sabato 7 agosto 2021

La lavanderia a gettoni




Le trapunte sono tre e si sa, il numero tre, qualche volta, è difficile da comprendere anche se si può contare su una solida fede. 
Quella per l'inverno è leggera e calda e tecnologica. È confezionata con quei tessuti che non hai capito ma dove certamente nessuno ha torto una piuma a un pennuto. Quella per la mezza stagione, invece, è pesante, solida come roba da campo militare e molto probabilmente più calda di quella per l'inverno. Quell'altra è bianca e leggiadra come una nuvola al principio dell'estate e davvero non si capisce quale sia la sua collocazione nell'arco cronologico dell'anno intero.
Lo chiederò a mia moglie.
Sono ammonticchiate sul divano della sala cinema, e da un po', perché in agosto l'inverno è un lontano ricordo e, seppure il nord-ovest nel 2021 non abbia mai per davvero sofferto il caldo, quella montagna di tessuto e finte piume era diventata parte del paesaggio e i gatti ci si erano pure affezionati. Quando mia moglie, per sbrigarsi, butta le trapunte nel vuoto delle scale e facendolo trascina via dalla parete un paio di quadri, i gatti sono sconvolti e preoccupati che quel pezzo del loro mondo vada via per sempre e anzi, uno annusa quel vuoto per cercare una spiegazione.

La lavanderia a gettoni è di una catena svizzera, che si vanta di essere svizzera e che anzi, sostiene che l'igiene sia curata come solo loro sanno fare, che i loro cestelli girino veramente rotondo e che il silenzio sia assicurato come dentro una cattedrale.  È piazzata in un posto dove si parcheggia davanti e vi giuro, ho visto professionisti abili, guaritori, ragionieri, maghi e negozi a buon prezzo che hanno fallito solo perché non si parcheggiava davanti. Gli svizzeri non sono stupidi, sapete,  altrimenti non sarebbero fuori dall'Europa, non avrebbero le banche piene di soldi e il privilegio di essere neutrali in guerra. 
Le lavanderie a gettoni non hanno mai funzionato per davvero, non in Italia, non nelle piccole città. È indiscreto e pericoloso riempire il cestello delle cose tue e puoi diventare una favola ed essere costretto a cambiare provincia se una di quelle cose è davvero troppo sporca, macchiata di giallo o peggio, di marrone e anche se la cosa è caffè o aranciata, tu puoi giocarti la reputazione e la stessa tragedia capita se la biancheria è bucata, e mentre si agita fra l'acqua e il detersivo si propone con tutta la sua imperdonabile decadenza proprio addosso al vetro e dell'oblò e sotto gli sguardi inquisitori di tutti i clienti.
Saranno pure svizzeri ma una della macchine è fuori uso e il rimedio è molto italiano; un pezzo di nastro in carta appiccicato sul bottone dello start assieme a un laconico avvertimento in pennarello con scuse allegate. Ma le altre funzionano, eccome,  e anche se la signora anziana con la mascherina abbassata ha occupato da sola il tavolo intero e la signora giovane aspetta che l'asciugatrice smetta di lavorare e la signora più giovane ancora, alla quale per pigrizia chiedo informazioni, mi risponde di leggermi le istruzioni, l'atmosfera è quella giusta. 
My beautiful laundrette, Big Bang Theory, Mr Bean, lo storico spot della Levis.  Insomma, la lavanderia a gettoni ha ispirato tanto cinema e nei paesi anglosassoni è un posto dove è normale fare quattro chiacchiere e dove sono sicuramente nati tanti amori ma qui nessuno ci caga.
Il tempo di girarsi e arrivano le prime, feroci critiche. Sono a voce bassa, come si conviene a un buon pettegolo: "quella trapunta è troppo pesante e scivola indegnamente sul fondo del cestello senza rotolare." Lo dice la signora con la mascherina abbassata ma non è vero. È solo invidia o quell'insopportabile senso di superiorità che scaturisce alla vista dei novellini e allora mia moglie va a verificare ma la trapunta rotola. Rotola e danza immersa in un profumo di fresco e io stesso posso constatare che tutto funziona alla perfezione, che gira tondo come il  mondo e allora lo faccio: scrivo una recensione sul quaderno degli appunti e me ne frego se la biro Bic è infettata da mille mani ma lo voglio dire. Nessun accenno alla lavatrice rotta perché sono un ruffiano ma la critica dura è diretta alla clientela: qui, la gente non è capace di farsi i cazzi suoi! 
E per fortuna se ne vanno. Riempiono le borse Ikea impiegandoci un'eternità ma se ne vanno. 
In tutto quel tempo, la trapunta pesante ha girato assieme al cestello senza mai perdere un colpo.
Il ragazzo spigliato, che ovviamente ha parcheggiato davanti, svuota un sacchetto Ikea in lavatrice, saluta ed esce. Evidentemente non teme buchi, scuciture o macchie compromettenti.
Il secondo ragazzo spigliato arriva e riempie la lavatrice con cura. Il sacchetto è Ikea e niente, mi convinco che questi appartengano a una setta. È uno sportivo e si vede: capi gialli fosforescente, arancione fosforescente, verde radiazioni nucleari. Jeans bassi, magliette aderenti e completo da ciclista. Le mutande di Batman. 
Saluta, se ne va e sono un po' invidioso delle sue mutande.
La lavanderia a gettone è bella. 
I panni sporchi non si lavano in casa, al massimo si lavano in Arno come diceva Manzoni e tutto è andato bene. Abbiamo ritirato le trapunte e  abbandonato le lavatrici al lavoro mentre mille pipistrelli subivano la centrifuga senza lamentarsi e siamo andati alla ricerca di un sacchetto Ikea.
I gatti, manco a dirlo, ci stanno guardando malissimo.

lunedì 24 maggio 2021

Pezzetti







"Credo di avere la gamba rotta..." dice, sforzandosi di infilare le parole fra i rantoli mentre i bottoni della camicia volano via. Quella fame d'aria fa pensare che qualche costola abbia impattato con il telaio duro del volante, che i polmoni siano stati accarezzati con gli artigli. "Guarda, guarda cosa vedi!"
Ma io non voglio muovermi. Senza sporgermi, distinguo una montagnetta di carne che spinge sotto il tessuto dei jeans, proprio là dove non ci dovrebbe essere. A guardare meglio, i pantaloni del mio socio sono impregnati di sangue, e piscio. L'odore arriva al naso insieme a quell'insopportabile puzzo di ferro rovente e benzina e plastica bruciata. Il parabrezza, ridotto a una ragnatela, inquadra un azzurro senza confini e l'olio del motore cola nel vuoto: plop...plop...plop. 
Posso solo immaginare che un sasso sporgente si sia infilato fra la ruota posteriore e il parafango e che il nostro appuntamento con la morte sia rimandato solo grazie a lui. Ricordo che mi sono tenuto forte mentre il furgone scivolava sul pendio di erba e fiori e che nulla avrebbe rallentato la corsa verso il precipizio e invece, proprio mentre i frammenti della mia vita scorrevano in mente a velocità folle, la tonnellata di lamiera e gomma si è fermata di colpo. Ricordo che il socio, come suo solito, non indossava le cinture. "Mi soffocano, mi fanno sentire come un bel cazzone dentro le mutande strette, capisci? Mi sembra di essere un pupazzo del crash test." diceva. È stato lì che gamba e costole sono partite.
"Senti, amico, sei messo male ma che importanza vuoi che abbia? Siamo agganciati a qualcosa che non dura e che ci prenderà in giro ancora per un po' prima di lasciarci andare."
La lacrima di dolore, cola fino a quando si mischia con il sangue uscito dal naso. Il respiro affannato lo risucchia e poi lo spinge fuori con grumi, bolle e rigurgiti da vulcano che finiscono per imbrattare la camicia senza bottoni. Quello che posso fare è augurarmi che gli avanzi una narice buona e passargli la cocaina che ho in tasca. È  chiusa in un involto di stagnola e doveva servire per non sentire il botto, per spegnere il fuoco che ti brucia dentro. Assieme a un paio di bicchieri di whisky buttati giù in un colpo, avrebbe anestetizzato le nostre anime.
"No, non ne voglio di quella merda!"
"Manderà il dolore a dormire e intanto vediamo se ci viene un'idea..."
Il solo pensiero di ribellarsi al nostro destino ha effetto sul baricentro e il furgone oscilla come un ubriaco sul marciapiede. Quello che vedo negli occhi del mio socio è un mix di terrore, rassegnazione e sofferenza. A scavare nel suo sguardo s'intravede il bisogno di pregare e la consapevolezza di non saperlo fare. Io mi risparmierei il fiato, evitando la vana ricerca di un posto in paradiso con i biglietti del bagarino ma lui, lui deve fare i conti con un cane cattivo che gli sbrana la tibia e con una mano pesante che preme sul petto.    
"Fatti una sniffata e vediamo di mettere insieme due teste che pensano."
Stringe i denti che pare di sentire i rumori della segheria e sporge la mano. "Dai...dai, mettine un po' qui...cazzo!" impreca, perché il movimento in avanti è piuttosto evidente e la carrozzeria pare stancarsi di morsicare quello spunzone che ci sta tenendo su. L'ammortizzatore scricchiola e il terreno si sfalda sotto il peso. A farci attenzione, si sentono rotolare nel vuoto le ruote davanti, e lentamente: gnick...gnick...gnick.
"Chi è stato a rubare questa merda di furgone?"
"Metti su la coca!" grida mentre sputacchia sangue sul parabrezza e agita pericolosamente la mano. Mi sforzo di improvvisare una striscia sul dorso ma mi riesce tutta storta e paurosamente carica. Senza discutere, porta la mano sotto il naso e tira su come uno di quegli aspirapolvere a gettone. "Cazzo, cazzo, cazzo! Ancora un po'. Ne voglio ancora e mi spuntano le ali!"
E non lo contraddico. Per prima cosa perché un paio d'ali a testa farebbero comodo e perché voglio evitare che il socio si metta a saltellare sul sedile. L'impegno è massimo e il risultato, chirurgico: cinque centimetri di felicità artificiale capaci di farti esplodere il cervello come un proiettile a punta cava. Il terrore m'invade, partendo dai testicoli, quando lui sbatte la nuca contro l'appoggiatesta e un rumore di barca in alto mare attraversa la scocca come un fulmine. Poi ancora l'azzurro oltre il vetro e quel senso di pace.
"Chi ha rubato il furgone? Vuoi davvero sapere chi ha rubato il furgone?"
"Forse...forse non è colpa sua. Chi è stato?"
"Ma chi vuoi che sia stato?"
"È stato lui, il Marcio?"
" E chi se no? Il Marcio, come tutte le altre volte, ha liberato un parcheggio senza che nessuno ci facesse caso e manco un cane si è preso la briga di controllare se il catorcio avesse i freni in ordine."
"Tu dici?"
"Sì, dico. Dico che ci hanno mandati in città a parcheggiare questa baracca con quattrocento chili di tritolo nel vano senza prima controllare i freni."
A fare certe cose non s'impara mai per davvero. C'è quella vocina dentro che ti rimprovera appena il tuo cervello fa un po' di silenzio e quel dolore che non fa mai pace con la pancia.  
E poi sono tutti dilettanti. 
Avevano le farfalle nello stomaco, prima, lavoravano, s'innamoravano e guardavano tramontare il sole, sicuri che il giorno dopo sarebbe stato migliore. Erano ragazzi, padri di famiglia e donne, ma con troppa guerra da digerire, troppe botte nelle ossa e troppe galere nei ricordi.  Nessuno li stava a sentire e allora, l'idea di buttare giù un palazzo gli era sembrata grandiosa.
"Finiremo nel burrone e moriremo. Quando arriveranno i soccorsi,  ci riconosceranno dai pezzetti, da quello che rimarrà." dice il socio, con le pupille dilatate come una padella.
Ho il magone piazzato in gola e sento il vento che accarezza le portiere e che presto, con l'arrivo del buio, si farà forte e allora niente potrà rimandare la fine. Ci sono certe situazioni che non hanno via d'uscita e noi, la nostra lotta e il nostro futuro, ci eravamo ficcati in fondo a un vicolo cieco. 
"Ci sono certe situazioni dove l'unica soluzione è sparire." mi dice mentre un barlume di saggezza l'attraversa come le acque placide di un grande fiume. "Ci sono certe situazioni, dove le cose sono tutte a posto, e se quelle cose sono un burrone e quattrocento chili di tritolo, sparire è facile. Ti va di sparire?" 
Potrei farlo. Potrei lasciarlo seduto con le sue ossa rotte, spalancare la portiera e buttarmi nel prato, aggrapparmi con le unghie nella terra e risalire il pendio fino alla strada. Darei uno sguardo ai segni delle gomme che la sterzata disperata ha impresso sull'asfalto e me ne andrei via. Ma il carico di tritolo esploderebbe e da lì a qualche minuto, un elicottero sorvolerebbe la mia testa e dopo poco sarei nella stanza degli interrogatori, con una lampada piazzata negli occhi e lo sbirro cattivo pronto a infilarmi un sacchetto di nylon in testa.
Ho le idee confuse ma temo che il piano del mio socio preveda un botto molto vicino al suo sedere e un cucchiaino per raccogliere quello che rimarrebbe di lui. 
Ora la carrozzeria non cigola, piange: gne...gne...gne. 
Sembra un neonato con la fame che gli morde lo stomaco, uno dei tanti che finiscono col morire. 
Conosco il posto e so che sotto il furgone c'è un salto di trecento metri e roccia e sassi grandi come camper e piante grasse piene di aculei che finirebbero il lavoro.
"Lasciami dei pezzetti." E quando lo dice, pare che la botta di cocaina sia stata messa in disparte da una volontà superiore. Ora il sangue cola sopra il mento e sul collo. Si è formato un laghetto nella concavità fra la scapola e la spalla e un livido color vinaccia si è esteso fino allo sterno e l'aria che sale dal precipizio s'infila nelle bocchette di aerazione e arriva fredda come un fantasma. 
Insiste. Ha visto spegnersi la luce nei miei occhi e un sudario grigio è calato sul viso. Adesso sono un libro aperto. "Lasciami dei pezzetti."
Perché io posso sparire, aprire la porta e saltare fuori e lo so, il mio movimento sarebbe sufficiente ad alterare il labile equilibrio che tiene su il furgone ma l'ho già detto, sarebbe una libertà breve, inutile.
"Salterà in aria tutto e lo sai che ti cercheranno vivo se non troveranno almeno un tuo pezzetto. Se invece troveranno qualcosa di te, non ti cercheranno e tu avrai tutto il tempo di nasconderti, fino a quando il mondo si sarà dimenticato della tua faccia, e di sparire. Quale migliore occasione per rifarsi una vita, per filare via da questa merda: SPARIRE."
Gioco con i miei capelli. Li ho lasciati crescere insieme alla barba ma so che non basterà tagliarne qualche ciocca. Ne troveranno alcuni, qua e là e tutti bruciacchiati ma non ci cascheranno. Il mio socio sfila il coltello dalla tasca e la lama schizza fuori con uno scatto repentino. " Almeno un dito e un pezzetto di carne." 
"Che...che cosa?"
"Scegli tu." e nelle mie orecchie si materializza quel rumore che non avrei mai voluto sentire: zac...zac...zac. 
Sparire è l'occasione più grande ma questa volta, i tagli, sono tutt'altro che metaforici. Vorrei che tutti lo potessero fare: scegliere qualcosa a cui si può rinunciare e poi volatilizzarsi, ma l'esistenza non è così magnanima e qualche volta ti accende i riflettori addosso quando tu non vorresti nemmeno esistere, ti cerca nei cantucci e ti stana come il gas nelle buche. Tiro su una botta di coca che vale un'anestesia e poi taglio.
È pelle, è carne, è una luce accecante che si materializza nella testa, è una salita di serpenti velenosi che si attorcigliano e affondano i denti.  È un coro di mille demoni. Sono ossa. Sono pezzetti che devo lasciare in pasto al tritolo. Alla fine, sembreranno bistecche dimenticate sulla griglia ma inganneranno gli investigatori.
Morto. Fatto a pezzetti dall'esplosivo che lui stesso avrebbe dovuto piazzare sotto un grosso palazzo. Giustizia è fatta.
Mi butterò di fuori, correrò fino al bosco e a metà del tragittò sentirò esplodere il furgone, e mille pezzetti di carrozzeria, e del mio socio e miei, precipiteranno dappertutto, per la terra, per le formiche, per i laboratori della polizia. Tanti piccoli sacchetti come quando si esce dalla macelleria.  E finirò di piangere e di sanguinare, con calma, sotto il primo cespuglio che incontrerà la mia fuga.
In fondo, qualsiasi cosa si decida di fare nella vita, si lasciano indietro tanti pezzetti.

martedì 27 aprile 2021

Non arriveranno mai




Claudio fa un gesto volgare, quello semplice da mettere in pratica e buono per tutte le occasioni.  
Chiude un occhio e il grattacielo bianco scompare dietro al dito. Non ha mai sopportato quel palazzo che somiglia a un frigorifero, e come dargli torto. Sembra precipitato da una galassia lontana in mezzo a una distesa di edifici bassi e rovina l'armonia cercata in anni di storia da architetti felici. Il resto della città tremola sotto la canicola del pomeriggio e le prime due bottiglie di birra sono finite. L'ombra del platano, da sola,  non basta  a raffreddare le sbarre in ghisa della panchina. 
“Non arriveranno mai.” dice, mentre si china per trascinare la borsa termica. Appena aperta, l'odore dei panini con il salame s'intrufola dritto nelle narici e ne approfitto per infilare la mano sopra quello più grande. È avviluppato dentro un involto di stagnola e c'è da giurarci: quando lo aprirò lo vedranno brillare laggiù, dalle vie del centro, dai ponti sul Po e dai parchi. Provocherò panico, è sicuro, molti si metteranno a correre e travolgeranno i meno fortunati come una mandria di bufali impazziti. Ribatto solo dopo che il tappo della Heineken è saltato via e ha rotolato per qualche metro in discesa prima di infilarsi nel tombino. “Per me arriveranno, invece.”
È stato così sempre. Che si parli di calcio o di donne, Claudio non  considera l'ipotesi di avere torto. Alza la voce senza accorgersene e guadagna qualche centimetro di panchina per intimidirmi.
“Dovresti leggere meno libri e pedalare di più. Non si tiene mezzo mondo sotto il tacco se non sei capace, e se sei capace meriti comunque rispetto, almeno su questa terra.”
“Quale rispetto? A me fanno schifo.”
“Non sono io a dettare le regole ma a quanto pare, in questo gioco, su questo tavolo e con questi giocatori, vincono e vinceranno sempre.” gli occhi verde smeraldo sono quelli di chi chiede una tregua armata e dicono molto di più delle rare parole, centellinate come un whisky di quelli speciali. Mi molla una pacca sulla spalla e chiarisce. “Non ci godo eh! È solo pragmatismo il mio.”
E invece a me salgono gli acidi su per la gola e rimedio con un morso al panino. Il salame Milano è sistemato in numerosi strati che il burro rende facili da addomesticare. Per il poco tempo avuto a disposizione, si può parlare di grande cucina o dell'ultimo miracolo. Il primo boccone va giù quasi intero, con un sorso di birra che lo insegue e ricaccia indietro il rigurgito di stomaco. Il secondo, me lo godo: mi calma come una carezza  e chiudo gli occhi per pensare a qualcosa di bello. 
L'oceano, per esempio. 
Io e Claudio eravamo stati abbastanza bravi e fortunati da cavalcare l'onda, dal principio alla fine della spiaggia, mentre Katy ed Eleanor correvano scalze per inseguire i nostri surf. Erano arrivate solo qualche secondo dopo, quando i muscoli eccitati dal mare tiravano come vele nel vento e i pantaloncini bagnati aderivano a tutta la nostra voglia di vivere. Eravamo noi, i vulcani di Maui che sembravano pronti a esplodere e le due meraviglie. 
Katy portava un costume celeste, talmente ridotto ai minimi termini che se l'avesse pagato a centimetri quadrati, sarebbe venuta via con l'articolo spendendo meno di mezzo dollaro. Eleanor aveva scelto un rosso tendente all'amaranto, con il reggiseno capace di sostenere l'abbondanza solo grazie all'elegante abbinamento di cordini bianchi che s'incrociavano sulla schiena abbronzata.
Quella sera avevamo mangiato in un ristorante sulla spiaggia. Mentre il tramonto incendiava il mare, il cuoco cucinava pesce sopra delle grosse pietre sul terrazzo e proponeva di annaffiare la cena con un bianco francese che sapeva di frutta o con certi vini dalle colline della California. I clienti arrivavano alla spicciolata mentre una band di cappelloni in camicia hawaiana eseguiva un repertorio surf rock che spaziava dai Surfaris fino ai Venture, e passando dai Beach Boys. L'arrangiamento di Sloop  Jonnb B, ricordo, era stato ipnotico:
Call for the Captain ashore
Let me go home, let me go home
I want to go home, yeah yeah
Ma certo non volevo tornare a casa, e nemmeno Claudio. 
Le nostre due amiche avevano ancora tanto da darci e non solo moralmente. 
Katy mi aveva tenuto sveglio fino al mattino e mentre tentavo di recuperare qualche ora di sonno, mi aveva sussurrato nelle orecchie tutte le canzoni che si ricordava. Veniva da New Orleans, Louisiana. Ricordo, diceva di preferire le onde enormi del Pacifico alle acque chete e melmose del Mississippi che s'insinuano nelle paludi per fare nuotare i coccodrilli. Era per quello, e perché odiava le zanzare, che passava tre mesi all'anno sulle spiagge intorno a Kahului e che per non farsi prendere dalla nostalgia aveva imparato a memoria tutto il repertorio di Fats Domino e si era addormentata anche lei mentre si sforzava di ricordare la seconda strofa di Blue Monday
Sunday mornin' my head is bad
But it's worth it for the time that I had
But I've got to get my rest...
Claudio sa leggermi nel pensiero. “Stai pensando a Katy?”
Chiudo gli occhi e la immagino seduta sulla spiaggia a scrutare il cielo, ma nel bel mezzo della notte. Sono sicuro che Eleanor sia con lei ad aspettare. “E tu stai pensando e Eleanor?”
“Sto pensando che è parte di quel sistema e che pur essendo una goccia nel mare, forse avrebbe potuto fare di più.”
“Perché non sono tutti così e non si meritano di essere ricordati come quelli che...”
Qualcosa esplode giù in città. 
Mortaretti, colpi di pistola o lacrimogeni della polizia. Non lo so ma il mio sedere sudato sobbalza sulla panchina. Le autorità non ammettono disordini perché loro la pensano esattamente come Claudio: non arriveranno mai. A giudicare dalla colonna di fumo che si solleva dal crocevia possono solo essere velenosi lacrimogeni. I telegiornali hanno cercato di rassicurare in ogni modo ma ormai tutti hanno imparato a capire quante balle raccontano. Negli anni si sono specializzati a leggere, recitando, qualsiasi comunicato e i loro erano del tutto simili al pensiero del mio amico:
- Non arriveranno mai -
Claudio si scola l'ultimo sorso della bottiglia e la butta oltre la siepe. La sentiamo infrangersi sull'asfalto del tornante e via, il tempo di formulare un pensiero ed eccolo con la schiena china a rovistare nella borsa. 
“Il bicchiere della staffa?” domanda agitando le ultime due bionde con la condensa del freddo sul vetro. Ho le gambe molli e un lieve mal di testa ma non mi tiro indietro. 
Uno stormo di aerei  militari sorvola le case con un boato e vira improvvisamente incontro al sole. La domanda arriva quando il rumore non si è ancora del tutto attenuato.
“Ti ricordi di Paul?”
Era il fratello di Eleanor, un ragazzo poco più che ventenne, bello come il sole della sua terra e coperto di tatuaggi che sembrava la volta affrescata di una cupola. Il mattino consegnava pacchi volando in Vespa da una parte all'altra dell'isola. Il pomeriggio e la sera girava cortometraggi, ingaggiando amiche e amici come attori. Conosceva musicisti che si prestavano per le colonne sonore e anche cantanti pronti a esibirsi per lui. La sera montava e da un giorno all'altro proponeva spettacoli sempre nuovi che proiettava, appena fatto buio, nel cortile sul retro di casa. 
“Già, Paul. Aveva un talento enorme per il cinema.” e la prima lacrima del pomeriggio è per lui, per quel suo primo corto che aveva meritato applausi al Sundance e un discreto successo di pubblico. 
Era morto l'anno dopo, con i polmoni tagliuzzati dalle sue stesse costole, travolto da una nonna al volante di una Prius bianca. Aveva bruciato il semaforo per non fare tardi al compleanno del nipotino e i pacchi da consegnare erano finiti sparpagliati sull'asfalto per decine di metri assieme ai pezzi dello scooter. “Sarebbe stato il migliore per filmare tutto, per documentare."
Solo che lui era l'attore protagonista e la morte era vera, come quando un proiettile aveva ucciso Brandon Lee sul set. Niente materassi e scatoloni per cadere, salsa di pomodoro e tanto mestiere. Solo cuori che smettevano di battere.
“Tanto non arriveranno mai!” commenta Claudio, che con Paul aveva avuto un rapporto di amicizia vera. Gli era sembrato incredibile che non fosse geloso di sua sorella e gli era sembrato altrettanto incredibile che un ragazzo così giovane potesse conoscere a memoria la storia del cinema.
Il Dottor Stranamore. 
Ne parlava spesso, specie quando strimpellava la sua Taylor davanti al fuoco mentre le onde dell'oceano si trasformavano in schiuma sulla sabbia bagnata. Il Dottor Stranamore cavalcava un missile atomico per arrivare con lui sul bersaglio ed era la metafora di una folle corsa che non si sarebbe fermata mai e il simbolo fallico per antonomasia.

Un banco di nuvole modera il sole che l'estate ha piazzato più in alto possibile ed ecco un altro stormo di aeroplani. Volano secondo una formazione disordinata e gli ultimi due sembrano attardati come i cuccioli più deboli del branco. Il boato dei motori copre le grida di terrore che sembrano salire dalla città e che io immagino uscire dalle gole arse dal caldo. Chi si rifugia nelle cantine, chi cerca scampo in campagna ma la tangenziale si è messa di traverso, dispettosa, e adesso è solo un serpente di fumo, bestemmie e carrozzerie roventi che baluginano nell'orizzonte. Qualcuno è stato sistemato al sicuro sotto cinquanta metri di roccia ma sono pochi e sono ricchi e importanti. 
“Alla fine di tutto saranno ancora pochi, ma non più ricchi e nemmeno importanti.” ragiono a voce alta mentre Claudio si gode il panino con le briciole impigliate tra i baffi. È monotono come un disco incantato:
“Non arriveranno mai.” e quasi mi dispiace di averlo disturbato mentre mastica, di avere rischiato di farlo strangolare.

E invece arrivano. Da est.

Stelle comete, meteoriti, lunghe scie di fumo che affettano il cielo e vanno lontane, verso sud. 
La prima scompare dietro alle montagne ed è lì che Claudio, deluso, sputa il boccone per non strozzarsi. L'attesa è interminabile e ancora una volta crede fermamente nel suo dio e indica quel posto non meglio definito dietro le creste e si ripete:
“Non arriveranno mai!”
E io vorrei credergli, sperare di non essere come uno zolfanello prima che qualcuno lo strofini sulla carta vetrata o come una goccia d'acqua che sta per cadere sulla piastra della stufa. Ho la voce che sa di tomba e parlo con il fiato che esce a fatica attraverso la gola contratta nel terrore. “Sono i nostri. Li stanno intercettando, vedrai, e non arriveranno...”
La luce è più intensa del sole che la guarda da lassù e Claudio non è più abbronzato come al solito. È come una radiografia pigramente adagiata sulla lavagna luminosa dell'ambulatorio e i suoi occhi verde smeraldo sono un paio di cristalli trasparenti e le montagne: come appaiono piccole al confronto di quella palla di fuoco!
Sono arrivati.
Claudio si affretta a finire la birra e io cammino avanti e indietro. Assomiglio all'orsetto del tiro a segno che si sbatte per non essere centrato ma sa benissimo che il suo spazio per la fuga è ridotto a una rotaia con il fine corsa imminente e il cielo è pieno di brutte notizie. L'ultima arriva assieme al boato della prima esplosione che si è preso il tempo che serviva per attraversare mezza regione, e cade molto più vicina.
Questa volta non ci sono le montagne a dominare il vento e dopo il lampo, che mi attraversa le mani pigiate sugli occhi, arriva il rumore di mille treni che corrono incontro, di continenti che rotolano sui sassi, di grida di dolore e disperazione, del mondo che si rovescia con tutto quello che c'è dentro.
E poi il vento. 
È caldo come una fornace e corre come un cavallo spaventato e ci spinge via come foglie secche nella tempesta, fino sul prato e fino al selciato che stende ai piedi della basilica. I fedeli che si erano riuniti a pregare, sono stati sdraiati come fa la falce con l'erba alta.
Sanguino, respiro veleno. La tosse parte dai polmoni e mi scuote. Sento dolore ovunque. Mi sembra di masticare la sabbia ai piedi del vulcano e penso a Maui, al surf, alle bevute sulla spiaggia mentre un fuoco amico accarezza la nostra voglia d'amore. A Katy. 
Addio, Katy. 
Addio Eleanor, addio Hawaii. La parte buona di quel popolo meraviglioso si piega al volere di pochi pazzi e niente più ristoranti sulla spiaggia, concerti rock, film, attori, cantanti e cascatori. Niente più chitarre da abbracciare e fare tue come la compagna di una notte. 
Niente più fuochi davanti al mare. 
Le vetrate della basilica esplodono e volano via le lastre della cupola. Sembra che un grosso frullatore stia preparando qualcosa da bere. Si spalanca il portale e alla fine la pressione fa collassare i muri. Si gonfiano come le guance di un bambino maleducato che sta per fare una pernacchia e le colonne traballano e le lastre di marmo si staccano e si spezzano le guglie. La pianura è la pista da corsa di venti a mille chilometri orari e le fiamme si sono sostituite ai boschi. L'acqua del Po riflette il colore cinereo del cielo.
“Non arriveranno mai.”
Mi consola Claudio mentre il sangue gli bolle in bocca. 
Non è stato abbastanza svelto nel proteggersi gli occhi e ora è cieco. Niente più verde smeraldo, solo una patina bianca e lattiginosa che assomiglia a un'ustione. La cosa buffa, è che le briciole di pane sono tuttora incastrate fra i baffi e arrostite come una pizza dimenticata nel forno.
Ci abbracciamo e sì, ammetto che ha ragione.
L'inferno si è scatenato tutto intorno ma la città è stata risparmiata. 
Il tetti sono denudati dalle tegole e ridotti a scheletri, si alzano colonne di fumo dove sono esplosi i depositi di gas e le strade sono allagate. Alla fine, la cartolina che spettava a noi, non è stata recapitata, intercettata da qualche missile che i nostri alleati hanno fatto in tempo a lanciare. L'aria puzza di ferro da stiro e le grida in sottofondo sono quelle che Dante doveva avere immaginato per uno dei gironi più in basso. Mi lascio cadere nel prato e guardo le nuvole rimescolate dal vento mortale.

Il suono gutturale di un grosso bombardiere s'insinua nelle orecchie come la vibrazione di un telefono e una sagoma nera che appare come un insetto sul vetro si muove lenta davanti a quattro scie di condensa lunghe e grasse. Fra poco sarà esattamente sul centro della città, sulla verticale di quel grattacielo che Claudio odia tanto e che non potrà più vedere.
Voglio credere che sia amico.
Voglio credere che non stia portando un pacco a sorpresa proprio per noi. 
Voglio credere che non arriveranno mai.

giovedì 25 marzo 2021

The winner takes it all - La sosta obbligata.







La ragazza inzuppata entra nel bar e si chiude la porta alle spalle.
Il vento, gonfio di pioggia, carica l'anta con la forza di un'esplosione e la fatica per chiuderla è doppia. Spinge, si appoggia con tutto il peso e finalmente la serratura scatta, chiudendo fuori il diluvio. Si vergogna dei capelli appiccicati al volto, dello spolverino bianco sporco ridotto a uno straccio e del trucco andato a farsi benedire. Si vergogna della pozzanghera accanto allo zerbino, che entrando ha nutrito ancora e che adesso si allarga verso il centro del piccolo locale e fino alla tenda in motivi floreali che copre la nicchia nel vecchio muro. È impregnata per mezzo metro d'altezza e la segatura, che avrebbe dovuto assorbire l'acqua, è riunita in tanti mucchietti fradici sparpagliati ovunque. 
La barista dietro al banco, meno di trent'anni, capelli scuri e capricciosi raccolti con un foulard intorno alla fronte, appariscenti orecchini in ceramica e occhi intelligenti valorizzati da un paio di sopracciglia ampie e folte, sta risciacquando la cioccolata rinsecchita dal bordo di una tazza. Il vapore sale dal lavello e appanna il vetro dell'espositore liquori. L'odore di caffè, biscotti e punch caldo arriva fino ai tavoli e gli avventori, tutti, sono bagnati come pulcini. Ci sono un rappresentante di farmaci infreddolito, con la faccia da sconfitto e la valigia in pelle messa ad asciugare accanto al termosifone, una coppia di anziani scalzi, stretti nelle loro giacche in attesa che le scarpe tornino ad essere calde e un cacciatore con tanto di mimetica e cappello calato sulla fronte. Il fucile, verde scuro e apparentemente pesante come una zappa, è posato sul tavolo accanto a una tazza di tè che si accompagna con un piattino di biscotti assortiti e le due cose stridono come una drag queen alla festa dell'asilo. Il foro della canna, grosso e buio, è rivolto verso la finestra che inquadra le poche auto parcheggiate e il piazzale ridotto a un lago. La ragazza, preoccupata,  guarda l'arma con una smorfia di disgusto. È tenuta fuori dalla custodia, abbandonata sulla panca, ed è così, così minacciosa. Non riesce a censurare l'espressione fra lo sdegno e la paura.
Il televisore, un grosso Samsung che occupa un terzo della parete in tinta ocra che si oppone a quella con la nicchia e la tenda zuppa, trasmette il notiziario locale. Parla del maltempo, della bomba d'acqua che si è scatenata senza preavviso su mezza provincia mettendo in ginocchio il traffico. Un inviato, sotto la cerata arancio e al labile riparo di un piccolo ombrello non ha più fiducia nelle sue scarpe basse. Cerca, insieme al suo fedele operatore, di inquadrare quello che resta del ponte romano che da duemila anni, e fino a qualche minuto prima, s'ingobbiva come la schiena di un gatto sopra il torrente. Si scorgono una massa informe di pietre divelte e una cascata di acqua e fango alla conquista dei prati. Scivola fuori dall'alveo come la lava di un vulcano. La ragazza con lo spolverino indica lo schermo e impallidisce. La voce, al contrario del fiume infuriato, esce con un filo.
“Sono...sono passata su quel ponte meno di venti minuti fa.”
“Era prevedibile.” commenta il cacciatore mentre mastica un biscotto. “quel ponte è più vecchio di mia suocera e quel torrente non conosce vie di mezzo. Si sapeva che avrebbe preso presto  un calcio nel culo.”
La ragazza con lo spolverino lo ricorda. Riduceva la carreggiata a un'unica corsia e lei, disciplinata come sempre, si era avvicinata al cartello al principio della campata per interpretare il diritto di precedenza. Pioveva con una tale violenza che i tergicristalli, al massimo della velocità, non erano riusciti a tenere pulito il parabrezza. Era passata e aveva sentito il rombo dell'acqua e i sassi che scricchiolavano nella corrente impetuosa. Le era sembrato di vedere galleggiare un grosso albero. Le era sembrato che un animale morto e gonfio rotolasse fra le onde. Tutti gli avventori sono convinti che  sia stata fortunata  nell'avere trovato quel bar sperduto al margine della strada. La signora anziana toglie le parole di bocca al marito, si strofina le mani e domanda.
“Ma perché è arrivata a piedi, signorina?”
Sente il freddo nella schiena. “La macchina si è fermata all'improvviso e per fortuna che non ero lontana da qui!
La barista si avvicina. Le toglie lo spolverino e lo appende. Un asciugamano pulito è pronto per lei e la complicità fra donne è messa in pratica nella maniera migliore.
“Grazie!”
“Ma ci mancherebbe” dice, mentre prende in consegna la borsetta con l'intenzione di appenderla al termosifone. “Cos'è successo alla tua auto?”
La domanda è interessante e il rappresentante di farmaci smette di scrollare lo schermo del suo cellulare e attende.
“Non so. Non ci capisco niente ma il motore si è fermato all'improvviso e adesso è parcheggiata in uno spiazzo a bordo strada, un posto talmente nascosto  che spero di trovarlo ancora quando...”
La barista ride. Ha i denti bianchi e puliti che esaltano il colorito sano della carnagione. “Quando i motori si fermano all'improvviso, spesso vuole dire che sei in bolletta.”
Ride. “Non ti sbagli. Sono quasi al verde...”
Il signore anziano si alza per sgranchire le gambe costrette nei pantaloni umidi. Si aiuta appoggiando i palmi aperti sui lombari e cammina claudicante fino alla tenda bagnata. Porta ancora quei pantaloni con la vita esageratamente alta. “E si è fermata così, senza preavviso?”
“Senza preavviso.” conferma lei. 
È bella, il viso regolare accoglie bene la curva del naso e ancora meglio le labbra sottili sopra il mento delicato. Ha il collo lungo e il biondo naturale dei capelli, che si stanno asciugando, interseca una collana di bigiotteria, sobria ma elegante. Ha l'aria di essere una persona gentile. Il cacciatore si sporge sul fucile e dimostra di intendersene.
“Vecchia auto?”
Lei arrossisce. Quella carretta degli anni '80 la mette sempre in imbarazzo. “ Una UNO blu, ma di un blu sbiadito, oramai..”
“Motore Fire, quindi?”
“Non...non saprei.”
Pare che il rappresentante voglia dire la sua ma il cacciatore lo anticipa. È uno di quei prepotenti che inizia il discorso, lo finisce e nel tempo che avanza spara ai cerbiatti. “La calotta dello spinterogeno...”
“Io non mi intendo di...”
Il cacciatore gesticola come se volesse avvitare il coperchio di un vasetto di marmellata. “I motori di quel tipo hanno la calotta dello spinterogeno poco impermeabile e quando si passa dentro troppe pozzanghere si finisce col rimanere a piedi.” sentenzia, mentre il rappresentante annuisce. “Per ripartire, signorina, che le piaccia o no dovrà asciugare la calotta con uno straccio.”
La ragazza ringrazia per il consiglio e si rivolge al televisore, dove un meteorologo dall'aria preoccupata indugia con la bacchetta su un vortice nero. “E allora dovrò aspettare un bel po'. Prendo...prendo un cappuccino con un cannolo.” si sforza di sorridere. “Ci sono quelli con lo zabaione?”
“Anche io un cappuccino.” aggiunge il rappresentante.
La barista apre il contenitore delle paste e indugia per qualche secondo convergendo gli occhi sul fondo, dopo i croissant zuccherati in superficie. Il cannolo è adagiato proprio li, morbido e peccaminoso. Il sorriso è rassicurante. “Eccolo, me ne avanzava uno.” Lo prende. aiutandosi con un tovagliolo di carta, cerca alle sue spalle un piattino accanto alla macchina del caffè e si organizza per preparare il cappuccino. Mentre armeggia fra pomelli e leve, il notiziario prosegue da studio. L'ospite, un funzionario statale in giacca e cravatta, dice che il livello di allarme è al massimo e che in tutta la zona intorno alla provinciale 23, rimane un solo ponte percorribile ma che per prudenza sarà aperto solo ai soccorsi e alle forze dell'ordine. Si esprime in un burocratese freddo e tecnico. 
La donna anziana si rivolge al cacciatore. “È questa la provinciale 23?”
“Non conosco la zona come le mie tasche, signora, ma in questa valle c'è posto per una strada sola, e dev'essere proprio la provinciale 23. Come voi, sono capitato per scampare al diluvio e sono chiuso qui dentro per non finire affogato e anzi, vedo che la nostra barista è indaffarata con i cappuccini e quasi quasi, se fossi in tempo...”
La barista posa il cartone del latte e indugia sulla spia del vapore. L'esibizione di denti candidi e perfetti è di quelle che mettono gli uomini in imbarazzo. “Appena la baracca deciderà di entrare a regime...”
“Devo avvertire mia moglie.” sbotta il rappresentante che si guarda bene dall'uscire e va a telefonare in bagno portandosi appresso la valigia con il campionario. La vecchia signora si palpa i piedi e si rassegna ad aspettare ancora molto prima che asciughino. “Pensate che noi eravamo usciti per una gita in montagna e guardate che disastro. Siamo stati bravi a capire per tempo  che quelle nuvole scure portavano disgrazie e niente, Gerlando ha guidato fin che poteva ma alla fine sembrava di essere sotto una cascata. Vero, amore?”
Sbuffa. Gerlando sbuffa e non vuole rispondere. L'umore è cattivo perché il suo apparecchio acustico ha le batterie che stanno per scaricarsi e non sarà a casa per la partita e per tutte quelle brutte notizie che la televisione non smette di dare. Questa volta lo scenario è di sangue e disperazione. Ci sono cadaveri coperti dalle lenzuola che sotto la luce livida dei neon appaiono come mucchi di biancheria sporca. La polizia si aggira nervosa per i locali mentre una ressa di fotografi spinge addosso alle vetrate.
“Oh mio Signore! Ma cosa è successo?” esclama l'anziana donna mentre il marito la prega di non agitarsi. “Lucia, bimba mia.” le sussurra. “sai che il dottore si è raccomandato...”
Arrivano i cappuccini per la ragazza e per il rappresentante e lo stesso servizio è per il cacciatore, che dimostra di avere una marcia in più e sorprende tutti. “Cos'è successo? Facile. Questa mattina c'è stata una rapina in banca nel paese qui sopra e la cosa è scappata di mano. Una gran bella giornata di merda per questa zona.”
“Nel senso che sono morti degli ostaggi?” chiede il rappresentante di farmaci mentre rientra dal bagno con la borsa di pelle pizzicata sotto il braccio.
“Nel senso che un paio di pazzi si sono improvvisati pistoleri e hanno tirato fuori le armi quando non dovevano e il rapinatore ha reagito male. Era solo e a quanto pare molto scaltro. Aveva la faccia coperta con la maschera di Jimmy Carter, tale quale a quella che usavano in quel vecchio film.”
“Point Break?” domanda la bionda pur sicura di non essersi sbagliata.”
“Già, non guardo quelle ciarlatanate ma ricordo bene il titolo e sì, pare che quel figlio di puttana fosse più veloce di Sundance Kid.” imita la pistola con la grossa  mano pelosa “Ne ha stesi due più uno omaggio, tanto per mettere le cose in chiaro e dicono si sia portato via seicentomila biglietti.”
“E lei come lo sapeva?” chiede la barista, che ci ha preso gusto e dietro il bancone sta preparando un cappuccino anche per sé.
“Notizie fresche, alla radio. L'ascoltavo in macchina mentre scendevo e facevo fatica a distinguere le curve e poi ho visto il bar e ho deciso che oggi, di grane, ne avevo avute abbastanza.” picchietta sul fucile che traballa sul tavolo. “Ora capite perché lui è pronto a dire la sua, dal momento che alla radio hanno anche detto che il bandito e il suo complice che lo aspettava fuori sono  sgommati via con una Bravo nera e che una guardia giurata gli ha piazzato un proiettile nel parabrezza. Pare non abbia colpito nessuno, dal momento che non ci sono più notizie di quell'auto.”
Lucia, l'anziana signora, è scandalizzata come una novizia nella curva dello stadio. “ E pensa...”
“Pensa che potrebbero avere bisogno di ostaggi per coprirsi la fuga e magari cercarli in un bar isolato.”
“Bravo, come ti chiami?” 
“Antonio.” risponde il rappresentante, fiero della sua intuizione, mentre passa la mano fra i capelli che la pioggia ha fatto ondulare. Sa di essere un bravo venditore, è abituato a correre e a visitare molti medici e tanti farmacisti per ogni viaggio. Deve guadagnare il più possibile perché sua moglie è incinta del secondo figlio e ci sono le gomme dell'auto da cambiare e il tetto di casa che reclama una ripassata. Sarebbe tentato di andarsene, di mettersi in strada per tornare al lavoro mentre la pioggia è fitta come una colata di cemento ma poi riflette.  “Hanno detto che siamo isolati, che il ponte a valle è chiuso e che passano solo sbirri, pompieri e ambulanze. Sarebbe stupido partire adesso. La pensate come me?”
La bionda solleva le spalle e beve un sorso. “Con il cappuccino così buono posso fermarmi per cena... A proposito, mi chiamo Gisella.” 
“Io Marta.” interviene la barista dopo avere alzato la mano come una scolaretta. 
Il lampo che non si aspetta nessuno spacca in due il cielo e Gisella, spaventata, va a sbattere dentro la tenda bagnata. Imbarazzata si divincola scusandosi e fa due passi avanti, attenta a evitare la solita pozzanghera.
“Se vuoi fermarti per cena, mettiti comoda.” dice la barista indicando lo sgabello al banco. È uno di quei mobili minimalisti, con l'imbottitura rossa sopra un telaio di acciaio cromato. Gisella obbedisce. Lo trascina a sé, si siede e mette in mostra un bel paio di gambe.
Il cacciatore consolida la sua posizione di maschio alfa. “Le piace passeggiare in montagna, vedo...”
“No, in montagna no. Mi piace correre al parco.”
“Il motivo?”
“Detesto i cinghiali e ho paura che qualche cacciatore mi scambi per uno di loro.”
Il ghigno storto della barista è riflesso nel vetro dietro ai liquori.


La Bravo nera, con il lampeggiante posticcio sul tettuccio e gli ammortizzatori stanchi come vecchie carrette, attraversa il piazzale con le ruote immerse per metà e schizza senza riguardo l'acqua sulla vetrina. All'interno sembra di avere ricevuto un ceffone e Gerlando e Lucia scattano in piedi. 
I due che scendono non badano all'etichetta: sono uno alto e gobbo e l'altro basso, corto di gambe tozzo di polsi e elegante come un montone alla sfilata di moda. Tutti e due vestono giacche a vento nere e portano berretti scuri che sfiorano le sopracciglia. Entrano nel locale sgocciolando ed esibendo i distintivi della polizia ancor prima di salutare. Quello  basso presenta lo spettacolo con una voce inaspettatamente effeminata.  “Niente panico, stiamo perlustrando la zona per mettere le mani su dei criminali.”
“Quelli della rapina in banca?” domanda Antonio mentre tira a sé il prezioso campionario, ma non ottiene risposta. Gisella, sullo sgabello, stringe insieme le cosce e impallidisce. Marta mette le mani aperte sul bancone. “Be', amici, avete sbagliato indirizzo. Questa è l'ultima riunione dei piedi bagnati, una tribù in via di estinzione che i visi pallidi cattivi perseguitano anche nel suo habitat naturale. Gradite qualcosa di caldo?”
Lo sbirro alto si fa avanti e Marta solleva istintivamente le mani.  Al contrario del collega tozzo, esibisce una timbro di voce tenorile. “Non siamo qui per fare gli spiritosi. Documenti, signorina!”
“Ok” risponde Marta agitando le dita. “Ok. Queste le posso abbassare fino alla borsetta?”
“Be', noi abbiamo da fare, non stiamo a pettinare le bambole o a scambiarci complimenti. Mario, vai a dare un'occhiata al cesso...” Il poliziotto basso ciondola fino alla porta del bagno, guarda dentro e già che c'è, entra per una pisciata.
“Dicevamo, signorina. Documenti..” poi fa un giro d'orizzonte, estrae la pistola dalla fondina e la solleva perché tutti possano vederla. ”Pure voi. Tutti quanti, forza!”
Lucia trema mentre rovista nella borsetta e il rappresentante Antonio fa altrettanto agendo sulla serratura della sua preziosa borsa. È a quel punto che il fucile del cacciatore si solleva e mira dritto nello stomaco dello sbirro. 
“No, nessun documento. Non so nemmeno come si chiama, è entrato senza pulirsi le scarpe e non mi ha chiesto se le armi mi rendono nervoso. Direi che prima di tutto siete voi a dovervi presentare.” una breve occhiata al televisore e poi ancora come prima, pronto a sparare. “L'inviato da lassù ha detto che i banditi sono scappati a bordo di una Bravo nera e se non mi sbaglio.” lancia un'occhiata a Gerlando. “Scosti la tendina che guardiamo meglio. Se non mi sbaglio, dicevo, voi due siete appena arrivati con una bella, fatemi vedere bene, una bella Bravo nera, del 2005 direi. Sono quelle combinazioni che ti fanno stringere il dito sul grilletto, un po' come una colonna con dieci cervi belli grassi.” 
Quando esce dal bagno, l'agente basso ha già la pistola spianata ed è lì che dalla valigia del rappresentante spunta una Glock 17, abbastanza vissuta da fare pensare che il proprietario abbia imparato a sparare. La risata di Marta è sincera. “Lo stallo alla messicana! Da una vita aspettavo di vederne uno dal vivo...”
Lo sbirro alto, che nel frattempo ha messo il cuore del cacciatore nel mirino, raduna la saliva in bocca e sputa nella pozzanghera. “E allora, goditelo...”
“Allora giù le armi, altrimenti andiamo tutti in merda!” urla l'agente con la voce da eunuco ma il bello arriva quando Marta usa la spalla di Gisella per appoggiare la doppietta a canne mozze spuntata da sotto il bancone come per un gioco di prestigio, e mira al bersaglio vicino. Lo sbirro alto, adesso, è tenuto sotto tiro da due armi. Non perde il sangue freddo e anzi, dal momento che il suo potere contrattuale è crollato, prova a ritrattare.
“Bene, a questo punto del film ci facciamo tutti una risata e amici come prima, d'accordo?”
Il cacciatore non ci sta. Ha la faccia scavata dalle rughe e la pelle ruvida e spessa come quella di un elefante. Gli occhi esprimono tensione e fiera determinazione. “Io invece dico che il mio amico Gerlando mette le scarpe per evitare un mal di denti, prende un ombrello e va a vedere se il parabrezza della vostra bella auto è bucato da un proiettile, così, tanto per farci un'idea delle carte che abbiamo in tavola.” non si gira e pare parlare con il solo angolo della bocca. “Sei d'accordo, Gerlando?”
Come poco prima, Gerlando si alza aiutandosi con le braccia che subito preme sulla schiena dolorante. Le scarpe ancora bagnate sono ai piedi del tavolo. Picchietta sull'apparecchio acustico che comincia a malfunzionare e stringe le labbra grinzose in una smorfia. “È bene che questa storia finisca presto e se prendermi i reumatismi servirà a farla finire, allora li prenderò.”
“O mio Dio, Gerlando, fai attenzione!” 
Calza le scarpe senza allacciarle, attraversa il locale con l'anima in spalla e apre la porta che lascia passare una folata di vento formato camion con rimorchio. Prima di uscire, pesca un ombrello a caso fra quelli appoggiati al muro, guarda la moglie e la rassicura con un bacio con lo schiocco, una cosa che deve avere imparato da giovane. “Vado, bimba. Vado e torno.”
Marta, senza abbassare il fucile, strizza l'occhio allo sbirro alto e con la testa e insistentemente, indica la tenda davanti alla nicchia. Guarda il cacciatore e fa lo stesso con l'altro poliziotto e il rituale è ripetuto anche con il rappresentante. I labiali sono facili da interpretare e quelle labbra da bacio, fidatevi, aiutano a stare attenti. 
Sussurrano: “Il bandito è dietro la tenda”.

E dopo un gesto d'intesa con il cacciatore, lo sbirro alto strappa la tenda con un colpo deciso e appare lui: Jimmy Carter. 
È largo di spalle, robusto, fermo sulle gambe tornite che i jeans bagnati fino alla vita fanno apparire in tutta la loro potenza. La maschera ha quel sorriso forzato che suscita nervosismo, le orbite vuote, le basette imbiancate e le guance abbondanti e mollicce. Nella foga tutti si ritraggono e l'agente grasso nota per primo quella pistola nera che sbuca dalla tasca dei pantaloni e grida con tutto il fiato che ha in gola e la voce gli esce anche questa volta come quella di un bambino.
“Mani in alto, bastardo! Non provare a toccare l'arma che ti faccio un buco in faccia!”
Ma Jimmy Carter è freddo come una statua. Le maschere si sa, hanno quell'espressione fissa, imperscrutabile, che può fare la fortuna di un giocatore di poker ma che irrita mezza umanità. Impossibile interpretare le sue intenzioni dai movimenti del corpo, anzi, a dirla tutta è immobile come una statua. Alla banca, dopotutto, ha dimostrato di essere un assassino purosangue e un infallibile tiratore ed è lì che la mano si avvicina alla pistola e allora il locale si trasforma in un poligono. 
Spara lo sbirro magro, spara lo sbirro grasso. 
Spara il rappresentante di farmaci e spara il cacciatore, che con troppa foga colpisce nel collo lo smilzo che invano tenta di contenere il getto di sangue dalla carotide. Il proiettile, che continua la sua corsa ignorante, piomba nei piatti impilati negli scaffali dietro Jimmy Carter che a quel punto si ribalta come un giocatore del calcio balilla e cade in terra morto, in un frastuono di ceramiche in frantumi, grida, spari e bestemmie. Rimane lì, a fare il paio con l'agente che sprizza sangue come la fontana in piazza.   
Il poliziotto tozzo ha visto tutto, e ha capito. Il cacciatore deve essere uno dei banditi perché ha sparato al suo collega a mirando alla testa. Ha approfittato della confusione  e ora aspetta solo il momento buono per girarsi e ficcargli un po' di piombo nello stomaco e allora decide. Accecato dal panico, attraversa la stanza e vede scorrere con la coda dell'occhio i protagonisti della sparatoria: l'uomo con la borsa in pelle che ha lasciato cadere in terra la sua Glock, la vecchia signora affamata d'aria e pallida e il cacciatore. Di spalle è solo una massa di verde mimetico e carne ormai morta. Prima di sparagli alla nuca, nota il ciuffo di capelli radi e unti che sbuca da sotto il berretto. 
Il proiettile esce dalla bocca e si conficca nel tavolo. Il cacciatore rimane fermo, con il capo chino, il fucile ancora imbracciato e un getto di sangue che sgorga dal naso e pare non finire mai. Il particolare che lo riporta alla realtà è quella coppia di incisivi, schizzati sullo schienale della sedia e rimasti appiccicati assieme a un pezzo di gengiva. 
Si accorge troppo tardi del fucile a canne mozze attaccato al suo orecchio e quando si gira per capire chi è, la cartuccia gli esplode in faccia.
“Scusate per il disordine.”
Dice Gisella, che ha sottratto la doppietta a Marta e che adesso è dispiaciuta per le frattaglie che hanno invaso la parete e per quell'odore di macelleria che si è impossessato del locale. 
Marta è fredda come un paio di piedi in inverno. Impugna una rivoltella, tiene sotto tiro il rappresentante e capisce subito che non ha nessuna intenzione di raccogliere la sua Glock. Gerlando, duro d'orecchi da un bel po', entra nel bar come se niente fosse e sentenzia:
“Non c'è nessun buco nel parabrezza.”


“Quanti sono?”
“Be', quattrocentocinquantamila...”  e sorride mentre, sotto la luce di cortesia dell'auto, si impegna a tenere le mazzette in equilibrio sulle gambe. Gisella ha quell'aspetto da ragazzina ingenua che l'aiuta a mimetizzarsi, a farla franca ogni volta. Nessuno sospetta mai di lei e grazie al suo bel visino è sempre riuscita a cavarsela bene nel mondo della malavita. 
Marta ha fatto un bel respiro una volta passato il posto di blocco e attraversato l'unico ponte percorribile sotto quel cataclisma di acqua e vento che ha sfiancato uomini e cose. La polizia, appena vista un'auto delle loro con tanto di lampeggiante sul tettuccio, l'ha fatta passare senza nemmeno guardare dentro, esattamente come avevano previsto. Ora è leggera come un passerotto a primavera e un po' più ricca di prima.
Avrebbero evitato di uccidere il barista e di appenderlo nella nicchia con il gancio dell'appendiabiti  piantato nella schiena. L'avrebbero evitato se solo non le avesse accolte imbracciando il fucile a canne mozze. Quella notizia della Bravo nera con il parabrezza forato, doveva essere arrivata alle sue orecchie ascoltando lo stesso giornale radio che aveva informato il cacciatore. 
Ruscelli spontanei scendono dalle scarpate trascinandosi appresso erba, foglie e terra e l'acqua ha trasformato la strada in un torrente. Al primo buio della sera, i lampi sempre più vicini dipingono spettri ovunque. Gisella, che ha appena rimesso i soldi nella borsa, teme di avere lasciato troppe tracce.
“Crederanno alla storia che il barista è impazzito e ha rifatto i connotati allo sbirro? Che c'era un fucile di troppo e tanta tensione da gestire, troppa per un cacciatore senza sangue freddo abituato a stare accovacciato fra i funghi?”
“Finché non avranno una storia migliore a cui credere..”
“Manterranno il segreto quei tre?”
Marta si strofina gli occhi. “Questo lo scopriremo presto ma  che volevi, uccidere pure loro?”
Gisella si spazientisce. La sua flemma da assassina si sta sgretolando. La giornata è stata pesante e non solo ha dovuto sparare in banca perché quei clienti volevano giocare ai pistoleri ma anche bagnarsi fino alle ossa per fare sparire l'auto. L'aveva portata sul bordo scivoloso del fiume per spingerla dentro, ed era stata una fatica. Nella migliore delle ipotesi l'avrebbero ritrovata dopo mesi, lei e il suo buco nel parabrezza. Marta la rassicura. “Gli abbiamo lasciato cinquantamila a testa e tutti, fidati, davano l'impressione di averne un gran bisogno, specie quel tipo con la valigia e la Glock. ”
“Sì, quel rappresentante mi ha fatto pena, un ometto patetico!”
“Per dirla tutta, la Glock è diventata mia.” risponde Marta divertita, agitando la pistola del rappresentante. “Il vincitore prende tutto.”
Gisella fa una smorfia di disappunto. Quella calibro nove tutta consumata sarebbe piaciuta a lei, che dopotutto si era presa carico delle incombenze più antipatiche. “Chi lo diceva?”
“Cosa, che il vincitore prende tutto?”
“Sì...”
“Ah, un mucchio di gente. Gli ABBA l'avevano pure cantato...”
Gisella ricorda di avere visto il film con Meryl Streep e si sforza di farsi venire in mente il motivetto ma le sfugge via come un pesce vivo fra le mani bagnate. “E i due vecchietti?”
“Il cuore della signora non è esploso e lui è rimasto in piedi senza nemmeno dare di stomaco. Andranno a casa contenti di essere vivi e fieri di avere raccontato tutte quelle balle agli sbirri. Reciteranno qualche preghiera per farsi perdonare e poi via, cambieranno la batteria all'apparecchio acustico e partiranno per  una bella vacanza al mare senza spendersi tutta la pensione.”

Le montagne con il loro carico distruttivo di pioggia sono alle spalle. 
La Bravo nera, il loro speciale passaporto, prevista nei loro freddi calcoli di criminali e rubata agli agenti, è anonima come un verme nelle zolle umide. Gisella ha quegli sbalzi d'umore che schizzano come l'elettrocardiogramma di un cuore malato.
“Sulla maschera di Jimmy troveranno il mio DNA e magari qualche mio capello in giro?”
Marta è concentrata alla guida. Annuisce con la testa. “È molto probabile.”
“E le impronte digitali. E poi ho bevuto il cappuccino che mi hai fatto tu.” si rabbuia. “ per la fretta non abbiamo nemmeno lavato le tazze.”
Marta rallenta. È strano, perché dopo ore la pioggia si dirada e la strada appare nitida oltre il parabrezza asciutto. A pensarci bene, lei aveva i capelli raccolti in un foulard e si era risciacquata la tazza con cura.  
Gisella si rabbuia. 
Non sarà possibile fare altri colpi e nemmeno sperare ancora nella buona sorte. I soldi ricavati sono pochi e  fra qualche anno lei e Marta dovranno reinventarsi per sopravvivere, oppure...
“Il vincitore prende tutto.” dice Marta mentre l'auto si arresta sul bordo della strada. Canticchia intonata quel pezzo che gli ABBA avevano portato al successo tanti anni prima. Parlava di una separazione, dura ma inevitabile. È incredibile come certe volte le melodie scompaiano dalla mente senza apparente rimedio, per tornare prepotenti come un disco al massimo del volume appena si accennano le prime note:
 
I apologize
If it makes you feel bad
Seeing me so tense
No self-confidence
But you see
The winner takes it all”

La Glock, appoggiata sulle costole, trema, e Gisella questa volta, capisce. 
I soldi sono pochi per tutte e due.

Il suo ultimo sguardo sul mondo, che prova a strizzarsi l'acqua di dosso mentre la canzone degli ABBA le trapana il cervello con la sua essenziale struttura di pianoforte e chitarra, è un tramonto rosso sangue che sgomita per farsi strada fra le nuvole esauste.

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giovedì 11 marzo 2021

La festa in terrazza. Il dilemma del cecchino...





La terrazza è allestita con gusto. 
Ci sono le tesate di lampadine colorate che l'attraversano nei due sensi, gli ombrelloni chiusi e le bandierine che sventolano ai quattro angoli del parapetto. Il tavolo con il ricco buffet, in costoso legno di teak, è sistemato contro la parete al fondo e coperto con una tovaglia che concede spazio alle venature. Le luci accese dell'attico brillano dietro l'ampia vetrata e tutto il monolocale è inquadrato come un film al cinema. Si vedono la porta di ingresso sul fondo, l'accesso al bagno con una pesante targa toilette in metallo pressofuso e una coppia di quadri che da soli farebbero la felicità di tanta gente. I tetti della città tutta intorno sono amalgamati con la notte e le finestre accese conferiscono quell'aria da presepe che riscalda il cuore. Un cameriere, con le braccia riunite dietro alla schiena e il passo felpato, si occupa degli ultimi dettagli, verifica la freschezza delle vivande e raddrizza qualche bottiglia qua e là. L'Amarone della Valpolicella spicca, con la scritta rossa realizzata in rilievo sull'etichetta scura e le tre scelte di champagne per gli antipasti sono in ghiaccio vicino a una labile torre di calici in cristallo.
I primi invitati sono una coppia di mezza età. Lui calvo, la giacca blu indossata con dimestichezza insieme a un paio di jeans scoloriti e una camicia bianca che lascia intuire il petto lavorato in palestra. Lei ancora piacente, con un vestito azzurro e le gambe affusolate e sane messe in bella mostra. Il cameriere li accoglie, ritira la borsetta per sistemarla su una lunga cassapanca accanto a un armadio a muro che potrebbe contenere una barca intera. Subito dopo entrano due ragazze che non risparmiano i sorrisi. Dispensano un paio di invidiabili decolté e abbronzature fresche di spiaggia. Come nella migliore tradizione sono una bionda e una bruna che rendono difficile decidere quale sia meglio. La bionda può contare su un sedere da concorso mentre l'altra si fregia di un paio di enormi occhi scuri. Ha  classe, anche se tradita da un filo di rossetto di troppo. Anche le loro borsette sono prese in custodia dal diligente cameriere. 

La terrazza comincia ad animarsi: una signora agèe con i lustrini appiccicati al vestito lungo, un uomo altrettanto anziano che esibisce baffi banchi e curati, una coppia di giovani fidanzati che appaiono un po' imbarazzati. Lei preferisce tenere con sé la borsetta lui, molto più alto, le cinge le spalle con un metro di braccio chinandosi in modo buffo per baciarla sui capelli. Entrambi sono stupiti dalla ricchezza del menù e dall'offerta generosa di grandi vini. Passano in rassegna il tavolo, s'incuneano negli spazi fra le poltroncine e arrivano abbracciati al parapetto che si affaccia sul panorama.
Della presidentessa ancora nessuna traccia.
Ho studiato a lungo le dieci fotografie che mi erano state fornite assieme ai cinquantamila euro. Il cliente metteva sul tavolo una mazzetta da cinquemila e vi sovrapponeva una foto.
“Studiala bene”, si era raccomandato, e io avevo scrutato quei lineamenti, la giovanile compattezza della pelle e la luce negli occhi. Le labbra rosse e le spalle toniche. Nella seconda foto, quella abbinata alla seconda mazzetta di banconote, appariva in costume giallo carioca mentre camminava su una spiaggia deserta con le due guardie del corpo che  la seguivano discrete. La terza la ritraeva al lavoro dietro alla scrivania e la quarta come relatrice di una conferenza affollata. Il vistoso microfono non copriva il  bel viso e i capelli raccolti in un chignon assieme agli occhiali di tartaruga dalle grosse lenti le cambiavano l'aspetto in modo significativo. Nulla era stato lasciato al caso.
“Sarà l'unica occasione in cui si presenterà senza la scorta e senza che nessun protocollo di sicurezza sia messo in pratica. Capisci da te che non potrai fallire” aveva sottolineato mentre la quinta porzione del mio acconto si materializzava sul piano del tavolo in compagnia  dell'ennesima foto.
Ho avuto il tempo di imparare quella faccia a memoria e poi ho approfondito, andando alla ricerca dei video che la riguardavano. 
Sono un professionista. 
Ho iniziato a sparare nei tre anni di ferma militare e lì ho scoperto la mia abilità di cecchino. Mi ero arruolato dopo la delusione d'amore con Lara, la donna più bella e importante della mia vita, la compagna perfetta. Mi aveva lasciato, senza una spiegazione, senza un ripensamento. La sera era l'incarnazione dell'amore e il giorno dopo solo un ricettacolo di capricci e paranoie. I mazzi di fiori che le avevo fatto trovare sulla porta non erano serviti a nulla e alla fine, invece di dodici rose rosse, mi ero abituato a stringere un fucile di precisione.
Pam, e saltavano le teste delle sagome.
Pam, e saltavano le teste.
Mi avevano soprannominato pam pam boy.
Questo è il mio quinto incarico e mai ero stato pagato tanto. La presidentessa è un bersaglio che vale tutti i soldi che mi hanno dato e gli altri che ritirerò a cose fatte. 
Non è un brutto lavoro il mio. Non mi avvicino mai alle vittime, le vedo cadere senza vita nell'ottica di precisione del mio Sako. 
Pam.
È una sensazione fredda, come quando assisti al cinema alla morte degli attori. Il rimorso dura lo spazio di un secondo e poi intendiamoci, una volta che il proiettile parte è come il destino: non c'è modo di cambiargli la direzione.
“Non sono ammessi errori. Abbiamo la soffiata giusta e il posto perfetto. Sparerai da lassù...”  e aveva indicato un vecchio stabile in stile ottocentesco, dipinto di un diffusissimo giallo Torino. Spiccava dal terreno per quattro piani sulla pendice della collina. Era vuoto come un guscio di lumaca e fino alla terza fila di finestre le folte chiome degli alberi coprivano la facciata. 
“ La proprietaria è una vecchia che vive da sola in quel casermone. Sappiamo che si è appena rifatta il femore e che non uscirà dalla clinica prima di tre settimane. Non dovrai forzare le porte perché ci siamo procurati una copia delle chiavi.”
Che tintinnavano sotto il mio naso esattamente come quelle della Mercedes, che la coppia di ospiti ha appena lasciato in custodia al cameriere ossequioso. Sono un paio di uomini con l'aria di non avere mai lavorato e quelle facce da chirurgia plastica che si notano con l'occhio attento. Il più alto dei due zoppica un po' e immagino si sia infortunato durante una sessione di sci d'acqua o magari cadendo da cavallo. Il più basso tiene le mani infilate nelle tasche alte di una felpa con cappuccio. Io non oserei presentarmi a una serata di quella classe con quell'atteggiamento e nemmeno con addosso una volgare felpa da rapper.
 
Stacco l'occhio dal cannocchiale. 
Voglio riposare un po', prima che la presidentessa si presenti all'appuntamento con la sua fine e mi guardo intorno. 
La stanza dove mi trovo è buia come la pece e la porta di ingresso all'alloggio del quarto piano è rimasta socchiusa su un pianerottolo che sa di cera Emulsio. Una volta colpito me la chiuderò alle spalle e scomparirò nel nulla. Il davanzale della finestra da dove sparerò é basso e si presta per un tiro preciso senza che nessuno possa notare il fuoco sulla bocca della canna. Muovo le gambe per impedire che si addormentino, invoglio il sangue a circolare e riprendo la mia postura da cecchino.
Sulla terrazza la gente è aumentata e comincia a esserci confusione. Scruto anche all'interno ma non vedo la mia vittima. Solo quelli che avevo già visto e altre comparse insignificanti che si sono aggiunte all'imbarazzo.
“Non staremo a sindacare se dovrai abbattere qualcuno che si mette sulla traiettoria o che proprio non vuole levarsi dai coglioni. Fatti strada, se necessario ma non fallire. Non farti scrupoli per quella gentaglia, loro non se li farebbero per te. Lo sai che se dovessi mancare l'obiettivo, uno dei nostri ti aspetterà sotto per spedirti al creatore. Le certezze sono poche in questo mondo ma fino a ora è abbastanza evidente che i morti non parlano.” mi aveva detto e non so come ma pensavo a Lara, ai nostri anni passati insieme, al nostro gattino bianco, alla pizza del giovedì sera, al cinema, al suo sorriso che curava i dolori, al suo corpo perfetto. Di lei ricordo gli occhi verdi, il piccolo neo accanto al labbro e le ciglia lunghe come petali. Di lei ricordo il profumo e la pelle liscia come la seta.
Se oggi uccido è perché lei mi ha ferito ieri.

Passo in rassegna tutti gli invitati con una paziente scansione dei volti, da destra verso sinistra. Sono a duecento metri dal bersaglio ma l'ottica è potente e distinguo ogni particolare. I ragazzi giovani e timidi si sono lasciati riempire i bicchieri con qualcosa di blu e l'uomo con i baffi bianchi conversa  con i tipi in Mercedes gesticolando vistosamente. Il camerieri ora sono due. Si è aggiunto un ragazzo con un vistoso auricolare e non stanno mai fermi, sempre attenti che non venga a mancare nulla. L'uomo calvo con i pettorali invidiabili sgranocchia una tartina al caviale. 
Il vento contrario sospinge la musica verso la città ma da come si muovono i fianchi e da come i piedi battono il tempo, posso  immaginare un jazz sulla terzina di quarti.
Respiro.
È bene mantenere il cervello ossigenato e ricacciare i piccoli dolori e principi di crampi.
“Le sparerai appena arriva in terrazza. È autorevole e riverita quanto basta per fare spostare tutti i convenuti. Le faranno strada come una mucca in India e allora sarà facile. Piazzale il tuo solito colpo al cuore e quell'altro in mezzo alla fronte. Smonta, lascia in ordine la stanza, chiudi la finestra, la porta e vaporizzati. Il resto del grano te lo facciamo arrivare a casa”
Eccola!
La presidentessa entra in casa. Il cameriere ossequioso sbatte i tacchi e le va incontro per ritirare la borsetta. Con lei ci sono un'amica con il volto nascosto dietro un muro di spalle e applausi e un vecchio dirigente che cammina a fatica. Intuisco che l'amica chiede del bagno e s'infila subito dietro la porta con la pesante targa.
Potrei sparare adesso, fare in modo che il proiettile attraversi il vetro e colpisca, ma se la ragnatela che andrebbe a formarsi fosse troppa estesa, mi troverei con il campo visivo compromesso. Meglio attendere che il bersaglio arrivi in terrazza. Quando vedrò gli invitati aprirsi come le acque del Mar Rosso, avrò capito che il momento è arrivato.
Mi rilasso.
Sparare richiede la consapevolezza e il relax da monaco tibetano. Si deve controllare il respiro, dominare il cuore e vincere l'emozione. Nessun tremore o ripensamento. Un buon tiratore impara subito a rilassare lo sfintere. È buffo ma il cecchino deve sapere gestire meglio di altri il suo buco del culo.
Partono gli applausi
La terrazza è illuminata a giorno e i convenuti lasciano un passaggio largo e comodo per l'ospite d'onore, la sua strada in discesa per l'inferno. Per enfatizzare l'effetto scenografico vengono spente le luci all'interno della casa. La donna morta che cammina comparirà dal buio come una grande attrice che si prende il palcoscenico. E io mi prenderò lei.
Respiro.
Il collo è docile e rilassato, le spalle sono leggere e tutto, dal petto in giù, si distende come scritto nei manuali del provetto assassino.
“Avranno le luci negli occhi. Nessuno davvero, nemmeno se fortunato, capirà da dove sono partiti i colpi. Sa cosa le dico? La riempio di soldi per farlo ma quasi quasi potrei cavarmela da solo” e aveva riso fino a stare male mentre mi aspettavo la pacca sulla spalla che sarebbe arrivata di lì a poco. Certa gente non porta rispetto nemmeno per i morti.
Il cuore rallenta, il sangue rallenta. 
Il tempo rallenta. 
Il reticolo del cannocchiale taglia in due l'ampiezza della porta. La croce punta dove presto ci sarà un cuore da spaccare.
Quando Lara, la mia ex fidanzata, si presenta per  prima sorprendendo gli ospiti, sento un cazzotto nello stomaco e mi manca il fiato, la ragione si annebbia e il cerchio della lente inquadra una confusione di colori e luci in movimento. Litigo con il fucile, sono travolto da una valanga di dolori e tensioni e si asciuga la bocca come se avessi ingoiato un phon. L'ano si stringe e mi crolla il mondo addosso. 
La presidentessa è dietro di lei. Sorride, dispensa saluti, scherza, fa gesti con la mano e inchini compiaciuti. Solo che i suoi organi vitali, quelli che dovrei spappolare con un proiettile 7,62 Heckler & Koch, sono protetti dal corpo di Lara. 
Non potevo immaginare fossero amiche o amanti o socie, e così in confidenza. Avrei rifiutato l'incarico se solo l'avessi saputo e sarei corso ad avvertirla a costo di bruciarmi la carriera. Lara è bella come un tempo, maturata, con lo sguardo pieno di consapevolezza. Deve essere ricca e si sposta solo per un attimo quando il cameriere gli porge il bicchiere e so che non avrei potuto approfittare dell'occasione nemmeno al massimo della concentrazione. 
Ora sono ostaggio del caos.
C'è una missione senza appello, un killer che mi aspetta all'uscita e cinquantamila euro di acconto che andranno bene per il mio funerale. Chi mi ha dato l'incarico non poteva sapere del mio amore per Lara ed ecco che in naufragio sta per avvenire. 
Cerco la concentrazione, asciugo il sudore che cola dalla fronte e provo a mettere un freno alle pulsazioni. Sono troppe anche per guardarsi una partita.
Nulla.
La presidentessa avanza attraverso il terrazzo, con Lara che la precede di un metro, sempre. Quando si spengono tutte le luci comincia il secondo atto della macabra commedia.
La terrazza rimane al buio. 
Le sole candele brillano sui tavolini ma il resto della festa è una massa confusa e buia. Nessun bersaglio per pam pam boy.
Hai la scusa, amico! Mi convinco che le luci spente all'improvviso siano la mia grande occasione per defilarmi,  tornare dal committente e liquidarlo con un'alzata di spalle. 
“Non sapevate che era una festa a lume di candela? Mi dispiace davvero se siete stati informati male ma avreste dovuto mandare un sicario sul posto e non piazzare un cecchino alla finestra...”
Funziona. 
Non ho con me ottiche agli infrarossi e ogni minuto che passa divento una facile preda e addio omicidio eccellente. Do ancora un'occhiata verso la terrazza ma le uniche luci che vedo sono le solite candele e le punte rosse delle sigarette accese. 
Smonto il fucile dal supporto, lo sistemo nella sua custodia senza fretta e mi alzo. Mentre chiudo la finestra vedo che la festa prosegue alla tenue luce delle fiammelle e non ci posso fare niente. Come da consegne verifico che la stanza sia in ordine, esco sul pianerottolo che sa di cera e lentamente comincio a scendere le scale. 

La padrona di casa si materializza sul pianerottolo del piano di sotto sorreggendosi con l'aiuto di un girello ortopedico. Ha le ascelle pizzicate fra gli appoggi e il pigiama e la faccia di rughe e macchie paralizzata dalla sorpresa. Noto le ciabatte di pelo fucsia e una curiosa retina per i capelli color rapina in banca.
“Dio Santo ma lei chi è?” e poi si mette a gridare come un'aquila, sputacchiando come una marmitta guasta. Urla e picchia in terra il piede della gamba sana. “ Come diavolo ha fatto entrare e cosa...cosa porta in quella valigia!” e capisco. Capisco che potrebbe dettare il mio identikit nel tempo di un caffè e che è lucida e ci vede benissimo dietro quegli occhiali spessi che sanno di vecchia profia. Puzza di disinfettante perché è appena uscita dalla clinica e sono sicuro che con il cellulare sia veloce come un pistolero. 
Quando la vedo ruotare il girello per rientrare in casa, la colpisco con lo spigolo della custodia e la stendo. Si accartoccia come una lattina sotto le ruote e muore. Nessuno sopravvive con la testa rotta e il cervello  che cola sullo zerbino come il formaggio del toast sul tovagliolo. Ancora qualche scatto nervoso delle gambe e poi la fine. La nuvola di capelli bianchi trattenuta dalla retina assorbe il sangue sul pavimento.

Dal momento che le cose possono solo peggiorare, torno all'ultimo piano per verificare se la festa sia ricominciata con l'aiuto della luce elettrica e sì, maledizione, è così. Non sono più le lampadine da festa Texana di prima ma  faretti che inondano di viola tutta la scena.
Penso di impazzire ma la  cosa che mi toglie il fiato è che gli invitati sono tutti in maschera.
E mantello. Maschere di varie fogge e mantelli neri che strisciano al suolo. Sono alti, sono bassi ma non hanno sesso né volto e nessuno può dire chi sia il bersaglio e chi sia Lara.
Prendo il telefono e scatto delle foto. Mi dispiace tanto per la nonnina e il committente mi crederà e amici come prima. Mentre metto a fuoco, l'apparecchio vibra fra le mani.
“Sì...!
“Non abbiamo altra scelta. Spara a tutto quello che si muove!
“Cosa cazzo!
“Uno dei camerieri è dei nostri. Gli diciamo di bloccare la porta in modo che non possano uscire e vedi tu. Probabilmente, dopo averne buttati giù un paio, si leveranno le maschere e allora potrai farti un'idea...”
“No, davvero, è una pazzia e a proposito, ho fatto una pessima figura con la padrona di casa, quella che secondo voi era in clinica...”
“Siamo mortificati. Sono cose che possono capitare ma noi dobbiamo ammazzare la stronza, capisci, altrimenti crollano le azioni e si vaporizzeranno milioni e milioni di dollari e poi si vaporizzeranno i nostri sederi. Fai saltare qualche cranio e stiamo a vedere.”
Sento in bocca un gusto di frutta andata a male e vedo la morte accomodarsi al mio fianco. Gli ospiti della festa stanno mettendo in pratica un rito propiziatorio oppure, e semplicemente, sono così ricchi e annoiati e strafatti da non sapere più come divertirsi. Lara è in mezzo a loro. Tutto mi aspettavo da lei, meno che diventasse parte dell'alta società.
Sistemo il supporto in fretta, monto nuovamente il fucile, l'ottica del mirino e scruto nel viola più profondo che abbia mai visto. Ci sono maschere abbondanti e gotiche, altre barocche e decorate, altre ancora essenziali e linde. Riconosco il ragazzo alto in compagnia della fidanzata assai più piccola. Sono impacciati nell'angolo lontano e si danno la mano che sbuca dal mantello. Quello della Mercedes zoppica ed eccolo che si aggira fra le poltroncine e poi il vecchio con i baffi. Non mi sono dimenticato della sua postura lievemente gobba. 
Lara, dove sei?
Presidentessa, fai il leader anche sotto la maschera, scava la folla come un aratro. Manifestati!
Ma è solo un avanti indietro con il cannocchiale e tanta frustrazione. Vorrei un bicchiere d'acqua, un pediluvio e la possibilità di fare una telefonata alla mamma.
Non sono esaudito. 
“Pronto.” silenzio.
“Pronto...”
“Pare che la puttana indossi una maschera con la finitura in pizzo e le labbra rosse vermiglio. Non so di più, amico, e buona fortuna.”
Labbra rosso vermiglio, pizzo. Le maschere come quella sono almeno dieci e temo che Lara, per seguire un brand aziendale, sia sotto una di loro. 
Ma Lara è alta e allora sparo nel petto a quella più bassa di tutte. Barcolla, cerca un sostegno nel tavolo di teak, si aggrappa alla tovaglia e poi cade, rovesciandolo. Tutti accorrono, qualcuno si porta il telefono all'orecchio, qualcuno le mani al volto. Nessuno di loro abbassa la maschera e allora insisto e piazzo un 7,62 accanto allo zigomo della seconda in ordine di altezza e vedo un larga crepa rossastra formarsi nella maschera mentre la torre di calici in cristallo esplode in tutte le direzioni. La fuga verso l'interno della casa è immediata, violenta come una mareggiata e io sono un uomo morto. Sparo e poi spero e poi sparo ancora. C'è qualcuno che inciampa sui cadaveri e cade a fare mucchio mentre la confusione addosso alla porta bloccata è un nodo alla gola, un boccone di vetro rotto che non va giù, la fine della mia carriera. Dovranno pagarmi il doppio o il triplo. Il quadruplo perché ho appena bucato le costole di una maschera che nulla ha a che fare con labbra vermiglio, pizzetti e donne da eliminare. Vedo il mantello che svolazza come in una tempesta e il corpo che si accascia.
Ricarico.
Sparo. Fine del vecchio dirigente.
Ricarico. 
Sparo. Addio bella brunetta, che la terra ti sia lieve.
Sono così teso che potrei spezzarmi se un canarino mi atterrasse sulla schiena.
Mi dispiace di avere colpito la fidanzata timida. La vedo portarsi le mani al ventre,  cadere in ginocchio e reclinare il capo. Rimane genuflessa come una statuina adorante e la maschera rotola in terra. Il suo fidanzato è già morto da un po'.
Dieci volte tanto. Dovranno pagarmi dieci volte tanto, e sparo. 
Cade un tavolino con le candele che sprizzano scintille ovunque e cade la bionda con il sederino desiderabile.
Giù come birilli e il colpo che arriva all'anziano signore un po' gobbo e orgoglioso dei suoi baffi imbratta di sangue, cervello e frammenti di maschera la vetrata che divide il terrazzo dalla casa e non solo, apre la malaugurata ragnatela nel cristallo.
Così continuo a sparare fino a che il cristallo si disintegra in una cascata di piccole schegge. Colpisco anche quelli stesi in terra con le mani  incrociate sulla nuca e gli altri che cercano rifugio dietro le labili poltroncine e i sottili tavolini e i corpi senza vita sotto un mantello nero.
Carico.
Sparo.
Carico. Pam pam boy ha la spalla che duole.
Sparo talmente tanto che rendo irrespirabile l'aria della stanza.
Quando l'ultimo dei bersagli cede con un fiotto di sangue che schizza dal collo, capisco che sulla terrazza sono rimaste in due e sono sicuro che una di quelle sia Lara e l'altra lei, la manager da milioni di dollari che ha tirato troppo la sua corda. 
“Via la maschera, su” invoco, ma so bene  che la loro è una scelta deliberata. 
Mentre il sangue cola dal terrazzo e imbratta la facciata con tanti rivoli rossi, mentre una montagna di carne senza vita spinge contro la porta sbarrata, aspetto che una delle due donne, che tremano come foglie in un temporale, tradisca. Mormoro, imploro, prego come un condannato a morte.
“Da brava, amore. Leva la maschera...”
Ancora il telefono. 
Nella cornetta si avvertono le sirene della polizia e so che non ho più tempo. Qualcuno in città avrà individuato il tiratore e ho i minuti contati. 
“Hai fatto trenta, amico. Coraggio, fai trentuno prima che arrivino gli sbirri.” 
“Levala. Levala, Lara, fai vedere il tuo bel visino. Ti prego, non deludermi ancora!”
Sento le mani sudate scivolare sul fucile e la canna che puzza come una stufa vecchia e ho soltanto più un proiettile. Probabilmente me la sono anche fatta addosso. Non devo essere uno spettacolo ma adesso sento le sirene  dal vivo.
Arrivano.
Le due amiche sanno di non avere scampo. Non urlano o tentano di fuggire. Nella foga ho abbattuto anche il cameriere ossequioso, che era l'unico con il volto scoperto e la cosa sta influendo drammaticamente sul bilancio delle munizioni e so che mi costerà cara.
Ora sono abbracciate e aspettano. Lara sa che i dividendi delle scellerate operazioni in borsa spetteranno anche a lei e io non ho scelta.
Vivrò se ritornerò alla base senza avere avanzato nemmeno un colpo e forse vivrà anche lei.
Vivrò se diventerò parte del buio prima che i lampeggianti della polizia mi accechino.
Controllo il respiro.
Domino il cuore. 
Vinco l'emozione. 
Nessun tremore o ripensamento. Rilasso lo sfintere, prendo la mira sulla maschera a sinistra e sparo.
Una volta che il proiettile parte è come il destino: non c'è modo di cambiargli la direzione.

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