domenica 17 maggio 2020

Italia Book Festival, il salone virtuale del libro






E sì, vuoi perché il virus ama gli spazi chiusi e affollati, vuoi perché sono bandite presentazioni e fiere, dobbiamo apprezzare il salone del libro virtuale,  la prima  iniziativa di ripiego organizzata con lodevole spirito  dalla Damster Edizioni/Edizioni del Loggione di Modena. 

Hanno aderito 80 editori (divisi per padiglioni come a Torino), l'ambientazione è suggestiva (si sente in sottofondo il vociare della folla), non si deve mettere l'antipatica mascherina, tenere la distanza o girare armati di metro estensibile, misuratore laser o pittoreschi cappelli o hula hoop aventi raggio di 50 o più centimetri. Nessun braccialetto vibrante o peggio ancora, microchip da futuro distopico. Basta iscriversi e prendere il badge. 

La scelta di libri è davvero vasta e sono previsti eventi, interviste e presentazioni e  chi volesse contattare un preciso editore potrà farlo grazie a un'agile chat.






Insomma, non nascondo lo scopo pubblicitario del post, vuoi perché le fiere sono da sempre una grande occasione per gli autori di ogni dove, vuoi perché il sottoscritto partecipa con due libri editi da due diverse case editrici.

eccoli...











Mentre speriamo di tornare quanto prima a stringerci la mano, scattare fotto e alitarci liberamente in faccia, consiglio a chi ne abbia voglia di farsi un bel giro...

giovedì 16 aprile 2020

Il ragioniere con gli anticorpi




E venne il giorno del test sierologico. 

Fra i primi a conoscere il risultato fu un ragioniere di Pansperino sul Lambrusco. Scoprì con  gioia di essere immune, pieno di anticorpi, ricolmo di anticorpi, così tanti anticorpi che se si fosse pesato avrebbe trovato quel kiletto in più, in parte causato dalla Nutella (non fece fatica ad ammetterlo) ma in qualche modo conseguenza dai suoi innumerevoli, grassi, pesanti, roteanti e allegri anticorpi. 

Quella sera, il ragioniere di Pansperino sul Lambrusco, forte della sua nuova e insperata immunità, andò a fare la spesa passando davanti a tutti, si concesse una cena luculliana annaffiata con un buon Barolo e infine un gelato di latte intero che lo mise di buon umore. Prima che facesse tardi puntò la sveglia per le sette della mattina dopo e finalmente tornò al lavoro.  

In ufficio chiese notizie dei colleghi. 

Qualcuno era morto, sebbene ancora non fosse chiaro se "con" o "per" coronavirus (a tal proposito, nelle numerose e reiterate conferenze video che i colleghi organizzavano a sere alterne, si erano puntati dei bei soldi e l'attesa per l'esito delle cartelle cliniche era davvero snervante), qualcuno stava guarendo, qualcuno era rimasto a casa perché per sua somma sfortuna era risultato povero, poverissimo se non del tutto privo di anticorpi.  

Il ragioniere, che non si era mai distinto in passato per acume, buona volontà e affezione al lavoro, era però immune. Così, grazie alla sua abilità del tutto nuova e a causa della penuria di personale, venne promosso a capo del suo reparto e cominciò a fare le scarpe ai colleghi che non avevano ricevuto la prestigiosa patente. Per la verità anche il suo superiore, un uomo probo, frugale, schietto e mai domo, con il curriculum zeppo di titoli e di specializzazioni e di aggiornamenti e di prestigiosi viaggi all'estero, non solo non era immune ma ahimè, ricadeva nelle due fra le più terribili categorie a rischio. Fu così che gli azionisti decisero di licenziarlo e nominare al posto suo il ragioniere più immune di tutti, quello che solo qualche giorno prima era il signor nessuno fra gli abitanti di Pansperino sul Lambrusco e fra i meno capaci sul lavoro. 

Fu così che, fino alla fine della pandemia, circa tre anni, due mesi e ventun giorni dopo, l'inetto ragioniere ebbe modo di scalare i vertici della sua azienda fino a diventarne direttore generale. 

Nel tempo libero si dette da fare.

Pur non avendo mai letto un libro in vita sua, il ragioniere  venne a sapere dei monatti. Li chiamavano così all'epoca, Manzoni li aveva citati nei promessi sposi e nelle riduzioni cinematografiche apparivano come figuri loschi e senza scrupoli. Provò immediatamente simpatia per i monatti, che  come lui erano immuni. Vero, avevano conquistato il grado sul campo di battaglia, ammalandosi di peste per poi guarire e non solo prestato un po' di sangue a un laboratorio di analisi. I monatti andavano a raccogliere i cadaveri e li portavano via dalla casa dove erano morti. Li portavano via assieme a soldi, oro e argento.

Così il ragioniere di Pansperino sul Lambrusco pensò di fare altrettanto. 

Si propose per fare la spesa agli anziani dietro la cessione del quinto della pensione, di tenere compagnia ai nonni alla casa di riposo in cambio di un lauto compenso, di consolare le amanti irraggiungibili dalla parte opposta della provincia, di portare a spasso cani e bambini.

Il ragioniere immune divenne così ricco che finì col comprarsi l'azienda.

Molti anni dopo, quando l'azienda fallì a causa dell'incapacità manageriale del ragioniere, qualcuno scrisse un aforisma. Fu stampato su una lapide, poi appesa sulle macerie dello stabilimento. 

Recitava così:

prima di invocare la legge del più forte prova a immaginarne le conseguenze






domenica 1 marzo 2020

LA SESTA DESTINAZIONE. Provate a immaginare un complotto più terrificante...




Il gioco è mortale. La scacchiera è il mondo intero. Le pedine siamo noi.


Un laboratorio segreto vende la formula perfetta a cinque acquirenti. Sono capi di stato corrotti, uomini d'affari senza scrupoli, eminenze grigie. 
É un veleno che provoca effetti diversi in funzione della dose ed è così versatile da  potersi somministrare in maniera controllata attraverso i farmaci o in modo massivo tramite l'aria, l'acqua o gli alimenti.
Chi ha acquistato la formula ha acquistato un potere immenso. Può ricattare i governi, liberarsi degli incomodi, ridisegnare il mondo a suo piacimento.
É una cospirazione a livello mondiale apparentemente indisturbata ma esiste una contro cospirazione, che ha lavorato in silenzio e che aspetta da tempo il momento perfetto per colpire.
Il destino del mondo è nelle mani di pochi, scaltri giocatori.

Bibliotheka Edizioni - 2018


mercoledì 15 gennaio 2020

Cosa non dovrebbe fare un autore...



Racconto semiserio sui tempi che corrono, ma che ancora non si sono inciampati...




"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso malato di smog, moriva nel tramonto di piombo assieme alle speranze di tutta quella gente. Era rassegnata all'idea che gli occhi gonfiassero di televisione, lo stomaco di birra, le gambe di fatica. Allungate sulle sedie, esauste per le inutili rincorse al tempo che non bastava mai, aspettavano una pasticca di sonnifero, una carezza che sostituisse l'amore, un letto e l'oblio del buio che avrebbe inghiottito i ricordi."


- No, no. Fermo! Intanto di che città stiamo parlando? -
- E' una città simbolica, tanto per le intenzioni del mio romanzo sono un po' tutte idonee le città, intercambiabili...  
 - Ma la gente vuole identificarsi in un posto preciso, riconoscere i luoghi, magari uscire per fare visita agli angoli descritti nella storia. Così ti giochi molti potenziali lettori. 
- Dici? E che città metto?
- Che ingenuo che sei! Usa una delle tante città da cinema, le solite: Milano, Roma. Se vuoi ambientarlo all'estero giocati Parigi o New York e vedrai che il lettore resterà soddisfatto! 
- Fatto. Leggi adesso... 

"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso malato di smog, moriva nel tramonto di Milano assieme alle speranze di tutta quella gente. Era rassegnata all'idea che gli occhi gonfiassero di televisione, lo stomaco di birra, le gambe di fatica. Allungate sulle sedie, esauste per le inutili rincorse al tempo che non bastava mai, aspettavano una pasticca di sonnifero, una carezza che sostituisse l'amore, un letto e l'oblio del buio che avrebbe inghiottito i ricordi.
La luce livida del frigorifero illuminò il volto di Sauro. Messo alle corde da quella giornata assurda, aveva incassato più cazzotti di un pugile suonato. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quella donna con il viso immerso nella pozzanghera di sangue  l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva trascinato il lembo della gonna sottile sulla gamba nuda. La dispensa piangeva, le cose che avrebbe dovuto mangiare erano rimaste nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Vuoto come una chiocciola seccata al sole, accese l'ultima Camel del pacchetto e si lasciò cadere sul divano."

- Ma allora tutti i milanesi avrebbero le occhiaie e le gambe gonfie? Dici che si son presi la gotta a mangiare troppo salame? E poi Milano è molto meno inquinata di tanti altri posti! Cavalchi luoghi comuni negativi. Cosa ci azzecca il tramonto rosso smog e l'aria di piombo. Il piombo va bene per tirare su i muri dritti. E come sarebbe, non ciulano mai? Ma dai! Se c'è una cosa che fa girare il mondo, è il sesso!
- Dico che l'ambientazione del mio noir è torbida e chi se ne impippa se i milanesi vengono fuori male!
- E che alla sera non hanno meglio da fare che rimbambirsi di TV?
- Questa è la realtà filtrata dagli occhi del mio personaggio, un perdente preso a pugni dalla vita e che ha finito di crederci da un bel po'...
-No, davvero. Mettici  ottimismo! Il lettore ha bisogno di aria pulita, scene rassicuranti, semplicità. Quella cosa del pugile suonato. Ormai la boxe non la fila più nessuno: sudore, sangue e facce sfigurate. Apollo Creed è sepolto, Rocky Balboa ha la prostata! Inventati piuttosto una metafora attuale, che ne so, con il calcio...
- Vada per il calcio è...
- E' più attuale, lo sdogani cento volte meglio e poi leva quella luce livida del frigorifero. Figa, vai al Trony che te lo tirano dietro il frigo, cinese coreano, dell'est...





"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie,  moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava il domani. Stanca, decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia di una ragazza piena di voglia di vivere.
La luce livida del frigorifero illuminò il volto di Sauro. Messo a dura prova da quella giornata assurda, aveva incassato più cazzotti di un pugile suonato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quella donna con il viso immerso nella pozzanghera di sangue l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva trascinato il lembo della gonna sottile sulla sulla gamba nuda. 

La dispensa piangeva, le cose che avrebbe dovuto mangiare erano rimaste nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Vuoto come una chiocciola seccata al sole, accese l'ultima Camel del pacchetto e si lasciò cadere sul divano."

- Capito. Ma siamo fuori come una parabola! Il cadavere della donna con la gonna. Mi affoghi nei cliché, ciccio! Questa cosa puzza di misoginia. Vuoi farmi incazzare i lettori? Mica han tempo di capire le tue elucubrazioni. Leva, cribbio, leva! 
- Ma no! La gonna del cadavere ha un impatto notevole. E' una metafora della fragilità femminile e della crudeltà del mondo, che si fa beffe di un riparo così evanescente come un lembo di tessuto sottile. Ci vuole ben altro....
- Già, la donna è fragile e allora io l'ammazzo... Se fai così m'invogli qualcuno al femminicidio. Purgare, asciugare la scrittura, omologare!


"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie,  moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava il domani. Stanca, decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia di una ragazza piena di voglia di vivere.
La luce del frigorifero comprato al Trony illuminò il volto di Sauro. Messo a dura prova da quella giornata assurda, aveva incassato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quella donna di quell'uomo con il viso immerso nella pozzanghera di sangue  l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva chiesto se vi fosse un lenzuolo per coprirlo. 
La dispensa piangeva, le cose che avrebbe dovuto mangiare erano rimaste nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Vuoto come una chiocciola seccata al sole, accese l'ultima Camel del pacchetto e si lasciò cadere sul divano."

- E ma sei proprio un pirla! Che fa quello, fuma? Vorrai scherzare, vero? Hai presente come le sigarette ti riducono i polmoni? E poi le Camel, dai!. Sembra di leccare la tangenziale! Mettigli in bocca una sigaretta elettronica, da bravo, che è pure politically correct. T'é capì?
- E ma qui mi salta in aria l'atmosfera...
-Ma che atmosfera e atmosfera, giargiana!  Mettiti sotto...e poi dai, semplifica, scrivi come mangi! Vuoto come una chiocciola seccata al sole. Ma che roba è? Il pubblico là fuori ha mica tempo di fare le parafrasi come con Dante Alighieri. Si son rotti i coglioni della scuola e i libri al giorno d'oggi si leggono al cesso o sulla metro. Chi ti credi di essere, Virgilio? Stai sul pezzo, modernizzati!






"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie,  moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava il domani. Stanca, decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia di una ragazza piena di voglia di vivere.
La luce del frigorifero comprato al Trony illuminò il volto di Sauro. Messo a dura prova da quella giornata assurda, aveva incassato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quell'uomo con il viso immerso nella pozzanghera di sangue l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva chiesto se vi fosse un lenzuolo per coprirlo. 
La dispensa piangeva, le cose che avrebbe dovuto mangiare erano rimaste nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Affamato, accese la sua Camel del pacchetto sigaretta elettronica comprata al Black Friday e si lasciò cadere sul divano. Qualunque cosa che fumasse, era meglio delle bionde che avevano asfaltato i polmoni di suo padre."

- Come ti pare?
- Una merda. Roba che non vende! 
- Mi sembrava funzionasse. Vira al un po' al banale, tende al dozzinale ma dai, si intravede ancora la poesia...
_ Ma quale poesia! Meno seghe mentali e tac, indicativo presente. E' più immediato e poi levami delle palle quel congiuntivo. Il congiuntivo è out, fuori moda, estinto come i faraoni...Non mettere in imbarazzo i tuoi lettori.
- E poi?
- Già che ci siamo leva quella cosa che vai al bar e rimorchi una. Dov'è finita la libertà sessuale. Vai al bar e rimorchi chi pare, ragazze, ragazzi, ermafroditi, pastori tedeschi. Non facciamoci la figura degli antichi!
- Indicativo presente, sei sicuro? 
- Dai retta e me che la gente non ha tempo da perdere. 


"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie, moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava il domani. Stanca, decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia. di una ragazza piena di voglia di vivere 
La luce del frigorifero comprato al Trony illumina il volto di Sauro. Messo a dura prova da quella giornata assurda, aveva incassato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quell'uomo con il viso immerso nella pozzanghera di sangue l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva chiesto se vi fosse un lenzuolo per coprirlo. 
La dispensa piange, le cose da mangiare sono solo nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Affamato, accende la sua sigaretta elettronica comprata al Black Friday e si lascia cadere sul divano. Qualunque cosa che fumasse  fumava , era meglio delle bionde che avevano asfaltato i polmoni di suo padre."

- E ma allora non ci arrivi! Sauro? Chi pensi che possa chiamare suo figlio Sauro. L'uomo delle caverne? Mettigli su un nome alla moda e leva quella cosa del pregare. Vuoi grane con gli islamici?
- Be', non ho precisato la fede...
- Con i buddisti, i testimoni di Geova, la Chiesa Avventista del settimo giorno? E poi dai, piantiamola con queste anticaglie della fede e della vita ultraterrena! 
- Ok, lo levo.
- E poi omologati. Scrivi  con uno stile troppo tuo. Mica vorrai essere originale? E poi non mi fare il maestrino e butta lì un errore ortografico qualche volta. La gente deve pensare che sei un pirla come loro, deve essere rassicurata, leggere una cosa semplice che arrivi dritta in pancia mentre il vicino di carrozza parla del soffritto. T'è capì ?







"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie,  moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava  pensava al giorno dopo il domani. Stanca, Decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata se calarsi una birra o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia. 
La luce del frigorifero comprato al Trony illumina il volto di Sauro Mattia. Messo a dura prova da quella giornata assurda, E' Stanco e ha incassato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quell'uomo  quell uomo con il viso immerso nella pozzanghera di sangue l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole  cera rimasto male . Per pietà, aveva chiesto se vi fosse un lenzuolo per coprirlo. 
La dispensa piange è vuota , le cose da mangiare sono solo nelle sue intenzioni  son finite, negli scaffali del supermercato. Affamato, accende la sua sigaretta elettronica comprata al Black Friday e si lascia cadere si butta sul divano. Qualunque cosa che fumasse  fumava, era meglio delle bionde sigarette che avevano asfaltato sputtanato i polmoni di suo padre."

- E allora vedi che hai talento? Bravo, cominci a girare come un motorino. E adesso sotto che dobbiamo vendere e-book a carrettate!
- E certo. Mi metto d'impegno, iscrivo il libro a qualche concorso e mi cerco un editore. E poi la promozione, la correzione di bozze, le presentazioni e qualche intervista. Manderò delle copie omaggio ai giornalisti che mi stimano.

Ma va là, l'editore. Vorrai mica che qualcuno ti faccia le pulci su quello che hai scritto! Spontaneità, aria fresca, immediatezza!
- Ma allora niente editore?
 Ma che editore! Editore di te stesso, imprenditore a piede libero, idee in movimento. Ci penso io che conosco una startup che ti mette su le recensioni. Cinquanta euro cento recensioni, cento euro duecentocinquanta recensioni. Hanno un programmino che te le formatta tutte diverse e te vai dritto nelle newsletters. Ricordi quello che per fare ridere si inventava i proclami del berlusca?
- Recensioni false?
- Ma certo! Vorrai mica farti la figura del pirla? La stessa ditta ti compra gli ebook al prezzo di costo per farlo decollare in classifica. Vogliono solo un piccolo supplemento oltre al rimborso.
- Ma l'etica, le gratificazioni...
Poi ci inventiamo un aperitivo ai giardini e facciamo scaricare i file agli invitati in cambio di uno spritz.
- Ma così...ma così non lo leggeranno mai!
- E che ci si puliscano il c.... !
- Ma allora...
- Ma allora è' tutta una truffa e dai, via quella faccia che ci facciamo il grano!

giovedì 26 dicembre 2019

Solo le donne degli altri - L'ottavo romanzo






Romanzo classificato primo nella categoria miglior trama e terzo miglior romanzo assoluto al Giallo Festival di Bologna ed. 2019


Pietro è un giovane medico, svogliato e privo di ambizioni. Lavora con scarsa dedizione, scansando ogni responsabilità e si gode la vita, intrecciando solo freddi rapporti con donne già sposate. L'ultima, la bellissima Amanda, una ragazza che abita in una cascina isolata assieme al marito Glauco, rompe i suoi schemi e lo fa innamorare. Dopo qualche mese di relazione clandestina, decidono insieme di cominciare una convivenza e Pietro, finalmente, si incarica di parlare con Glauco, che invece si libera dell'orgoglio togliendosi la vita di fronte a lui. Solo qualche secondo dopo, sul luogo del suicidio, il telefono del morto si mette a suonare. Sul display compare il nome di Amanda. In realtà si tratta di qualcuno che l'ha rapita e che sta usando il suo cellulare. Pietro, ignaro, risponde. L'interlocutore detta disposizioni senza appello: se Glauco non sarà capace di completare un certo lavoro che non viene specificato, Amanda sarà prima torturata e poi uccisa al sorgere del sole. Pietro, vedendosi costretto, decide di impersonare Glauco e va incontro alla notte più lunga di sempre.

A sud - Il settimo romanzo





Vincitore della quinta edizione Premio Bukowski


Jacopo è un giovane disoccupato che sbarca il lunario vendendo la mobilia di casa e grazie a qualche soldo che gli passano gli anziani genitori. In un pomeriggio di noia, con l'estate incipiente che comincia a scaldare la città, si rifugia in una mostra di fotografie e lì conosce Anna. E' un colpo di fulmine e i due passano la notte insieme a casa di lei. Anna divide l'appartamento con Nastassja, una bellissima ragazza russa di poche parole, con un talento smisurato per la fotografia e la passione per il sud. Qualche giorno dopo, Jacopo scopre che Anna è a capo di una banda di rapinatori e accetta di partecipare al colpo alle poste con l'incarico di fare il palo. Nel frattempo la ragazza russa parte per il sud, senza telefono al seguito e senza dire dove. La rapina naufraga tragicamente ma Jacopo riesce a defilarsi e a passare inosservato. Purtroppo per lui, Nastassja gli aveva scattato numerose fotografie in compagnia di Anna e si è portata via la vecchia macchina fotografica analogica con l'intenzione di fare una mostra. Jacopo deve rintracciare Nastassja e recuperare il rullino con le foto compromettenti, che dimostrerebbero senza ombra di dubbio la sua complicità con i rapinatori. Nastassja, che non ha detto a nessuno dove avesse intenzione di andare e che ha un concetto di sud che racchiude un'area compresa dalla Lunigiana all'Africa subsahariana, è partita senza nemmeno salutare il suo fidanzato. Spinto dalla disperazione e dalla paura e con poche, sommarie indicazioni, Jacopo comincia un viaggio alla ricerca di Nastassja, con un'auto sgangherata presa a prestito da un amico e con le idee confuse. In compagnia di vecchia musica, con pochi soldi in tasca e con la paura di non fare in tempo a salvarsi, viaggia attraverso la provincia italiana, conosce la notte, la bellezza incantata del paese e l'amore. A sud, più a sud di quello che avrebbe voluto, forse c'è la soluzione del suo problema...

domenica 8 settembre 2019

I grandi romanzi portati al cinema. Istruzioni per l'uso

IT - Capitolo 2- Recensione e qualche riflessione letteraria




Cinque ore di film. 
Questo è il minutaggio che Andrés Muschietti & c. hanno ritenuto opportuno per rendere l'idea al cinema di uno dei più amati romanzi dei nostri tempi: IT, di Stephen King.
Il film, che come tutti sanno è stato proposto al pubblico in due distinti capitoli, separati l'uno dall'altro da  un paio di lunghi anni, affronta una storia complessa, caratterizzata da numerosi sottoplot narrativi,  personaggi definiti con pazienza, ambientazioni descritte nei minimi particolari.
La prima, enorme differenza  che un amante del romanzo riscontra alla visione del film, è la netta separazione delle storie dei protagonisti, da ragazzini e in età adulta. Nel libro si può apprezzare la struttura narrativa che alterna, dall'inizio alla fine, i due differenti momenti storici senza mai confondere il lettore. Il film, almeno nella sua prima metà, sceglie di proporre la sola storia dei ragazzini, facendo intuire che, nel secondo e conclusivo capitolo, ci sarebbe stato spazio per i soli protagonisti adulti. La mia considerazione in tal senso era stata positiva: ma certo, mi ero detto, la lavorazione è assai lunga, la pausa fra un film e quell'altro è imposta da esigenze commerciali, i ragazzini inevitabilmente cresceranno e ci troveremo con quelle barbe adolescenziali difficili da mascherare, con quella statura evidentemente aumentata, con quel seno cresciuto nell'intervallo fra il primo e il secondo tempo. E invece mi sbagliavo, perché nel capitolo conclusivo i ragazzi occupano un minutaggio importante e fanno da collante per la storia. Mi chiedo allora perché, fin dall'inizio, non si sia potuto aderire alla struttura a capitoli alternati del romanzo.
Il film, nelle sale da questo giovedì, ha già attirato le ire funeste degli amanti del romanzo e i motivi sono sempre, pressapoco i medesimi:
1. le storie dei personaggi sono state banalizzate
2. troppi plot narrativi sono trascurati e relegati a semplici frame comprensibili ai soli fans del re
3. il finale è stato stravolto.

Esaminiamo allora le critiche ricorrenti e vediamo se sia il caso di confermare o sfatare.
Le storie dei personaggi sono state banalizzate. 
Sì, lo sono state. I protagonisti hanno ognuno una storia di vita complessa. I tratti caratteriali, che al cinema appaiono spesso tagliati con l'accetta, sono frutto di vicissitudini esistenziali che l'autore descrive con il massimo impegno affinché il lettore possa innamorarsi dei personaggi. La principale mia delusione in merito al capitolo 2, è stata di vedere il rapporto putrido fra Beverly Marsh e il marito violento, relegato a qualche secondo di rissa enfatizzata dall'audio spinto al massimo mentre, e i lettori se lo ricorderanno bene, la ribellione di Beverly al marito, con la tempesta di prodotti cosmetici che annichilisce e relega in un angolo il malcapitato, è un'autentica perla narrativa, qualcosa che ogni autore dovrebbe leggere e rileggere per imparare cosa si intende per ritmo, enfasi e violenza. 
La storia di Ben Hascom che si ubriaca al bar prima di tornare a Derry, che nel film non è stata presa in considerazione, rimane a mio parere un pezzo da antologia che regista e sceneggiatori avevano il dovere di inscenare. 
Quindi le scelte in questo senso sono state infelici, anche alla luce di un paio di imperdonabili cadute di ritmo nel film che avrebbero potuto essere gestite assai meglio.




Troppi plot narrativi sono trascurati e relegati a semplici frame comprensibili ai soli fans del re.
E' una critica che non condivido. Molti retroscena del libro non aggiungono o tolgono nulla alla bontà del lavoro ed è stato giusto, anche alla luce delle sacre "esigenze cinematografiche" che tali storie siano state abortite del tutto o ridotte a menzioni di pochi fotogrammi. Sviluppare integralmente una storia come quella, avrebbe richiesto una serie tv lunga un'intera stagione e non sarei pronto a giurare sul gradimento assoluto di una simile iniziativa, anche alla luce del numeroso pubblico del tutto ignaro dell'esistenza stessa del romanzo. I produttori cinematografici, occorre ricordarsi, si rivolgono ad un pubblico eterogeneo e piuttosto capriccioso.



Il finale è stato stravolto.
Senza alcun dubbio e non solo, sono usciti dal radar mogli e mariti ma, come allude lo stesso King, autore di un divertentissimo cameo all'interno del capitolo due: i miei finali fanno schifo. E' evidente che, sebbene la battuta sia rivolta a Bill, il destinatario della critica sia l'autore stesso, troppe volte lodato per la meravigliosa condotta dei propri romanzi ma attaccato per quei finali un po' rappezzati.
In ogni caso e a conti fatti, la trasposizione di IT al cinema è in definitiva un film riuscito, formalmente e sostanzialmente aderente al testo, tecnicamente ineccepibile, ben girato e interpretato. 
Personalmente ho apprezzato il garbo con il quale la scena di sesso fra i ragazzi, ovviamente improponibile, è stata sostituita con un'astuta strizzatina d'occhio,  mettendo in evidenza la scritta Losers sul gesso (proprio mentre i ragazzi si stringono in un simbolico abbraccio), abilmente  camuffata con la V rossa che la trasforma così in Lovers.
Auguro buona visione a quanti ancora non abbiano visto i film.


giovedì 1 agosto 2019

Polvere e silenzio




Polvere.
Prima era materia, duro lavoro, ferro annegato, fatica. Era il piacere di riunirsi attorno al tavolo apparecchiato dopo essersi lavati via il sudore. Erano il papà, gli amici, i vicini di casa e la mamma, che si dava da fare in cucina convinta che non ce ne fosse mai abbastanza per tutti.
Frastuono.
Credevo di avere imparato. Credevo che le mie orecchie fossero addestrate a riconoscere l’essenza stessa del frastuono. Da nord, da sud, dal mare. Qualche volta arrivano dal mare e se il vento ha voglia di scherzare, ti accorgi di loro quando ormai ti sono addosso.
Tremore.
È quello che ti sottrae alla terra, e se la terra è un pavimento, sotto i piedi potrebbe cominciare l’inferno, il tuo.
Sole.
Quello ancora non hanno imparato a levarcelo. È vero, latita per qualche ora ma quando il nemico se ne va, torna a brillare.
Ma chi è il nemico?
Qualche volta le ombre attraversano la città così in fretta che se guardi il cielo rischi di rimanere accecato, e di non vedere più nulla.
Il fischio non è sempre lo stesso, cambia, si aggiorna.
Una bomba a caduta libera arriva con un rumore che ricorda un battito d’ali, e poi dipende da quanto è grossa. Quelle piccole, se possibile, sono ancora peggiori. Sfondano i tetti, si infilano nei vicoli, rotolano e magari non esplodono nemmeno. Aspettano che arrivi qualcuno a liberare le macerie, a farsi strada fra l’acciaio contorto, a sfidare le fiamme e l’acqua che ti aggrediscono contemporaneamente, e sembra si prendano gioco di te. Ci sono cocci, pezzi di mattone, frammenti d’uomo resi irriconoscibili. Se si è fortunati, si può prendere una pala e scavare.
Nella polvere.
Se non si è fortunati c’è un meccanismo che scatta quando meno te lo aspetti. Cessano le grida, i pianti, gli ordini e la frenesia che si era creata accanto a quel cumulo di macerie, all’improvviso.
Come formiche.
Arrivano altri aiuti, accorrono come formiche agli ordini della regina e riprendono a scavare.
Non hanno tempo di chiedersi chi sia stato. Per quello ci sono i giornali dell’occidente, le loro televisioni. Cambiano versione secondo la convenienza, snocciolano numeri di morti come se parlassero della classifica del campionato di calcio, ascoltano testimoni, quelli con il trucco appena rifatto da una troupe televisiva.
Per renderli credibili li riempiono di polvere.

Il mio bambino è cresciuto così: ha imparato a riconoscere gli elicotteri.
Capisce il modello dal rumore delle pale, intuisce dove cadranno i colpi a seconda della quota di volo. Per gli aerei è più difficile. Sono complici del vento, loro, volano basso e qualche volta scompariscono dopo un boato.
Con i missili è impossibile.
Arrivano assieme a un sibilo e, se lo senti, devi conoscere una preghiera abbastanza breve e devi essere bravo a recitarla piuttosto in fretta. I missili se ne infischiano delle preghiere, dei matrimoni e dei funerali. A loro piace arrivare quando la gente si riunisce a pregare, specialmente.

Questa mattina ho saputo che distribuiscono delle medicine.
Bisogna attraversare due quartieri e soprattutto, per orientarsi, occorre ricordarseli com’erano prima. Il mio bambino è più bravo di me. Lui non si lascia condizionare dalla città com’era prima perché quella l’ha vista solo nelle fotografie. Qualche volta rimane stranito dal panorama di tetti bianchi, cupole e torri a perdita d’occhio, e dall’antica fortezza sulla collina che è rimasta al suo posto. Pare abbia sostituito il solito zerbino ai suoi piedi con un altro consumato. Lui si fa guidare dallo scheletro del semaforo all’angolo, dal tubo nudo della fognatura che fuma come un grosso sigaro, dall’officina del ciclista con le biciclette buttate l’una sull’altra come nel mucchio di rottami davanti alla fonderia. Non hanno più le gomme e i catarifrangenti dei pedali hanno smesso di brillare da un pezzo. Il mio bambino si orienta con il gruppo di alberi dati in pasto alle fiamme dove io, ragazzina, avevo dato il mio primo bacio. Sapeva di cedro su un letto odoroso di oleandro in fiore rosso. Il bacio è come il vino: eredita il carattere della terra che lo circonda e, se buono, non lo dimentichi mai più.
Il mio bambino ha imparato a camminare veloce e a fare tesoro del mezzo centimetro di suola che ogni giorno si assottiglia.
Il mio bambino è nato con la guerra e parla.
Parla in continuazione e non si preoccupa di farsi notare. Lo tengo per mano mentre zigzaghiamo fra le case ridotte a frane, e mi dice che gli aeroplani e gli elicotteri non sentono, e che i soldati sono così stanchi che non hanno più voglia di sollevare il fucile. Indica una parete di vetri rotti che sembra una dentiera presa a pugni e mi annuncia che siamo quasi arrivati, che dopo il palazzo, quello con i pavimenti adagiati addosso come le orecchie di un cane, ci sono le medicine.
E poi, senza preavviso, arriva il fischio cattivo, quello che devi recitare le preghiere.
Lo devi fare in fretta e sperare nel perdono se manchi di pronunciare qualche parola.
Sento la sua mano tirare. Sento un primo strattone che mi arriva fino nel gomito assieme a una scossa e poi un secondo ancora più forte. Io sono paralizzata dalla paura e le mie dita finiscono con lo stringersi su loro stesse. Lo vedo scivolare via e correre come il vento. Inciampa, si rialza e finisce col rintanarsi nel buio di un garage, con la serranda avvolgibile accartocciata accanto alla porta.
C’è il frastuono, c’è il tremore, c’è la polvere e c’è il silenzio.
È un silenzio puro, che arriva subito dopo la pioggia di sassi e mattoni e oggetti e fiammelle che si depositano in terra continuando a bruciare. Quella cosa laggiù che rimbalza deve essere l’oblò di una lavatrice e un tetto si attorciglia come un verme finito nel fuoco. Da una finestra si ravvisa un rigurgito di panni sporchi. Non provo nemmeno a sottrarmi al muro di polvere densa che mi arriva addosso come un treno.
È un pugno.
Faccio in tempo a coprirmi il viso con il foulard e a percepire il mio sangue. Esce dal naso e dalle orecchie e s’ impiastriccia formando una fanghiglia sul viso.
Non sento piangere, non sento chiamare la mamma.
Forse le mie orecchie non saranno mai più capaci di ascoltare un suono.
Mentre il mio fiato si riempie di pulviscolo, mi accorgo di essere in ginocchio su uno strato di ciottoli. Forse il mio corpo non sarà mai più capace di avvertire dolore.
C’è silenzio.
Quella cosa delle sirene che risuonano un secondo dopo la tragedia è una stupidaggine. Succede solo nei film, dove le bombe al massimo ti spettinano. Quella cosa delle grida lancinanti che rimbalzano fra le macerie, è una stupidaggine. Le esplosioni mettono tutti a tacere, si disfano della gente e la spogliano. Spesso in giro ci sono vestiti e borse e valigie e scarpe, che qualche volta hanno ancora i piedi nel loro interno. Per gridare serve aria e qui, adesso, l’aria è stata presa in prestito dalla guerra. Mi accorgo del cuore vivo nel petto ma è muto, come un film nel televisore rotto. Mi accorgo del sangue che scorre ancora nelle vene ma è avvelenato, come un fiume alla fine del suo corso. Mi accorgo che il mio bambino è rimasto ostaggio delle rovine di quel palazzo.
Ascolto.
Non un pianto, non un lamento: solo silenzio.
Aprire gli occhi, anche per un secondo, è come lasciarsi buttare la sabbia in faccia da un omino del sonno cattivo.
Mi alzo.
Avevo letto della nebbia, del suo fascino misterioso e del freddo che si porta appresso. Avevo letto del silenzio nella bruma del mattino, di quella ricerca della solitudine con la quale gli uomini in pace cercano di combattere i loro fantasmi. Avevo letto di alcuni che conquistano la cima di un monte per guadagnare il silenzio e di altri, che si immergono in vasche per la privazione sensoriale.
Dilettanti.
Avevo letto che il silenzio avvicina a Dio.
Quando la città si prende un ceffone non piange: si ritrae, china la testa e cerca rifugio nel silenzio.
Quel mattino, da qualche parte, un colonnello con una tazza di caffè caldo al suo fianco deve avere puntato il dito su una mappa e impartito l’ordine di sparare, in silenzio. Non ha nemmeno parlato: ha solo picchiettato con il polpastrello su quell’incrocio di strade e ha fatto capire con uno sguardo che sarebbe rimasto davanti al monitor per vedere l’effetto che fa.
Muovo qualche passo, vaneggio nel bianco denso che mi circonda e sento il mio pianto rimanere incastrato in gola. Sono una statua di gesso che cammina.
Vorrei sentire chiamare, urlare o piangere. Vorrei sentire la voce di un bambino che implora di aiutarlo.
Quel missile ha posato una pietra tombale sulla mia vita. Spingo, graffio con le unghie, tento di spostarla, ma una cecità che si accompagna al silenzio mi porta alla lenta, inesorabile rassegnazione.
Ma sono in piedi.
La polvere si posa lentamente e stende l’ennesimo sudario bianco sui miseri resti di questa città. Posso intuire il palazzo con i piani adagiati come le orecchie di un cane e quell’altro, che prima aveva solo le finestre rotte e adesso si genuflette alla guerra arrendendosi senza condizioni. L’avvolgibile, che era davanti al garage dove si è rifugiato il mio bambino, è volato dalla parte opposta della strada. È appoggiato sulla porta della bottega del liutaio e un tubo spezzato lo sta ubriacando di acqua rugginosa.
Il silenzio è rotto.
Concentrandosi è possibile percepire il rumore del ferro sotto il getto. Nulla a che vedere con il suono dei violini che il caro vecchio liutaio sapeva costruire tanto bene, ma pur sempre musica.
Il palazzo dove si è rifugiato il mio bambino è ancora intatto. A guardarlo con attenzione ha forse perso un paio di balconi e un terzo è rimasto aggrappato alla parete come un alpinista nei pasticci.
L’occhio nero del garage è lì che mi aspetta. Sa di marcio e la corrente d’aria umida porta fuori odore di morte. Mi avvicino con le pietre sotto le scarpe che tentano di fasi strada attraverso le suole. Quando finalmente riesco a guardare dentro, vedo il soffitto pieno di buchi e di cavi elettrici ovunque, che penzolano come liane.
Gocciola.
Dalla parte opposta si intuisce una crepa che attraversa il muro in diagonale. Lascia filtrare una lama di luce che disegna sul pavimento qualcosa che ricorda gli scarabocchi dei bambini.
Quando erano vivi.
Quando andavano a scuola.
Quando correvano per la strada dietro al pallone.
Quello che sento si apparenta con le voci delle amiche, in quelle notti d’estate che cominciavano tardi e che non faceva mai freddo. Ti chiamavano nel frastuono della musica alle feste e le voci arrivavano filtrate da un’ovatta spessa e consistente. Erano i tempi delle farfalle nella pancia, dei baci rubati, delle notti passate a guardare le stelle e dei cieli dove volavano gli aeroplani senza bombe e noi, ragazzine, ci divertivamo a indovinare dove sarebbero andati. Erano i tempi in cui si guardava il mare, senza pensare che il colore grigio di una nave fosse sinonimo di morte.
Erano i tempi dove la polvere si levava dai mobili, il frastuono metteva allegria, il tremore era quello che ti prendeva nelle gambe quando il ragazzo più bello della scuola ti sorrideva. Erano i tempi quando il silenzio si faceva per rispetto, nei confronti dei morti o verso le persone stanche.
Quello che sento arriva dal buio, freddo e denso nel fondo della sala.
Sono passi, che corrono in una pozzanghera e abili schivano le ferite del pavimento. Sono echi, sono respiri, sono strutture stanche di esistere che scricchiolano sotto il peso di un bambino spaventato.
La parola “mamma”, vi giuro, è fra tutte quella più bella da ascoltare.

mercoledì 8 maggio 2019

Io vado a Torino




...e certo che ci vado.
Ci vado perché ho pubblicato sette romanzi e per ognuno di loro ho lavorato tanto. Mi sono emozionato nel vederli crescere, maturare, assumere la loro forma definitiva e adesso li voglio vedere ancora lì, esposti nella più grande e prestigiosa vetrina d'Italia. 
Ci vado perché gli editori che hanno deciso di pubblicarli hanno lavorato come me, anzi di più. In questo momento stanno allestendo, spostando scatoloni, aspettando disposizioni. Magari sono stanchi, di sicuro credono in quello che fanno. Ci vado perché, come me, ci sono altre migliaia di persone oneste che si sono fatte il culo per avere dei risultati e meritano di averli. Ci vado perché non sarà un nostalgico del ventennio che mette in vendita la sua merce sotto quel tetto a convincermi del fatto che tutti gli altri debbano scostarsi. E infine ci vado perché sono abbastanza grande da capire che quella polemica, come tutte le polemiche di questo mondo, è in parte sincera e in parte alimentata da biechi interessi commerciali e politici.


Ci vado perché devo ritirare un attestato per la pubblicazione di un nuovo racconto e non intendo rinunciare ad aggiornare la mia parete delle "soddisfazioni letterarie"




Ci vado, mi auguro che non ci siano problemi di ordine pubblico, che la gente diserti quello stand (che avrebbe dovuto essere notato molto prima) e che gli unici protagonisti siano gli autori, gli editori, i milioni di libri sulle bancarelle e la voglia di leggerli.



Buon Salone del Libro a tutti.


sabato 27 aprile 2019

Fiumi di parole...



Le parole fanno parte dei libri, non occorre risparmiarle.
E su questo siamo tutti d'accordo.
Il testo di un romanzo di media lunghezza, diciamo con un numero di parole comprese fra le cinquanta e le centomila, potrà raccontare più o meno bene una storia anche complessa, scegliendo di enfatizzare certi aspetti rispetto ad altri, di descrivere, spiegare, approfondire, istruire, emozionare. Ma siamo sicuri che tutte queste parole vengano adoperate nella maniera migliore?
Siamo certi che non siano l'egoismo, il narcisismo e qualche volta la frustrazione dell'autore a caratterizzare la storia?
Qualche volta accade.
Leggo tanto e facendolo mi imbatto in quegli scrittori (sono tanti per la verità) che tendono a spiegare tutto e che specialmente amano a mettere per iscritto ogni singolo pensiero dei protagonisti, senza fare nulla affinché il lettore, semplicemente, lo intuisca.
E' un approccio alla scrittura che non adoro, anzi, diciamo che quasi sempre riesce a porre le condizioni per  il colpo di sonno, quello che ti sorprende con il libro rovesciato sulle ginocchia e con il segno fra le pagine andato irrimediabilmente perduto.
Mi succede questo perché sono sicuro che il lettore meriti rispetto, che sia abbastanza intelligente e sufficientemente coinvolto nella storia per essere capace, per  esempio,  di percepire da solo la chimica fra due amanti senza che lo scrittore traduca in parole ogni singolo ragionamento dei protagonisti, ogni minimo dubbio, ogni sensazione  seppur fugace. 
Se Diego e Alice, per esempio, si sono appena conosciuti e stanno per dividere una notte d'amore, lui (che è già cotto come la pasta dimenticata in acqua per venti minuti) penserà di non dare troppo a vedere il suo entusiasmo, di fare una pessima figura a causa della casa in disordine, di avere lasciato troppi indizi della sua professione sparsi in giro. Alla fine (perché nei libri e nei film non può andare diversamente) si consuma l'amplesso, seguito dall'appagamento e da quella meravigliosa pace dei sensi che si prova in certe occasioni.




Ecco.
Certi scrittori che non sono esattamente il mio punto di riferimento, avrebbero messo giù due righe in questo modo:

"La invitò a entrare. Era in ansia. Non voleva darle in pasto quel suo entusiasmo da adolescente, quella sua eccitazione fin troppo evidente che serpeggiava sotto la pelle. Pensò che si sarebbe dedicato a qualcosa di diverso, qualcosa che potesse fare credere ad Alice che lui, abituato com'era alle donne, ai loro capricci e alla scoperta di tutti quei meravigliosi tasti nascosti che le facevano diventare docili, sapeva dominare i suoi sensi. L'amore, quello fra le lenzuola, sarebbe arrivato dopo con tutta calma. 
Vide i pesci nuotare nell'acquario. 
L'idea che lei avrebbe potuto spazientirsi per finire col saltargli addosso lo convinse a dedicasi a loro. Prese il cibo e lo versò nella vasca a spizzichi. Si ricordò di quando lo faceva sua madre dopo essersi asciugata le mani sul grembiule e di come suo padre la guardava quando succedeva. Mentre i fiocchi galleggiavano sulla superficie dell'acqua che rifletteva il viola della lampada, gli venne in mente che Alice avrebbe anche potuto offendersi, che dare le spalle alla gente è sinonimo di cattiva educazione e che il portafoglio nella tasca dei jeans gli stava sicuramente rovinando il bel sedere, e tutti sanno quanto alle donne possa piacere un bel sedere. 
La sentiva respirare e l'atmosfera si inquinò per la vergogna. Si ricordò che quella mattina non aveva fatto il letto, che aveva pedalato per mezz'ora e che i suoi indumenti sudati non erano stati lavati e che la cosa avrebbe potuto rovinare  la poesia. Alle volte è un piccolo, insignificante dettaglio quello che rovina la poesia. 
E poi cominciarono a fare l'amore, all'inizio con gli ingranaggi che scricchiolavano un po', dopo con l'olio della passione che era andato a lubrificare le rotelle più asciutte. Pensò di non meritarsi quella ragazza, così bella, così appassionata. 
Era perfetta. 
Si sforzò di ricordarne altre altrettanto belle ma non gliene venne in mente nessuna. Si convinse che pensare troppo avrebbe potuto levare preziose energie proprio da lì, e lui voleva durare, stare sul pezzo, strappare un biglietto per il paradiso, resistere all'evento tellurico che gli stava facendo vibrare le fibre più recondite... Concluse che non se la meritava ma il suo piacere, infine, cancellò ogni dubbio. 
All'idea di quel momento, di quel ritaglio di vita che si era proiettato davanti ai suoi occhi come i fuochi d'artificio di una notte d'agosto, gli ritornarono alla mente le delusioni, i fallimenti, i giorni dati in pasto alla rabbia. 
Tutto resettato, riavvolto come il nastro di una vecchia cassetta con un film rubato alla televisione. 
Era stata sufficiente la morbida, calda e tenera Alice, la ragazza più bella in città che, quel giorno qualunque del principio di un'estate qualunque di un anno qualunque, di un secolo qualunque, si era messa in mezzo al suo cammino per indicargli la strada della felicità. Fu così, annegato in una tempesta di emozioni e sballottato dalle onde enormi della gioia che infine pianse." 

Bello, mi piace. Del resto l'ho scritto io, adesso.  :D   Certo non è il mio stile. E' una forzatura che ho messo in pratica per dimostrare che la scrittura logorroica, alla fine dimostra dei limiti e magari qualche volta confonde. 
Quando nel mio romanzo "Una notte per non morire" scrissi quella scena per davvero, la misi su carta esattamente così:

"Lui la invitò a entrare e diede da mangiare ai pesci nell’acquario; una vasca da centocinquanta litri con mezza dozzina di scalari, quattro coppie di sbaciucchioni e una serie operosa di pulitori di fondo, tutti immersi in un’atmosfera sospesa fra il viola e l’azzurro.
Si vergognò un po’ del suo letto sfatto, di quella coppia di calzini dimenticati sudati ai piedi della cyclette e soprattutto di quei portantini per gatti, impilati a torre proprio nell’angolo della stanza.
Si perse negli occhi grandi e scuri che Alice sapeva riempire passione e poi, quando la libidine sciolse il morso dei freni, apprezzò la pelle vellutata e le proporzioni perfette di quel corpo, fino ai particolari più nascosti. La sua intenzione di resistere venne disintegrata presto da quel terremoto ondulatorio e sussultorio che si era scatenato sopra di lui.
Fu talmente felice, che si sforzò di trattenere il pianto."

Avrete capito che sono per la scrittura asciutta.

E per le scene d'azione, per la violenza?
Uguale. Per il genere che scrivo, le scene d'azione con risvolti anche violenti sono piuttosto frequenti. Nel mio thriller "La sesta destinazione", per esempio,  ho sviluppato in questo modo l'idea di un cecchino che sbaglia clamorosamente mira...




"Il vento che sentì carezzarle la schiena era quello provocato dal passaggio di un proiettile con ogiva di piombo incamiciato in acciaio. 
Dopo avere provocato un piccolo foro nel vetro della finestra, impiegò l’infinitesima frazione di un secondo per sfiorarle le vertebre, aprire come un melone la testa di Cinzia e devastare le viscere del capo, che indietreggiò fino a travolgere la fotocopiatrice ancora in opera. Silvia, la ragazza che aveva passato gli ultimi dieci minuti a caricare in macchina un foglio alla volta, sentì il tonfo del proiettile che fermava finalmente la sua corsa a 830 metri al secondo disintegrando i meccanismi della macchina, e non capì. Non capì perché con la coda dell’occhio aveva intravisto una macchia rossa che sostituiva la testa della sua collega e non capì il motivo per cui dairectory era steso sul pavimento, piegato in due e in preda a convulsioni. Quando, assieme ad un pezzo del suo gomito, vide una grossa macchia di sangue sulla parete, capì a cosa era dovuto quel dolore lancinante che aveva cominciato ad avvertire nel braccio. 
Era il secondo colpo.
Il terzo proiettile fece un foro accanto a quelli che avevano violato la verginità del vetro.
Il killer inquadrò nuovamente Francesca nell’ottica del suo fucile e sparò con l’intenzione di spaccarle il cuore. Ma in quel momento, quando era stato premuto il grilletto, nella mente di Francesca partì un impulso dettato dall’istinto, quello di uscire dal campo visivo della finestra e portarsi dietro alla veneziana. Quella questione di sinapsi, nervi e muscoli, la salvò nuovamente.
Sentì ancora fischiare il proiettile, questa volta accanto all’orecchio, attraverso i capelli, che svolazzarono tranciati per la stanza come se avesse deciso di rifarsi il taglio. Il ragionier Guarneri, accorso per capire cosa fossero quelle grida e quel caos, arrivò all'appuntamento con la morte offrendo il petto al calibro 7.62, quello che aveva solo spettinato Francesca. 
Gli trapassò lo sterno e ridusse il suo cuore a una poltiglia. 
Morì all’istante, cadendo su una sedia dietro di lui, con gli occhi sbarrati e le braccia cicciotte messe a nudo dalle maniche arrotolate della camicia. Si accomodarono sui braccioli e vi stettero..."

Ecco, qui nessuno pensa a nulla. Solo istinto, paura e sangue. 
Eppure vi giuro, che esistono dei libri dove una scena simile viene interpretata diversamente, magari approfittandosi dell'occasione per infilarci qualche ragionamento sull'esistenza o, peggio ancora, qualche aforisma riciclato.
Quindi insisto, le parole fanno parte dei libri ma non approfittiamone. Il lettore non merita di sorbirsi il nostro narcisismo nel momento sbagliato e nemmeno è costretto a concentrarsi sulla lettura come un concorrente alla finale mondiale di scacchi.
Per come la vedo io la scrittura è musica, ogni strumento deve attenersi al ritmo, rispettare il tempo e tacere quando necessario. Ci sono i piano, i forti, le pause. Lo scrittore ha la fortuna di disporre di una sinfonia (la storia), dei migliori musicisti (il suo talento) e della bacchetta da direttore per fare sì che l'esecuzione funzioni perfettamente. Quest'ultima cosa la chiamerei umiltà.