Dieci centimetri.
Era la misura della quale i suoi
piedi sporgevano sul vuoto, oltre al limite fisico della banchina
ferroviaria. Non tutti ci sarebbero riusciti, non con un numero di
scarpe inferiore al quarantasei e senza quella noia dell’attesa,
che ormai aveva avuto la precedenza sulla buona creanza.
Il ritardo era stato annunciato
un paio d’ore prima, quando ancora la stazione era animata da un
gruppetto di pendolari. All’inizio erano tutti speranzosi di
rientrare a casa propria nei cinquantasette minuti netti che l’orario
declamava in bella vista, appeso dietro a un cimitero di mosche sui
muri lerci della sala d’aspetto. Inizialmente l’altoparlante
aveva gracchiato qualcosa che somigliava a venti minuti. L’aveva
fatto mentendo, e confidando nella consapevolezza che la voce della
menzogna arrivava dalla stazione terminale, più o meno trenta
chilometri prima di quella stamberga sputata nella strettoia fra due
montagne.
Dopo la prima ora e mezza di
ritardo i pendolari se ne erano andati tutti, chi recuperato da un
parente messo in allerta da una telefonata, chi spinto a riempire
l’utilitaria di qualche benefattore. Gli ultimi tre rimasti in
stazione, un signore sui settanta con una tosse sospetta, una
ragazzina di ritorno da una ripetizione di matematica e un contabile
con al seguito una valigia piena di cattive notizie, avevano
concordato di chiamare un taxi. Era arrivato dopo circa un quarto
d’ora, e lui non aveva mai fatto parte delle trattative.
Ora era rimasto a fare
compagnia ai pali della luce con il suo campionario da rappresentante
di vernici. Al quarto passaggio del capostazione, non chiese più
notizie.
L’aveva fatto e rifatto, ed
ogni volta si era sentito rispondere che il treno era stato fermato a
monte da un incidente. La prima versione parlava di un pensionato,
investito mentre tentava di attraversare il passaggio livello chiuso
con una bicicletta sgangherata al seguito. La seconda rettificava la
cosa, attribuendo la responsabilità ad una mucca sfuggita al pastore
e rimasta impigliata nelle traversine e la terza, e probabilmente
definitiva, diceva di un cinghiale, che era finito sotto le ruote
danneggiando in qualche modo un ceppo dei freni.
La quinta volta il capostazione
si fermò una decina di metri prima, proprio sotto al cartello della
fermata e al cospetto dell’altra viaggiatrice, una signora arrivata
all’ultimo momento, minuta e vestita di un completino color lilla
che sembrava impacchettarla come una caramella. Quando su quel volto
vide un timido sorriso, accompagnato come da un respiro di sollievo,
capì che forse la sua attesa era finita. Notò il ferroviere che
indicava qualcosa in direzione dell’imboccatura della galleria e
vide, nel buio più buio del tunnel, che due fari accesi erano fermi,
e che presto avrebbero annusato l’aria aperta di quel pomeriggio
che ormai aveva virato nella notte più nera.
«Eccolo.» Gli disse, sbuffando
vapore dalla bocca e venendogli incontro con un rumore di suole sul
selciato. Aveva una busta di pelle sotto al braccio e l’aria di
volersene andare a casa quanto prima, per sedersi davanti ad una
pastasciutta e strafogarsi fino a svenire. «Cinque minuti e
dovrebbe sbucare.»
«Ah, ecco! Cinque minuti. Voi e
le vostre ferrovie del dopoguerra, costruite con i soldi pubblici sui
terreni dei privati e adesso date in pasto agli speculatori. Voi con
i vostri treni ad alta velocità, le vostre stazioni di vetro e la
vostra pubblicità del cazzo! Treni rossi, treni verdi, treni gialli!
Cercate piuttosto di portare a casa i pendolari ad un’ora decente!»
Avrebbe voluto dire, ma tacque.
Pensò a sua madre, che lo
attendeva a casa con la cena messa scaldare a bagnomaria. Pensò a
quel cliente del pomeriggio, che era sembrato interessato alla sua
vernice super traspirante, indelebile e purificante, una cosa che lui
aveva presentato al negozio dopo avere sistemato tutto il campionario
sulla scrivania ingombra. Pensò che in fondo era bene tacere e
tacque.
Fece segno di sì con la testa e
si scolpì in faccia il più tremulo dei sorrisi.
Il treno, un convoglio degli
anni ’70, simmetrico con un locomotore in testa ed uno in coda,
sbucò incerto dal tunnel, come se a guidarlo ci fosse stato un
bambino capriccioso. Lentamente, e fischiando come una caffettiera,
arrivò alla banchina e si fermò con uno scossone.
Dopo una breve attesa le porte
pneumatiche si aprirono con uno sbuffo e il capostazione,
soddisfatto, invitò i due passeggeri superstiti a salire, come se
dopo oltre due ore di ritardo ci fosse stato bisogno di un
incoraggiamento.
La signora vestita come una
caramella salì, facendo attenzione a non sacrificare i tacchi sugli
scalini stretti e lui la seguì, girandosi istintivamente indietro a
salutare quella stazione da far west, illuminata malamente da dei
lampioni asfittici sotto un cielo di cavi e tralicci arrugginiti e
abortita da un paesino addormentato, che faceva fatica ad
attraversare la nebbia con le sue poche luci.
Il vagone di testa era freddo,
puzzava di quell’onnipresente odore di freni e di una nota di piedi
sporchi.
Si guardò intorno.
Oltre a un adolescente con la
zazzera invidiabile, c’erano una signora di quarant’anni,
annoiata sulla pagina centrale di una rivista di cucito ed un
anziano, con una giacca a scacchi grandi e degli occhiali di
tartaruga dalle lunette enormi. La viaggiatrice vestita come un
caramella scelse di sedersi accanto a quest’ultimo, che scostò
l’impermeabile messo a cavallo dell’appoggiabraccio e l’accolse
con un sorriso sdentato.
Passò nel vagone centrale e
vide una famiglia intera che cercava di leggere la scritta incerta
della stazione attraverso le due dita di grasso che si erano
accumulate sul vetro. La figlia, sedici anni e l’impressione di
avere una fissa per i piercing al naso, si mostrava un po’
indispettita dal fatto che i suoi genitori fossero tanto interessati
alla geografia, nonostante la pancia vuota ed i cellulari che
alternavano una tacca incerta con l’assenza di segnale.
Nell’ultimo sedile, quello
prima della toilette, un uomo sui cinquanta non badava al suo
ombelico esposto all’aria e russava rumorosamente, con la bocca a
aperta e i capelli unti a lasciare sul finestrino un’altra prova di
vita vissuta.
Passò oltre, fino all’ultimo
vagone.
La ragazza seduta al centro del
vagone, trent’anni o forse più ed un caschetto di capelli neri e
lucidi ad incorniciare un volto abbronzato come se fosse agosto,
spiccava in mezzo ai passeggeri addormentati. Aveva una giacca nera
portata con disinvoltura su una camicetta chiara sapientemente
sbottonata sul collo. Accanto a lei, sul sedile vuoto, il soprabito e
una borsetta di finta pelle blu, che faceva bella mostra di sé
assieme al logo cromato dello stilista. I pantaloni a tubino
lasciavano immaginare due gambe bene allenate, che finivano con un
paio di scarpe di vernice appena lucidate.
Sembrava fosse l’unico essere
umano sopravvissuto ad una furia assassina.
La coppia di coniugi, quella che
occupava uno dei primi sedili, dormiva della grossa. Lui con la bocca
aperta a mostrare il lavoro di un pessimo dentista, lei con la testa
appoggiata alla sua spalla e le mani strette intorno alla borsetta
tenuta in grembo. Lo scossone che diede il treno allo scambio li fece
sobbalzare. In risposta la bocca dell’uomo si chiuse con un rumore
di nacchere.
Passò oltre ad un giovane
seduto più avanti. Aveva fra le mani un libro, quasi finito e chiuso
sul suo dito medio. Dormiva anche lui, con un cappello Borsalino in
feltro calato sugli occhi come una serranda.
Facendo attenzione a non
svegliare nessuno si sedette nel posto accanto alla donna, ma nella
fila di sedili dalla parte opposta. Di fianco aveva un uomo con una
pancia enorme, trattenuta a fatica da una salopette di jeans e
appoggiata sulle gambe grasse, alla pari di un grosso cocomero. Era
addormentato a sua volta accanto ad un sacchetto della spesa, e aveva
la mano destra a fargli da cuscino contro la tendina abbassata.
Anticipò il saluto con un
sorriso. «Ciao.»
«Ciao.» Rispose lei, e per
inquadrarlo meglio mise su un paio di occhiali in bachelite nera.
Indagò sul suo viso, e lui si sentì sotto esame ancora una volta.
Istintivamente passò una mano nel ciuffo di capelli biondi, che
sembrò essere meno consistente del solito.
«Siamo un pelo in ritardo, non
ti pare?»
Lui non rispose. Facendo
attenzione a non urtare il signore con la salopette porse la mano per
un saluto.
«Federico, piacere…»
«Il grande?»
Rimase perplesso. Si ricordava
di un certo re di Prussia, ma volle evitare di infilarsi in un
ginepraio storico. La ragazza arricciò il naso e lasciò che gli
occhi scuri dietro alle lenti si riempissero di un po’ di vanità
femminile. «Io sono Sara, piacere.»
Federico, con noncuranza, lasciò
passare la mano sui pantaloni per asciugare il sudore. Apprezzò la
stretta forte e decisa e gli sembrò di rinascere. Tuttavia, le due
braccia tese ad attraversare il corridoio rendevano l’approccio
innaturale. Lei se ne accorse e lo invitò a spostarsi.
«Che fai? Vieni a sederti qui
davanti. Vorrai mica disturbare il signore.»
«Ah no, no! Certo…» Si sentì
goffo più del solito, ma l’invito di una bella donna non era di
tutti i giorni. Si dimenticò per un momento di sua madre a casa,
preoccupata per il ritardo e attenta ad impedire che la cena si
seccasse come una mummia.
«Quindi è stato un cinghiale?»
«Cosa?» Mentre si raccoglieva
i capelli corvini con un elastico che aveva recuperato nella tasca
del soprabito.
«Cioè, il treno. Dicono che
abbia investito un cinghiale e rotto i freni…»
«Ah, quella cosa lì. No, non
credo!»
Rimase perplesso. «Quindi non è
così?»
Il treno imboccò una galleria
con un botto improvviso che gli fece tappare le orecchie. Sulle
pareti del tunnel una linea bianca formava un’onda con il
movimento. Si intravedevano anche le canaline degli impianti, fissate
al muro con dei grossi rivetti. Ad un certo punto lei alzò la voce e
rispose.
«Una donna…»
«In che senso?»
Il treno uscì dalla galleria
facendo sbattere i vetri per il cambio di pressione. «Nel senso che
ha messo la testa sui binari e zac.» Fece il segno della
decapitazione con la mano e lui si ritrasse istintivamente un po’.
«Oh, mi dispiace moltissimo!»
Sbarrò gli occhi. «Che dici!
L’ha voluto lei, no?»
«Sì, no, cioè. E’ sempre un
peccato quando un essere umano non ce la fa…»
«Ma dai. Non è vero. Ti ho
raccontato una balla!» Rise di gusto e recuperò un libro sotto il
soprabito. Dalle pagine di mezzo sbucava una fotografia che manteneva
il segno. «E’ stato un lupo.»
Si sporse in avanti verso di lei
«Il treno ha investito un lupo?»
«Pare proprio.»
«Oh, è davvero un peccato!»
«Sì, non ti dico. La cosa fa
arrabbiare anche me! Sono così rari i lupi dalle nostre parti. Non
fanno nulla di male e la gente gli addebita tutte le malefatte di
questo mondo, ma proprio tutte.» Lo sguardo si fece severo, anche
dietro le lenti degli occhiali che baluginavano sotto il neon incerto
del vagone. Federico, sempre pronto a modificare il suo atteggiamento
per assecondare l’interlocutore, cambiò discorso. Riconobbe
l’immagine di un gatto sul segnalibro e si giocò la carta.
«E’ tuo?»
Sorrise. «Chi, lui?»
Si sentì rimesso in gioco. «E’
un gatto enorme. Quanto peserà, nove chili?» Valutò, vedendo in
fotografia il felino rosso tenuto in braccio dalla ragazza che aveva
di fronte. In quel momento e all’improvviso incrociarono un treno,
che passò fischiando come un proiettile luminoso.
«No!»
«Co...cosa no?»
«Non pesa nove chili. Otto
scarsi. Hai scambiato il mio Trump per un ciccione? E’ grande,
certo, ma l’ha fatto così la mamma! » Poi abbasso la voce,
«Quello è ciccione…» Facendo l’occhiolino indicò con la testa
l’uomo con la salopette, ancora addormentato nonostante il baccano.
«E scommetto che hai anche in
cane…»
«Hai scommesso bene!»
«E, come si chiama?»
Lei lo indicò con un dito e
assunse l’atteggiamento della maestra severa. «Vuoi sapere tutto
della mia vita. Magari teniamo uno spunto di conversazione per dopo,
che ne dici?»
Un po’ deluso, annuì.
«Biglietti, prego.»
Il controllore arrivò. Sembrava
sbucato dal nulla.
Borsa di pelle nera a tracolla,
divisa impeccabile e cappello in testa. Federico notò le bordature
oro intorno al copricapo e il terzetto di bottoni sulla manica
sinistra. Quando prese il biglietto, l’occhio cadde sull’altro
braccio, dove uno dei tre bottoni sembrava allentato. Rivide la sua
convinzione sulla divisa impeccabile e attese che la pinza
obliteratrice facesse il suo lavoro.
«Signorina…»
Sara frugò invano all’interno
delle tasche dei pantaloni e quindi dentro quelle della giacca.
Dopo la prima vana ispezione
spalancò gli occhi scuri, alla ricerca della pazienza del
controllore. Il volto dell’uomo, duro e incorniciato da una barba
che sembrava scolpita a laser, non mutò nell’espressione. Una
statua, praticamente.
«Mi scusi, devo averlo lasciato
nella borsa…»
Frugò. Ne uscirono un
portafoglio con velcro, un lucidalabbra, delle salviette umidificate,
l’astuccio in plastica degli occhiali ed una lunga custodia morbida
non meglio definita. Federico, vedendola in difficoltà e sempre più
imbarazzata, la incoraggiò a guardare nelle tasche della borsetta.
Lo fece, ma dietro le cerniere solo alcuni scontrini fiscali ed una
serie di biglietti da visita di uno studio medico.
Il controllore rimase uguale a
prima: una maschera di marmo.
Gli occhi scuri di Sara, fino ad
un attimo fa così sicuri di loro, mutarono in un istante nello
sguardo di un cerbiatto, inquadrato nel mirino di un cacciatore e con
un precipizio alle spalle.
«Forse l’ho perso. Cioè,
devo averlo messo da qualche parte e magari è sbucato fuori.» Cercò
di giustificarsi gesticolando.
Il controllore non si lasciò
intenerire. Sfilò dalla tasca il blocchetto delle multe e la invitò
a seguirlo.
«Venga con me, signorina…»
«Aspetti, potrebbe essere…»
Guardò nella tasca interna della giacca e cercò con un’occhiata
veloce la complicità di Federico. «No, mi dispiace, non ce l’ho
proprio…»
«Bene allora! Non perdiamo più
tempo in convenevoli.» Inclinando il capo come un maestro di
cerimonie indicò la strada verso il vagone di testa. «Prego.
Facciamo il verbale e siamo a posto. Signorina…»
Due ore di ritardo. Federico
aveva atteso nell’umidità dannosa di quella stazione dimenticata e
i passeggeri l’avevano presa civilmente, tutti. Stavano dormendo e
nemmeno uno si era sognato di fare polemica col controllore, lui con
quella sua aria da giustiziere della notte. Si sporse e lesse il nome
sulla targhetta applicata alla giacca.
«Mi scusi signor Diego. Non le
pare di essere un po’ troppo formale?» La voce gli uscì
soffocata, come quando a scuola tentava di rispondere a una domanda
su quelle materie che non aveva studiato bene. Come per reggersi mise
la mano sul suo campionario da rappresentante e rincarò la dose. «La
signorina Sara, qui presente, ha sopportato un ritardo lunghissimo
per quella storia del lupo. Mi sembra che le ferrovie le debbano
delle scuse, semmai, e non una multa…»
Diego, il controllore, alterò
le sue labbra in un sorriso, appena camuffato dai baffi neri. «Il
lupo. Ma quale lupo?»
Perplesso indicò la ragazza di
fronte a lui. «Il lupo che è finito sotto il treno!»
«Chi ha detto questa cosa?»
«Lo sanno tutti, insomma!»
Fece con le mani un giro di radar del vagone. Fuori, intanto, degli
alti pioppi si avvicendavano nel finestrino, come sagome di
fantasmi.
«E’ stato un cavallo. Un
cavallo scappato dal maneggio. E adesso la prego, mi lasci fare il
mio lavoro. Signorina, mi segua…»
Sara, rassegnata, prese la
borsa e si mise in cammino, preceduta dal controllore. Sembrava che
la stesse scortando dinanzi a un plotone di esecuzione. Federico,
abituato a perdere da una vita, vita che da sempre era stata più
grande di lui, si alzò in piedi senza convinzione. Odiava i
prepotenti e avrebbe voluto fare qualcosa. Ma anche quella volta,
come tutte le altre mille, il prepotente aveva vinto.
La porta scorrevole si chiuse
alle spalle dei due e lui si trovò nuovamente solo.
Guardò fuori.
Quello che vedeva poteva essere
un fiume, un’autostrada deserta o la steppa siberiana in inverno.
Non importava. Sapeva che era lontano da casa e che su quel treno ci
sarebbe rimasto ancora per un’eternità.
Mise i piedi sul sedile di
fronte, infischiandosene delle buone maniere.
La cattiveria di quell’uomo
era stata pari solo alla sua faccia da schiaffi. Come aveva potuto
permettersi di umiliare Sara in quel modo? Era stata almeno tre ore
su quel vagone, e lo aveva fatto senza disturbare anima viva.
Sentiva il suo cuore battere più
forte, e anche il ritmo dettato dalle ruote sui binari pareva
esasperato. Per un momento fu tentato di svegliare l’uomo con la
salopette o anche gli altri passeggeri del vagone. Avrebbe voluto
arringarli e aizzare la loro rabbia contro il controllore. Un
ammutinamento praticamente
Attraversando un gruppo di case,
appena illuminato da un fila di lampioni gialli, vide un quartetto di
giovani amici in strada. Avevano fatto delle porte da calcio con le
giacche e si divertivano a sfidarsi, due contro due. Al passaggio
del treno si fermarono. Tutti indicarono stupiti i vagoni illuminati
come se fossero una meraviglia mai vista, o un orrore
raccapricciante.
Federico non lo capì. Non con
il tempo di un respiro a disposizione e non attraverso quel vetro,
talmente sporco che avrebbe alterato la realtà anche sotto il sole
luminoso di una giornata estiva.
Si consolò. Pensò a Sara che
presto sarebbe tornata a recuperare il suo soprabito ed il libro e a
sua madre, che avrebbe trovato il modo di resuscitare la sua cena
fredda. Avrebbe avuto il tempo di chiacchierare ancora un po’ e
magari di chiederle il numero di telefono.
L’avrebbe fatto. Per evitare
di dimenticarselo tirò fuori il cellulare e lo mise sul sedile.
Quando Sara apparì dietro ai
lunotti della porta automatica, finse di non averla vista. La senti
avvicinarsi a passi regolari nel corridoio centrale del vagone.
Arrivò e si lasciò cadere sul sedile. Tremava.
«Che stronzo quel ragazzo!»
Disse lui facendosi coraggio.
Lei, testa china a frugare sulla
borsa e i tendini nervosi tesi sul dorso della mano, non gli rispose
nemmeno. Lui non si perse d’animo.
«Quanto ti ha fatto?»
Sollevò la testa, scostò il
ciuffo che intanto si era ribellato all’elastico e lo guardò, come
si guarda qualcuno sorpreso a fare la mano morta sul tram.
«Chi?»
«Intendevo quanto ti ha fatto
di multa…»
«Ah già, la multa. Tornò a
rovistare nella borsa.
Sentì la siccità invadere la
sua bocca. Se ne accorse, ma non fece nulla per rimediare a quelle
sopracciglia incurvate dallo stupore. «La cosa del biglietto…»
Sara ritirò il libro nella
borsa. Non era riuscito a leggere il nome dell’autore. Sulla
copertina un fuoco arancione e la pulsantiera di un ascensore sullo
sfondo. Sparì con tutte le sue trecento pagine, e lo fece prima
ancora che lui potesse informarsi sulla trama di quel romanzo.
«Quella storia del carretto ci
ha fatti impazzire tutti!»
Il pensionato investito, la
mucca, il cinghiale, la donna decapitata e il lupo. Tutte quelle
versioni dei fatti l’avevano già confuso, prima ancora che il
controllore inflessibile sparasse a sua versione, quella del cavallo
sfuggito al maneggio. Cosa c’entrava ora il carretto, e perché
Sara aveva cambiato atteggiamento nei suoi confronti? Abituato a
cercare sempre di convincere i suoi clienti, mise nuovamente in
pratica le sue tecniche di vendita.
«Bene. Quando arriveremo a
casa, e arriveremo prima o poi.» Cercando invano di attribuire un
toponimo a quel paesaggio incomprensibile al di là del vetro. «Ci
compreremo l’edizione della sera e finalmente vedremo se…»
Il dolore che lo colse al ventre
fu così forte che il buio si sostituì alle cose che lo
circondavano.
Sentì un calore salirgli
attraverso la gola, come se una pressione misteriosa l’avesse
spinto da sotto. Le parole affogarono nel gorgoglio soffuso del suo
stesso sangue e l’ambiente intorno cominciò nuovamente a
materializzarsi, a scacchi incerti e rumorosi come il segnale debole
di un televisore.
La seconda fitta fu ancora
peggiore della prima, ma non lo accecò più.
Vide Sara estrarre un sottile
stiletto dalla sua pancia, mentre con una mano gli teneva la testa
ferma contro il sedile. A cose fatte pulì l’acciaio sui suoi
pantaloni. Lo fece roteare per bene e, mentre lo faceva, un sorriso
si sostituì alla smorfia di concentrazione, quella che aveva
stampata in faccia solo un secondo prima.
Federico non sentì nulla sulla
sua gamba. Sembrava che qualcuno avesse staccato la spina delle sue
percezioni.
La ragazza si alzò, mise l’arma
nella borsetta, recuperò il suo soprabito e prese con sé il
cellulare di Federico. Si accomodò per bene il vestiario intorno al
braccio e si aggiustò i capelli specchiandosi nel finestrino. Quando
vide gli occhi sbarrati dell’uomo che aveva appena colpito sembrò
dispiaciuta. Capì che stava tremando incollato al sedile, dalle
gambe fino al collo enfio. Sospirò, si chinò su di lui e gli diede
un bacio sulla fronte sudata.
«Scusa, ma questa cosa del
treno in ritardo mi ha fatta diventare cattiva...»
Dicendolo accarezzò il collo e
sistemò con la mano quella frangia indisciplinata. Lo fece
amorevolmente e Federico la vide andare via, quando fuori stava per
cominciare l’ennesimo tunnel.
All’esterno le luci sembravano
infittirsi. Da qualche parte doveva esserci un ospedale.
Con il sangue che ormai aveva
inzuppato i pantaloni fino alle caviglie, si voltò in direzione
dell’uomo con la salopette. Dalla sua bocca uscì un
incomprensibile rantolo, nulla che potesse sottrarre al sonno quella
persona. Facendo forza con le gambe tentò di avvicinarsi. Lo fece,
ma al costo di una fitta insopportabile. Mise la mano sulla ferita,
strinse i denti e si buttò sul sedile dalla parte opposta del
passaggio.
«Signore...» Tentò di
scuoterlo, ma ottenne solo sofferenza.
Quando avvertì il freddo di
quel corpo, capì.
Sotto la salopette c’era una
minuscola ferita, appena circondata da una piccola areola rossa.
L’uomo non aveva sanguinato
perché era morto sul colpo, ucciso dalla stessa arma che aveva
trafitto lui. Sara gli aveva bucato il fegato, mandandolo al creatore
all’istante e facendo il modo che il suo grido si soffocasse nel
dolore.
Quando trovò la forza di
affrontare il corridoio, non si chiese il motivo per cui il ragazzo
col cappello calato sugli occhi dormiva, perché non lo stava
facendo. A causa di un riflesso post mortem, il dito pollice che
teneva il segno del suo libro si era contratto, ed ora le pagine si
erano riunite insieme.
Reggendosi alle sbarre dei
portabagagli affrontò la strada che lo avrebbe portato alla carrozza
di testa. Li avrebbe trovato il controllore e avrebbe chiesto aiuto.
Anche la coppia di coniugi seduti accanto alla porta del bagno era
morta. Era incredibile ma ora, mezzo dissanguato e con le forze
ridotte allo stremo, riusciva a distinguere le macchie che sporcavano
i vestiti dei due. Avevano il centro esattamente nella medesima
posizione di quello che aveva visto prima.
Perché aveva lasciato vivere
lui?
Per quale motivo aveva voluto
farlo soffrire?
Le porte automatiche si
spalancarono su uno spettacolo di morte.
La ragazza con il piercing al
naso era in terra, occhi sbarrati sull’ultima immagine che aveva
visto su questo mondo e la gola squarciata. Sembrava che i suoi
genitori l’avessero spremuta come un’arancia. Erano
ammonticchiati su di lei e avevano lo stesso tipo di ferita. Il fiume
di sangue scorreva in direzione della porta e spariva dentro una
fessura nel pavimento come fosse un fenomeno carsico. Non volle
nemmeno vedere il corpo esanime dell’uomo con l’ombelico esposto
e lasciò che l’orrore del vagone di testa si spalancasse dinanzi a
lui.
Fine della signora vestita come
una caramella e stessa sorte per il suo vicino, l’uomo con gli
occhiali di tartaruga e l’improbabile giacca a quadri. Erano seduti
affiancati, esattamente come li aveva visti salendo sul treno. La
testa di lei era appoggiata sulla spalla dell’uomo e gli occhi
spalancati sembravano fissare le avvertenze in quattro lingue sul
divieto di gettare oggetti dal finestrino.
Crollò in terra, abbandonato
improvvisamente dalle forze. Cercando di reggersi mise
inavvertitamente la mano nella zazzera del giovane. Pettinato com’era
sembrava uscito da un manga giapponese, ma qualcosa di macabro e
censurabile, con sangue a fiotti e membra aamputate.
La nebbia nuovamente, assieme ad
una stanchezza immensa, forse definitiva.
Un secondo treno, incrociato sul
binario opposto, stava portando a casa della gente viva. C’erano
uomini chini sui giornali, ragazzi con le cuffie nelle orecchie e
amori che stavano nascendo.
Quando aprì gli occhi vide le
scarpe di vernice di Sara. Facevano coppia con i piedi di qualcun
altro.
Guardò in alto e mise a fuoco.
Era il controllore, sempre
elegante e sempre armato di quella borsa in pelle portata a tracolla.
Dall’apertura spuntava l’impugnatura di un grosso coltello.
Si stavano abbracciando, i due.
Si sbaciucchiavano e lo stavano
facendo come una coppia di adolescenti in posa per la foto
davanti a un monumento.
Lo guardarono un po’
indispettiti, come se il fatto che si fosse trascinato fino a lì
avesse disturbato le loro effusioni. Federico, per conquistare un
minimo di dignità, si sforzò di mettersi seduto contro la parete
del vagone e mandò giù una golata di sangue.
Da lì vedeva bene la porta per
la cabina di guida. Era chiusa, e all’interno, dietro all’oblò
di vetro, c’era il macchinista ignaro di tutto.
Tentò di lanciare un grido di
allarme e ci riuscì.
Un “AIUTO” forte come un
tuono vene eruttato dalle sue tonsille. Si fece coraggio e urlò
ancora e poi ancora.
Sara si rivolse al controllore.
Lo fece come se fossero amanti da sempre, non due pazzi assassini che
si erano coalizzati per compiere una strage.
«E’ meglio se ci diamo da
fare. Altrimenti arriveremo ancora più in ritardo…»
Lui rispose, mentre guardava
dall’alto in basso quell’agonia seduta sul pavimento in una
pozzanghera rossa.
«E che ne facciamo di quello?»
Lei lo studiò per un attimo e
Federico, incredibilmente, si vergognò per essere conciato in quel
modo.
Si chinò, mise la mano sotto il
suo mento e fece girare la testa nella sua direzione. Era bianco come
uno straccio e freddo. L’anticamera della morte, praticamente.
«Ma no. E’ simpatico dai!»
«Ok, hai sempre ragione tu.»
Sbottò il controllore, e facendolo estrasse dalla tasca il pass -
partout per l’accesso alla cabina di guida. Lo infilò nella porta
e aprì.
Il parabrezza anteriore
inquadrava i cavi elettrici della linea che scorrevano veloci in
mezzo ad una tempesta di scintille. Dal suo punto di osservazione
Federico poteva vedere la luna.
Si sentì disperato e commosso
nello stesso momento, perché stava percependo le sue ultime forze
scorrere via, e perché quella cosa della luna, meravigliosa nel
cielo d’autunno, l’aveva fatto sentire un po’ meglio.
In fondo, se avessero voluto,
gli avrebbero fatto fare la fine di tutti gli altri passeggeri.
Lasciò che la sua nuca
appoggiasse alla parete e portò la mano al ventre, per controllare
come poteva quell’emorragia.
Federico vide Sara ed il
controllore entrare in cabina insieme.
Facendolo, scavalcarono le gambe
del macchinista, disteso morto senza una goccia di sangue intorno.
Valutò che portava il
quarantasei di scarpe, esattamente come lui.
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