. La sesta destinazione

fra soli due giorni...








Inverno, una città del nord, la vita di qualcuno che cambia improvvisamente.
Cinque persone ricevono per sbaglio altrettante mail. Non lo sanno ancora, ma i messaggi contengono la formula chimica di un veleno capace di uccidere, sia nel breve che nel lungo periodo.
Accade tutto così in fretta che i destinatari della trasmissione sbagliata cominciano a essere eliminati dai killer della cospirazione,  che subito si accorge del suo grossolano errore.  Qualcuno riesce a sottrarsi al proprio destino, aiutato dalla fortuna e da una potente organizzazione, che  si serve di moderne tecnologie e informazioni di spionaggio.
Lucio, il suo amico Alex, la bella Francesca e Stella, dividono l’incubo con altri, colpevoli di essere casualmente finiti sulla loro strada. Imparano presto che il mondo sta per cambiare, che il veleno è già stato diffuso e che i suoi effetti si vedranno molto presto. Considerati preziosi testimoni,  tenuti nascosti e spostati di continuo, riescono a sopravvivere, ma presto dovranno fare i conti con la feroce determinazione dei loro nemici.

Con il tempo che passa e che non concede seconde occasioni, su una scacchiera che si estende fra il nord Europa e i tropici, il futuro dell’umanità è nelle mani di pochi, scaltri giocatori.




Come nella migliore tradizione della narrativa apocalittica, che ha ne L’ombra dello scorpione di Stephen King il suo esempio più rappresentativo, il titolo è un romanzo capace di travalicare il genere e colpire al cuore del lettore, andando a scavare nel lato di tenebra dell’animo umano. E l’umanità che Capocristi mette in scena è una scacchiera dove tutti sono sacrificabili, un esercito di marionette condotte alla morte dalle mani di burattinai senza scrupoli. Orchestrato come una sinfonia macabra dove gli eventi precipitano e dove il lieto fine è solo un’illusione, condotto attraverso una narrazione sincopata che miscela thriller, complotti cospirativi, sprazzi horror e disilluso pessimismo, il testo è la tragica ed ineluttabile conclusione delle nostre speranze.






giovedì 12 luglio 2018

Scrivere la musica...


...ma non sul pentagramma. 
E no, altrimenti sarebbe troppo facile!

Eppure, raccontare le canzoni nei libri, è una cosa che fanno in molti. 
Prendiamo Stephen King, per esempio. Sono ricorrenti le situazioni dove un juke boxe sta suonando sullo sfondo di una conversazione, dove un'auto passa attraverso il paese con i finestrini abbassati che fanno scappare un pezzo di rock'n roll, dove un passante a testa china lascia intuire quel brano di Fats Domino sgranocchiato dalle sue cuffie, dove una scopata memorabile è accompagnata dal dj di notte che imbrocca una hit dopo l'altra. Io, per esempio, ci avevo provato nel mio thriller Freezer, immaginandomi una cover band al lavoro nel fumo di una birreria, la solita Dirty Old Town che è presente in quasi tutti i miei romanzi...

Senza troppi convenevoli avevano scopato nel parcheggio, quella sera stessa, mentre all’interno una band massacrava un repertorio vintage che comprendeva pezzi di estrazione rock-pop e musica italiana. Lui aveva contato i brani, uno per uno: Dust my broom, versione degli ZZ Top, tre minuti e sette secondi, Proud Mary, Creedence Clearwater Revival, tre minuti e dieci, Let Spend the night togheter, Rolling Stones, tre e trentasette, Black Betty, Ram Jam, …cinque interminabili minuti e trenta. Stuck in the middle whith you, degli Stealers Wheel… Era arrivato fino all’assolo, e quello gli sembrava di averlo suonato con le sue mani. Aveva avuto una misura della sua prestazione sessuale mentre, sotto di lui, quella ragazza appena conosciuta disegnava ghirigori con l’unghia sul finestrino dell’auto, ormai completamente appannato. 





E i bar malfamati raccontati da John Lansdale? 
Prima che Hap & Leonard si mettano a menar le mani, c'è sempre modo di immaginarsi la chitarra di Robert Johnson che esegue un blues strascicato e triste dagli altoparlanti sgangherati di una vecchia radio.
Insomma, la musica nei libri funziona. Se il repertorio di gesti e comportamenti alla fine si esaurisce e diventa un po' ripetitivo (tamburellò le dita sul piano della scrivania - aggrottò le sopracciglia un po' preoccupato - ridusse gli occhi a due fessure - dipinse una smorfia agli angoli della bocca - sbuffò - si mise a giocherellare con il lobo di un orecchio, e via dicendo), piazzare una, per così dire, "suggestione musicale" nel bel mezzo di una scena, ha una rotondità tutta sua e la capacità di farsi ricordare.


«Dai Giò, dimmi la verità!»
«Solo se dopo ti farai tagliare barba e capelli.»
«Questo non succederà mai!»
Lei prese il telecomando sul comodino e accese la TV, che era sintonizzata su un canale musicale. In quel momento la Steve Miller Band aveva appena cominciato a suonare Rock’n me. 
«Mio padre…Era fatto così…»
«In che senso?» Domandò lui, che quasi si era pentito di avere sollevato la questione.
So keep on rock’n me baby, keep on a rock’n me baby…
«Nel senso che lui, le donne, le voleva dimesse, castigate e obbedienti alla parola del Signore…»

...e in quel momento, mentre scrivevo Chilometro 53, la canzone della Steve Miller Band suonava su You Tube e mi dava soddisfazione. L'idea che qualche lettore potesse non conoscere il pezzo, l'averlo incuriosito e ipotizzare che infine l'avesse cercato sul tubo, be', mi solleticava.
E se poi la cosa diventa un pretesto per dare qualche utile informazione:

Edo si mostrò pentito e tentò di cambiare discorso, proprio mentre in televisione partiva il video di Harlem shuffle dei Rolling Stones, con tanto di cartone animato introduttivo. Ancora una volta si rese conto che Keith Richard aveva messo sotto sopra il mondo del rock, semplicemente togliendo una corda alla chitarra  e scordandone un’altra.






Come dico, funziona! 
Gli odori possiamo descriverli ma la musica, quella no. E' incisa, si può scoprire e riscoprire. Secondo me due amanti che flirtano predispongono al buon umore e anzi, se dall'altra parte del parabrezza abbiamo un paesaggio provenzale, e i piedi sul cruscotto e la voglia di vivere che ci viene incontro, una bella canzone non può che rafforzare l'atmosfera. E così, nel mio secondo thriller , Interno 1, ho pensato di fare lavorare l'autoradio di serie sulla Mini Countryman:

Percorsero un lungo ponte attraverso il lago, illudendosi per un paio di minuti di essere a bordo di un aliscafo, poi si tuffarono su una strada veloce che assecondava sinuosa i saliscendi del terreno, al centro di un panorama di montagne brulle. Paul Stanley cantava Hold me touch me, un lento strappa mutande che raggiungeva la sua apoteosi con un assolo di chitarra manierato e leccato per bene. Luca sottolineò la perfezione del bending a metà esecuzione, erigendo il dito indice e descrivendo una virgoletta nell’aria.





Ricordo che al cinema, il primo regista ad abbinare una musica sdolcinata a immagini di violenza fu Lucio Fulci, artista nostrano troppo poco apprezzato e ispiratore dell'assai più famoso Quentin Tarantino (avete visto la scena della morte di Shosanna che si accompagna con la musica di Morricone? Se non l'aveste ancora fatto, vi consiglio caldamente di procurarvi "Bastardi senza gloria" e di vederlo al più presto). 

Che dire, secondo me fa la sua porca figura e ho adoperato l'espediente in qualche occasione, tipo nel mio thriller L'occhio del cervo, che uscirà prima della fine dell'anno:

Tentò di improvvisare una preghiera, attingendo al magro repertorio dei ricordi del catechismo, con quella suora antipatica che non mancava mai di rimproverare la sua esuberanza. Alla seconda frase mormorata fra le labbra chiuse, l’uomo la interruppe, accendendo una vecchia radio a pile con l’antenna spuntata. Era impolverata e doveva giacere su quello scaffale di legno da almeno vent’anni, in compagnia di una lunga fila di bottiglie di alcool. Erano ordinatamente allineate, con tutte quelle fiamme sullo sfondo arancione e la scritta 95° in mostra sulle etichette.
Dopo la breve introduzione di un Dj con la voce baritonale, i Faith no More cominciarono a cantare Epic. Per quanto l’altoparlante di quell’apparecchio potesse gracchiare, la struttura del riff emergeva con tutta la sua potenza e il rap scandiva le sue parole con decisione. 
L’uomo si inginocchiò di fronte a lei e si fermò a odorarne la paura. Mise il tappo del pennarello in bocca e lo strappò letteralmente con i denti. Dalla punta blu arrivò un sentore di solvente. 
«Ti piace Tolstoj, ragazza mia?»
L’aveva letto l’anno prima, attingendo alla ricca biblioteca di casa sua. La Sonata a Kreutzer, si intitolava, e l’aveva scelto perché era il meno voluminoso fra tutti.  «No…non lo so…non ricordo» tentò di interpretare un’emozione nel gelo di quegli occhi. «Mi piace. Sì, mi piace» piagnucolò.
«Bene, allora sulla tua bara scriverò un aforisma di Tolstoj…»

E così via.
Nel mio nuovo, appena uscito e ancora verginello, Una notte per non morire, mi piace l'idea di sentire suonare i led Zeppelin a tutto volume, con la Gibson Les Paul di Jimmy Page che ti trapana il cervello con il suo suono nasale e quel batterista, John Bonham,  che pesta come un fabbro. Godo a immaginare Robert Plant che si lamenta come una cagna in amore. E quella hammond. Ti insegue su per la strada e la senti che vorrebbe farti suo... Oh my god! Avrebbero detto loro...

Aveva da poco aggirato l’obelisco.
Il cinema monosala, appena passata la piazza grossa, prometteva di sbocciare al sabato sera prossimo venturo, con un horror adolescenziale girato in soggettiva. Il negozio di dischi non vendeva dischi e il libraio chiacchierava col titolare della concessionaria della telefonia mobile di certi problemi di salute legati all’eccesso di zuccheri nel sangue mentre, dalla radio del negozio di intimo in franchising,  i Led Zeppelin suonavano un blues: said i’ve been crying, yeah. Oh my tears they feel like a rain… Baby, since I’ve been loving you...
Avvertì la lieve salita della strada come fosse la parete nord del Kangchenjunga e quel peso nella tasca: una bomba termonucleare innescata e pronta a vaporizzarlo nell’aria. 
Doveva arrivare in cima, attraversare il borgo medioevale e ridiscendere verso la zona residenziale dopo avere percorso i portici della parte ottocentesca della città. A quel punto avrebbe provato un po’ di invidia per le numerose case con giardino, piscina e berlina di lusso abbandonata davanti al cancello. Per il momento un acciottolato incerto sotto i piedi e in senso contrario pedoni frettolosi. L’assolo di Jimmy Page, intanto, si confondeva in lontananza con l’oroscopo del giorno che usciva da una radio locale lasciata suonare al bar. Il segno del leone, oggi, avrebbe avuto a che fare con una persona meschina. Lui era della vergine: che fortuna, pensò.


Ecco, adesso ho veramente molti dubbi che un negozio di mutande in franchising possa preferire i Led Zeppelin a Young Signorino, ma a me piace così, al mio mondo piace così.






E poi c'è la musica classica: sempreverde, oserei dire eterna. 
Anche se non tutti lo sanno, la musica classica ha il vantaggio di non generare nessun onere in merito ai diritti d'autore, trattandosi quasi sempre di compositori trapassati molti anni prima.

Brindarono con del Louis Roeder del 2006, servito in calici di cristallo, mentre in sottofondo trio di musicisti eseguiva impeccabilmente l’opera 100 di Schubert.
La sindrome di Stendhal, che inevitabilmente colpiva Leonardo all’ascolto di quel capolavoro di purezza ed essenzialità, si impossessò nuovamente di lui.  Una giovane donna bionda, di una bellezza statuaria, attraversò l’ampio salone, proprio mentre il violinista faceva sfoggio del suo talento. Vestiva un abito di velluto nero, che le fasciava i fianchi e si intonava perfettamente con lo Steinway nero che eseguiva l’accompagnamento sotto le mani abili di un pianista in frac... 

Quindi sì, mi sento di dirlo, come musicista fallito e come instancabile collezionista di dischi: la musica nella narrativa non suonerà proprio come su un vinile collegato al migliore amplificatore valvolare del mondo, ma avrà l'indubbio merito di aiutarci a sognare.




mercoledì 11 luglio 2018

Una notte per non morire

Ognuno è artefice del destino: lo può indirizzare a proprio piacimento... Anzi no, il destino è ineluttabile, scolpito nella dura pietra e sarà del tutto inutile tentare di dominarlo...


Secondo me, invece, il destino è solo un artista a corto di fantasia. Si limita a puntare il compasso in un centro che sceglie a caso, lo allarga secondo una misura a suo piacimento e comincia a girare, in un senso o in quell'altro. Per fare aumentare il numero delle variabili, farà ruotare l'attrezzo con una velocità ogni volta diversa. Intersecherà altri cerchi, più o meno grandi e più o meno calcati. Il punto dell'intersezione potrà essere l'incontro di due anime affini, lo scontro con delle anime nere, la condivisione di un pezzo di strada con una persona della quale si ignorava l'esistenza. Potrà essere un proiettile calibro 45 che arriva assieme a una nuvola di vetri rotti. Il destino è onesto, scarabocchia i suoi cerchi e si prende tutto il tempo necessario per chiuderli. Se ti agiti sul foglio, calpestando nel buio le linee curve, rischierai di non capirci nulla, di raschiare il fondo della notte, di morire.
Ecco perché conviene mettersi in alto, lasciare penzolare le gambe dal cornicione del quindicesimo piano e aspettare...








In versione ebook e presto in cartaceo

https://www.amazon.it/Una-notte-non-morire-Adrenalina-ebook/dp/B07DNM6W5K/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1531302220&sr=8-1&keywords=capocristi

lunedì 9 luglio 2018

Cinquanta sfumature di tattica

Ci avete fatto caso?
Sono sicuro di sì.

L'aumento esponenziale del numero degli scrittori ha creato un vero e proprio indotto. Sono aumentati gli editori, gli spazi per l'esposizione nei saloni dedicati (e di conseguenza anche gli introiti di chi organizza gli eventi) e, non ultimo,  il fatturato delle tipografie. 
Purtroppo, a causa di un effetto collaterale piuttosto prevedibile, sono calate le vendite, si è paurosamente ridimensionata la qualità ed è crollato il numero di centimetri quadrati che i librai possono mettere a disposizione del prodotto. Inoltre, il tempo di cui quest'ultimo potrà godere per restare nel classico posto al sole, magari dentro una vetrina del centro e accanto all'ultima creatura di qualche mostro sacro d'oltreoceano, si conta ormai col cronometro dei centometristi. 
Questa offerta in continuo rialzo ha fatto anche in modo che si moltiplicassero tutte le iniziative propedeutiche alla produzione di un libro, tipo le agenzie letterarie più o meno serie, i blog in argomento, le pagine sui social che promettono di dare visibilità e quello sgomitare poco elegante, che i vari autori mettono in pratica per farsi notare nel cuore dell'area di rigore. 
E qui sono arrivato al punto.Voglio usare una metafora calcistica perché, secondo me, mette a fuoco il fenomeno meglio di qualsiasi altra cosa.


L A   T A T T I C A 





Partendo dal presupposto che nessuno nasce imparato, che si deve essere umili sempre e che si deve prestare attenzione a chi ne sa di più (e pure di meno perché ammettiamolo, anche chi dice cazzate a nastro riesce a imbroccare qualche verità ogni tanti minuti di sproloquio), ascolto da anni le disamine più diverse sul come aumentare le vendite, presentarsi in pubblico, proporsi on line, costruirsi un cartonato accattivante da piazzare sulla porta di tutte le librerie, pronunciare solo frasi che passeranno alla storia dopo che qualche scalpellino le avrà scolpite nel marmo. Diventare un monumento.

Le correnti di pensiero sono diverse ma mi sento di riassumerle in tre grandi tronconi:






Il pensiero positivo. 

Ovvero autosuggestionarsi che tutta la storia della letteratura, da Ariosto in poi, è stata unicamente un riempitivo, le majorettes prima della partita, il gruppo spalla un po' fracassone che precede la grande star, cioè tu. Questa forma di pensiero presuppone sorrisi continui a numerosi denti, tinta o rinfoltimento della capigliatura qualora necessario, ingenti spese dall'estetista e un autentico salasso per rivolgersi al fotografo professionista, per mettere a fuoco degli scatti da mostra dell'arte. Presuppone anche la presenza a ogni evento mondano, con un codazzo di veline serventi a seguirti ovunque e una reperibilità H 24  per rispondere alle lettere plaudenti dei tuoi fan, che non dovrai mai deludere. E infine, ma non per ultima cosa, dovrai anche procurarti una costosissima penna d'oro Mont Blanc, per autografare le copie vendute ad ogni singolo evento mondano (sempre con il fedele cartonato piazzato sulla porta della prestigiosa sede e le veline ossequianti a congedare i tuoi fan con un sorriso).










Il pensiero negativo. 

Vale a dire proiettarsi nell'ordine di idee che lo scrittore avrà qualche flebile speranza di successo solo dopo morto, che un mostro gigantesco e ingordo si mangerà ogni singolo centesimo che faticosamente avrà guadagnato, che solo alcuni eletti si meriteranno l'attenzione dei lettori. Occorre levarsi dalla testa che si possa essere fortunati. Qualunque autore di successo non sarà delle tue parti, non parlerà la tua stessa lingua e sarà infinitamente più dotato, ispirato, intuitivo, accompagnato sulla strada dell'immortalità da un suo speciale angelo custode, con le ali rigide come la copertina di un best seller. 

Il pensiero negativo non propone alternative, si limita a scuotere la testa suggerendo tattiche di difesa a oltranza, nella  speranza assai vana di trascinare ai rigori gli imbattibili avversari. Diciamo che se hai Cristiano Ronaldo in campo, quelli del pensiero negativo ti suggeriranno di richiamarlo in panchina per fare entrare Crisantemo. 
Quelli del pensiero negativo, inoltre, diranno che è tutto inutile, che sei brutto, scoordinato, inopportuno, che parli mangiandoti le parole, indisponi i tuoi potenziali lettori con un'alzata di sopracciglia  e che, a ogni presentazione del tuo libro, le tue ascelle avvelenano la sala con il loro odore troppo presente. 





Il pensiero costruttivo. 
Ovvero spaccarsi di fatica curando ogni dettaglio apparentemente insignificante. Dovrai sfogliare tutti i tuoi cartacei per scoprire la singola pagina con l'orecchio, quella T maiuscola stampata male al capitolo 21. Dovrai evitare di adoperare lo scotch da discount per appendere le locandine delle tue presentazioni. Dovrai andare alla ricerca di quel maledetto post scritto da ubriaco quattro anni prima su facebook, dove ti era scappato un qual è apostrofato. Sarà tuo carico convincerti che ogni fallimento sarà imputabile a te, e solo a te e ogni successo sarà merito del dio lavoro o al massimo di qualcun altro. 
Il pensiero costruttivo, calcisticamente parlando, non fa gol.
Se il centravanti avrà avuto l'ardire, l'intuizione felice e la rapidità di pensiero di segnare perché la palla passava di lì, dovrà essere immediatamente richiamato in panchina e sostituito, colpevole di avere interrotto la faticosa applicazione della tattica e del lavoro di tutta la squadra calciando maldestramente il pallone in rete. Il pensiero costruttivo non ammette il talento: lo considera un antipatico incidente di percorso da cancellare immediatamente.




Insomma, ho scherzato ma fateci caso, ascoltate per bene tutti questi contenuti, seguite con attenzione i forum di discussione e sono sicuro che mi darete ragione. 
Nel mare di parole, idee e concetti e ragionamenti e previsioni e contraddizioni cui avrete modo di assistere, mai e poi mai troverete la ricetta magica per sperare di non passare nella galassia  degli scrittori come una meteora degli anni ' 80, la sola e unica risposta a tutti i problemi e cioè:




E S S E R E   B R A V I 

venerdì 6 luglio 2018

Il genio della massa - Charles Bukowski




Il genio della massa, Charles Bukowski






C’è abbastanza perfidia, odio, violenza, assurdità nell’essere umano medio

per rifornire qualsiasi esercito in qualsiasi giorno

E i migliori assassini sono quelli che predicano la vita

E i migliori a odiare sono quelli che predicano l’amore

E i migliori in guerra – in definitiva – sono quelli che predicano la pace

Quelli che predicano Dio hanno bisogno di Dio

Quelli che predicano la pace non hanno pace

Quelli che predicano amore non hanno amore

Attenti ai predicatori

Attenti ai sapienti

Attenti a quelli che leggono sempre libri

Attenti a quelli che o detestano la povertà

o ne sono orgogliosi

Attenti a quelli che sono sempre pronti ad elogiare

poiché hanno loro bisogno di elogi in cambio

Attenti a quelli pronti a censurare

hanno paura di quello che non sanno

Attenti a quelli che cercano continuamente

la folla; da soli non sono nessuno

Attenti agli uomini comuni alle donne comuni

attenti al loro amore,

Il loro è un amore comune

che mira alla mediocrità

Ma c’è il genio nel loro odio

c’è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti

per uccidere chiunque.

Non volendo la solitudine

non concependo la solitudine

cercheranno di distruggere tutto ciò

che si differenzia da loro stessi.

Non essendo capaci di creare arte

non capiranno l’arte.

Considereranno il loro fallimento, come creatori,

solo come un fallimento del mondo intero.

Non essendo in grado di amare pienamente

considereranno il tuo amore incompleto

e poi odieranno te

e il loro odio sarà perfetto.

Come un diamante splendente

Come un coltello

Come una montagna

Come una tigre

Come cicuta

La loro arte più raffinata


domenica 1 luglio 2018

A Sud



Non si sa perché ma tutti, prima o poi, vogliamo andare a sud. 
Ci deve essere una bussola nella testa di ognuno di noi, una bussola con l’ago che punta nella direzione contraria...


A Sud

Roberto Capocristi








martedì 19 giugno 2018

è arrivata l'ispirazione...








...perciò mi siedo al computer, regolo lo schienale della poltrona, subodoro le correnti d'aria, valuto il disturbo di fondo del televisore nella stanza accanto, del frigo che si accende più del solito, del gatto che sgranocchia le crocchette e del vicino, che si ostina a falciare un prato grosso come il Tennessee con un tagliabordi da giardino.
Lo vedo sudato, con la canottiera indossata al contrario, i peli a cespuglio sulle spalle e il rossore a  disegnare una mezzaluna sulla schiena. Non me ne curo.
Regolo nuovamente lo schienale.
Per pulirmi la coscienza verifico la posta di lavoro. Un cliente risentito per una mancata risposta potrebbe rovinarmi l'ispirazione, oppure rivolgersi altrove.
Nulla.
Cioè, non proprio nulla: un paio di petizioni, il rappresentante dell'energia con le tariffe più convenienti al mondo che è appena arrivato in città, donna russa cerca marito italiano, una sedicente banca che non è la tua e che ti consiglia di cambiare password.
Il vicino col tagliabordi deve essersi fermato sul limitare di un campo di cotone, dalle parti di Kingston Springs, e sta rabboccando la benzina. Quasi quasi le cicale riprendono a cantare ma  il 25 cc riparte ruggendo al secondo strattone di corda.
Notifica di Facebook sulla pagina autore.
Riduco a icona la pagina bianca, verifico e scopro di essere stato iscritto a un gruppo a mia insaputa. La ragazza sarda, nel frattempo, sfoggia gli occhiali nuovi e una scollatura non convenzionale. Scruto la foto per trovarle un difetto. Deluso, rimando alla prossima occasione.
Capitolo 1
Per evitare di riformattare da capo, salvo con nome il mio ultimo romanzo fortunato, inanellando una serie di X seguite da un 1 fra parentesi. Conservo la prima parola e cancello le altre settantaduemila. Mentre lo faccio vengo colto dal dubbio. Interrompo e vado a verificare di avere conservato una copia nel computer, una nell'hard disk esterno, una nella tripla chiavetta USB, una nel doppio cd rom e una nel cloud.
Regolo lo schienale, soddisfatto: le copie ci sono tutte e posso tornare a cancellare a cuor leggero le settantaduemila parole meno la prima.
Pagina intonsa.
Inserisco i caporali, la e maiuscola accentata e mi preoccupo di quel personaggio scandinavo che so io, e che, prima o poi, mi richiederà la O tagliata dano-norvegese. Per pigrizia medito di levare un po' di sapore al personaggio chiamandolo Mario e, mentre rifletto, il gatto mi salta sulla tastiera e mi lecca il mento col sapore di aringhe del Mare del Nord. 
La prima parola del romanzo è sua.
Memorizzo e mi chiedo se il vocabolo possa ritornare un giorno utile per il nome di una località di fantasia, affacciata su un fiordo pittoresco e con un grosso albergo abbandonato sulle pendici nevose del monte alle spalle dell'abitato.
Seconda sosta lavoro del vicino nel prato e decimo like alla ragazza sarda con gli occhiali nuovi. 
Arriva la mail di un collega con un allegato pesantissimo. Trent'anni fa avrebbe mandato in tilt i calcolatori della NASA, da solo.
Mi stiro, riposo gli occhi scrutando il fondo blu-foschia dell'orizzonte e medito se iniziare con un incipit da sogno, qualcosa che possa passare alla storia:
"Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo"
"Chiamatemi Ismaele"...
Ci devo pensare. Come le canzoni troppo belle, che relegano l'album intero a essere il loro contenitore per l'eternità (no? Allora provate a dirmi i titoli degli altri otto pezzi di Hotel California...), gli incipit troppo riusciti potrebbero diventare un aforisma fine a se stesso. Mica tutti sono Tolstoj.
Verifico che le foto delle location siano tutte nella cartella. Ci sono, e fanno compagnia alle planimetrie, alle mappe, agli appunti, alla bozza messa giù mentre aspettavo quel cliente in ritardo di un'ora e mezza, alla lista dei tre possibili titoli.
Mi sgranchisco. 
Il vicino rumoroso, il gatto invadente, quell'altro felino che ti guarda con risentimento perché la sua ciotola è vuota nel centro (che ci crediate o no, i gatti giudicano la quantità di cibo nella loro ciotola valutando quanti croccantini siano raggruppati al centro. Gli altri, accumulati sul lato o saltati fuori effetto bomba a mano, li lasciano totalmente indifferenti). 
Una notifica what's app vecchia di tre ore (ho voluto risparmiare sul led lampeggiante e adesso mi faccio una figura da cafone al giorno) e la lavatrice che parte con la centrifuga. Sfido chiunque a ricordarsi del numero massimo di giri fino al terzo giorno dopo l'acquisto.
Bevo, faccio qualche addominale, guardo con pigrizia la coppia di manubri da cinque e mi pento. La bici è ferma in garage, da troppo tempo perché possa trovare una scusa che non susciti l'ilarità dell'intero pianeta. Valuto di cambiarmi la maglietta. Sono colto dalla certezza che la colazione per il mattino dopo sia relegata a un paio di fette biscottate un po' datate ma rinuncio al progetto di un salto al negozio. Impossibile parcheggiare. Impossibile arrivare alla cassa senza avere dinanzi la famiglia previdente, con la scorta alimenti per l'apocalisse, in formula di andata, ritorno e tempi supplementari.
Scelgo un vinile da mettere sul piatto. Sarebbe meglio dire che ne passo in rassegna una trentina prima di accorgermi  che ho le idee poco chiare. Prog italiano, rock, hard rock, dark, fusion e blues. Decido di chiedere aiuto al tubo.
Il computer, intanto, è andato in stand by e sta per cominciare la partita.
Capitolo 1, a domani.

martedì 12 giugno 2018

Il quarto noir


ROBERTO CAPOCRISTI



UNA NOTTE PER NON MORIRE





E' il mio quarto romanzo. E' un noir con venature hard boiled. 
Parla dell'amore, della morte, della paura e del destino, che annoda tutto insieme rendendo la vita un meccanismo perfetto. 
Non possiamo sapere quanto sia ampio il cerchio e quando e come si chiuderà. Sappiamo che lo farà e che, qualche volta, conviene sedersi in alto per vedere cosa succede.

SINOSSI

Un portachiavi a forma di ippopotamo strabico e una chiavetta USB, oggetti misteriosi e, a loro modo, magici, sono i protagonisti delle vicende di questo noir italiano. Magici perché, nel momento in cui vengono in contatto con i personaggi del romanzo, ne cambiano definitivamente la vita, fino alle più estreme e fatali conseguenze.
Ne sanno qualcosa Alice, una bruna intraprendente che ama giocare col destino, che diventa l’inconsapevole burattinaia dell’intera vicenda, e Diego, veterinario sfigato, ma di bell’aspetto, col terrore di essere piantato dalle donne, che è costretto a lasciare da parte le sue ansie e a trasformarsi in un eroe alla James Bond.
Subiranno l’influenza di questi oggetti anche Josefine, alias Sabine, una ragazza giovane e ricca di sogni che, fuggita di casa a causa di un litigio, viene ingannata e costretta a prostituirsi, e il cattivo di turno, un malavitoso alla caccia della chiavetta USB e del segreto in essa contenuto.
Ma il vero eroe consapevole è l’aspirante suicida, che agisce come deus ex machina del romanzo: seduto sul cornicione di un palazzo, con i piedi a penzoloni nel vuoto, svela al lettore, in virtù della distanza non solo fisica che lo separa dalle umane vicissitudini, il segreto del romanzo, e cioè che il mondo, visto dal quindicesimo piano, appare molto più logico, ordinato e coerente di quanto non sembri ai suoi abitanti.


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mercoledì 6 giugno 2018

Perché si scrive











Si scrive, fra le altre cose, perché hai tanta roba dentro e devi fare spazio, perché i tuoi personaggi hanno un gran bisogno d'aria, perché ci sono mondi che tu hai visto, ma che gli altri non ci han fatto caso. 
Si scrive perché quella storia che hai intuito solo con la coda dell'occhio merita un seguito o perché sei seduto su un treno, e quello scorcio di paesaggio sporcato dal vetro del finestrino ti ha collegato insieme un paio di sinapsi piuttosto distanti fra loro. 
Si scrive perché tanto quella storia l'hanno già scritta tutti, ma secondo te non era così che la dovevano scrivere, perché il mondo è pieno di storie che aspettano solo qualcuno che le renda presentabili e perché, per una volta, vuoi essere tu a tirare i fili del destino. 
Si scrive perché vuoi cominciare da dove un altro avrebbe finito o perché vuoi finire dove un altro avrebbe cominciato.
Si scrive perché quella cosa non interessa a nessuno, e invece tu sei sceso di sotto e l'hai vista da vicino. Che sorpresa quel baccano, la polvere, le grida e quell'odore di sudore sano, come un nugolo di ragazzetti esagitati dietro ad un pallone.
Si scrive, secondo me, perché ci sono in giro un mucchio di persone interessanti che non sono esistite mai, come Madame Bovary, Capitano Achab o Terese Raquin. Passano gli anni e continui a sentire parlare di Renzo e Lucia, di José Arcadio Buendia o Dona Flor con i suoi due mariti. Ci deve essere una dimensione parallela dove questi sono diventati immortali, e nemmeno invecchiano più, non  oltre a quel tratto di penna dispettoso che gli aveva disegnato una ruga sulla fronte, un naso gigantesco o una gamba di legno. Chissà come se la passano il tenente Drogo, quel Montag o quel Jean Baptiste Grenouiolle?
Carol Gerber. Io, per esempio, vorrei conoscere Carol Gerber, ma anche Frannie Goldsmith o Beverly Marsh, se è per questo. Non sarebbe male se qualcuno dei miei personaggi potesse farmi avere notizie, che portasse loro un saluto.
Si scrive perché si ha invidia di quelli che si arricchiscono scrivendo. Certo, usano delle lingue diverse dalla nostra, che rimbalzano da un continente a quell'altro e che alla fine riescono a materializzarsi in immagini, fumetti e canzoni. 
Si scrive perché è impossibile farne a meno e perché, ogni volta che qualcuno comincia a leggere un tuo libro o attacca un tuo racconto, si riaccendono le luci su quei luoghi e su quei personaggi. Questi ultimi si svegliano, escono dall'animazione sospesa che li aveva costretti a dormire, si sgranchiscono e cominciano a ricomporre la storia che li riguarda.Ogni volta un po' diversi, si vestono dei panni che il lettore vede bene addosso a loro e cambiano un po' il volto, la statura ed il tono della voce, poi si girano intorno e non riconoscono più il posto, inondato da quel raggio di sole che quell'ultima volta non c'era o da quel venticello freddo che fa venire voglia di coprirsi. 
Ecco perché si scrive, perché il seme del mondo che hai sotterrato germoglierà ogni volta con una pianta leggermente diversa, ed il miracolo si compirà di nuovo.