domenica 8 settembre 2019

I grandi romanzi portati al cinema. Istruzioni per l'uso

IT - Capitolo 2- Recensione e qualche riflessione letteraria




Cinque ore di film. 
Questo è il minutaggio che Andrés Muschietti & c. hanno ritenuto opportuno per rendere l'idea al cinema di uno dei più amati romanzi dei nostri tempi: IT, di Stephen King.
Il film, che come tutti sanno è stato proposto al pubblico in due distinti capitoli, separati l'uno dall'altro da  un paio di lunghi anni, affronta una storia complessa, caratterizzata da numerosi sottoplot narrativi,  personaggi definiti con pazienza, ambientazioni descritte nei minimi particolari.
La prima, enorme differenza  che un amante del romanzo riscontra alla visione del film, è la netta separazione delle storie dei protagonisti, da ragazzini e in età adulta. Nel libro si può apprezzare la struttura narrativa che alterna, dall'inizio alla fine, i due differenti momenti storici senza mai confondere il lettore. Il film, almeno nella sua prima metà, sceglie di proporre la sola storia dei ragazzini, facendo intuire che, nel secondo e conclusivo capitolo, ci sarebbe stato spazio per i soli protagonisti adulti. La mia considerazione in tal senso era stata positiva: ma certo, mi ero detto, la lavorazione è assai lunga, la pausa fra un film e quell'altro è imposta da esigenze commerciali, i ragazzini inevitabilmente cresceranno e ci troveremo con quelle barbe adolescenziali difficili da mascherare, con quella statura evidentemente aumentata, con quel seno cresciuto nell'intervallo fra il primo e il secondo tempo. E invece mi sbagliavo, perché nel capitolo conclusivo i ragazzi occupano un minutaggio importante e fanno da collante per la storia. Mi chiedo allora perché, fin dall'inizio, non si sia potuto aderire alla struttura a capitoli alternati del romanzo.
Il film, nelle sale da questo giovedì, ha già attirato le ire funeste degli amanti del romanzo e i motivi sono sempre, pressapoco i medesimi:
1. le storie dei personaggi sono state banalizzate
2. troppi plot narrativi sono trascurati e relegati a semplici frame comprensibili ai soli fans del re
3. il finale è stato stravolto.

Esaminiamo allora le critiche ricorrenti e vediamo se sia il caso di confermare o sfatare.
Le storie dei personaggi sono state banalizzate. 
Sì, lo sono state. I protagonisti hanno ognuno una storia di vita complessa. I tratti caratteriali, che al cinema appaiono spesso tagliati con l'accetta, sono frutto di vicissitudini esistenziali che l'autore descrive con il massimo impegno affinché il lettore possa innamorarsi dei personaggi. La principale mia delusione in merito al capitolo 2, è stata di vedere il rapporto putrido fra Beverly Marsh e il marito violento, relegato a qualche secondo di rissa enfatizzata dall'audio spinto al massimo mentre, e i lettori se lo ricorderanno bene, la ribellione di Beverly al marito, con la tempesta di prodotti cosmetici che annichilisce e relega in un angolo il malcapitato, è un'autentica perla narrativa, qualcosa che ogni autore dovrebbe leggere e rileggere per imparare cosa si intende per ritmo, enfasi e violenza. 
La storia di Ben Hascom che si ubriaca al bar prima di tornare a Derry, che nel film non è stata presa in considerazione, rimane a mio parere un pezzo da antologia che regista e sceneggiatori avevano il dovere di inscenare. 
Quindi le scelte in questo senso sono state infelici, anche alla luce di un paio di imperdonabili cadute di ritmo nel film che avrebbero potuto essere gestite assai meglio.




Troppi plot narrativi sono trascurati e relegati a semplici frame comprensibili ai soli fans del re.
E' una critica che non condivido. Molti retroscena del libro non aggiungono o tolgono nulla alla bontà del lavoro ed è stato giusto, anche alla luce delle sacre "esigenze cinematografiche" che tali storie siano state abortite del tutto o ridotte a menzioni di pochi fotogrammi. Sviluppare integralmente una storia come quella, avrebbe richiesto una serie tv lunga un'intera stagione e non sarei pronto a giurare sul gradimento assoluto di una simile iniziativa, anche alla luce del numeroso pubblico del tutto ignaro dell'esistenza stessa del romanzo. I produttori cinematografici, occorre ricordarsi, si rivolgono ad un pubblico eterogeneo e piuttosto capriccioso.



Il finale è stato stravolto.
Senza alcun dubbio e non solo, sono usciti dal radar mogli e mariti ma, come allude lo stesso King, autore di un divertentissimo cameo all'interno del capitolo due: i miei finali fanno schifo. E' evidente che, sebbene la battuta sia rivolta a Bill, il destinatario della critica sia l'autore stesso, troppe volte lodato per la meravigliosa condotta dei propri romanzi ma attaccato per quei finali un po' rappezzati.
In ogni caso e a conti fatti, la trasposizione di IT al cinema è in definitiva un film riuscito, formalmente e sostanzialmente aderente al testo, tecnicamente ineccepibile, ben girato e interpretato. 
Personalmente ho apprezzato il garbo con il quale la scena di sesso fra i ragazzi, ovviamente improponibile, è stata sostituita con un'astuta strizzatina d'occhio,  mettendo in evidenza la scritta Losers sul gesso (proprio mentre i ragazzi si stringono in un simbolico abbraccio), abilmente  camuffata con la V rossa che la trasforma così in Lovers.
Auguro buona visione a quanti ancora non abbiano visto i film.


giovedì 1 agosto 2019

Polvere e silenzio




Polvere.
Prima era materia, duro lavoro, ferro annegato, fatica. Era il piacere di riunirsi attorno al tavolo apparecchiato dopo essersi lavati via il sudore. Erano il papà, gli amici, i vicini di casa e la mamma, che si dava da fare in cucina convinta che non ce ne fosse mai abbastanza per tutti.
Frastuono.
Credevo di avere imparato. Credevo che le mie orecchie fossero addestrate a riconoscere l’essenza stessa del frastuono. Da nord, da sud, dal mare. Qualche volta arrivano dal mare e se il vento ha voglia di scherzare, ti accorgi di loro quando ormai ti sono addosso.
Tremore.
È quello che ti sottrae alla terra, e se la terra è un pavimento, sotto i piedi potrebbe cominciare l’inferno, il tuo.
Sole.
Quello ancora non hanno imparato a levarcelo. È vero, latita per qualche ora ma quando il nemico se ne va, torna a brillare.
Ma chi è il nemico?
Qualche volta le ombre attraversano la città così in fretta che se guardi il cielo rischi di rimanere accecato, e di non vedere più nulla.
Il fischio non è sempre lo stesso, cambia, si aggiorna.
Una bomba a caduta libera arriva con un rumore che ricorda un battito d’ali, e poi dipende da quanto è grossa. Quelle piccole, se possibile, sono ancora peggiori. Sfondano i tetti, si infilano nei vicoli, rotolano e magari non esplodono nemmeno. Aspettano che arrivi qualcuno a liberare le macerie, a farsi strada fra l’acciaio contorto, a sfidare le fiamme e l’acqua che ti aggrediscono contemporaneamente, e sembra si prendano gioco di te. Ci sono cocci, pezzi di mattone, frammenti d’uomo resi irriconoscibili. Se si è fortunati, si può prendere una pala e scavare.
Nella polvere.
Se non si è fortunati c’è un meccanismo che scatta quando meno te lo aspetti. Cessano le grida, i pianti, gli ordini e la frenesia che si era creata accanto a quel cumulo di macerie, all’improvviso.
Come formiche.
Arrivano altri aiuti, accorrono come formiche agli ordini della regina e riprendono a scavare.
Non hanno tempo di chiedersi chi sia stato. Per quello ci sono i giornali dell’occidente, le loro televisioni. Cambiano versione secondo la convenienza, snocciolano numeri di morti come se parlassero della classifica del campionato di calcio, ascoltano testimoni, quelli con il trucco appena rifatto da una troupe televisiva.
Per renderli credibili li riempiono di polvere.

Il mio bambino è cresciuto così: ha imparato a riconoscere gli elicotteri.
Capisce il modello dal rumore delle pale, intuisce dove cadranno i colpi a seconda della quota di volo. Per gli aerei è più difficile. Sono complici del vento, loro, volano basso e qualche volta scompariscono dopo un boato.
Con i missili è impossibile.
Arrivano assieme a un sibilo e, se lo senti, devi conoscere una preghiera abbastanza breve e devi essere bravo a recitarla piuttosto in fretta. I missili se ne infischiano delle preghiere, dei matrimoni e dei funerali. A loro piace arrivare quando la gente si riunisce a pregare, specialmente.

Questa mattina ho saputo che distribuiscono delle medicine.
Bisogna attraversare due quartieri e soprattutto, per orientarsi, occorre ricordarseli com’erano prima. Il mio bambino è più bravo di me. Lui non si lascia condizionare dalla città com’era prima perché quella l’ha vista solo nelle fotografie. Qualche volta rimane stranito dal panorama di tetti bianchi, cupole e torri a perdita d’occhio, e dall’antica fortezza sulla collina che è rimasta al suo posto. Pare abbia sostituito il solito zerbino ai suoi piedi con un altro consumato. Lui si fa guidare dallo scheletro del semaforo all’angolo, dal tubo nudo della fognatura che fuma come un grosso sigaro, dall’officina del ciclista con le biciclette buttate l’una sull’altra come nel mucchio di rottami davanti alla fonderia. Non hanno più le gomme e i catarifrangenti dei pedali hanno smesso di brillare da un pezzo. Il mio bambino si orienta con il gruppo di alberi dati in pasto alle fiamme dove io, ragazzina, avevo dato il mio primo bacio. Sapeva di cedro su un letto odoroso di oleandro in fiore rosso. Il bacio è come il vino: eredita il carattere della terra che lo circonda e, se buono, non lo dimentichi mai più.
Il mio bambino ha imparato a camminare veloce e a fare tesoro del mezzo centimetro di suola che ogni giorno si assottiglia.
Il mio bambino è nato con la guerra e parla.
Parla in continuazione e non si preoccupa di farsi notare. Lo tengo per mano mentre zigzaghiamo fra le case ridotte a frane, e mi dice che gli aeroplani e gli elicotteri non sentono, e che i soldati sono così stanchi che non hanno più voglia di sollevare il fucile. Indica una parete di vetri rotti che sembra una dentiera presa a pugni e mi annuncia che siamo quasi arrivati, che dopo il palazzo, quello con i pavimenti adagiati addosso come le orecchie di un cane, ci sono le medicine.
E poi, senza preavviso, arriva il fischio cattivo, quello che devi recitare le preghiere.
Lo devi fare in fretta e sperare nel perdono se manchi di pronunciare qualche parola.
Sento la sua mano tirare. Sento un primo strattone che mi arriva fino nel gomito assieme a una scossa e poi un secondo ancora più forte. Io sono paralizzata dalla paura e le mie dita finiscono con lo stringersi su loro stesse. Lo vedo scivolare via e correre come il vento. Inciampa, si rialza e finisce col rintanarsi nel buio di un garage, con la serranda avvolgibile accartocciata accanto alla porta.
C’è il frastuono, c’è il tremore, c’è la polvere e c’è il silenzio.
È un silenzio puro, che arriva subito dopo la pioggia di sassi e mattoni e oggetti e fiammelle che si depositano in terra continuando a bruciare. Quella cosa laggiù che rimbalza deve essere l’oblò di una lavatrice e un tetto si attorciglia come un verme finito nel fuoco. Da una finestra si ravvisa un rigurgito di panni sporchi. Non provo nemmeno a sottrarmi al muro di polvere densa che mi arriva addosso come un treno.
È un pugno.
Faccio in tempo a coprirmi il viso con il foulard e a percepire il mio sangue. Esce dal naso e dalle orecchie e s’ impiastriccia formando una fanghiglia sul viso.
Non sento piangere, non sento chiamare la mamma.
Forse le mie orecchie non saranno mai più capaci di ascoltare un suono.
Mentre il mio fiato si riempie di pulviscolo, mi accorgo di essere in ginocchio su uno strato di ciottoli. Forse il mio corpo non sarà mai più capace di avvertire dolore.
C’è silenzio.
Quella cosa delle sirene che risuonano un secondo dopo la tragedia è una stupidaggine. Succede solo nei film, dove le bombe al massimo ti spettinano. Quella cosa delle grida lancinanti che rimbalzano fra le macerie, è una stupidaggine. Le esplosioni mettono tutti a tacere, si disfano della gente e la spogliano. Spesso in giro ci sono vestiti e borse e valigie e scarpe, che qualche volta hanno ancora i piedi nel loro interno. Per gridare serve aria e qui, adesso, l’aria è stata presa in prestito dalla guerra. Mi accorgo del cuore vivo nel petto ma è muto, come un film nel televisore rotto. Mi accorgo del sangue che scorre ancora nelle vene ma è avvelenato, come un fiume alla fine del suo corso. Mi accorgo che il mio bambino è rimasto ostaggio delle rovine di quel palazzo.
Ascolto.
Non un pianto, non un lamento: solo silenzio.
Aprire gli occhi, anche per un secondo, è come lasciarsi buttare la sabbia in faccia da un omino del sonno cattivo.
Mi alzo.
Avevo letto della nebbia, del suo fascino misterioso e del freddo che si porta appresso. Avevo letto del silenzio nella bruma del mattino, di quella ricerca della solitudine con la quale gli uomini in pace cercano di combattere i loro fantasmi. Avevo letto di alcuni che conquistano la cima di un monte per guadagnare il silenzio e di altri, che si immergono in vasche per la privazione sensoriale.
Dilettanti.
Avevo letto che il silenzio avvicina a Dio.
Quando la città si prende un ceffone non piange: si ritrae, china la testa e cerca rifugio nel silenzio.
Quel mattino, da qualche parte, un colonnello con una tazza di caffè caldo al suo fianco deve avere puntato il dito su una mappa e impartito l’ordine di sparare, in silenzio. Non ha nemmeno parlato: ha solo picchiettato con il polpastrello su quell’incrocio di strade e ha fatto capire con uno sguardo che sarebbe rimasto davanti al monitor per vedere l’effetto che fa.
Muovo qualche passo, vaneggio nel bianco denso che mi circonda e sento il mio pianto rimanere incastrato in gola. Sono una statua di gesso che cammina.
Vorrei sentire chiamare, urlare o piangere. Vorrei sentire la voce di un bambino che implora di aiutarlo.
Quel missile ha posato una pietra tombale sulla mia vita. Spingo, graffio con le unghie, tento di spostarla, ma una cecità che si accompagna al silenzio mi porta alla lenta, inesorabile rassegnazione.
Ma sono in piedi.
La polvere si posa lentamente e stende l’ennesimo sudario bianco sui miseri resti di questa città. Posso intuire il palazzo con i piani adagiati come le orecchie di un cane e quell’altro, che prima aveva solo le finestre rotte e adesso si genuflette alla guerra arrendendosi senza condizioni. L’avvolgibile, che era davanti al garage dove si è rifugiato il mio bambino, è volato dalla parte opposta della strada. È appoggiato sulla porta della bottega del liutaio e un tubo spezzato lo sta ubriacando di acqua rugginosa.
Il silenzio è rotto.
Concentrandosi è possibile percepire il rumore del ferro sotto il getto. Nulla a che vedere con il suono dei violini che il caro vecchio liutaio sapeva costruire tanto bene, ma pur sempre musica.
Il palazzo dove si è rifugiato il mio bambino è ancora intatto. A guardarlo con attenzione ha forse perso un paio di balconi e un terzo è rimasto aggrappato alla parete come un alpinista nei pasticci.
L’occhio nero del garage è lì che mi aspetta. Sa di marcio e la corrente d’aria umida porta fuori odore di morte. Mi avvicino con le pietre sotto le scarpe che tentano di fasi strada attraverso le suole. Quando finalmente riesco a guardare dentro, vedo il soffitto pieno di buchi e di cavi elettrici ovunque, che penzolano come liane.
Gocciola.
Dalla parte opposta si intuisce una crepa che attraversa il muro in diagonale. Lascia filtrare una lama di luce che disegna sul pavimento qualcosa che ricorda gli scarabocchi dei bambini.
Quando erano vivi.
Quando andavano a scuola.
Quando correvano per la strada dietro al pallone.
Quello che sento si apparenta con le voci delle amiche, in quelle notti d’estate che cominciavano tardi e che non faceva mai freddo. Ti chiamavano nel frastuono della musica alle feste e le voci arrivavano filtrate da un’ovatta spessa e consistente. Erano i tempi delle farfalle nella pancia, dei baci rubati, delle notti passate a guardare le stelle e dei cieli dove volavano gli aeroplani senza bombe e noi, ragazzine, ci divertivamo a indovinare dove sarebbero andati. Erano i tempi in cui si guardava il mare, senza pensare che il colore grigio di una nave fosse sinonimo di morte.
Erano i tempi dove la polvere si levava dai mobili, il frastuono metteva allegria, il tremore era quello che ti prendeva nelle gambe quando il ragazzo più bello della scuola ti sorrideva. Erano i tempi quando il silenzio si faceva per rispetto, nei confronti dei morti o verso le persone stanche.
Quello che sento arriva dal buio, freddo e denso nel fondo della sala.
Sono passi, che corrono in una pozzanghera e abili schivano le ferite del pavimento. Sono echi, sono respiri, sono strutture stanche di esistere che scricchiolano sotto il peso di un bambino spaventato.
La parola “mamma”, vi giuro, è fra tutte quella più bella da ascoltare.

mercoledì 8 maggio 2019

Io vado a Torino




...e certo che ci vado.
Ci vado perché ho pubblicato sette romanzi e per ognuno di loro ho lavorato tanto. Mi sono emozionato nel vederli crescere, maturare, assumere la loro forma definitiva e adesso li voglio vedere ancora lì, esposti nella più grande e prestigiosa vetrina d'Italia. 
Ci vado perché gli editori che hanno deciso di pubblicarli hanno lavorato come me, anzi di più. In questo momento stanno allestendo, spostando scatoloni, aspettando disposizioni. Magari sono stanchi, di sicuro credono in quello che fanno. Ci vado perché, come me, ci sono altre migliaia di persone oneste che si sono fatte il culo per avere dei risultati e meritano di averli. Ci vado perché non sarà un nostalgico del ventennio che mette in vendita la sua merce sotto quel tetto a convincermi del fatto che tutti gli altri debbano scostarsi. E infine ci vado perché sono abbastanza grande da capire che quella polemica, come tutte le polemiche di questo mondo, è in parte sincera e in parte alimentata da biechi interessi commerciali e politici.


Ci vado perché devo ritirare un attestato per la pubblicazione di un nuovo racconto e non intendo rinunciare ad aggiornare la mia parete delle "soddisfazioni letterarie"




Ci vado, mi auguro che non ci siano problemi di ordine pubblico, che la gente diserti quello stand (che avrebbe dovuto essere notato molto prima) e che gli unici protagonisti siano gli autori, gli editori, i milioni di libri sulle bancarelle e la voglia di leggerli.



Buon Salone del Libro a tutti.


sabato 27 aprile 2019

Fiumi di parole...



Le parole fanno parte dei libri, non occorre risparmiarle.
E su questo siamo tutti d'accordo.
Il testo di un romanzo di media lunghezza, diciamo con un numero di parole comprese fra le cinquanta e le centomila, potrà raccontare più o meno bene una storia anche complessa, scegliendo di enfatizzare certi aspetti rispetto ad altri, di descrivere, spiegare, approfondire, istruire, emozionare. Ma siamo sicuri che tutte queste parole vengano adoperate nella maniera migliore?
Siamo certi che non siano l'egoismo, il narcisismo e qualche volta la frustrazione dell'autore a caratterizzare la storia?
Qualche volta accade.
Leggo tanto e facendolo mi imbatto in quegli scrittori (sono tanti per la verità) che tendono a spiegare tutto e che specialmente amano a mettere per iscritto ogni singolo pensiero dei protagonisti, senza fare nulla affinché il lettore, semplicemente, lo intuisca.
E' un approccio alla scrittura che non adoro, anzi, diciamo che quasi sempre riesce a porre le condizioni per  il colpo di sonno, quello che ti sorprende con il libro rovesciato sulle ginocchia e con il segno fra le pagine andato irrimediabilmente perduto.
Mi succede questo perché sono sicuro che il lettore meriti rispetto, che sia abbastanza intelligente e sufficientemente coinvolto nella storia per essere capace, per  esempio,  di percepire da solo la chimica fra due amanti senza che lo scrittore traduca in parole ogni singolo ragionamento dei protagonisti, ogni minimo dubbio, ogni sensazione  seppur fugace. 
Se Diego e Alice, per esempio, si sono appena conosciuti e stanno per dividere una notte d'amore, lui (che è già cotto come la pasta dimenticata in acqua per venti minuti) penserà di non dare troppo a vedere il suo entusiasmo, di fare una pessima figura a causa della casa in disordine, di avere lasciato troppi indizi della sua professione sparsi in giro. Alla fine (perché nei libri e nei film non può andare diversamente) si consuma l'amplesso, seguito dall'appagamento e da quella meravigliosa pace dei sensi che si prova in certe occasioni.




Ecco.
Certi scrittori che non sono esattamente il mio punto di riferimento, avrebbero messo giù due righe in questo modo:

"La invitò a entrare. Era in ansia. Non voleva darle in pasto quel suo entusiasmo da adolescente, quella sua eccitazione fin troppo evidente che serpeggiava sotto la pelle. Pensò che si sarebbe dedicato a qualcosa di diverso, qualcosa che potesse fare credere ad Alice che lui, abituato com'era alle donne, ai loro capricci e alla scoperta di tutti quei meravigliosi tasti nascosti che le facevano diventare docili, sapeva dominare i suoi sensi. L'amore, quello fra le lenzuola, sarebbe arrivato dopo con tutta calma. 
Vide i pesci nuotare nell'acquario. 
L'idea che lei avrebbe potuto spazientirsi per finire col saltargli addosso lo convinse a dedicasi a loro. Prese il cibo e lo versò nella vasca a spizzichi. Si ricordò di quando lo faceva sua madre dopo essersi asciugata le mani sul grembiule e di come suo padre la guardava quando succedeva. Mentre i fiocchi galleggiavano sulla superficie dell'acqua che rifletteva il viola della lampada, gli venne in mente che Alice avrebbe anche potuto offendersi, che dare le spalle alla gente è sinonimo di cattiva educazione e che il portafoglio nella tasca dei jeans gli stava sicuramente rovinando il bel sedere, e tutti sanno quanto alle donne possa piacere un bel sedere. 
La sentiva respirare e l'atmosfera si inquinò per la vergogna. Si ricordò che quella mattina non aveva fatto il letto, che aveva pedalato per mezz'ora e che i suoi indumenti sudati non erano stati lavati e che la cosa avrebbe potuto rovinare  la poesia. Alle volte è un piccolo, insignificante dettaglio quello che rovina la poesia. 
E poi cominciarono a fare l'amore, all'inizio con gli ingranaggi che scricchiolavano un po', dopo con l'olio della passione che era andato a lubrificare le rotelle più asciutte. Pensò di non meritarsi quella ragazza, così bella, così appassionata. 
Era perfetta. 
Si sforzò di ricordarne altre altrettanto belle ma non gliene venne in mente nessuna. Si convinse che pensare troppo avrebbe potuto levare preziose energie proprio da lì, e lui voleva durare, stare sul pezzo, strappare un biglietto per il paradiso, resistere all'evento tellurico che gli stava facendo vibrare le fibre più recondite... Concluse che non se la meritava ma il suo piacere, infine, cancellò ogni dubbio. 
All'idea di quel momento, di quel ritaglio di vita che si era proiettato davanti ai suoi occhi come i fuochi d'artificio di una notte d'agosto, gli ritornarono alla mente le delusioni, i fallimenti, i giorni dati in pasto alla rabbia. 
Tutto resettato, riavvolto come il nastro di una vecchia cassetta con un film rubato alla televisione. 
Era stata sufficiente la morbida, calda e tenera Alice, la ragazza più bella in città che, quel giorno qualunque del principio di un'estate qualunque di un anno qualunque, di un secolo qualunque, si era messa in mezzo al suo cammino per indicargli la strada della felicità. Fu così, annegato in una tempesta di emozioni e sballottato dalle onde enormi della gioia che infine pianse." 

Bello, mi piace. Del resto l'ho scritto io, adesso.  :D   Certo non è il mio stile. E' una forzatura che ho messo in pratica per dimostrare che la scrittura logorroica, alla fine dimostra dei limiti e magari qualche volta confonde. 
Quando nel mio romanzo "Una notte per non morire" scrissi quella scena per davvero, la misi su carta esattamente così:

"Lui la invitò a entrare e diede da mangiare ai pesci nell’acquario; una vasca da centocinquanta litri con mezza dozzina di scalari, quattro coppie di sbaciucchioni e una serie operosa di pulitori di fondo, tutti immersi in un’atmosfera sospesa fra il viola e l’azzurro.
Si vergognò un po’ del suo letto sfatto, di quella coppia di calzini dimenticati sudati ai piedi della cyclette e soprattutto di quei portantini per gatti, impilati a torre proprio nell’angolo della stanza.
Si perse negli occhi grandi e scuri che Alice sapeva riempire passione e poi, quando la libidine sciolse il morso dei freni, apprezzò la pelle vellutata e le proporzioni perfette di quel corpo, fino ai particolari più nascosti. La sua intenzione di resistere venne disintegrata presto da quel terremoto ondulatorio e sussultorio che si era scatenato sopra di lui.
Fu talmente felice, che si sforzò di trattenere il pianto."

Avrete capito che sono per la scrittura asciutta.

E per le scene d'azione, per la violenza?
Uguale. Per il genere che scrivo, le scene d'azione con risvolti anche violenti sono piuttosto frequenti. Nel mio thriller "La sesta destinazione", per esempio,  ho sviluppato in questo modo l'idea di un cecchino che sbaglia clamorosamente mira...




"Il vento che sentì carezzarle la schiena era quello provocato dal passaggio di un proiettile con ogiva di piombo incamiciato in acciaio. 
Dopo avere provocato un piccolo foro nel vetro della finestra, impiegò l’infinitesima frazione di un secondo per sfiorarle le vertebre, aprire come un melone la testa di Cinzia e devastare le viscere del capo, che indietreggiò fino a travolgere la fotocopiatrice ancora in opera. Silvia, la ragazza che aveva passato gli ultimi dieci minuti a caricare in macchina un foglio alla volta, sentì il tonfo del proiettile che fermava finalmente la sua corsa a 830 metri al secondo disintegrando i meccanismi della macchina, e non capì. Non capì perché con la coda dell’occhio aveva intravisto una macchia rossa che sostituiva la testa della sua collega e non capì il motivo per cui dairectory era steso sul pavimento, piegato in due e in preda a convulsioni. Quando, assieme ad un pezzo del suo gomito, vide una grossa macchia di sangue sulla parete, capì a cosa era dovuto quel dolore lancinante che aveva cominciato ad avvertire nel braccio. 
Era il secondo colpo.
Il terzo proiettile fece un foro accanto a quelli che avevano violato la verginità del vetro.
Il killer inquadrò nuovamente Francesca nell’ottica del suo fucile e sparò con l’intenzione di spaccarle il cuore. Ma in quel momento, quando era stato premuto il grilletto, nella mente di Francesca partì un impulso dettato dall’istinto, quello di uscire dal campo visivo della finestra e portarsi dietro alla veneziana. Quella questione di sinapsi, nervi e muscoli, la salvò nuovamente.
Sentì ancora fischiare il proiettile, questa volta accanto all’orecchio, attraverso i capelli, che svolazzarono tranciati per la stanza come se avesse deciso di rifarsi il taglio. Il ragionier Guarneri, accorso per capire cosa fossero quelle grida e quel caos, arrivò all'appuntamento con la morte offrendo il petto al calibro 7.62, quello che aveva solo spettinato Francesca. 
Gli trapassò lo sterno e ridusse il suo cuore a una poltiglia. 
Morì all’istante, cadendo su una sedia dietro di lui, con gli occhi sbarrati e le braccia cicciotte messe a nudo dalle maniche arrotolate della camicia. Si accomodarono sui braccioli e vi stettero..."

Ecco, qui nessuno pensa a nulla. Solo istinto, paura e sangue. 
Eppure vi giuro, che esistono dei libri dove una scena simile viene interpretata diversamente, magari approfittandosi dell'occasione per infilarci qualche ragionamento sull'esistenza o, peggio ancora, qualche aforisma riciclato.
Quindi insisto, le parole fanno parte dei libri ma non approfittiamone. Il lettore non merita di sorbirsi il nostro narcisismo nel momento sbagliato e nemmeno è costretto a concentrarsi sulla lettura come un concorrente alla finale mondiale di scacchi.
Per come la vedo io la scrittura è musica, ogni strumento deve attenersi al ritmo, rispettare il tempo e tacere quando necessario. Ci sono i piano, i forti, le pause. Lo scrittore ha la fortuna di disporre di una sinfonia (la storia), dei migliori musicisti (il suo talento) e della bacchetta da direttore per fare sì che l'esecuzione funzioni perfettamente. Quest'ultima cosa la chiamerei umiltà.




domenica 31 marzo 2019

Clayton Mulligan - Un racconto per prendersi un po' in giro...






Clayton Mulligan detestava lasciare le cose al caso.
Complice l'estate precoce, il rinnovato miracolo delle piante fiorite, dei camion dei gelati a ogni angolo di strada e delle donne in abiti succinti a spasso per la downtown, aveva goduto degli odori della natura attraversando la periferia, con il finestrino abbassato e la musica degli anni '70 che suonava nell'autoradio. Frank Valli and The Four Seasons avevano cantato December e poi Long train running dei Doobie Brother e i Bellamy Brothers e Steve Harley and cockney Rebel. 
Nell'aria un trionfo di profumi, una meravigliosa miscela di terra bagnata, erba tenera e polline. Vincevano sullo smog per distacco e sulle marmitte, che avevano lavorato per tutta la stagione fredda stendendo una cappa nera sui tetti delle case. 
Clayton Mulligan, che detestava lasciare le cose al caso, aveva parcheggiato lontano e si era diretto alla villa attraversando il parco, con le mani in tasca e l'andatura da teppista, rimasta incollata alle gambe da quando era giovane. 
A quell'ora di sera non si incontrava quasi nessuno. 
Sulla panchina, sotto due strati di coperte lerce, un senzatetto addormentato si annunciava col suo cattivo odore. Al limitare del laghetto degli amanti spericolati davano la sensazione di avere fretta, tesi per la paura ancor più che per l'eccitazione. Dal bosco, nato spontaneamente attorno a una stradina pavimentata in pietra e contornata da file disadorne di mattoni rossi, già si intravedevano le luci giallognole delle finestre. 
Strinse l'impugnatura del coltello serramanico che teneva in tasca. 
Dura, di quella plastica rivestita con una madreperla sintetica che già cominciava a scollarsi, faceva compagnia alla sua erezione. Era cominciata nel momento stesso in cui i dettagli sugli omicidi che stava per commettere si erano delineati nella sua testa, quando l'immagine del sangue che sprizzava dalla giugulare aveva riempito di rosso lo schermo dei suoi sogni, quando le grida di terrore si erano estinte in un gorgoglio come una radio a corto di batterie.
Clayton Mulligan era sconosciuto alla polizia. 
Era solo il profilo di un volto con un grosso punto interrogativo al suo centro, un nome in codice, delle fotografie di luoghi puntate sul tabellone polveroso. Era una collezione di articoli di giornale, ritagliati e lasciati ingiallire nei dossier che da anni si accumulavano, l'uno sull'altro.
Clayton Mulligan era quello, una somma di ipotesi, la frustrazione del poliziotto comune, la carriera degli investigatori che si arenava nelle secche sabbiose. Mulligan era un passamontagna e un paio di guanti in lattice, era quello visto solo di schiena, quello che non mi ricordo, quello degli identikit tutti diversi fra loro. Clayton Mulligan era bianco, nero, giallo ed eschimese. Poteva arrivare da un altro mondo come essere il tuo vicino di casa, quello che cucina pentolate di fagioli ogni sera. Magari era la figlia vergine del calzolaio, che si armava di tutta la sua energia repressa e calava in città con la tempra del serial killer, oppure il prete benedicente che puzza di quell'onnipresente odore di incenso. Clayton Mulligan, quando lasciava tracce, erano quelle delle rughe sulla fronte accigliata del pubblico ministero o i tratti nervosi che il commissario imprimeva a biro sul foglio bianco delle sue indagini, fino a stracciarlo.  
Clayton Mulligan era imprendibile.
Lo era stato quando aveva violentato e ucciso quelle donne ai margini di una festa di provincia, quando aveva rapinato le banche ed era fuggito con la refurtiva, prima ancora che gli impiegati si fossero resi conto di essersi bagnati i pantaloni. Lo era stato in cento altre occasioni, alla mattina, al pomeriggio e alla sera, quando le porte delle case che svaligiava cedevano lascive ai suoi ferri e si spalancavano su mondi interi da esplorare.

Quella sera non fu un problema aprire il cancello. 
Lo scatto della serratura si avvertì leggero e il battente si spalancò senza cigolare.
Dalla casa arrivava il rumore di una Tv accesa e delle sagome attraversavano lo spazio dietro alle tendine. Nascosto al riparo di uno spigolo e vestito del buio, Clayton si sforzò di ascoltare.
Si udivano le voci di lei, del marito e di una giuria che stava giudicando gli aspiranti cuochi usando la solennità che sarebbe parsa esagerata pure alla cerimonia dei Nobel. Gattonò sotto il davanzale, appoggiò l'orecchio alla porta ed ebbe la conferma: due persone.
Il piano era semplice. Prevedeva di attirare all'esterno la prima, per liberarsene con una coltellata al fegato, trascinarla dietro ai cespugli e sostituirsi al suo ritorno.
«Tutto bene, caro?» Avrebbe domandato lei, alzandosi dal divano con un bicchiere di Glen Grant con ghiaccio, ancora da cominciare. 
E poi l'avrebbe violentata, non una ma due volte. 
Nella pausa si sarebbe bevuto il Glen Grant ascoltandola piangere e, alla seconda, si sarebbe preso tutto il tempo necessario, magari svestendosi prima e riponendo con cura i suoi abiti sulla spalliera di qualche sedia. 
Le cose non potevano andare diversamente. L'importante era di non lasciare le sue impronte digitali impresse in qualche posto e le orme dei suoi piedi, un quarantadue così diffuso che gli investigatori si sarebbero arresi al panico ancor prima di cominciare a fare il loro inutile lavoro.
E sangue.
Voleva lasciare laghi di sangue, attirare l'attenzione di vampiri addormentati da millenni, piuttosto, ma Clayton Mulligan adorava vedere scintillare le luci delle lampadine sulla distesa omogenea del sangue, percepirne l'odore e portarselo a casa come la memoria olfattiva di un vino di gran classe.
Gli investigatori, quegli inutili e patetici uomini con le cravatte prese in prestito dal cattivo gusto, dovevano armarsi di straccio e secchio e vincere la palude che lui avrebbe lasciato per ricordo.
Fece cadere un vaso per attirare l'attenzione e attese. 
In casa si accese una luce, che andò a rinvigorire quella timida luminescenza che attraversava appena le finestre, si ammutolì il televisore e la porta si bloccò con uno scatto elettrico. 
Con un fragore di ferro, delle tapparelle blindate calarono e un potente faro fece luce sul giardino. Le telecamere col sensore di movimento lo inquadrarono e lo inseguirono attraverso il prato falciato di fresco. Anche il cancello si chiuse da solo imprigionandolo all'interno: quattro mura di pietra grezza, piante da giardino disposte secondo una precisa geometria, statue, putti e discutibili panchine da innamorati di Peynet. Dal balcone decollò un drone, un piccolo quadricottero in plastica con una minuscola telecamera montata sotto la pancia. Si mise a girare intorno a lui come una fastidiosa zanzara. Anche quando cercava di sottrarsi all'occhio impietoso della sorveglianza video, Clayton era seguito da quel mostro ronzante.
La polizia non tardò ad arrivare. Si materializzò al di là del cancello.
Dall'auto uscirono due uomini che andarono ad appostarsi al sicuro mentre da un elicottero, questa volta vero, tre specialisti si calarono con delle funi. Il primo e il secondo lo presero di mira con le armi da fuoco, incrociando le lame dei loro puntatori laser nell'aria tersa del giardino. Il terzo si avvicinò a grandi passi e lo folgorò con un teaser.
«Mulligan sei in arresto!» Abbaiò uno degli uomini mentre lui non riusciva a dominare le convulsioni. Sprizzava bava come un irrigatore da campo e pronunciava bestemmie inarticolate dalla bocca contratta. 
L'ispettore, giacca azzurra, cravatta di un tono più carica e pantaloni di un impeccabile grigio antracite, si avvicinò e lo guardò dall'alto in basso. Indossava degli occhiali con grosse lenti che rimandavano il fascio di luce dei riflettori. Il vento scompigliava i capelli castani sbattendoli sotto la tempesta delle pale. In mano un dossier e nell'altra lo smartphone. Accanto a lui quello che probabilmente era il suo tirapiedi, un uomo con tanto naso quanta faccia e un accenno di rossore sulla punta. Portava i folti capelli biondi acconciati da una mano da molti dollari al colpo ma nulla, quel naso infelice catalizzava tutte le possibili attenzioni. Mulligan si piegò come un libro chiuso e tentò di dominare il dolore al ventre.
«Sì, sì, si!» E dicendolo annuiva con la testa. L’ispettore era in un brodo di giuggiole. Stava probabilmente godendo della sua promozione prossima ventura e della scopata che avrebbe rimediato quella sera stessa vantando le sue imprese con Katya, la nera con le tette grosse del dipartimento antidroga. 
Il vice fece girare Mulligan con una pedata. I denti di quel sorriso da figlio di puttana non erano meno artificiali di quell'acconciatura tutta lacca.
«Adesso ci facciamo un giro alla stazione di polizia. Che dici stronzo, scommetto che non vedevi l'ora di visitarne una?» Si chinò e lasciò che uno sputo cadesse in faccia a Mulligan. «Così ti diciamo i tuoi diritti e ti facciamo vedere le prove...»
Il dolore, lo stordimento e quella nausea da campionato mondiale di sbornie si calmarono, mentre l'elicottero abbandonava il sito e il drone rientrava al nido come un aquilotto dalla mamma. Mulligan attese che un po' di saliva gli lubrificasse la lingua, quindi parlò.
«E di cosa mi accusate? Profanazione di prato all'inglese, furto con destrezza di nani da giardino?» La nausea si aggravò nuovamente, prima per lo sforzo, poi per il calcio che il biondo cotonato gli diede nello stomaco. L'ispettore mise il telefono in tasca e lo guardò come un quarto di manzo. Aveva la luce alle spalle che creava quell'alone da icona religiosa.
«Omicidio, stupro, rapina a mano armata ed effrazione con tentato omicidio. Ma non ti devi preoccupare.  Dalle nostre parti la sedia elettrica è comoda. Se vorrai, potrai chiedere di metterci un cuscino sotto quel tuo culo flaccido e vedrai: hanno un cuore grande così al carcere della contea!»
Clayton Mulligan aveva quella risata grassa, piena. Quando rideva impiegava i due polmoni al massimo delle loro possibilità. Quella notte fece fatica e dovette sopportare del dolore ma non rinunciò alla risata, che proruppe come una salva di cannonate.
«Ah sì, ispettore. E cosa avresti nelle tue mani da femminuccia per inchiodarmi alla sedia elettrica, sentiamo...»
La prima delle prove gli cadde sui denti.
Era un plico rilegato ad anelli. Mulligan, con fatica, si mise seduto e lo sfogliò. 
C’erano dei grafici incomprensibili e delle piccole didascalie al fondo di ognuno di loro. Tutto quanto non aveva per lui alcun significato. Gettò a terra il fascicolo e sputò nella sua direzione.
«Io mi ci pulirei il culo...»
L'ispettore si accese una Pall Mall e porse il pacco al collega nasone che rifiutò. 
«Mai sentito parlare della prova del DNA, acido desossiribonucleico?»
«No, stronzetto, ma ho sentito parlare degli ispettori incapaci che alla fine hanno aperto un bar per i camionisti…»
La seconda prova era simile alla prima, ma con più pagine. Si vedevano le foto della città scattate dall’alto. Alcune delle strade erano percorse da righe colorate, rosse o blu. Qualcuna terminava con un circolino e altre con una piccola fotografia. Mulligan mandò il plico a fare compagnia a quell’altro.
«Ai miei tempi li chiamavano collage, e li facevano fare ai bambini cretini.»
L’ispettore si spostò, e di colpo la lama tagliente del riflettore colpì Mulligan nel centro delle retine assieme a un metaforico ceffone. Il subalterno, il vice o il tirapiedi con il naso infelice, si sgranchì le gambe per andare a parlare con uno degli incursori. Si era arrotolato il passamontagna sopra la testa e si grattava una cicatrice sul mento.
«Sono i movimenti del tuo cellulare, idiota! Avresti fatto bene a spegnerlo prima di fare tutte quelle porcherie. Guarda: questo e questo sono le rapine alle banche, questa e la tua serata brava di stupri e omicidi. Questo è il tuo ultimo giro, quello che ti sei fatto questa notte per venire fino a qui…»
Mulligan strizzò gli occhi dinanzi a quel documento e lo sfogliò nervosamente, avanti e indietro. Con le labbra ancora insensibili e la chioma spettinata a causa della scossa elettrica, sembrava un matto senza speranze di fronte a un impossibile test attitudinale.
«Non so di cosa stai parlando, ispettore. Io non so cosa sia il cellulare, e nemmeno ho idea di come faccia a muoversi come dici tu. Queste sono solo stronzate di compiti a casa per sbirri senza talento.» Si alzò con grande sforzo sorreggendosi la schiena e un grido di dolore senza filtri lo umiliò dinanzi a tutti. «La prossima volta portami delle prove, sbirro! Io adesso vado dal mio avvocato che troverà il modo di scucirti quel distintivo dalle tette…»
Claudicante, cercò di farsi strada e di passare oltre l’ispettore. Il vice col naso di luna gli si parò davanti con le braccia aperte.
«Decidi Mulligan, questo può essere il capolinea della tua carriera come l’ampiezza del tuo sedere alla fine del trattamento, o la somma delle due cose. Decidi tu. E adesso, da bravo, metti le mani dietro la schiena.» Due manette lucidate al sidol brillarono tintinnando fra le mani. Mulligan, ancora coi guanti di lattice addosso, piazzò gli occhi negli occhi dello sbirro. Quello sguardo, di solito, precedeva un omicidio di qualche secondo.
«Te l’ho detto, non so nemmeno cosa siano il DNA o il cellulare. Quello che conosco io, di cellulare, porta in giro gli imbecilli che si sono fatti mettere le mani addosso da voi, e di sicuro non sta in tasca alla gente.»
Le manette scattarono alle sue spalle, stringendo. Lo fecero dopo uno strattone senza riguardo.
Mulligan non reagì, non con la canna del fucile indirizzata verso il petto. L’uomo con il passamontagna arrotolato sulla testa tirò la sua cicatrice in un ghigno.
L’ispettore, che gli aveva messo le manette a tradimento, girò intorno a lui e gli sistemò il colletto della giacca. Con una mossa abile e veloce gli infilò la mano nella tasca anteriore dei pantaloni ed estrasse un cellulare: Honor 7 color silver. Gli occhi di Mulligan si accentrarono strabici e sorpresi in direzione dell’apparecchio. Quella cosa dura accanto al coltello non era stata l’erezione, evidentemente.
«Qualcosa da dire a tua discolpa, assassino?» Rimase muto. Se ne avesse avuto la forza si sarebbe lasciato evaporare in una nuvola. Sulle prime le sue labbra tremarono nel tentativo di emettere una parola, dopo borbottarono una frase con poco senso.
«Ma, ma, allora…»
L’ispettore congedò gli uomini dei corpi speciali con un gesto. Se ne andarono incontro ai lampeggiati che si intuivano al di là del muro. L’uomo dal naso enorme, pentito, chiese una sigaretta e l’ottenne assieme allo zippo.
«E allora sei fritto come una melanzana impanata, amico, fattene una ragione.»
«Ma allora» si guardò le mani. «I miei guanti per non lasciare le impronte, il passamontagna, il coltello che ho pulito ogni volta. Le lettere che ho mandato scritte a macchina…»
«Ti abbiamo incastrato amico, il tuo DNA sui corpi delle vittime, i movimenti del tuo telefono, l’intercettazione delle tue mail, i passaggi in autostrada, i prelievi col tuo bancomat. Sei finito nei filmini delle telecamere di tutta la città. Sei fottuto!»
Mulligan pensò alla sedia elettrica, a quell’odore di bruciato che avrebbe avuto tempo di sentire nell’agonia, a tutta l’attesa snervante nel padiglione della morte. Pensò all’ultimo pasto, al confessore con gli occhi bassi e al miglio verde. Quando il vice sfilò il suo portafogli e gli fece vedere la Mastercard piuttosto consumata, lui si raccolse in una specie di preghiera.
«Io, io…»
«Devi essere finito nel racconto sbagliato. E’ quello che sospetti Mulligan?»
Annuì, e una lacrima di rabbia gli rigò il volto.
«Porca puttana, sì...» Pensò al piccolo oggetto volante, ai raggi rossi che squarciavano il buio, alle telecamere che avevano seguito i suoi movimenti. Anche quell’arma a energia elettrica che gli aveva fatto rimpicciolire lo scroto gli era sembrata una cosa fuori contesto.  «De…devo essere finito nel racconto sbagliato, in un’epoca sbagliata…»
Quando ebbe nuovamente il coraggio di guardare in faccia l’ispettore, le lacrime grondavano senza ritegno. L’uomo col naso grosso mostrò a sua volta un po’ di commozione.
«Siamo nel 2019…»
«Non nel 1971?»
I poliziotti si guardarono fra loro. Non sapevano come dirglielo.
«Sei finito nel racconto sbagliato, ci dispiace. Una domenica pomeriggio qualcuno che si annoiava l’ha scritto…»
«E chi...chi è stato?»
I due si consultarono brevemente parlandosi nelle orecchie. Il vice lo guardò con gli occhi lucidi. «Roberto Capocrisiti, uno che non si stanca mai di scrivere racconti e romanzi e tutto quello che gli passa per la testa…» Mulligan annuì. «In ogni caso è uno che si vuole complicare la vita e che non scrive mai racconti ambientati negli anni '70 o prima ancora, quando le trame erano più semplici e i criminali così difficili da catturare.» Aggiunse l’ispettore quasi vergognandosi. 
Il vice cercò di addolcire la pillola. «Lo so Mulligan, è stato un colpo basso. All’inizio lo scrittore voleva ambientare la sua storia negli anni '70. Zampa di elefante, camicie coi colletti enormi e cocaina che costava una fucilata. Si era anche inventato una storia parallela di puttane con la permanente, auto con seimila centimetri cubici e sigarette fumate al cinema. Una cosa affascinante, devo dire…»
«E poi mi ha rifilato quel nome idiota, Clayton Mulligan!»
«Già, una vera schifezza! Mi dispiace, è fatto così. Ha cambiato idea, ha voluto complicarsi la vita con tutta questa tecnologia che rende difficile articolare una trama credibile e senza punti deboli. Insomma, cosa scrivi, scrivi, c’è sempre il pericolo che salti fuori un’invenzione che ti sega le gambe alla storia. E’ andata male, Mulligan!»
Un velo di tristezza calò il sipario su quel volto contrito. Clayton: un malvivente d'altri tempi catapultato nel 2019 senza uno straccio di preavviso. «Quindi i guanti per non lasciare impronte, il passamontagna e tutte quelle…»
«Precauzioni?» Intervenne l’ispettore. «Roba vecchia che non sta più in piedi…»
Quando Mulligan salì sul furgone per essere portato in carcere, la sua dignità si disintegrò. Mille coriandoli che il vento stava sparpagliando in giro sul marciapiede.
Lo aspettava un tribunale, dei giurati accigliati, ottusi e pieni di pregiudizi. Lo aspettavano tanti anni nel carcere prima che si liberasse un posto su quella sedia.  
Per Clayton Mulligan, pluriomicida con prove schiaccianti a suo carico, non ci sarebbe stata clemenza.

giovedì 28 febbraio 2019

Roberto Capocristi. A Sud

Roberto Capocristi

A Sud


Non so perché ma tutti, prima o poi, vogliamo andare a sud. Ci deve essere una bussola nella testa di ognuno di noi, una bussola con l'ago che punta nella direzione contraria rispetto a quelle normali. 
Sono alla guida di un'utilitaria sgangherata presa in prestito da un amico.
A sud c'è Nastassja. A sud ci sono le sue fotografie, quelle che potrebbero farmi finire dritto in prigione. 
Ancora non so che cosa lei intendesse per sud. L'aveva detto Anna: un concetto che comprende insieme l'Africa subsahariana e la Lunigiana...




sabato 26 gennaio 2019


Charles Bukowski

Sii gentile






Sii gentile

Ci viene sempre chiesto
di comprendere l’altrui
punto di vista
non importa quanto sia
antiquato
stupido o
disgustoso.

Uno dovrebbe
guardare
agli errori degli altri
e alle loro vite sprecate
con gentilezza,
specialmente se si tratta di
anziani.

Ma l’età è la somma
delle nostre azioni.
Sono invecchiati
malamente
perché hanno
vissuto
senza mettere mai a fuoco,
hanno rifiutato di
vedere.

Non è colpa loro?
Di chi è la colpa?
Mia?

A me si chiede di mascherare
il mio punto di vista
agli altri
per paura della loro
paura.

L’età non è un crimine
ma l’infamia
di un’esistenza
deliberatamente
sprecata
in mezzo a tante
esistenze
deliberatamente
sprecate lo è.

sabato 12 gennaio 2019

Ma quante storie!








Ma quante storie!
Avete mai provato a pensare al numero di persone che si occupa di scrivere storie? 
Sono tantissime e scrivono da secoli per pubblicare un libro, per il cinema, per la TV, per i fumetti, per la pubblicità o per le cene con delitto. 
Ci sono professionisti pagati per inventarsi delle storie. 
Qualcuno è vero, ogni tanto cala l'asso e mette giù l'idea assolutamente originale, qualcun altro, invece, si limita a saccheggiare, rielaborare, comporre. Certe volte, per scrivere storie, non occorre la fantasia ma la memoria. Riproporre un vecchio libro che nessuno legge più, fare proprie delle storie trovate sulle pagine di una rivista ammuffita, ricordarsi di quella trovata che avevate visto in un B-movie, attingere a favole raccontate ai bambini o alle vecchie leggende che riecheggiano in quella valle di montagna nelle sere passate davanti al caminetto.

Scrivere una storia originale è una delle cose più difficili in assoluto e, per quanto si possa giurare di essere senza peccato, di sicuro si rischia di invadere il campo che qualcuno aveva già coltivato, magari anni prima. 






E poi esiste l'aspetto economico.
Se a voi, in sonno o in veglia, venisse l'idea più fantastica, superlativa, unica e irripetibile di sempre, cosa fareste?
Ma la mettereste giù, naturalmente. 
E poi?
Se avete un editore, grande, grosso e cattivo del quale vi fidate, potreste proporgliela e via, il nuovo Terminator sarà pronto, il nuovo Predator pure ma anche il nuovo Alien o il nuovo Guerre Stellari, se vi pare.
Ma se non avete un riferimento solido, qualcuno che sia capace di proteggere i vostri diritti d'autore dagli sciacalli, cosa fareste? Mandereste il testo in valutazione a destra e sinistra? Lo mettereste in mano a un sedicente agente letterario che vi martella di pubblicità sui social?
Io non lo farei mai. 
Non lo farei sapendo che i valutatori sono spesso scrittori come me e che qualcuno, con l'etica sotto le scarpe, invidioso o in crisi creativa, potrebbe stroncare il lavoro per poi prendere l'idea, dargli una mano di vernice e spacciarla come sua. 
Bel pasticcio, vero?
Quindi, o potete contare su un editore che sguinzaglierebbe feroci avvocati in vostra difesa, oppure rischiate l'esaurimento nervoso dopo avere visto una major di Hollywood fregiarsi del vostro lavoro.
E' pacifico che, per avere un editore pronto a schierare la Legione Straniera a vostra tutela, prima dovreste avergli fatto guadagnare almeno qualche milione di dollari, ma tant'è...
La mia modesta opinione è che l'idea deve essere blindata per bene, magari con una forma di auto spedizione, con posta tradizionale o elettronica, dentro una busta che si aprirà solo davanti al giudice, o contenuta in un file che sarà la prova della sua originalità.
Sono dell'avviso che la storia sia importante, ma mai quanto la buona scrittura, i personaggi, le atmosfere, i contenuti e quei mille particolari che rendono un libro indimenticabile e che infine lasciano la bocca buona. 
Inoltre, il rovescio della medaglia sta nel fatto che un'idea forte porterà inevitabilmente alla sua reiterazione, e conseguentemente alla nausea. 
A parte rare eccezioni, non provo simpatia per le saghe.
Vedo scrittori in crisi creativa arrampicarsi sugli specchi e trascinarsi attraverso personaggi sempre meno convincenti. Vedo dare vita a inutili cloni e portare avanti la triste politica della minestra riscaldata.


Secondo me una storia deve essere autoconclusiva.

Quindi amici, evitate di mettere in opera protocolli rigidi, non provate a sbiadire situazioni e personaggi già pensati da altri, lasciate perdere lupi mannari e derivati, vampiri troppo belli per essere veri, ricchi seduttori con il pallino per il sado-maso, elaborate rapine in banca, complicati tradimenti in affari e case maledettamente maledette, perché tanto qualcuno ci ha già pensato. 
Nutrite la vostra anima e, come diceva il caro, vecchio Ernest Hemingway, sedetevi davanti alla macchina da scrivere e cominciate a sanguinare.
Facile no?