venerdì 22 ottobre 2021

Presentazione al Salone del Libro di Torino - Solo le donne degli altri


Al Salone del Libro di Torino, il 18 ottobre 2021 - Stand Sistema Bibliotecario Valsusa. Quattro chiacchiere sul mio romanzo più recente.

Moderatrice dott.ssa Adriana Frjio.





sabato 7 agosto 2021

La lavanderia a gettoni




Le trapunte sono tre e si sa, il numero tre, qualche volta, è difficile da comprendere anche se si può contare su una solida fede. 
Quella per l'inverno è leggera e calda e tecnologica. È confezionata con quei tessuti che non hai capito ma dove certamente nessuno ha torto una piuma a un pennuto. Quella per la mezza stagione, invece, è pesante, solida come roba da campo militare e molto probabilmente più calda di quella per l'inverno. Quell'altra è bianca e leggiadra come una nuvola al principio dell'estate e davvero non si capisce quale sia la sua collocazione nell'arco cronologico dell'anno intero.
Lo chiederò a mia moglie.
Sono ammonticchiate sul divano della sala cinema, e da un po', perché in agosto l'inverno è un lontano ricordo e, seppure il nord-ovest nel 2021 non abbia mai per davvero sofferto il caldo, quella montagna di tessuto e finte piume era diventata parte del paesaggio e i gatti ci si erano pure affezionati. Quando mia moglie, per sbrigarsi, butta le trapunte nel vuoto delle scale e facendolo trascina via dalla parete un paio di quadri, i gatti sono sconvolti e preoccupati che quel pezzo del loro mondo vada via per sempre e anzi, uno annusa quel vuoto per cercare una spiegazione.

La lavanderia a gettoni è di una catena svizzera, che si vanta di essere svizzera e che anzi, sostiene che l'igiene sia curata come solo loro sanno fare, che i loro cestelli girino veramente rotondo e che il silenzio sia assicurato come dentro una cattedrale.  È piazzata in un posto dove si parcheggia davanti e vi giuro, ho visto professionisti abili, guaritori, ragionieri, maghi e negozi a buon prezzo che hanno fallito solo perché non si parcheggiava davanti. Gli svizzeri non sono stupidi, sapete,  altrimenti non sarebbero fuori dall'Europa, non avrebbero le banche piene di soldi e il privilegio di essere neutrali in guerra. 
Le lavanderie a gettoni non hanno mai funzionato per davvero, non in Italia, non nelle piccole città. È indiscreto e pericoloso riempire il cestello delle cose tue e puoi diventare una favola ed essere costretto a cambiare provincia se una di quelle cose è davvero troppo sporca, macchiata di giallo o peggio, di marrone e anche se la cosa è caffè o aranciata, tu puoi giocarti la reputazione e la stessa tragedia capita se la biancheria è bucata, e mentre si agita fra l'acqua e il detersivo si propone con tutta la sua imperdonabile decadenza proprio addosso al vetro e dell'oblò e sotto gli sguardi inquisitori di tutti i clienti.
Saranno pure svizzeri ma una della macchine è fuori uso e il rimedio è molto italiano; un pezzo di nastro in carta appiccicato sul bottone dello start assieme a un laconico avvertimento in pennarello con scuse allegate. Ma le altre funzionano, eccome,  e anche se la signora anziana con la mascherina abbassata ha occupato da sola il tavolo intero e la signora giovane aspetta che l'asciugatrice smetta di lavorare e la signora più giovane ancora, alla quale per pigrizia chiedo informazioni, mi risponde di leggermi le istruzioni, l'atmosfera è quella giusta. 
My beautiful laundrette, Big Bang Theory, Mr Bean, lo storico spot della Levis.  Insomma, la lavanderia a gettoni ha ispirato tanto cinema e nei paesi anglosassoni è un posto dove è normale fare quattro chiacchiere e dove sono sicuramente nati tanti amori ma qui nessuno ci caga.
Il tempo di girarsi e arrivano le prime, feroci critiche. Sono a voce bassa, come si conviene a un buon pettegolo: "quella trapunta è troppo pesante e scivola indegnamente sul fondo del cestello senza rotolare." Lo dice la signora con la mascherina abbassata ma non è vero. È solo invidia o quell'insopportabile senso di superiorità che scaturisce alla vista dei novellini e allora mia moglie va a verificare ma la trapunta rotola. Rotola e danza immersa in un profumo di fresco e io stesso posso constatare che tutto funziona alla perfezione, che gira tondo come il  mondo e allora lo faccio: scrivo una recensione sul quaderno degli appunti e me ne frego se la biro Bic è infettata da mille mani ma lo voglio dire. Nessun accenno alla lavatrice rotta perché sono un ruffiano ma la critica dura è diretta alla clientela: qui, la gente non è capace di farsi i cazzi suoi! 
E per fortuna se ne vanno. Riempiono le borse Ikea impiegandoci un'eternità ma se ne vanno. 
In tutto quel tempo, la trapunta pesante ha girato assieme al cestello senza mai perdere un colpo.
Il ragazzo spigliato, che ovviamente ha parcheggiato davanti, svuota un sacchetto Ikea in lavatrice, saluta ed esce. Evidentemente non teme buchi, scuciture o macchie compromettenti.
Il secondo ragazzo spigliato arriva e riempie la lavatrice con cura. Il sacchetto è Ikea e niente, mi convinco che questi appartengano a una setta. È uno sportivo e si vede: capi gialli fosforescente, arancione fosforescente, verde radiazioni nucleari. Jeans bassi, magliette aderenti e completo da ciclista. Le mutande di Batman. 
Saluta, se ne va e sono un po' invidioso delle sue mutande.
La lavanderia a gettone è bella. 
I panni sporchi non si lavano in casa, al massimo si lavano in Arno come diceva Manzoni e tutto è andato bene. Abbiamo ritirato le trapunte e  abbandonato le lavatrici al lavoro mentre mille pipistrelli subivano la centrifuga senza lamentarsi e siamo andati alla ricerca di un sacchetto Ikea.
I gatti, manco a dirlo, ci stanno guardando malissimo.

martedì 27 aprile 2021

Non arriveranno mai






Claudio fa un gesto volgare, quello semplice da mettere in pratica e buono per tutte le occasioni.  
Chiude un occhio e il grattacielo bianco scompare dietro al dito. Non ha mai sopportato quel palazzo che somiglia a un frigorifero, e come dargli torto. Sembra precipitato da una galassia lontana in mezzo a una distesa di edifici bassi e rovina l'armonia cercata in anni di storia da architetti felici. Il resto della città tremola sotto la canicola del pomeriggio e le prime due bottiglie di birra sono finite. L'ombra del platano, da sola,  non basta  a raffreddare le sbarre in ghisa della panchina. 
“Non arriveranno mai.” dice, mentre si china per trascinare la borsa termica. Appena aperta, l'odore dei panini con il salame s'intrufola dritto nelle narici e ne approfitto per infilare la mano sopra quello più grande. È avviluppato dentro un involto di stagnola e c'è da giurarci: quando lo aprirò lo vedranno brillare laggiù, dalle vie del centro, dai ponti sul Po e dai parchi. Provocherò panico, è sicuro, molti si metteranno a correre e travolgeranno i meno fortunati come una mandria di bufali impazziti. Ribatto solo dopo che il tappo della Heineken è saltato via e ha rotolato per qualche metro in discesa prima di infilarsi nel tombino. “Per me arriveranno, invece.”
È stato così sempre. Che si parli di calcio o di donne, Claudio non  considera l'ipotesi di avere torto. Alza la voce senza accorgersene e guadagna qualche centimetro di panchina per intimidirmi.
“Dovresti leggere meno libri e pedalare di più. Non si tiene mezzo mondo sotto il tacco se non sei capace, e se sei capace meriti comunque rispetto, almeno su questa terra.”
“Quale rispetto? A me fanno schifo.”
“Non sono io a dettare le regole ma a quanto pare, in questo gioco, su questo tavolo e con questi giocatori, vincono e vinceranno sempre.” gli occhi verde smeraldo sono quelli di chi chiede una tregua armata e dicono molto di più delle rare parole, centellinate come un whisky di quelli speciali. Mi molla una pacca sulla spalla e chiarisce. “Non ci godo eh! È solo pragmatismo il mio.”
E invece a me salgono gli acidi su per la gola e rimedio con un morso al panino. Il salame Milano è sistemato in numerosi strati che il burro rende facili da addomesticare. Per il poco tempo avuto a disposizione, si può parlare di grande cucina o dell'ultimo miracolo. Il primo boccone va giù quasi intero, con un sorso di birra che lo insegue e ricaccia indietro il rigurgito di stomaco. Il secondo, me lo godo: mi calma come una carezza  e chiudo gli occhi per pensare a qualcosa di bello. 
L'oceano, per esempio. 
Io e Claudio eravamo stati abbastanza bravi e fortunati da cavalcare l'onda, dal principio alla fine della spiaggia, mentre Katy ed Eleanor correvano scalze per inseguire i nostri surf. Erano arrivate solo qualche secondo dopo, quando i muscoli eccitati dal mare tiravano come vele nel vento e i pantaloncini bagnati aderivano a tutta la nostra voglia di vivere. Eravamo noi, i vulcani di Maui che sembravano pronti a esplodere e le due meraviglie. 
Katy portava un costume celeste, talmente ridotto ai minimi termini che se l'avesse pagato a centimetri quadrati, sarebbe venuta via con l'articolo spendendo meno di mezzo dollaro. Eleanor aveva scelto un rosso tendente all'amaranto, con il reggiseno capace di sostenere l'abbondanza solo grazie all'elegante abbinamento di cordini bianchi che s'incrociavano sulla schiena abbronzata.
Quella sera avevamo mangiato in un ristorante sulla spiaggia. Mentre il tramonto incendiava il mare, il cuoco cucinava pesce sopra delle grosse pietre sul terrazzo e proponeva di annaffiare la cena con un bianco francese che sapeva di frutta o con certi vini dalle colline della California. I clienti arrivavano alla spicciolata mentre una band di cappelloni in camicia hawaiana eseguiva un repertorio surf rock che spaziava dai Surfaris fino ai Venture, e passando dai Beach Boys. L'arrangiamento di Sloop  Jonnb B, ricordo, era stato ipnotico:
Call for the Captain ashore
Let me go home, let me go home
I want to go home, yeah yeah
Ma certo non volevo tornare a casa, e nemmeno Claudio. 
Le nostre due amiche avevano ancora tanto da darci e non solo moralmente. 
Katy mi aveva tenuto sveglio fino al mattino e mentre tentavo di recuperare qualche ora di sonno, mi aveva sussurrato nelle orecchie tutte le canzoni che si ricordava. Veniva da New Orleans, Louisiana. Ricordo, diceva di preferire le onde enormi del Pacifico alle acque chete e melmose del Mississippi che s'insinuano nelle paludi per fare nuotare i coccodrilli. Era per quello, e perché odiava le zanzare, che passava tre mesi all'anno sulle spiagge intorno a Kahului e che per non farsi prendere dalla nostalgia aveva imparato a memoria tutto il repertorio di Fats Domino e si era addormentata anche lei mentre si sforzava di ricordare la seconda strofa di Blue Monday
Sunday mornin' my head is bad
But it's worth it for the time that I had
But I've got to get my rest...
Claudio sa leggermi nel pensiero. “Stai pensando a Katy?”
Chiudo gli occhi e la immagino seduta sulla spiaggia a scrutare il cielo, ma nel bel mezzo della notte. Sono sicuro che Eleanor sia con lei ad aspettare. “E tu stai pensando e Eleanor?”
“Sto pensando che è parte di quel sistema e che pur essendo una goccia nel mare, forse avrebbe potuto fare di più.”
“Perché non sono tutti così e non si meritano di essere ricordati come quelli che...”
Qualcosa esplode giù in città. 
Mortaretti, colpi di pistola o lacrimogeni della polizia. Non lo so ma il mio sedere sudato sobbalza sulla panchina. Le autorità non ammettono disordini perché loro la pensano esattamente come Claudio: non arriveranno mai. A giudicare dalla colonna di fumo che si solleva dal crocevia possono solo essere velenosi lacrimogeni. I telegiornali hanno cercato di rassicurare in ogni modo ma ormai tutti hanno imparato a capire quante balle raccontano. Negli anni si sono specializzati a leggere, recitando, qualsiasi comunicato e i loro erano del tutto simili al pensiero del mio amico:
- Non arriveranno mai -
Claudio si scola l'ultimo sorso della bottiglia e la butta oltre la siepe. La sentiamo infrangersi sull'asfalto del tornante e via, il tempo di formulare un pensiero ed eccolo con la schiena china a rovistare nella borsa. 
“Il bicchiere della staffa?” domanda agitando le ultime due bionde con la condensa del freddo sul vetro. Ho le gambe molli e un lieve mal di testa ma non mi tiro indietro. 
Uno stormo di aerei  militari sorvola le case con un boato e vira improvvisamente incontro al sole. La domanda arriva quando il rumore non si è ancora del tutto attenuato.
“Ti ricordi di Paul?”
Era il fratello di Eleanor, un ragazzo poco più che ventenne, bello come il sole della sua terra e coperto di tatuaggi che sembrava la volta affrescata di una cupola. Il mattino consegnava pacchi volando in Vespa da una parte all'altra dell'isola. Il pomeriggio e la sera girava cortometraggi, ingaggiando amiche e amici come attori. Conosceva musicisti che si prestavano per le colonne sonore e anche cantanti pronti a esibirsi per lui. La sera montava e da un giorno all'altro proponeva spettacoli sempre nuovi che proiettava, appena fatto buio, nel cortile sul retro di casa. 
“Già, Paul. Aveva un talento enorme per il cinema.” e la prima lacrima del pomeriggio è per lui, per quel suo primo corto che aveva meritato applausi al Sundance e un discreto successo di pubblico. 
Era morto l'anno dopo, con i polmoni tagliuzzati dalle sue stesse costole, travolto da una nonna al volante di una Prius bianca. Aveva bruciato il semaforo per non fare tardi al compleanno del nipotino e i pacchi da consegnare erano finiti sparpagliati sull'asfalto per decine di metri assieme ai pezzi dello scooter. “Sarebbe stato il migliore per filmare tutto, per documentare."
Solo che lui era l'attore protagonista e la morte era vera, come quando un proiettile aveva ucciso Brandon Lee sul set. Niente materassi e scatoloni per cadere, salsa di pomodoro e tanto mestiere. Solo cuori che smettevano di battere.
“Tanto non arriveranno mai!” commenta Claudio, che con Paul aveva avuto un rapporto di amicizia vera. Gli era sembrato incredibile che non fosse geloso di sua sorella e gli era sembrato altrettanto incredibile che un ragazzo così giovane potesse conoscere a memoria la storia del cinema.
Il Dottor Stranamore. 
Ne parlava spesso, specie quando strimpellava la sua Taylor davanti al fuoco mentre le onde dell'oceano si trasformavano in schiuma sulla sabbia bagnata. Il Dottor Stranamore cavalcava un missile atomico per arrivare con lui sul bersaglio ed era la metafora di una folle corsa che non si sarebbe fermata mai e il simbolo fallico per antonomasia.

Un banco di nuvole modera il sole che l'estate ha piazzato più in alto possibile ed ecco un altro stormo di aeroplani. Volano secondo una formazione disordinata e gli ultimi due sembrano attardati come i cuccioli più deboli del branco. Il boato dei motori copre le grida di terrore che sembrano salire dalla città e che io immagino uscire dalle gole arse dal caldo. Chi si rifugia nelle cantine, chi cerca scampo in campagna ma la tangenziale si è messa di traverso, dispettosa, e adesso è solo un serpente di fumo, bestemmie e carrozzerie roventi che baluginano nell'orizzonte. Qualcuno è stato sistemato al sicuro sotto cinquanta metri di roccia ma sono pochi e sono ricchi e importanti. 
“Alla fine di tutto saranno ancora pochi, ma non più ricchi e nemmeno importanti.” ragiono a voce alta mentre Claudio si gode il panino con le briciole impigliate tra i baffi. È monotono come un disco incantato:
“Non arriveranno mai.” e quasi mi dispiace di averlo disturbato mentre mastica, di avere rischiato di farlo strangolare.

E invece arrivano. Da est.

Stelle comete, meteoriti, lunghe scie di fumo che affettano il cielo e vanno lontane, verso sud. 
La prima scompare dietro alle montagne ed è lì che Claudio, deluso, sputa il boccone per non strozzarsi. L'attesa è interminabile e ancora una volta crede fermamente nel suo dio e indica quel posto non meglio definito dietro le creste e si ripete:
“Non arriveranno mai!”
E io vorrei credergli, sperare di non essere come uno zolfanello prima che qualcuno lo strofini sulla carta vetrata o come una goccia d'acqua che sta per cadere sulla piastra della stufa. Ho la voce che sa di tomba e parlo con il fiato che esce a fatica attraverso la gola contratta nel terrore. “Sono i nostri. Li stanno intercettando, vedrai, e non arriveranno...”
La luce è più intensa del sole che la guarda da lassù e Claudio non è più abbronzato come al solito. È come una radiografia pigramente adagiata sulla lavagna luminosa dell'ambulatorio e i suoi occhi verde smeraldo sono un paio di cristalli trasparenti e le montagne: come appaiono piccole al confronto di quella palla di fuoco!
Sono arrivati.
Claudio si affretta a finire la birra e io cammino avanti e indietro. Assomiglio all'orsetto del tiro a segno che si sbatte per non essere centrato ma sa benissimo che il suo spazio per la fuga è ridotto a una rotaia con il fine corsa imminente e il cielo è pieno di brutte notizie. L'ultima arriva assieme al boato della prima esplosione che si è preso il tempo che serviva per attraversare mezza regione, e cade molto più vicina.
Questa volta non ci sono le montagne a dominare il vento e dopo il lampo, che mi attraversa le mani pigiate sugli occhi, arriva il rumore di mille treni che corrono incontro, di continenti che rotolano sui sassi, di grida di dolore e disperazione, del mondo che si rovescia con tutto quello che c'è dentro.
E poi il vento. 
È caldo come una fornace e corre come un cavallo spaventato e ci spinge via come foglie secche nella tempesta, fino sul prato e fino al selciato che stende ai piedi della basilica. I fedeli che si erano riuniti a pregare, sono stati sdraiati come fa la falce con l'erba alta.
Sanguino, respiro veleno. La tosse parte dai polmoni e mi scuote. Sento dolore ovunque. Mi sembra di masticare la sabbia ai piedi del vulcano e penso a Maui, al surf, alle bevute sulla spiaggia mentre un fuoco amico accarezza la nostra voglia d'amore. A Katy. 
Addio, Katy. 
Addio Eleanor, addio Hawaii. La parte buona di quel popolo meraviglioso si piega al volere di pochi pazzi e niente più ristoranti sulla spiaggia, concerti rock, film, attori, cantanti e cascatori. Niente più chitarre da abbracciare e fare tue come la compagna di una notte. 
Niente più fuochi davanti al mare. 
Le vetrate della basilica esplodono e volano via le lastre della cupola. Sembra che un grosso frullatore stia preparando qualcosa da bere. Si spalanca il portale e alla fine la pressione fa collassare i muri. Si gonfiano come le guance di un bambino maleducato che sta per fare una pernacchia e le colonne traballano e le lastre di marmo si staccano e si spezzano le guglie. La pianura è la pista da corsa di venti a mille chilometri orari e le fiamme si sono sostituite ai boschi. L'acqua del Po riflette il colore cinereo del cielo.
“Non arriveranno mai.”
Mi consola Claudio mentre il sangue gli bolle in bocca. 
Non è stato abbastanza svelto nel proteggersi gli occhi e ora è cieco. Niente più verde smeraldo, solo una patina bianca e lattiginosa che assomiglia a un'ustione. La cosa buffa, è che le briciole di pane sono tuttora incastrate fra i baffi e arrostite come una pizza dimenticata nel forno.
Ci abbracciamo e sì, ammetto che ha ragione.
L'inferno si è scatenato tutto intorno ma la città è stata risparmiata. 
Il tetti sono denudati dalle tegole e ridotti a scheletri, si alzano colonne di fumo dove sono esplosi i depositi di gas e le strade sono allagate. Alla fine, la cartolina che spettava a noi, non è stata recapitata, intercettata da qualche missile che i nostri alleati hanno fatto in tempo a lanciare. L'aria puzza di ferro da stiro e le grida in sottofondo sono quelle che Dante doveva avere immaginato per uno dei gironi più in basso. Mi lascio cadere nel prato e guardo le nuvole rimescolate dal vento mortale.

Il suono gutturale di un grosso bombardiere s'insinua nelle orecchie come la vibrazione di un telefono e una sagoma nera che appare come un insetto sul vetro si muove lenta davanti a quattro scie di condensa lunghe e grasse. Fra poco sarà esattamente sul centro della città, sulla verticale di quel grattacielo che Claudio odia tanto e che non potrà più vedere.
Voglio credere che sia amico.
Voglio credere che non stia portando un pacco a sorpresa proprio per noi. 
Voglio credere che non arriveranno mai.

giovedì 11 marzo 2021

La festa in terrazza. Il dilemma del cecchino...





La terrazza è allestita con gusto. 
Ci sono le tesate di lampadine colorate che l'attraversano nei due sensi, gli ombrelloni chiusi e le bandierine che sventolano ai quattro angoli del parapetto. Il tavolo con il ricco buffet, in costoso legno di teak, è sistemato contro la parete al fondo e coperto con una tovaglia che concede spazio alle venature. Le luci accese dell'attico brillano dietro l'ampia vetrata e tutto il monolocale è inquadrato come un film al cinema. Si vedono la porta di ingresso sul fondo, l'accesso al bagno con una pesante targa toilette in metallo pressofuso e una coppia di quadri che da soli farebbero la felicità di tanta gente. I tetti della città tutta intorno sono amalgamati con la notte e le finestre accese conferiscono quell'aria da presepe che riscalda il cuore. Un cameriere, con le braccia riunite dietro alla schiena e il passo felpato, si occupa degli ultimi dettagli, verifica la freschezza delle vivande e raddrizza qualche bottiglia qua e là. L'Amarone della Valpolicella spicca, con la scritta rossa realizzata in rilievo sull'etichetta scura e le tre scelte di champagne per gli antipasti sono in ghiaccio vicino a una labile torre di calici in cristallo.
I primi invitati sono una coppia di mezza età. Lui calvo, la giacca blu indossata con dimestichezza insieme a un paio di jeans scoloriti e una camicia bianca che lascia intuire il petto lavorato in palestra. Lei ancora piacente, con un vestito azzurro e le gambe affusolate e sane messe in bella mostra. Il cameriere li accoglie, ritira la borsetta per sistemarla su una lunga cassapanca accanto a un armadio a muro che potrebbe contenere una barca intera. Subito dopo entrano due ragazze che non risparmiano i sorrisi. Dispensano un paio di invidiabili decolté e abbronzature fresche di spiaggia. Come nella migliore tradizione sono una bionda e una bruna che rendono difficile decidere quale sia meglio. La bionda può contare su un sedere da concorso mentre l'altra si fregia di un paio di enormi occhi scuri. Ha  classe, anche se tradita da un filo di rossetto di troppo. Anche le loro borsette sono prese in custodia dal diligente cameriere. 

La terrazza comincia ad animarsi: una signora agèe con i lustrini appiccicati al vestito lungo, un uomo altrettanto anziano che esibisce baffi banchi e curati, una coppia di giovani fidanzati che appaiono un po' imbarazzati. Lei preferisce tenere con sé la borsetta lui, molto più alto, le cinge le spalle con un metro di braccio chinandosi in modo buffo per baciarla sui capelli. Entrambi sono stupiti dalla ricchezza del menù e dall'offerta generosa di grandi vini. Passano in rassegna il tavolo, s'incuneano negli spazi fra le poltroncine e arrivano abbracciati al parapetto che si affaccia sul panorama.
Della presidentessa ancora nessuna traccia.
Ho studiato a lungo le dieci fotografie che mi erano state fornite assieme ai cinquantamila euro. Il cliente metteva sul tavolo una mazzetta da cinquemila e vi sovrapponeva una foto.
“Studiala bene”, si era raccomandato, e io avevo scrutato quei lineamenti, la giovanile compattezza della pelle e la luce negli occhi. Le labbra rosse e le spalle toniche. Nella seconda foto, quella abbinata alla seconda mazzetta di banconote, appariva in costume giallo carioca mentre camminava su una spiaggia deserta con le due guardie del corpo che  la seguivano discrete. La terza la ritraeva al lavoro dietro alla scrivania e la quarta come relatrice di una conferenza affollata. Il vistoso microfono non copriva il  bel viso e i capelli raccolti in un chignon assieme agli occhiali di tartaruga dalle grosse lenti le cambiavano l'aspetto in modo significativo. Nulla era stato lasciato al caso.
“Sarà l'unica occasione in cui si presenterà senza la scorta e senza che nessun protocollo di sicurezza sia messo in pratica. Capisci da te che non potrai fallire” aveva sottolineato mentre la quinta porzione del mio acconto si materializzava sul piano del tavolo in compagnia  dell'ennesima foto.
Ho avuto il tempo di imparare quella faccia a memoria e poi ho approfondito, andando alla ricerca dei video che la riguardavano. 
Sono un professionista. 
Ho iniziato a sparare nei tre anni di ferma militare e lì ho scoperto la mia abilità di cecchino. Mi ero arruolato dopo la delusione d'amore con Lara, la donna più bella e importante della mia vita, la compagna perfetta. Mi aveva lasciato, senza una spiegazione, senza un ripensamento. La sera era l'incarnazione dell'amore e il giorno dopo solo un ricettacolo di capricci e paranoie. I mazzi di fiori che le avevo fatto trovare sulla porta non erano serviti a nulla e alla fine, invece di dodici rose rosse, mi ero abituato a stringere un fucile di precisione.
Pam, e saltavano le teste delle sagome.
Pam, e saltavano le teste.
Mi avevano soprannominato pam pam boy.
Questo è il mio quinto incarico e mai ero stato pagato tanto. La presidentessa è un bersaglio che vale tutti i soldi che mi hanno dato e gli altri che ritirerò a cose fatte. 
Non è un brutto lavoro il mio. Non mi avvicino mai alle vittime, le vedo cadere senza vita nell'ottica di precisione del mio Sako. 
Pam.
È una sensazione fredda, come quando assisti al cinema alla morte degli attori. Il rimorso dura lo spazio di un secondo e poi intendiamoci, una volta che il proiettile parte è come il destino: non c'è modo di cambiargli la direzione.
“Non sono ammessi errori. Abbiamo la soffiata giusta e il posto perfetto. Sparerai da lassù...”  e aveva indicato un vecchio stabile in stile ottocentesco, dipinto di un diffusissimo giallo Torino. Spiccava dal terreno per quattro piani sulla pendice della collina. Era vuoto come un guscio di lumaca e fino alla terza fila di finestre le folte chiome degli alberi coprivano la facciata. 
“ La proprietaria è una vecchia che vive da sola in quel casermone. Sappiamo che si è appena rifatta il femore e che non uscirà dalla clinica prima di tre settimane. Non dovrai forzare le porte perché ci siamo procurati una copia delle chiavi.”
Che tintinnavano sotto il mio naso esattamente come quelle della Mercedes, che la coppia di ospiti ha appena lasciato in custodia al cameriere ossequioso. Sono un paio di uomini con l'aria di non avere mai lavorato e quelle facce da chirurgia plastica che si notano con l'occhio attento. Il più alto dei due zoppica un po' e immagino si sia infortunato durante una sessione di sci d'acqua o magari cadendo da cavallo. Il più basso tiene le mani infilate nelle tasche alte di una felpa con cappuccio. Io non oserei presentarmi a una serata di quella classe con quell'atteggiamento e nemmeno con addosso una volgare felpa da rapper.
 
Stacco l'occhio dal cannocchiale. 
Voglio riposare un po', prima che la presidentessa si presenti all'appuntamento con la sua fine e mi guardo intorno. 
La stanza dove mi trovo è buia come la pece e la porta di ingresso all'alloggio del quarto piano è rimasta socchiusa su un pianerottolo che sa di cera Emulsio. Una volta colpito me la chiuderò alle spalle e scomparirò nel nulla. Il davanzale della finestra da dove sparerò é basso e si presta per un tiro preciso senza che nessuno possa notare il fuoco sulla bocca della canna. Muovo le gambe per impedire che si addormentino, invoglio il sangue a circolare e riprendo la mia postura da cecchino.
Sulla terrazza la gente è aumentata e comincia a esserci confusione. Scruto anche all'interno ma non vedo la mia vittima. Solo quelli che avevo già visto e altre comparse insignificanti che si sono aggiunte all'imbarazzo.
“Non staremo a sindacare se dovrai abbattere qualcuno che si mette sulla traiettoria o che proprio non vuole levarsi dai coglioni. Fatti strada, se necessario ma non fallire. Non farti scrupoli per quella gentaglia, loro non se li farebbero per te. Lo sai che se dovessi mancare l'obiettivo, uno dei nostri ti aspetterà sotto per spedirti al creatore. Le certezze sono poche in questo mondo ma fino a ora è abbastanza evidente che i morti non parlano.” mi aveva detto e non so come ma pensavo a Lara, ai nostri anni passati insieme, al nostro gattino bianco, alla pizza del giovedì sera, al cinema, al suo sorriso che curava i dolori, al suo corpo perfetto. Di lei ricordo gli occhi verdi, il piccolo neo accanto al labbro e le ciglia lunghe come petali. Di lei ricordo il profumo e la pelle liscia come la seta.
Se oggi uccido è perché lei mi ha ferito ieri.

Passo in rassegna tutti gli invitati con una paziente scansione dei volti, da destra verso sinistra. Sono a duecento metri dal bersaglio ma l'ottica è potente e distinguo ogni particolare. I ragazzi giovani e timidi si sono lasciati riempire i bicchieri con qualcosa di blu e l'uomo con i baffi bianchi conversa  con i tipi in Mercedes gesticolando vistosamente. Il camerieri ora sono due. Si è aggiunto un ragazzo con un vistoso auricolare e non stanno mai fermi, sempre attenti che non venga a mancare nulla. L'uomo calvo con i pettorali invidiabili sgranocchia una tartina al caviale. 
Il vento contrario sospinge la musica verso la città ma da come si muovono i fianchi e da come i piedi battono il tempo, posso  immaginare un jazz sulla terzina di quarti.
Respiro.
È bene mantenere il cervello ossigenato e ricacciare i piccoli dolori e principi di crampi.
“Le sparerai appena arriva in terrazza. È autorevole e riverita quanto basta per fare spostare tutti i convenuti. Le faranno strada come una mucca in India e allora sarà facile. Piazzale il tuo solito colpo al cuore e quell'altro in mezzo alla fronte. Smonta, lascia in ordine la stanza, chiudi la finestra, la porta e vaporizzati. Il resto del grano te lo facciamo arrivare a casa”
Eccola!
La presidentessa entra in casa. Il cameriere ossequioso sbatte i tacchi e le va incontro per ritirare la borsetta. Con lei ci sono un'amica con il volto nascosto dietro un muro di spalle e applausi e un vecchio dirigente che cammina a fatica. Intuisco che l'amica chiede del bagno e s'infila subito dietro la porta con la pesante targa.
Potrei sparare adesso, fare in modo che il proiettile attraversi il vetro e colpisca, ma se la ragnatela che andrebbe a formarsi fosse troppa estesa, mi troverei con il campo visivo compromesso. Meglio attendere che il bersaglio arrivi in terrazza. Quando vedrò gli invitati aprirsi come le acque del Mar Rosso, avrò capito che il momento è arrivato.
Mi rilasso.
Sparare richiede la consapevolezza e il relax da monaco tibetano. Si deve controllare il respiro, dominare il cuore e vincere l'emozione. Nessun tremore o ripensamento. Un buon tiratore impara subito a rilassare lo sfintere. È buffo ma il cecchino deve sapere gestire meglio di altri il suo buco del culo.
Partono gli applausi
La terrazza è illuminata a giorno e i convenuti lasciano un passaggio largo e comodo per l'ospite d'onore, la sua strada in discesa per l'inferno. Per enfatizzare l'effetto scenografico vengono spente le luci all'interno della casa. La donna morta che cammina comparirà dal buio come una grande attrice che si prende il palcoscenico. E io mi prenderò lei.
Respiro.
Il collo è docile e rilassato, le spalle sono leggere e tutto, dal petto in giù, si distende come scritto nei manuali del provetto assassino.
“Avranno le luci negli occhi. Nessuno davvero, nemmeno se fortunato, capirà da dove sono partiti i colpi. Sa cosa le dico? La riempio di soldi per farlo ma quasi quasi potrei cavarmela da solo” e aveva riso fino a stare male mentre mi aspettavo la pacca sulla spalla che sarebbe arrivata di lì a poco. Certa gente non porta rispetto nemmeno per i morti.
Il cuore rallenta, il sangue rallenta. 
Il tempo rallenta. 
Il reticolo del cannocchiale taglia in due l'ampiezza della porta. La croce punta dove presto ci sarà un cuore da spaccare.
Quando Lara, la mia ex fidanzata, si presenta per  prima sorprendendo gli ospiti, sento un cazzotto nello stomaco e mi manca il fiato, la ragione si annebbia e il cerchio della lente inquadra una confusione di colori e luci in movimento. Litigo con il fucile, sono travolto da una valanga di dolori e tensioni e si asciuga la bocca come se avessi ingoiato un phon. L'ano si stringe e mi crolla il mondo addosso. 
La presidentessa è dietro di lei. Sorride, dispensa saluti, scherza, fa gesti con la mano e inchini compiaciuti. Solo che i suoi organi vitali, quelli che dovrei spappolare con un proiettile 7,62 Heckler & Koch, sono protetti dal corpo di Lara. 
Non potevo immaginare fossero amiche o amanti o socie, e così in confidenza. Avrei rifiutato l'incarico se solo l'avessi saputo e sarei corso ad avvertirla a costo di bruciarmi la carriera. Lara è bella come un tempo, maturata, con lo sguardo pieno di consapevolezza. Deve essere ricca e si sposta solo per un attimo quando il cameriere le porge il bicchiere e so che non avrei potuto approfittare dell'occasione nemmeno al massimo della concentrazione. 
Ora sono ostaggio del caos.
C'è una missione senza appello, un killer che mi aspetta all'uscita e cinquantamila euro di acconto che andranno bene per il mio funerale. Chi mi ha dato l'incarico non poteva sapere del mio amore per Lara ed ecco che in naufragio sta per avvenire. 
Cerco la concentrazione, asciugo il sudore che cola dalla fronte e provo a mettere un freno alle pulsazioni. Sono troppe anche per guardarsi una partita.
Nulla.
La presidentessa avanza attraverso il terrazzo, con Lara che la precede di un metro, sempre. Quando si spengono tutte le luci comincia il secondo atto della macabra commedia.
La terrazza rimane al buio. 
Le sole candele brillano sui tavolini ma il resto della festa è una massa confusa e buia. Nessun bersaglio per pam pam boy.
Hai la scusa, amico! Mi convinco che le luci spente all'improvviso siano la mia grande occasione per defilarmi,  tornare dal committente e liquidarlo con un'alzata di spalle. 
“Non sapevate che era una festa a lume di candela? Mi dispiace davvero se siete stati informati male ma avreste dovuto mandare un sicario sul posto e non piazzare un cecchino alla finestra...”
Funziona. 
Non ho con me ottiche agli infrarossi e ogni minuto che passa divento una facile preda e addio omicidio eccellente. Do ancora un'occhiata verso la terrazza ma le uniche luci che vedo sono le solite candele e le punte rosse delle sigarette accese. 
Smonto il fucile dal supporto, lo sistemo nella sua custodia senza fretta e mi alzo. Mentre chiudo la finestra vedo che la festa prosegue alla tenue luce delle fiammelle e non ci posso fare niente. Come da consegne verifico che la stanza sia in ordine, esco sul pianerottolo che sa di cera e lentamente comincio a scendere le scale. 

La padrona di casa si materializza sul pianerottolo del piano di sotto sorreggendosi con l'aiuto di un girello ortopedico. Ha le ascelle pizzicate fra gli appoggi e il pigiama e la faccia di rughe e macchie paralizzata dalla sorpresa. Noto le ciabatte di pelo fucsia e una curiosa retina per i capelli color rapina in banca.
“Dio Santo ma lei chi è?” e poi si mette a gridare come un'aquila, sputacchiando come una marmitta guasta. Urla e picchia in terra il piede della gamba sana. “ Come diavolo ha fatto entrare e cosa...cosa porta in quella valigia!” e capisco. Capisco che potrebbe dettare il mio identikit nel tempo di un caffè e che è lucida e ci vede benissimo dietro quegli occhiali spessi che sanno di vecchia profia. Puzza di disinfettante perché è appena uscita dalla clinica e sono sicuro che con il cellulare sia veloce come un pistolero. 
Quando la vedo ruotare il girello per rientrare in casa, la colpisco con lo spigolo della custodia e la stendo. Si accartoccia come una lattina sotto le ruote e muore. Nessuno sopravvive con la testa rotta e il cervello  che cola sullo zerbino come il formaggio del toast sul tovagliolo. Ancora qualche scatto nervoso delle gambe e poi la fine. La nuvola di capelli bianchi trattenuta dalla retina assorbe il sangue sul pavimento.

Dal momento che le cose possono solo peggiorare, torno all'ultimo piano per verificare se la festa sia ricominciata con l'aiuto della luce elettrica e sì, maledizione, è così. Non sono più le lampadine da festa Texana di prima ma  faretti che inondano di viola tutta la scena.
Penso di impazzire ma la  cosa che mi toglie il fiato è che gli invitati sono tutti in maschera.
E mantello. Maschere di varie fogge e mantelli neri che strisciano al suolo. Sono alti, sono bassi ma non hanno sesso né volto e nessuno può dire chi sia il bersaglio e chi sia Lara.
Prendo il telefono e scatto delle foto. Mi dispiace tanto per la nonnina e il committente mi crederà e amici come prima. Mentre metto a fuoco, l'apparecchio vibra fra le mani.
“Sì...!
“Non abbiamo altra scelta. Spara a tutto quello che si muove!
“Cosa cazzo!
“Uno dei camerieri è dei nostri. Gli diciamo di bloccare la porta in modo che non possano uscire e vedi tu. Probabilmente, dopo averne buttati giù un paio, si leveranno le maschere e allora potrai farti un'idea...”
“No, davvero, è una pazzia e a proposito, ho fatto una pessima figura con la padrona di casa, quella che secondo voi era in clinica...”
“Siamo mortificati. Sono cose che possono capitare ma noi dobbiamo ammazzare la stronza, capisci, altrimenti crollano le azioni e si vaporizzeranno milioni e milioni di dollari e poi si vaporizzeranno i nostri sederi. Fai saltare qualche cranio e stiamo a vedere.”
Sento in bocca un gusto di frutta andata a male e vedo la morte accomodarsi al mio fianco. Gli ospiti della festa stanno mettendo in pratica un rito propiziatorio oppure, e semplicemente, sono così ricchi e annoiati e strafatti da non sapere più come divertirsi. Lara è in mezzo a loro. Tutto mi aspettavo da lei, meno che diventasse parte dell'alta società.
Sistemo il supporto in fretta, monto nuovamente il fucile, l'ottica del mirino e scruto nel viola più profondo che abbia mai visto. Ci sono maschere abbondanti e gotiche, altre barocche e decorate, altre ancora essenziali e linde. Riconosco il ragazzo alto in compagnia della fidanzata assai più piccola. Sono impacciati nell'angolo lontano e si danno la mano che sbuca dal mantello. Quello della Mercedes zoppica ed eccolo che si aggira fra le poltroncine e poi il vecchio con i baffi. Non mi sono dimenticato della sua postura lievemente gobba. 
Lara, dove sei?
Presidentessa, fai il leader anche sotto la maschera, scava la folla come un aratro. Manifestati!
Ma è solo un avanti indietro con il cannocchiale e tanta frustrazione. Vorrei un bicchiere d'acqua, un pediluvio e la possibilità di fare una telefonata alla mamma.
Non sono esaudito. 
“Pronto.” silenzio.
“Pronto...”
“Pare che la puttana indossi una maschera con la finitura in pizzo e le labbra rosse vermiglio. Non so di più, amico, e buona fortuna.”
Labbra rosso vermiglio, pizzo. Le maschere come quella sono almeno dieci e temo che Lara, per seguire un brand aziendale, sia sotto una di loro. 
Ma Lara è alta e allora sparo nel petto a quella più bassa di tutte. Barcolla, cerca un sostegno nel tavolo di teak, si aggrappa alla tovaglia e poi cade, rovesciandolo. Tutti accorrono, qualcuno si porta il telefono all'orecchio, qualcuno le mani al volto. Nessuno di loro abbassa la maschera e allora insisto e piazzo un 7,62 accanto allo zigomo della seconda in ordine di altezza e vedo un larga crepa rossastra formarsi nella maschera mentre la torre di calici in cristallo esplode in tutte le direzioni. La fuga verso l'interno della casa è immediata, violenta come una mareggiata e io sono un uomo morto. Sparo e poi spero e poi sparo ancora. C'è qualcuno che inciampa sui cadaveri e cade a fare mucchio mentre la confusione addosso alla porta bloccata è un nodo alla gola, un boccone di vetro rotto che non va giù, la fine della mia carriera. Dovranno pagarmi il doppio o il triplo. Il quadruplo perché ho appena bucato le costole di una maschera che nulla ha a che fare con labbra vermiglio, pizzetti e donne da eliminare. Vedo il mantello che svolazza come in una tempesta e il corpo che si accascia.
Ricarico.
Sparo. Fine del vecchio dirigente.
Ricarico. 
Sparo. Addio bella brunetta, che la terra ti sia lieve.
Sono così teso che potrei spezzarmi se un canarino mi atterrasse sulla schiena.
Mi dispiace di avere colpito la fidanzata timida. La vedo portarsi le mani al ventre,  cadere in ginocchio e reclinare il capo. Rimane genuflessa come una statuina adorante e la maschera rotola in terra. Il suo fidanzato è già morto da un po'.
Dieci volte tanto. Dovranno pagarmi dieci volte tanto, e sparo. 
Cade un tavolino con le candele che sprizzano scintille ovunque e cade la bionda con il sederino desiderabile.
Giù come birilli e il colpo che arriva all'anziano signore un po' gobbo e orgoglioso dei suoi baffi imbratta di sangue, cervello e frammenti di maschera la vetrata che divide il terrazzo dalla casa e non solo, apre la malaugurata ragnatela nel cristallo.
Così continuo a sparare fino a che il cristallo si disintegra in una cascata di piccole schegge. Colpisco anche quelli stesi in terra con le mani  incrociate sulla nuca e gli altri che cercano rifugio dietro le labili poltroncine e i sottili tavolini e i corpi senza vita sotto un mantello nero.
Carico.
Sparo.
Carico. Pam pam boy ha la spalla che duole.
Sparo talmente tanto che rendo irrespirabile l'aria della stanza.
Quando l'ultimo dei bersagli cede con un fiotto di sangue che schizza dal collo, capisco che sulla terrazza sono rimaste in due e sono sicuro che una di quelle sia Lara e l'altra lei, la manager da milioni di dollari che ha tirato troppo la sua corda. 
“Via la maschera, su” invoco, ma so bene  che la loro è una scelta deliberata. 
Mentre il sangue cola dal terrazzo e imbratta la facciata con tanti rivoli rossi, mentre una montagna di carne senza vita spinge contro la porta sbarrata, aspetto che una delle due donne, che tremano come foglie in un temporale, tradisca. Mormoro, imploro, prego come un condannato a morte.
“Da brava, amore. Leva la maschera...”
Ancora il telefono. 
Nella cornetta si avvertono le sirene della polizia e so che non ho più tempo. Qualcuno in città avrà individuato il tiratore e ho i minuti contati. 
“Hai fatto trenta, amico. Coraggio, fai trentuno prima che arrivino gli sbirri.” 
“Levala. Levala, Lara, fai vedere il tuo bel visino. Ti prego, non deludermi ancora!”
Sento le mani sudate scivolare sul fucile e la canna che puzza come una stufa vecchia e ho soltanto più un proiettile. Probabilmente me la sono anche fatta addosso. Non devo essere uno spettacolo ma adesso sento le sirene  dal vivo.
Arrivano.
Le due amiche sanno di non avere scampo. Non urlano o tentano di fuggire. Nella foga ho abbattuto anche il cameriere ossequioso, che era l'unico con il volto scoperto e la cosa sta influendo drammaticamente sul bilancio delle munizioni e so che mi costerà cara.
Ora sono abbracciate e aspettano. Lara sa che i dividendi delle scellerate operazioni in borsa spetteranno anche a lei e io non ho scelta.
Vivrò se ritornerò alla base senza avere avanzato nemmeno un colpo e forse vivrà anche lei.
Vivrò se diventerò parte del buio prima che i lampeggianti della polizia mi accechino.
Controllo il respiro.
Domino il cuore. 
Vinco l'emozione. 
Nessun tremore o ripensamento. Rilasso lo sfintere, prendo la mira sulla maschera a sinistra e sparo.
Una volta che il proiettile parte è come il destino: non c'è modo di cambiargli la direzione.

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giovedì 4 marzo 2021

Furto con scasso. Non entrate in quella casa...






Non era nelle sue abitudini passare da quelle parti, semplicemente, quella sera, fu costretto a farlo per colpa di una fognatura tenuta male.
Era letteralmente scoppiata. 
Il tubo, otturato dopo anni di incuria,  era arrivato al punto di non ritorno in un pomeriggio d’estate, un po’ prima che cominciasse la finale degli europei di calcio. 
A Fausto non importava un granché del fatto che la Francia e il Portogallo si incontrassero per contendersi il trofeo ma la partita in televisione presupponeva di scroccare una cena  ad Aurelio e Luisa e non solo. C’era Graziella, la biondina, con il seno scultoreo e oca quanto bastava per farci un pensierino. Aveva addirittura creduto alla balla  che lui si interessasse con buoni profitti di certi modernissimi sistemi di climatizzazione. Insomma, ce n’era quanto bastava per attraversare il centro storico nell’ora di punta e  per convincerlo a sopportare i canonici novanta minuti, con il rischio concreto  che si tramutassero in centoventi più i rigori.
La strada era invasa da una materia di un colore grigio-limaccioso tendente al marrone, punteggiato da una costellazione di carta a brandelli e preservativi usati, sparpagliati in giro come le barchette della  Coppa America di vela. Una transenna a strisce diagonali di colori alterni invitava a girare intorno all’isolato, attraversare il fiume sul ponte di ferro e procedere per un chilometro fino al ponte successivo. La cosa era  una solenne fregatura, visto che il vino, rubato il mattino sulla bancarella del mercato, era diventato ufficialmente suo dopo trecento metri di corsa e un minuto di paura, e adesso si stava indegnamente scaldando sotto il sedile del passeggero della sua Panda 30.
Le griglie suonarono rumorosamente sotto le ruote dell’auto e in breve si trovò nella parte della città destinata ai ricchi. 
C’erano ville con giardino, palazzine con custode e tante berline scure parcheggiate nei vialetti. Alberi di faggio ben curati si alternavano a panchine in pietra e ferro battuto, mentre nella parte di strada rivolta al fiume dei minacciosi parchimetri esigevano lauti oboli per pochi minuti di sosta.  I giardini pubblici, più grandi di quanto lui avrebbe concepito per una pista di decollo, pullulavano di podisti, amanti della tintarella con la faccia regalata all’ultimo sole del pomeriggio e bambini, chi intento a correre dietro un pallone, chi impegnato a fare volare un drone che sicuramente valeva più della sua auto.
Quella casa non l’aveva mai vista. 
Doveva esistere da molti anni, sicuramente prima delle due guerre e forse  ancor prima che i treni a vapore cominciassero a sbuffare per le strade ferrate di tutto il paese. Se lui non l’aveva mai vista, dipendeva forse dalle chiome degli alberi, che l’avevano tenuta nascosta per tutto quel tempo. Una recente potatura delle fronde, qualcosa che era avvenuta in seguito ad un misterioso parassita che aveva aggredito gli alberi in quella zona, aveva svelato l’esistenza di quell’edificio.
Dipinta di un color salmone ripassato di fresco, spiccava dietro una folta siepe per i due piani che si succedevano al primo. Aveva un lungo balcone, messo in sicurezza con una ringhiera in bacchette di metallo verniciate in color ghisa, che ne occupava la facciata per buona metà, e una serie di porte e finestre che vi si affacciavano, tutte chiuse dietro delle persiane di un grigio-verde di altri tempi. Tubi di discesa in rame ossidato si calavano lungo i tre spigoli che si intravedevano e sul tetto una vecchia antenna TV si elevava otre alla copertura della casa dietro, piuttosto lontana ma evidentemente dannosa per la buona ricezione. Sul lato rivolto a settentrione una lingua di edera veniva portata con classe, come una signora della società bene può sfoggiare uno scialle in morbida seta. 
Sistemata com’era sulle pendici della collina, poteva essere raggiunta solo attraverso una strada stretta e impervia, abbastanza ripida da scoraggiare il passaggio di persone diverse dai pochi residenti e comoda per seminari degli sbirri che avessero voluto inseguire un ladro. 
La collina, che rappresentava l’isola incontaminata e felice che buttava di tanto in tanto uno sguardo sdegnoso sulla cappa di smog a corredo della città, era raggiungibile solo attraverso strade perlopiù scomode, che si innestavano qualche volta sulle arterie trafficate mentre, in molti altri casi, finivano a fondo cieco da una parte e si generavano da una via poco più larga e altrettanto difficile da percorrere in auto. Era la stagione delle vacanze, e le persiane chiuse dimostravano che i padroni di casa erano andati a cercare ristoro altrove.
Un invito.
Rallentando appena, Fausto constatò che l’area doveva essere poco illuminata. Vedeva difatti un primo lampione qualche decina di metri a valle e poi un altro, sostenuto da un palo preso in ostaggio dai rampicanti che sbucava dietro il muro di cinta di un grosso podere.
Li avrebbe spenti.
A giudicare dal gusto retrò delle finiture, la casa doveva essere abitata da persone anziane, poco avvezze a installare antifurti e ancora attaccate a quei valori di onestà  e rettitudine, quei valori che non esistevano più.
Sarebbe entrato.
Dietro quel muro in pietra, due metri e mezzo di altezza o forse più, c’era il paradiso  dei ladri, una vacanza premio con volo low cost e rientro in business class. C’erano l’argenteria tenuta nei cassetti e soldi, tanti soldi, sistemati dentro qualche vaso o al massimo sul retro di una credenza.
Dietro a quel portone in pesante legno c’era lo stipendio di due anni, con la tredicesima, le ferie pagate e tutti gli straordinari.
Francia e Portogallo si sarebbero incontrate quella sera stessa.
Era ovvio che avrebbero vinto i padroni di casa, e altrettanto logico che lui, il giorno seguente, avrebbe messo a segno il furto migliore della sua carriera.


Fausto attese il crepuscolo ciondolando da un bar a quell’altro.
Era bene tenersi alla larga dal suo monolocale con bagno. 
Per quanto fosse al piano seminterrato di un palazzo vergognosamente brutto, il padrone di casa si ricordava sempre di lui, dell’affitto che gli doveva e del rimborso spese condominiali. Una volta intascato il malloppo, nessuno più si faceva  vedere da quelle parti per un mese. Quel giorno avrebbe dovuto pagare ma dal momento che l’ultimo borseggio aveva reso un paio di biglietti da venti e una serie di monetine insufficienti a pagarsi un aperitivo, si era reso irreperibile fin dal mattino.
Di tanto in tanto si girava verso la collina e constatava che quella casa era rimasta chiusa, disabitata.
I due soli lampioni che la circondavano erano danneggiati.
Al principio del pomeriggio, durante il suo giro di perlustrazione, era passato sotto le lampade e aveva piazzato un piombino nel bel centro, sparandolo con la sua silenziosissima pistola a gas compresso. Si era avvertito un rumore simile al sibilo di una biscia e poi qualche frammento di plastica era piovuto in terra. Quando si sarebbero accorti dei guasti, a sera inoltrata, avrebbero preso un appunto di telefonare il mattino dopo alla squadra manutenzione del municipio. Quello che importava era che la notte il buio fosse stato vero, intenso come una macchia di inchiostro e impenetrabile dagli occhi fallaci di un uomo.


Intanto si stava facendo buio.
La città chiudeva i battenti, gli ultimi ritardatari lasciavano l’ufficio e gli inguaribili bevitori andavano alla ricerca di qualche pub aperto. La caccia al parcheggio era cominciata e le famiglie stavano per riunirsi intorno al tavolo. Tutti i televisori si erano sintonizzati sui telegiornali: un unico concerto di notizie e di scoop vomitato tutto insieme dalle finestre spalancate. Al di là del fiume un odore di alghe si levava incontro al parco. Facendo attenzione, si poteva ascoltare lo scroscio dell’acqua anche stando lontani.
Sulla collina, complice la penombra prematura causata dagli alberi abbondanti, si erano accesi i lampioni della luce pubblica.
Due di loro erano rimasti spenti.

Atterrò nell’erba morbida. 
Lo fece oltre al muro che aveva scavalcato agevolmente con la scala in corda. Se l’era era portata nello zaino assieme a una lampada frontale da corsa, un piccolo piede di porco e una minuscola torcia led a penna. Tutto il resto dello spazio, comprese le tasche laterali e quella sulla chiusura, era destinato alla refurtiva.
La fioca luce del led inquadrò un lampioncino da giardino spento, un marciapiede in cemento che aggirava tutto l’edificio e delle aiuole corredate da una collezione di statuette che riproducevano i personaggi di Tolkjen. Un hobbit dai piedi pelosi lo squadrava da dietro un ciuffo di margherite mentre la riproduzione di un elfo, in scala 1:25, sembrava volesse scoccare una freccia proprio nella sua direzione. La faccia cattiva lo rendeva credibile. 
La città proiettava un alone di luminescenza all’orizzonte e le finestre della casa dirimpetto lasciavano passare una luce timida e lontana,  che filtrava a malapena attraverso le fronde.
A parte il frinire dei grilli e la traccia omeopatica del rumore del  traffico dalle strade, si era vicini al silenzio assoluto.
Era arrivato sul posto col favore del buio. Nessuno l’aveva notato, a parte un ciclista ritardatario che arrancava sulla salita per andare incontro alla sua cena. Era passato con la testa china sul manubrio e un fiatone che gli aveva di sicuro aspirato il sangue dal cervello. Fausto poteva giurare che non avesse nemmeno fatto caso a lui.
La linea di siepi che correva attraverso il giardino, dividendolo in due parti esatte, si prestava per coprire la sua avanzata. Ringraziò la buona sorte e dopo qualche passo si trovò davanti al portone di accesso, grande quanto bastava per farci entrare un’auto. 
Era chiuso con un lucchetto, che aprì con una semplice forcina. Ci mise meno del tempo concesso al concorrente del Rischiatutto per rispondere a una mezza dozzina di domande difficilissime.
Una volta all’interno del garage, indossò la lampada frontale, non stupendosi affatto che nessun allarme fosse scattato.
Era un locale con il soffitto a volta costellato da efflorescenze di sale, le pareti in mattoni nudi e il pavimento rivestito con un gres piuttosto liso. Al centro dell’ambiente, accanto a una serie di scaffali coperti con teli scuri, una Lancia Flavia rossa come una ciliegia dimostrava la sua tesi: casa di anziani nostalgici, alle terme per curarsi i reumatismi oppure al mare a badare ad uno sciame di nipotini irriverenti. 
Gli dispiacque davvero. Quell’auto, un modello del 1966 con 102 cavalli che giacevano addormentati sotto al cofano, era tenuta talmente bene che avrebbe fatto gola a molti collezionisti. Si chiese quanto gli avrebbero pagato la soffiata.
Aggirò l’ostacolo.
Un lampo, improvviso e inatteso lo accecò per un istante. 
D’istinto fece un balzo all’indietro e andò a sbattere contro il telaio duro degli scaffali. La mano andò verso la cintura alla ricerca della pistola a gas compresso. La puntò di fronte a lui, senza un preciso bersaglio. Trovò riparo in una nicchia nel muro, assunse una posizione di profilo per non essere un facile da colpire e attese, con il cuore che rimbalzava fra la gola e il petto. Se fosse stato necessario sparare lo avrebbe fatto. Nessuno sarebbe morto a causa di quei piccoli piombini, ma l’effetto deterrente avrebbe funzionato abbastanza da coprirgli la fuga. La scala in corda era stata posizionata sul muro per ogni eventualità, e la sua Panda lo attendeva anonima in un parcheggio poco lontano, con una targa posticcia presa in prestito da una vecchia 127.
Quando si accorse che il lampo era stato solo un riflesso di luce sulle cromature della Flavia, si lasciò andare in una risata soffocata. Per quanto ci si abitui a fare il ladro, per quanto si affinino le tecniche e si acquisisca il sangue freddo, la possibilità che qualcosa possa andare storto rimane sempre innescata, come un residuato bellico sepolto sotto la sabbia. 
Puntò il faretto in direzione dell’auto. Quella doppia terna di fari sul muso, insieme alla mascherina che sembrava un ghigno a bocca aperta, lo spaventò, richiamando alla memoria macchine infernali che se ne andavano in giro per Castle Rock a sterminare i nemici del suo proprietario.
Contò fino a dieci.
I secondi, per quanto strascicati verso la fine del conteggio, non furono sufficienti per riacquistare la calma smarrita.
Contò nuovamente  fino a dieci. 
Questa volta  lo fece pensando alle tette sode dell’ochetta bionda che gli aveva tenuto compagnia durante la finale degli europei, mentre Aurelio e Luisa seguivano le scorribande in campo. C’era trippa per gatti quella sera, ma lui non era stato capace ad approfittarne. Nella sua testa si erano rincorsi mille pensieri collegati alle bollette da pagare, agli affitti da onorare e alle ville in collina da svaligiare. Da quando aveva notato quella casa, passando per il percorso obbligato dettato dalla deviazione, era stato come rapito dal pensiero di entrarci, di penetrarla. Chissà cosa aveva pensato la bionda dalle tette sode di quell’eccitazione che lui aveva messo in mostra. Era di natura sessuale, ma non nei suoi confronti. Era rivolta a un mucchio di mattoni e pietre.
Sul muro verso l’interno si apriva una porta. La inquadrò con il fascio di luce e vide che era appena appoggiata. Doveva portare verso le scale. 
Spinse. 
Le cerniere erano state lubrificate di recente e il battente scivolò fino a fermarsi contro il muro di fianco. Una scalinata con i gradini in pietra partiva una decina di metri oltre e poi svoltava perdendosi in uno stretto cunicolo. Prima di affrontare il corridoio si guardò ancora alle spalle: l’auto era immobile. La scrutò indugiando sui particolari: le  gomme come nuove, il paraurti lucidato con cura e nemmeno un granello di polvere sulla carrozzeria. Il parabrezza riluceva di una sfumatura di azzurro. Non sapeva come ma, nel momento in cui aveva girato la schiena, aveva avvertito la sensazione di essere osservato.
Si sentì un idiota.
L’ultimo furto in appartamento gli aveva reso un computer nuovo di fabbrica, il numero 666 della produzione limitata della Gibson Les Paul 295 Florentine W/Bigsby e cinque bei centoni, che quel pirla del proprietario aveva lasciato in vista nel centro di un piattino in soggiorno. Tutto il lavoro era durato meno di cinque minuti, era avvenuto in piena notte  e lui  non aveva provato nessuna inquietudine.
E invece adesso la stava provando.
Dopo i primi due metri di corridoio incontrò una porta sulla sinistra. 
La breve ispezione portò alla luce uno scaffale di ricchi vini. Erano tutti champagne costosissimi: Louis Roederer Cristal, Broël & Kroff, Bollinger Vielle Vignes e Krug Clos d’Ambonnay. Quest’ultima bottiglia, valutò, se la sua memoria non l’ingannava, poteva costare anche 3000 euro.
Avrebbe sopportato il dolce peso nel suo zaino ooooh sì! Avrebbe fatto anche due giri, se necessario.
La seconda cantina era popolata di attrezzi per il giardinaggio, compresi un decespugliatore  a zaino ed una falciatrice a scoppio, con una bella testata da 10 cavalli appena camuffata dietro una mascherina nera corredata dello stemma con un toro chinato alla carica. Le lame erano ancora macchiate di clorofilla e terra. Quell’odore di miscela e grasso, che arrivava al naso forte come una cannonata, gli ricordò suo padre, che invano tentava di farlo appassionare al lavoro. A lui di lavorare, sudare e sporcarsi le mani di terra non interessava. Il suo vecchio avrebbe potuto raccontargli tutte le favole del mondo sulla dignità, l’onestà e la rettitudine, ma a lui interessava di mettersi all’opera una volta ogni qualche mese, aprendo la villa giusta, il negozio perfetto o il portafoglio con dentro qualche ricca pensione. 
La villa giusta era lì, sotto i suoi piedi, sulla sua testa e tutto intorno a lui. Muri, cemento, legno, laterizio e metallo. Acqua che scorreva come sangue nei tubi ed energia fluente attraverso i cavi elettrici. Bulloni, tiranti e terra schiacciata sotto il peso degli anni. Se il buongiorno si vedeva dal mattino, lui aveva visto sorgere il sole su una collezione di vini che, da sola, valeva un anno del lavoro di un operaio. 
Sopra, in casa, non ci era ancora entrato.
Avrebbe trovato ogni ben di dio, soldi, gioielli e pezzi d’arte quotati. Magari fra le mura di quell’appartamento era conservata una raccolta di francobolli  o qualche libro rarissimo e prezioso, tenuto su di uno scaffale senza particolari precauzioni. 
La terza porta racchiudeva una grossa caldaia, sorniona sotto il suo scafandro da palombaro. Come l’auto era vecchia, anzi, vintage, ma la sensazione di potenza che trasmetteva era impagabile. Probabilmente consumava più gasolio di una portacontainer ma, evidentemente, ai padroni di casa ricchi e facoltosi non importava nulla. Come per tutte le cose presenti in quel posto doveva esserci un affetto particolare, un attaccamento all’oggetto, alla sua storia. Aveva il bruciatore installato alla sua base come il motore di un missile. Avrebbe scatenato l’inferno l’autunno prossimo venturo. Ne era sicuro.
Passò oltre e, dopo avere ispezionato la salita delle scale, mise il piede sul primo gradino.

Aveva notato il baluginare della TV accesa, e la cosa non l’aveva fatto desistere dal salire le scale e dall’entrare.
Uno dei tanti accorgimenti banali e totalmente inutili per scoraggiare i ladri, era proprio quello di lasciare accesi una luce o il televisore. Nel caso suo la cosa lo aveva rassicurato e gli aveva dato la conferma che i proprietari erano davvero lontani da casa. 
Un vecchio film in bianco e nero proiettava la sua luminosità essenziale sul tappeto persiano, srotolato davanti a una coppia di poltrone coperte con  delle lenzuola. In quel momento Spencer Tracy, vecchio pescatore disperato, stava lottando contro il mare e contro lo squalo che gli stava addentando la preda, un poco alla volta:
se ci fosse il ragazzo bagnerebbe le duglie. Sì, se ci fosse il ragazzo, se ci fosse il ragazzo…
La lampada frontale ruppe la penombra elettrica dello schermo e fece un giro d’orizzonte come un faro. Quello che vide gli piacque.
Intanto sulla parete di fronte erano apparsi dei quadri interessanti, qualcosa che aveva a che fare con i paesaggi di Lo Iacono, almeno per quanto si era capito dall’areola sfuggente di luce che li aveva sommariamente esaminati. Uno scaffale incastrato fra una finestra e l’altra ospitava una collezione di coppe e medaglie, molte delle quali avevano l’aria di essere in oro massiccio. C’era anche un gatto in ebano nero, scolpito e lavorato interamente a mano. I padroni di casa gli avevano riservato un intero scomparto. La porta,  che interrompeva la parete al fondo, si apriva su una camera da letto che dava l’impressione di essere depositaria di tanti segreti. Dalla parte opposta si accedeva a un disimpegno, con libreria, mobile del telefono ed un portaritratti in argento che non faceva nulla per rimanere nascosto. La natura morta da due soldi che si intravedeva sul fondo aveva tanto l’aria di celare una cassaforte a muro, di quelle che si scardinano col piede di porco e si portano a casa sotto il braccio.
Fausto si strofinò le mani e decise che, per prima cosa, avrebbe acceso le luci. 
Era del tutto inutile aggirarsi in quella casa col rischio di inciamparsi in qualche tappeto, quando le finestre erano tutte chiuse con le pesanti persiane e i vecchi lampadari, con lampadine a tortiglione tutte impolverate, potevano solo proiettare una luce debole appena sufficiente per muoversi.
Mise la mano sull’interruttore e accese.
Apparve una corona di capelli grigi, circondava una grossa testa calva appoggiata sullo schienale della poltrona più lontana. Sul cranio, la pelle si era corrugata in tante piccole onde. Doveva essere lì da tempo, perché sul lenzuolo che rivestiva il giaciglio si era formato un alone giallognolo. 
Fausto, come poco prima in garage, indietreggiò di colpo e andò a sbattere contro la piattaia alle sue spalle. Un servizio decorato con motivi floreali diede origine a un concerto e lui si portò istintivamente le mani alle orecchie. Come un uccello finito per sbaglio dentro una stanza, tentò, agitandosi, di ricostruire la geografia del luogo e di trovare la via di fuga. Quando ci riuscì una porta chiusa gli impedì di continuare. Si ritrovò con i palmi della mani premuti contro il legno e l'affanno che prosciugava energie alla ragione. 
Ancora una volta impugnò la pistola a gas compresso. 
Ancora una volta il suo muscolo cardiaco si contrasse paurosamente. 
Se fosse scoppiato non si sarebbe stupito. In quel momento la cosa che lo infastidiva di più, non era tanto l’ipotesi piuttosto concreta di finire in galera, quanto la figura di merda che avrebbe fatto nel raccontare le circostanze del suo arresto. 
Al sommo della beffa, il faccione di Mr. Wolf si materializzò sullo schermo, a colori questa volta:
“Be', non è ancora il momento di farci i pompini a vicenda!”
Guardò indietro e spinse con tutta la forza. La porta scricchiolò appena e i piedi scivolarono sul parquet. 
Era in trappola.
Decise che avrebbe spaventato il padrone di casa puntandogli addosso la sua pseudo pistola. 
Ci sarebbe cascato con tutte le scarpe.
Gli avrebbe urlato in faccia, sputando in tutte le direzioni e lasciando che la pelle si tingesse di un rosso tendente al viola, anzi no, avrebbe indossato la calza che prudentemente si era infilata in tasca, gli avrebbe vomitato addosso minacce assortite e si sarebbe calato dal balcone, mentre il vecchio si preoccupava di pulire la merda dai suoi pantaloni. Sarebbe andato via da quel posto così velocemente, che i testimoni, se mai ci fossero stati, avrebbero raccontato di una lepre libera nei prati.
Guardandosi nuovamente indietro si mise il collant addosso, srotolandolo sulla sua testa come un preservativo. Di colpo la luce giallognola della camera assunse una tonalità sul marrone.
Osservò la testa appoggiata allo schienale.
Era ancora al suo posto. Gli ricordava il suo vecchio, a casa, quando era ancora vivo.  
Ogni sera di tutti i giorni crollava in trance sul divano davanti al televisore acceso. Lo faceva se aveva lavorato, se era stato in ferie o se aveva marcato visita. Lo faceva alle feste comandate e tutte le sacrosante domeniche dopo la partita ascoltata alla radio, dopo una passeggiata in centro o con addosso la tuta dell’officina. Il suo vecchio era stato distrutto da una vita che aveva accettato con troppa rassegnazione.
Forse il padrone si era addormentato anche lui davanti al televisore, e non l’avrebbe nemmeno notato. La porta che gli aveva sbarrato la fuga doveva essersi chiusa per una corrente d’aria o qualcosa di simile. La giustificazione non gli piacque, ma doveva pure darsene una.
Impugnò l’arma rivolgendo la canna verso il basso. L’accorgimento doveva servire a confondere le idee, a lasciare intendere che la bocca da fuoco avesse un diametro credibile per qualcosa che poteva uccidere, non per un giocattolo come il suo. 
La TV ritornò in bianco e nero. 
Era evidente che l’uomo fosse sveglio e che esercitasse il suo sacrosanto diritto allo zapping. Come non si fosse accorto del baccano fatto dai piatti rimaneva un mistero. 
Fonzie, Arthur Fonzarelli, stava ammonendo un ladro sorpreso in casa Cunningham, un vile topo d’appartamento come lui:
“se fai il colpo con l’arnese, ti becchi un anno invece di un mese!”
Non era possibile. 
Fausto si convinse che stava delirando, che la paura gli stava giocando  brutti scherzi. Era solo suggestione la sua, frutto di un momento di sconforto e della somma di qualche fattore sconosciuto, una specie di tarlo che aveva saputo scavare nel suo inconscio. Contraddicendo la spiegazione che si era appena dato, si convinse invece che aveva visto bene, che la casa era abitata e che aveva preso un abbaglio clamoroso. Pensò che forse avrebbe dovuto studiare il colpo con più cura, aggiungere un sopraluogo il giorno successivo, valutare ogni possibile eventualità. Si pentì di non avere fatto la classica prova della telefonata, di non avere tentato di colpire le finestre con una pietra  per vedere se qualcuno fosse accorso a verificare chi fosse stato. 
Come se quel metodo avesse valenza scientifica, riprese a contare fino a dieci. 
Dall’uno al sette i numeri furono trangugiati come pastiglie indigeste, le ultime cifre della conta, al contrario, vennero fuori orgogliose e ben scandite:
sette, otto, nove…dieci.
Al dieci fece un balzo nella stanza.
La testa dell’uomo sporgeva ancora dalla sommità dello schienale.

Crollò letteralmente sulla poltrona rimasta libera e dal lenzuolo si sollevò una nuvola di polvere e acari. Sentì le molle del cuscino cigolare e i piedi affondare nel pelo alto del tappeto.
Non poteva fare nulla, urlare, fuggire o sparare. L’ultima delle opzioni era la meno praticabile, perché l’uomo che aveva di fronte era già morto.
Fausto si abituò velocemente a quell’immagine, solo l’ultima del teatrino degli orrori a cui aveva assistito.
L’uomo calvo respirava con affanno. Sollevava il torace ritmicamente, su e giù, e facendolo gli usciva del sangue da un buco nel centro del petto. I fiotti scavalcavano la mano che si teneva sull’addome e andavano a formare un laghetto melmoso nell’incavo fra le gambe unite. Quando ebbe il coraggio di guardarlo negli occhi, di sollevare gli occhi incontro a quelle orbite incavate, riconobbe il medesimo sguardo di odio e disperazione che aveva ricevuto cinque anni prima, quando quell’uomo era morto sotto i suoi occhi con un colpo di pistola sparato al cuore. Avvinghiando i braccioli, Fausto tentò di dire qualcosa in sua difesa. 
"Non sono stato io a sparare, dovrebbe saperlo…"
L’uomo si spostò leggermente, facendo leva con un braccio per sollevarsi. La pozza di sangue si perse nel crepaccio che si era formato fra le cosce. Gli schizzi dal petto, intanto, continuavano a uscire come da un tubo rotto. "Io ho visto solo un lampo e poi ho sentito un dolore forte, qui." Il dito si infilò nel buco interrompendo l’emorragia. "Chissenefrega chi ha sparato! Tu e la tua brutta faccia eravate lì, davanti a me. Tu hai raccolto la valigetta che ho tentato di difendere, tu me l’hai strappata dalle mani, tu sei scappato facendo in modo che il tuo culo piatto fosse l’ultima cosa che ho visto prima di morire…"
"E’ stato Rocco a sparare!" E nominando Rocco gli tornò alla mente quella siringa insanguinata infilata al centro di un livido sul braccio. Era stata la sua sentenza di morte, una sentenza tagliata con della robaccia  esagerata per le sue vene già piene di droga. Con i soldi sottratti alla valigetta era corso alla ricerca del suo pusher e, per sua disgrazia, l’aveva trovato quella sera stessa.
Non si era nemmeno capacitato di avere ucciso un uomo. Era accaduto tutto così in fretta che i soldi rubati erano stati spesi ancor prima che il cadavere di quel poveretto potesse raffreddarsi.
Fausto chiuse gli occhi stringendo forte. 
Sapeva che non sarebbe servito a fare finire l’incubo che stava vivendo. Aveva provato a urlare, ad agitarsi come un tarantolato, ad infliggersi sofferenza. Nulla, non era servito a nulla. L’uomo alla poltrona era sempre lì, al suo posto, e lui non aveva potuto fare altro che sedersi di fronte.
"Le chiedo scusa. Quella rapina non doveva finire così. Rocco era nervoso, agitato. Stava sudando, soffriva come un cane e non poteva più aspettare. La crisi di astinenza, capisce, la crisi lo stava distruggendo. Capisce cosa significa un crisi di astinenza dall’eroina?"
L’uomo scosse la testa.
"È una cosa terribile, si smette di ragionare, si provano dolori così forti che si vorrebbe morire…"
"E infatti sono morto io…"»
Fausto tacque. Quella rapina di cinque anni prima, quando Rocco aveva premuto il grilletto con la facilità che si usa nei videogiochi, era stata archiviata senza colpevoli, o almeno senza che nessun uomo in vita potesse pagare per il suo crimine. I carabinieri avevano trovato sul posto tante di quelle tracce che riconducevano a Rocco, che nemmeno si erano preoccupati di cercare le sue, che pure abbondavano sul luogo del delitto. Avevano trovato il colpevole già morto con la valigetta rubata abbandonata al suo fianco. Avevano  accontentato la stampa, i parenti e risparmiato i soldi del processo, tutto in un sol colpo.
Tossendo, l'uomo sulla poltrona sputacchiò sul tappeto una miscela di sangue e bava. Quando lo fece, il getto ematico arrivò dal cuore fin quasi alle scarpe di Fausto, che istintivamente si ritrasse. Mantenendo un minimo di lucidità vide che sul mobile del televisore era appoggiato un orologio d’oro. Solo che il padrone di casa non se ne voleva andare, non voleva scomparire dal suo incubo. Di tanto in tanto cercava di sollevare il corpo ferito spingendo sui braccioli ma otteneva solo uno scricchiolio della poltrona che sembrava deformarsi sotto il peso. 
Il freddo che Fausto avvertiva alle gambe, assieme a un sapore di denti marci in bocca, rendeva tutto assolutamente vero. Ascoltò il cuore che batteva nelle orecchie e un tremore nella schiena che sembrava la scossa di una sedia elettrica. 
L’uomo morto stava rimescolando la saliva in bocca. Lucio si accorse troppo tardi che stava per sputargli e non fece in tempo a scansarsi.
Gridò. "Io non potevo impedire a Rocco di sparare, io non potevo leggergli nel pensiero, io…"
In televisione c’era Tony Montana. Sullo sfondo di un tramonto infuocato incollato alla parete come tappezzeria, aveva appena piazzato un proiettile nello stomaco di Mel Bernstein, uno sbirro corrotto: 
"Figlio di puttana…"
"Addio Mel, fa buon viaggio!"
PUM!
Era accaduto così cinque anni prima:
PUM! E l’uomo con la borsa piena di contante era rovinato in terra, con la bocca spalancata in un grido rimasto incastrati in gola. A Fausto tornò in mente quel rumore di ossa rotte nel momento in cui andò a sbattere le vertebre sul bordo del marciapiede.
Non stava facendo zapping. Il televisore si divertiva a proporre la sua personalissima interpretazione del momento. Improvvisamente, il canale virò sulla cronaca di un intervento chirurgico a cuore aperto, dove decine di tubi e pinze di metallo si infilavano dentro un petto sanguinolento, e la cosa fece contrarre lo stomaco di Fausto in uno sforzo di vomito. 
La porta del pronto soccorso di ER si spalancò per fare passare la barella. Intorno a un corpo senza segni di vita si avvicendavano due infermieri, uno dei quali teneva sollevata la flebo con la mano destra. Il Dottor Carter accorse posando sul bancone della reception la cartella clinica che aveva in mano. 
"Cosa abbiamo?"
"Colpo d’arma da fuoco con emotorace e interessamento della T4"
Lucio si lasciò andare a un tic nervoso. Stava impazzendo. 
Tentò di fuggire, di sottrarsi a quel supplizio mentre l’uomo morto si prendeva gioco di lui ridendogli in faccia. Dopo poco le risa cominciarono a risuonare nella stanza e a fare tremare la cristalleria di Boemia ricoverata dentro una vetrina chiusa a chiave. 
Si portò le mani alle orecchie per non sentire e di scatto si alzò. Sembrava il pilota di un aereo da guerra in difficoltà che si era fatto eiettare con tutto il seggiolino. Corse incontro alla porta che poco prima gli aveva impedito di passare e la sfondò con una spallata. Percorse il corridoio che andava incontro alle scale con la velocità di un treno. Passava a fianco delle porte e le sentiva aprirsi. Dalle camere uscivano tutti gli scheletri che in vita sua aveva chiuso negli gli armadi. 
La signora degli alimentari in quel piccolo paese, che lui aveva rapinato facendole assaggiare la lama affilata del suo coltello, sbucò dalla camera padronale. Era così anziana che sarebbe morta di vecchiaia, lei e quel suo ridicolo grembiule blu che la faceva sembrare alla commessa di una ferramenta. Sarebbe morta nel suo letto, annoiando figli e nipoti con le storie della sua vita, si era detto dieci anni prima. Invece la signora, cinquant’anni passati dietro a quel bancone, i primi dei quali a compilare le somme della spesa sul retro della carta del pane, era andata a casa con il magone nel collo, un’umiliazione così grande che non aveva avuto il coraggio di raccontarla al figlio ed un dolore al petto che si era fatto vivo come  se un cane le avesse addentato il cuore.
Era morta quella notte stessa, per il dispiacere.
Dal bagno sbucarono una coppia di donne scippate. 
La prima aveva sentito il suo femore sbriciolarsi quando era caduta in strada proprio davanti alla frenata di un automobilista, la seconda aveva rincorso la sua pensione per dieci metri credendo di averne percorsi mille. Erano morte tutte due, una dopo un penoso e mai soddisfacente recupero dall’operazione di ricostruzione articolare, l’altra di polmonite, perché, assieme a quella pensione, se ne erano andati via anche i soldi per il riscaldamento.
Correvano come gazzelle,  dopo morte.
Fausto le sentì arrivare alle spalle assieme a un vento caldo che gli infuocava la schiena. Grida, insulti e passi concitati che rimbombavano nel corridoio. Una mandria di cavalli imbizzarriti. Se non avesse avuto il coraggio di girarsi per vedere quei fantasmi, avrebbe pensato ad una mandria di cavalli spaventata da un’esplosione, pronta a travolgere tutto e tutti.
Impugnò la sua stupida pistola a gas compresso e rise. 
Nessuna arma aveva mai fermato gli incubi, i fantasmi e tutte le maledette manifestazioni dell’oltretomba. Aveva letto abbastanza fumetti di Dylan Dog per farsi un’idea su certi argomenti, ma lui la impugnò lo stesso, sotto una stretta forte e sudata. Non si sarebbe affatto stupito se per sbaglio gli fosse partito un colpo, dritto nei testicoli.
Inciampò in un vaso. La pianta grassa cadde e gli inflisse un supplizio di spine nello stinco. Bestemmiò, senza pentirsi affatto di farsi sentire da gente che poteva pure avere un rapporto diretto con i padreterno.
"Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto"
Il televisore aveva il volume così alto che si sentiva in tutte le stanze.
Dolorante, Fausto si rivolse in direzione del soggiorno e vide il corridoio sgombro. Pensò che le vecchie rancorose non si erano nemmeno prese il disturbo di seguirlo fino a lì. Stringendo i denti, sfilò la prima delle venti spine che avevano ridotto la sua carne a un puntaspilli e una macchia di sangue prese ad allargarsi velocemente sui pantaloni.
Il televisore sembrava essersi spento. Nessun rumore, nessuna eco dalla stanza che aveva abbandonato sfondando la porta. La seconda spina venne via con un lamento. Si lasciò andare sulla moquette del pavimento ed ebbe una vista inedita del soffitto a cassettoni di legno. 
Sdraiato, con gli occhi che bruciavano, pianse. 
Valutò tutti gli sbagli della sua esistenza, l’arroganza, la totale ostilità ai consigli di suo padre, un brav’uomo, un uomo tutto d’un pezzo. Pregò come sapeva per quelle persone che avevano sofferto ed erano morte a causa sua. 
Le rivide in vita, in quei momenti in cui la paura aveva cancellato la loro dignità, in cui la disperazione aveva mosso i loro ultimi passi, in cui un proiettile aveva aperto il cuore. Ne avvertì l’odore, le implorazioni, l'umiliazione che aveva penetrato le loro anime indifese. Le vibrazioni della preghiera  lo tranquillizzarono, dapprima, poi diffusero in lui un sentore di stanchezza e sonno. Scivolò nell’incoscienza in compagnia dell’immagine di un uomo alto, magro e armato con un grosso fucile. L’aveva materializzata nei suoi pensieri talmente bene, che pensava si fosse fissata sulla sua retina.

"Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto."
Non era la TV, era un fantasma armato di tutto punto, e aveva un fucile.
Solo che lui non poteva contare su una pistola ma su un patetico simulacro a scoregge.
Imbracciava quell’arma con una mano sola, rinverdendo mille cliché di impietosi bounty killer dei film western, spietati banditi e infallibili cacciatori di bufali.
Lo spettro si era messo in bocca quella frase di Clint Eastwood, una di quelle che chiunque ricorda a memoria, un po’ come quella cazzata di Forrest Gump e la scatola di cioccolatini. La carabina Winchester 1873 che stringeva sotto l’ascella aveva tutta l’aria di essere stata appena lubrificata e lui era in terra sdraiato, più o meno con la dignità di un verme.
Non lo riconobbe subito. 
Quando vide quella macchia blu che le cingeva il collo, capì. Si diede anche una spiegazione del perché quell’uomo sorreggeva la testa con la mano libera. Lo faceva perché aveva il collo rotto, perché, otto anni prima, si era impiccato dopo che lui, ladro da quattro soldi, gli aveva portato via l’auto nuova da sotto il naso. 
Le era costata tutti i risparmi quella Golf, le ire funeste della moglie e i musi lunghi dei tre figli, rimasti senza i soldi per andare in vacanza.
Aveva riso a vedere quell’uomo patetico, con al collo una cravatta chiassosa e che si abbinava alla sua giacca come uno sputo giallo sul marciapiede. Lo inquadrava nel retrovisore, sempre più lontano, sempre più piccolo, con quella cravatta che ballonzolava a destra e a sinistra.
FLAP
FLAP
Aveva riso a vederlo disperato rinunciare all’inseguimento, chino sulle ginocchia con gli sforzi di vomito che, fra la curiosità dei passanti, non riusciva più a trattenere. Due giorni dopo, il suo suicidio era stato riportato in un trafiletto sulla cronaca locale:
Quarantanovenne, impiegato statale, si è tolto la vita impiccandosi con la sua cravatta a una trave del garage, una dependance della sua piccola casa alla periferia sud. Lo hanno trovato i figli alle prime luci del mattino. Erano andati a cercarlo all’autorimessa  quando si erano accorti che non aveva preso con sé il borsello in finta pelle che non mancava mai di portare in ufficio. L’ipotesi è quella che l’uomo fosse caduto in depressione a causa del furto della sua auto nuova.
I carabinieri hanno aperto un indagine e il pubblico ministero ha disposto l’autopsia.
L’articolo di giornale non faceva cenno a quel fucile da caccia, che sicuramente si annoverava fra i ricordi del morto. Magari era stato l’ultimo oggetto visto prima di morire, quando si apprestava ad assicurare la cravatta alla putrella in acciaio che attraversava il locale da una parte a quell’altra. Forse aveva pensato di farla finita proprio con lui ma magari, all’idea di lasciare ai parenti un disastro di sangue e cervello da pulire, aveva optato per quell’orribile cravatta.
Provò a dire qualcosa ma dovette desistere. Distratto, lasciò la mano che sorreggeva la testa e questa si piegò di lato andando ad appoggiarsi sulla spalla. Il collo, gonfio e violaceo, si era talmente allungato che l’orecchio aveva superato il deltoide. Lucio vide il braccio con la carabina andare alla ricerca dei capelli e tirare per raddrizzare la testa. Quando il morto ci riuscì rimase in quella posizione, con la canna che gli faceva da cappello. 
"Dai, adesso scappa…"
Fausto non capì subito, scosse la testa guardando dal basso in alto.
"Adesso scappa, seminami, come hai fatto quella volta che mi hai rubato la macchina. Dai, cosa stai aspettando? Sgomma!"
Mancavano sì e no cinque metri al termine del corridoio, poi la porta e oltre le scale che scendevano al piano di sotto. Come si erano dematerializzate le due vecchiette che avevano organizzato una valanga nel corridoio e l’uomo con il buco nel petto seduto in poltrona, anche il soggetto col fucile, il nostalgico del vecchio west, si sarebbe volatilizzato. A quel punto sarebbe stato tutto finito, avrebbe preso le sue cose per cambiare aria. Al diavolo il furto in villa, l’argenteria e i quadri d’autore. Non avrebbe mai più fatto il ladro, né lo scippo né il rapinatore. 
Si alzò in piedi e l’uomo caricò il Winchester. Facendolo dovette usare le due mani e il collo rotto, rimasto senza sostegno, crollò sul petto andando a baciare lo sterno.
Confusione, disordine. 
L’apparizione si agitò cominciando a roteare su se stessa, battendo con la canna del fucile contro le pareti. Al primo girò fece cadere un dipinto, al secondo agganciò il tiretto della tenda che pendeva dal soffitto, al terzo si mise a sparare all’impazzata. Si disintegrò un settore del cassettone sul soffitto, la porta a vetri dello studio esplose con un fragore e un proiettile infilò il dorso di un libro con un tonfo sordo, trasformando Le Affinità Elettive nelle Affinità El   ive. Un proiettile, vero, tangibile e mortale, sfiorò l’orecchio di Fausto e andò a conficcarsi nel muro rivestito con un’anacronistica tappezzeria in velluto. 
Corse giù per le scale e lo spettro tentò di seguirlo. Sembrava un tacchino al mercato rionale, appeso al banco per le zampe e con la testa che sbatacchiava da una parte e da quell’altra. Colpì lo stipite e si dissolse con una specie di grugnito.
Di lui rimase solo il fumo acre degli spari e un acufene violento come la sirena di una nave. 
Il soldato Hudson, appena sbarcato su LW 426, pronunciò piagnucolando la sua battuta. Benché il televisore fosse ormai lontano si distinsero perfettamente le sue parole
"Siete sull’ascensore per l’inferno…in discesa!"


La scala scendeva attraversando il ventre della casa con una spirale. 
Dopo un primo rampante seguivano dei gradini messi a fazzoletto, che facevano la curva senza il pianerottolo. Al fondo dell’ultimo tratto cominciava il corridoio che conduceva al garage. 
Fausto non si rese nemmeno conto di essere sudato, in preda a contrazioni nervose dello stomaco e lievemente ferito dal proiettile di fucile che gli aveva sfiorato il lobo dell’orecchio. Interruppe il riposo che si era concesso sui gradini e andò incontro a una luminosità incerta, che proiettava delle lame arancioni sul pavimento.
La caldaia, il residuato del dopoguerra che aveva notato salendo, si era accesa da sola.
Dalla finestrella che si affacciava al fornello, rumoreggiavano delle fiamme , insieme al motore del bruciatore che girava come un diesel svalvolato. Un odore di ghisa calda si stava arrampicando fin sopra. Si fermò davanti alla porta, ipnotizzato dal fuoco che scaturiva al di fuori degli ugelli. Non si sarebbe stupito se avesse visto un caldaista tutto muscoli che, annerito dalla fuliggine, riversava generose palate di carbone attraverso la caditoia. Gli sarebbe sembrato normale anche  vedere un becchino spingere delle bare spartane nel cuore delle fiamme. Con un po’ di pazienza avrebbe sopportato anche una lingua di fuoco che usciva dallo sportello e lo inseguiva per tutto il piano terreno.
Non accadde niente di tutto questo.
Passò indisturbato e vide il meccanismo operoso lavorare sotto una consolle di spie colorate che si accendevano e spegnevano. Il groviglio di contatori, pompe, e tubature arrugginite e sudate che si contorcevano sopra e tutto intorno, gli sembrò qualcosa di simile all’intestino di un mostro preistorico.
Si lasciò tutto alle spalle.
La cantina con gli attrezzi per il giardinaggio era silenziosa e buia. Le vanghe, le zappe e soprattutto la falciatrice, giacevano freddi insieme a una raccolta di concimi e diserbanti ordinata su degli assi fissati alla parete. In terra la gomma per bagnare era arrotolata su se stessa per mezzo metro d’altezza e stivali e scarponi si presentavano come una formazione di bravi soldati, senza che nemmeno un po’ di fango indurito si fosse staccato dalle suole.
Era finita.
Gli incubi lo avevano abbandonato e insieme a loro se ne erano andati i sensi di colpa.
Sarebbe uscito da quella casa senza nulla che non fosse suo e da quel momento, avrebbe cominciato a comportarsi da persona per bene.
Vide la Lancia rossa dormire nel ventre confortevole dell’autorimessa e la porta, che lui stesso aveva forzato per entrare, ancora socchiusa. Ad aspettarlo fuori c’era la scala in corda per scavalcare il muro in pietra e un po’ più giù la sua vecchia auto resa anonima da una targa falsa.
Strisciando i piedi in terra passò davanti alla cantina.
Non poté farne a meno, dovette entrare. 
Accese la luce e si riempì gli occhi di quella meraviglia.
Erano allineate come colpi di cannone pronti a essere sparati.
Quelle bottiglie di champagne, che già lo avevano deliziato all’andata, sembrava che lo aspettassero. Louis Roederer Cristal, Broël & Kroff, Bollinger Vielle Vignes e Krug Clos d’Ambonnay, roba da convertire all’alcolismo il più  integerrimo degli astemi.
Il Kroff, Bollinger Vielle Vignes, elegante come una signora in nero, sembrava lo stesse invitando ad  avvicinarsi, ad aprirlo. La bottiglia, stesa sul mobile con il collo posizionato nell’incavo in legno, brillava delle finiture dorate della sua etichetta e provocava. Sinuosa e appena perlata con qualche goccia di umidità, sembrava una donna di gran classe in abiti succinti, capelli corvini e lisci, un costosissimo collier  e tanta, tanta energia da fare esplodere.
Esplose.
Il tappo di sughero volò con forza sufficiente a farsi sentire netto e chiaro nei suoi testicoli. Il getto di vino venne espulso con la violenza di una bordata e lo colpì in pieno volto, togliendogli il fiato. 
Uno champagne da migliaia di euro lo stava letteralmente soffocando.
Tentò di opporsi con le mani e, quando finalmente vi riuscì, il Louis Roederer Cristal, Broël  sparò il suo tappo colpendolo nell’occhio. 
Vide un lampo e sentì un fiotto di vino prenderlo letteralmente a ceffoni. Spostandosi andò a sbattere contro una scaffalatura piena di rossi, della Toscana, delle Langhe e anche un Aglianico del Vulture riserva speciale, che cadde e gli si fracassò sul cranio. 
Non mischiare i bianchi con i rossi, i fermi con i vivaci!
Non si ricordava chi glielo aveva detto. La cosa certa era che il suo sangue, copioso dalla ferita sul cuoio capelluto, si era confuso molto bene col rosso rubino intenso della vendemmia 2007.
Al secondo tentativo di sottrarsi al bombardamento, i rimanenti tappi di champagne colpirono con prontezza. Uno dei due gli  si infilò in bocca.
Annaspò.
Con due dita cercò di recuperarlo ma ottenne solo di spingerlo ancor più giù. Sapeva di sughero invecchiato e di carta stagnola. Agitandosi, cosparso del suo sangue e dell’Aglianico che gli aveva riempito anche le mutande, cercò di tossire e riuscì a spostare un po’ il tappo, che finalmente si offrì alla presa delle dita inzaccherate di saliva. Quando riuscì al toglierlo fu aggredito dal vomito e si lasciò andare schizzando violentemente contro il muro, mentre le ultime gocce dei vini pregiati si perdevano nella pozzanghera che si era formata in terra.
Crollò in ginocchio tramortito da un carnevale di odori e svenne.
"Questo è quello che capita a fare i topi d’appartamento, i rapinatori e i ladri d’auto. Dovresti saperlo, Fausto. La gente attribuisce alle suo cose un valore particolare, le carica di energia. Non parliamo dei soldi, perché per quelli ucciderebbe…"
"Io non ho ucciso nessuno!"
Suo padre, che lo stava pulendo con uno straccetto bianco, era giovane, pressappoco dell’età che poteva avere avuto quando lui era adolescente. Già allora si divertiva a rubare i portapenne ai compagni di scuola e a metterli in vendita nella sezione dei poveri. 
Chiuse gli occhi e attese che anche quella visione scomparisse.
Quando li riapri, suo padre aveva sostituito lo straccio con uno nuovo ed era invecchiato di vent’anni. A sentirlo bene si percepiva quel leggero rantolo nei polmoni che più avanti l’avrebbe ucciso. Nella tasca della camicia, la solita con gli ascellari un po’ ingialliti e quel terzo bottone che la mamma si dimenticava sempre di sostituire, il pacco mezzo vuoto delle Nazionali senza filtro. Anche lui aveva avuto i suoi vizi, dopotutto.
"Ok, papà, adesso però risparmiami la predica, che questa è stata una serata di merda!"
Si alzò a fatica. Facendolo, vide la figura del genitore diventare gradualmente trasparente fino a scomparire dietro all’accenno di un sorriso amaro. La bottiglia ancora chiusa del Krug Clos d’Ambonnay lo stava puntando minacciosamente alla fronte. Si spostò verso il corridoio.
"Escono dalle pareti. Escono dalle fottute pareti!"
Ancora lui, Hudson. Il marine spaziale di Aliens scontro finale si stava di nuovo piangendo addosso e gli faceva da menagramo, come al solito. Lucio si fiondò all’interno del corridoio e vide che Hudson aveva ragione. Dalle pareti uscivano mille braccia, giovani e glabre, pelose, raggrinzite, di uomini e di donne. Cercò di passarvi attraverso ma queste lo spogliarono di ogni cosa.
Prima i vestiti andarono in brandelli e poi gli venne strappata una catenina d’oro che teneva al collo. Il portafoglio, i suoi documenti e le chiavi dell’auto gli erano state sottratte per primi. 
Al quinto metro di percorso era nudo come un verme. 
Vide un pezzo dei suoi pantaloni sparire fra i mattoni e le sue mutande rimanere incastrate fra l’intonaco e il muro. Ormai aveva il cervello in acqua e non sapeva come le sensazioni che stava provando potessero essere tanto realistiche. Sentì il freddo, il pavimento granuloso che gli tagliava i piedi scalzi e le braccia che lo graffiavano sulla schiena.
Corse fino al garage.
Se ne sarebbe andato via da lì senza vestiti. 
Non gli importava nulla se era appiedato, l’avrebbero scambiato per uno dei tanti pazzi lasciati in giro a riempire i vuoti della notte. 
Varcò la porta e scoprì che la Lancia Flavia non c’era più.
Sentiva il ronzio sommesso del suo motore, fuori, da qualche parte nel cortile.
Coprendosi l’intimità si avviò tremando verso l’esterno. 
Non sapendo a quale dio rivolgersi per chiedere perdono, bestemmiò. Lo fece per non sbagliarsi e sciorinò tutto il calendario dei santi, la Trinità e la Vergine Maria.
Fu lì che l'elfo arciere scoccò la freccia colpendolo in pieno. 
Il bruciore si diffuse come un incendio di benzina e un velo lattiginoso calò davanti agli occhi. Chinandosi, vide il ventre trafitto come un puntaspilli e crollò in ginocchio nel prato.
Quando l’auto, sgommando e sollevando le zolle del giardino lo travolse in un lampo di fari accesi, sentì un concerto di ossa rotte, un rumore di carne caduta dal balcone e lo sciabordio del  sangue che schizzava ovunque. Le ultime sensazioni che che avvertì prima di morire, furono l'odore di ferro caldo e sporco, esattamente come quello della vecchia caldaia, e la marmitta rovente della Lancia Fulvia, affilata come un coltello, che gli lacerava la schiena.

Il mattino seguente, qualche minuto dopo l’alba, il ciclista della sera prima passò per un nuovo avvincente itinerario. Lo avrebbe portato a scavalcare un paio di colli alpini e a fermarsi solo per mangiare i panini che si era sistemato nelle tasche posteriori della maglietta e che avrebbe buttato giù con le sue due borracce d’acqua sistemate sul telaio alla stregua dei professionisti. Gli occhiali da sole, la bandana e il casco in polistirolo erano appesi al manubrio, pronti per essere indossati appena il sole e le auto impazzite in centro avessero chiesto il loro tributo.
Passando accanto al muro in pietra vide appesa una scala in corda, di quelle che si usano per i soccorsi o per l’alpinismo. Incuriosito, appoggiò con cautela la bicicletta a bordo strada e provò a superare un paio di pioli per vedere cosa ci fosse dall’altra parte.
Sotto i primi raggi del sole, radenti la collina e appena caldi da rincuorare il giorno, vide il cadavere di un uomo. Era nudo, bagnato e cosparso di gravi ferite e sangue raffermo. 
Doveva essere morto da poco, perché il calore residuo stava facendo evaporare la rugiada sulla pelle e qualcosa di schiumoso che lui non riusciva a capire. Circondato dall’erba alta, dalle ortiche e da grossi cespugli di rovi che sembravano fargli guardia, era riverso nel bel centro di quel prato, e lo spiccato di vecchi muri, crollati da molti anni e ricoperti di erbacce, faceva appena ombra ai suoi piedi scalzi.
Un drogato, pensò, o un senzatetto. Qualcuno che aveva bevuto così tanto che credeva di essere entrato in casa sua, o chissà, in una taverna a ipotecare ancora un po’ della sua patetica esistenza.
Non era il primo che andava a morire in quel quadrato di terra nuda e si chiese cosa mai attirasse in quel posto quegli scarti di umanità.
Seccato, tornò in strada, inforcò la bicicletta  e si avventurò verso la città. 
Appena la discesa gli permise di abbandonare uno dei due freni e approfittando di un primo semaforo rosso, prese il cellulare, compose il numero della polizia e attese.

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