venerdì 3 giugno 2022

La mia intervista a Radio Dora


La mia intervista a Radio Dora

con Alessia Taglianetti


https://www.radiofrejus.it/un-colpo-solo-roberto-capocristi-presenta-il-suo-ultimo-thriller-durante-il-drive-time-di-radio-dora/?fbclid=IwAR07zBKrypHJoV3FanxTrABE_H5RtNe6NjSv3CEw8SSHZrrk0CEVVeN0_oM








giovedì 7 aprile 2022

Un colpo solo


UN COLPO SOLO




Una città di provincia, troppo piccola per essere divertente, abbastanza
grande da permettere a un serial killer di colpire e di dileguarsi facilmente.
Tre omicidi all’inizio dell’autunno, sempre compiuti con il buio e sempre
secondo la solita, cinica modalità: un colpo di pistola sparato al cuore.
Il nuovo Commissario, una giovane donna che lotta per meritarsi il rispetto dei superiori e dei colleghi. Il senatore, un uomo scaltro, egoista e infedele, spesso lontano da casa per gli importanti incarichi che ricopre. Il malavitoso, che corrompe e investe nella costruzione di una tangenziale, là dove non potrebbe esserci. Il portavoce del malavitoso, un ragazzo giovane e attraente che compare nei momenti e nei posti meno prevedibili. Le guardie del corpo,
il procuratore senza spunti, la gente impaurita e la città che si chiude in sé stessa.
L’omicidio impunito di una giovane prostituta, avvenuto qualche anno prima, solo pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo Commissario.
Pochi indizi e nemmeno una prova.
Nessuno ha la minima idea di chi possa essere il killer, che potrebbe nascondersi
ovunque...

venerdì 4 febbraio 2022

Pezzetti

 



"Credo di avere la gamba rotta..." dice, sforzandosi di infilare le parole fra i rantoli mentre i bottoni della camicia volano via. Quella fame d'aria fa pensare che qualche costola abbia impattato con il telaio duro del volante, che i polmoni siano stati accarezzati con gli artigli. "Guarda, guarda cosa vedi!"

Ma io non voglio muovermi. Senza sporgermi, distinguo una montagnetta di carne che spinge sotto il tessuto dei jeans, proprio là dove non ci dovrebbe essere. A guardare meglio, i pantaloni del mio socio sono impregnati di sangue, e piscio. L'odore arriva al naso insieme a quell'insopportabile puzzo di ferro rovente e benzina e plastica bruciata. Il parabrezza, ridotto a una ragnatela, inquadra un azzurro senza confini e l'olio del motore cola nel vuoto: plop...plop...plop. 

Posso solo immaginare che un sasso sporgente si sia infilato fra la ruota posteriore e il parafango e che il nostro appuntamento con la morte sia rimandato solo grazie a lui. Ricordo che mi sono tenuto forte mentre il furgone scivolava sul pendio di erba e fiori e che nulla avrebbe rallentato la corsa verso il precipizio e invece, proprio mentre i frammenti della mia vita scorrevano in mente a velocità folle, la tonnellata di lamiera e gomma si è fermata di colpo.

Ricordo che il socio, come suo solito, non indossava le cinture. "Mi soffocano, mi fanno sentire come un bel cazzone dentro le mutande strette, capisci? Mi sembra di essere un pupazzo del crash test." diceva. È stato lì che gamba e costole sono partite.

"Senti, amico, sei messo male ma che importanza vuoi che abbia? Siamo agganciati a qualcosa che non dura e che ci prenderà in giro ancora per un po' prima di lasciarci andare."

La lacrima di dolore, cola fino a quando si mischia con il sangue uscito dal naso. Il respiro affannato lo risucchia e poi lo spinge fuori con grumi, bolle e rigurgiti da vulcano che finiscono per imbrattare la camicia senza bottoni. Quello che posso fare è augurarmi che gli avanzi una narice buona e passargli la cocaina che ho in tasca. È  chiusa in un involto di stagnola e doveva servire per non sentire il botto, per spegnere il fuoco che ti brucia dentro. Assieme a un paio di bicchieri di whisky buttati giù in un colpo, avrebbe anestetizzato le nostre anime.

"No, non ne voglio di quella merda!"

"Manderà il dolore a dormire e intanto vediamo se ci viene un'idea..."

Il solo pensiero di ribellarsi al nostro destino ha effetto sul baricentro e il furgone oscilla come un ubriaco sul marciapiede. Quello che vedo negli occhi del mio socio è un mix di terrore, rassegnazione e sofferenza. A scavare nel suo sguardo s'intravede il bisogno di pregare e la consapevolezza di non saperlo fare. Io mi risparmierei il fiato, evitando la vana ricerca di un posto in paradiso con i biglietti del bagarino ma lui, lui deve fare i conti con un cane cattivo che gli sbrana la tibia e con una mano pesante che preme sul petto.    

"Fatti una sniffata e vediamo di mettere insieme due teste che pensano."
Stringe i denti che pare di sentire i rumori della segheria e sporge la mano. "Dai...dai, mettine un po' qui...cazzo!" impreca, perché il movimento in avanti è piuttosto evidente e la carrozzeria pare stancarsi di morsicare quello spunzone che ci sta tenendo su. L'ammortizzatore scricchiola e il terreno si sfalda sotto il peso. A farci attenzione, si sentono rotolare nel vuoto le ruote davanti, e lentamente: gnick...gnick...gnick.

"Chi è stato a rubare questa merda di furgone?"

"Metti su la coca!" grida mentre sputacchia sangue sul parabrezza e agita pericolosamente la mano. Mi sforzo di improvvisare una striscia sul dorso ma mi riesce tutta storta e paurosamente carica. Senza discutere, porta la mano sotto il naso e tira su come uno di quegli aspirapolvere a gettone. 

"Cazzo, cazzo, cazzo! Ancora un po'. Ne voglio ancora e mi spuntano le ali!"

E non lo contraddico. Per prima cosa perché un paio d'ali a testa farebbero comodo e perché voglio evitare che il socio si metta a saltellare sul sedile. L'impegno è massimo e il risultato, chirurgico: cinque centimetri di felicità artificiale capaci di farti esplodere il cervello come un proiettile a punta cava. Il terrore m'invade, partendo dai testicoli, quando lui sbatte la nuca contro l'appoggiatesta e un rumore di barca in alto mare attraversa la scocca come un fulmine. Poi ancora l'azzurro oltre il vetro e quel senso di pace.

"Chi ha rubato il furgone? Vuoi davvero sapere chi ha rubato il furgone?"
"Forse...forse non è colpa sua. Chi è stato?"
"Ma chi vuoi che sia stato?"
"È stato lui, il Marcio?"
" E chi se no? Il Marcio, come tutte le altre volte, ha liberato un parcheggio senza che nessuno ci facesse caso e manco un cane si è preso la briga di controllare se il catorcio avesse i freni in ordine."
"Tu dici?"
"Sì, dico. Dico che ci hanno mandati in città a parcheggiare questa baracca con quattrocento chili di tritolo nel vano senza prima controllare i freni."

A fare certe cose non s'impara mai per davvero. C'è quella vocina dentro che ti rimprovera appena il tuo cervello fa un po' di silenzio e quel dolore che non fa mai pace con la pancia.  
E poi sono tutti dilettanti. 

Avevano le farfalle nello stomaco, prima, lavoravano, s'innamoravano e guardavano tramontare il sole, sicuri che il giorno dopo sarebbe stato migliore. Erano ragazzi, padri di famiglia e donne, ma con troppa guerra da digerire, troppe botte nelle ossa e troppe galere nei ricordi.  Nessuno li stava a sentire e allora, l'idea di buttare giù un palazzo gli era sembrata grandiosa.

"Finiremo nel burrone e moriremo. Quando arriveranno i soccorsi,  ci riconosceranno dai pezzetti, da quello che rimarrà." dice il socio, con le pupille dilatate come una padella.

Ho il magone piazzato in gola e sento il vento che accarezza le portiere e che presto, con l'arrivo del buio, si farà forte e allora niente potrà rimandare la fine. Ci sono certe situazioni che non hanno via d'uscita e noi, la nostra lotta e il nostro futuro, ci eravamo ficcati in fondo a un vicolo cieco. 

"Ci sono certe situazioni dove l'unica soluzione è sparire." mi dice mentre un barlume di saggezza l'attraversa come le acque placide di un grande fiume. "Ci sono certe situazioni, dove le cose sono tutte a posto, e se quelle cose sono un burrone e quattrocento chili di tritolo, sparire è facile. Ti va di sparire?" 

Potrei farlo. Potrei lasciarlo seduto con le sue ossa rotte, spalancare la portiera e buttarmi nel prato, aggrapparmi con le unghie nella terra e risalire il pendio fino alla strada. Darei uno sguardo ai segni delle gomme che la sterzata disperata ha impresso sull'asfalto e me ne andrei via. Ma il carico di tritolo esploderebbe e da lì a qualche minuto un elicottero sorvolerebbe la mia testa e dopo poco sarei nella stanza degli interrogatori, con una lampada piazzata negli occhi e lo sbirro cattivo pronto a infilarmi un sacchetto di nylon in testa.

Ho le idee confuse ma temo che il piano del mio socio preveda un botto molto vicino al suo sedere e un cucchiaino per raccogliere quello che rimarrebbe di lui. 

Ora la carrozzeria non cigola, piange: gne...gne...gne.

Sembra un neonato con la fame che gli morde lo stomaco, uno dei tanti che finiscono col morire. 
Conosco il posto e so che sotto il furgone c'è un salto di trecento metri e roccia e sassi grandi come camper e piante grasse piene di aculei che finirebbero il lavoro.

"Lasciami dei pezzetti." E quando lo dice, pare che la botta di cocaina sia stata messa in disparte da una volontà superiore. Ora il sangue cola sopra il mento e sul collo. Si è formato un laghetto nella concavità fra la scapola e la spalla e un livido color vinaccia si è esteso fino allo sterno e l'aria che sale dal precipizio s'infila nelle bocchette di aerazione e arriva fredda come un fantasma. 

Insiste. Ha visto spegnersi la luce nei miei occhi e un sudario grigio è calato sul viso. Adesso sono un libro aperto. "Lasciami dei pezzetti."
Perché io posso sparire, aprire la porta e saltare fuori e lo so, il mio movimento sarebbe sufficiente ad alterare il labile equilibrio che tiene su il furgone ma l'ho già detto, sarebbe una libertà breve, inutile.

"Salterà in aria tutto e lo sai che ti cercheranno vivo se non troveranno almeno un tuo pezzetto. Se invece troveranno qualcosa di te, non ti cercheranno e tu avrai tutto il tempo di nasconderti, fino a quando il mondo si sarà dimenticato della tua faccia, e di sparire. Quale migliore occasione per rifarsi una vita, per filare via da questa merda: SPARIRE."
Gioco con i miei capelli. Li ho lasciati crescere insieme alla barba ma so che non basterà tagliarne qualche ciocca. Ne troveranno alcuni, qua e là e tutti bruciacchiati ma non ci cascheranno. Il mio socio sfila il coltello dalla tasca e la lama schizza fuori con uno scatto repentino. 

" Almeno un dito e un pezzetto di carne." 
"Che...che cosa?"

"Scegli tu." e nelle mie orecchie si materializza quel rumore che non avrei mai voluto sentire: zac...zac...zac. 

Sparire è l'occasione più grande ma questa volta, i tagli, sono tutt'altro che metaforici. Vorrei che tutti lo potessero fare: scegliere qualcosa a cui si può rinunciare e poi volatilizzarsi, ma la vita non è così magnanima e qualche volta ti accende i riflettori addosso quando tu non vorresti nemmeno esistere, ti cerca nei cantucci e ti stana come il gas nelle buche. Tiro su una botta di coca che vale un'anestesia e poi taglio.

È pelle, è carne, è una luce accecante che si materializza nella testa, è una salita di serpenti velenosi che si attorcigliano e affondano i denti.  È un coro di mille demoni. Sono ossa. Sono pezzetti che devo lasciare in pasto al tritolo. Alla fine, sembreranno bistecche dimenticate sulla griglia ma inganneranno gli investigatori.

Morto. Fatto a pezzetti dall'esplosivo che lui stesso avrebbe dovuto piazzare sotto un grosso palazzo. Giustizia è fatta.

Mi butterò di fuori, correrò fino al bosco e a metà del tragittò sentirò esplodere il furgone, e mille pezzetti di carrozzeria, e del mio socio e miei, precipiteranno dappertutto, per la terra, per le formiche, per i laboratori della polizia. Tanti piccoli sacchetti come quando si esce dalla macelleria.  E finirò di piangere e di sanguinare, con calma, sotto il primo cespuglio che incontrerà la mia fuga.

In fondo, qualsiasi cosa si decida di fare, si lasciano indietro tanti pezzetti.

© DIRITTI RISERVATI

lunedì 17 gennaio 2022

Mara la mora

 






Il parabrezza appannato trasforma la luce gialla del lampione in un alone circolare, che degrada in luminescenza malaticcia verso i margini. Anche i finestrini laterali sono coperti di condensa e anzi, quello dalla parte del passeggero è decorato da un paio di rivoli paralleli e densi che scivolano verso la guarnizione fino a radunarsi in grosse gocce. Sembra piangere. 
Mara profuma di stick per le ascelle, di quelli che si fanno sentire solo dopo la fatica. Si lascia scivolare sul sedile, appoggia la pianta del piede contro il vetro e ammira il risultato. È un'impronta piccola e delicata che sotto il tallone dirama una teoria di colature che ricorda una ragnatela. Marcello detesta l'idea che il parabrezza della sua Golf nuova sia trattato senza rispetto ma lo spettacolo della gamba nuda e abbronzata lo incoraggia. Qualche spruzzo di Vetril e un panno in microfibra saranno il rimedio. 
Per la ragazza col caschetto di capelli scuri, gli occhi azzurri che con il buio sfiorano il nero e le piccole tette sode con i capezzoli che puntano verso il cielo, pare che il rimedio proprio non esista.
È stata sotto di lui per un tempo breve, troppo,  pari alla canzone degli Hollies che ha suonato alla radio  alla durata dello spot partito a ruota. Millantava di un gommista così veloce che il cliente non avrebbe fatto in tempo a bere un caffè nel bar accanto all'officina prima che la foratura fosse riparata. Pochi secondi e per Mara, quel mezzo minuto di cantilena più la durata di un vecchio pezzo rock, non è  sufficiente per elevare a vera e propria scopata quel peso poco garbato e goffo che si è accompagnato per tutto il tempo con l'antipatico cigolio delle molle.
"Dai, portami a casa." dice lei, mentre litiga con la maglietta stretta che fatica a infilarsi per colpa della pelle sudata. Ha l'aria di chi vuole ingollarsi una camomilla e buttarsi nel letto.
Marcello, invece, vede l'esistenza come una partita di calcio, dove c'è sempre un secondo tempo, un ultimo minuto o un recupero per trovare rimedio. 
Mara ha un concetto dell'esistere del tutto diverso. Lo vede come un buco da riempire, e quelle volte che avanza un po' di spazio è solo tempo perso e non sono possibili rimonte, supplementari o calci di rigore. 
Marcello, come tutti i tifosi, ammette la sconfitta ma confida nella partita che verrà.
"Ci facciamo una birra da Tony?"
"Ci facciamo una tirata fino a casa mia. Poi ti vai a bere la tua birra da solo."
Marcello si ricorda di un gemito e di un mezzo grido finale apparentato con un colpo di tosse. L'istinto dice che non dovrebbe fare appello alle labili prove ma è un tifoso, di quelli che rimangono impalati sugli spalti ormai vuoti a rimuginare sulla sconfitta. "Non ti è piaciuto?"
Mara non risponde. Si sistema le mutandine sotto la minigonna e guarda a destra in direzione della statale. "A te è piaciuto?"
"Sì...no, oddio. Certo, non siamo stati comodi come in un letto ma tu sei..." le passa la mano sulla testa e sposta i capelli dietro all'orecchio.  "Sei così bella che mi fai perdere il controllo..."
"Non devi perdere il controllo. Vai dritto e imbocca le curve come Dio comanda." guarda l'orologio del suo cellulare. Mezzanotte è fra un po'. "Fra mezz'ora voglio essere a dormire."
"Parliamo ancora..."
"Ti prego, Marcello, mi viene sonno." dice trattenendo uno sbadiglio.
"Facciamo un altro round, allora." propone lui mentre un preservativo salta fuori come in un gioco di prestigio. "Ho pronto il cambio di gomme, veloce come nella pubblicità alla radio!" ride.
"Veloce come il tuo pisello sparalesto. Dai gas al motore e lasciamo questo parcheggio a chi ne farà un uso migliore."
Marcello deglutisce ma quel gusto di fiele rimane spalmato sotto la lingua. "Perché mi offendi?"
Mara cincischia con i comandi fino a quando trova il pulsante per abbassare il finestrino. Lo preme e il cristallo scompare nella portiera mentre l'aria tiepida della notte si mischia agli odori dell'abitacolo fino a spazzarli via. Lo sguardo che riserva a Marcello è sfuggente e indecifrabile come quello di un rapace. Sospira. "Ma chi ti conosce? Cosa abbiamo da dividere noi due? Dimenticati di me e ti giuro, io mi dimenticherò di te."
"Quindi non ti è piaciuto?"
"Mi porti a casa, sì o no?"
"Non credo sia giusto giudicare il libro dalla copertina..."
Mara gli piazza gli occhi addosso. Lui nota una smorfia di cemento che cancella il ricordo del sorriso che qualche ora prima aveva impreziosito quell'unico selfie insieme, e altera la bellezza delle labbra. Gli pare durare un secolo. "E tu vuoi chiamare libro un capitolo breve e insignificante?"
"No, bella, semplicemente non pensavo di essermi iscritto alle olimpiadi!"
"Be' no, ma di sicuro sei iscritto al Gran Premio di Formula uno, alla ventiquattrore di Le Mans se ti piace di più. Vedi di sgommare e portarmi a casa!"
"Sai cosa? Sei solo una stupida puttana!"
Lei non fa una piega. "Be', pagami allora."
"Ti ho pagato la cena, mi pare di ricordare."
"Non che quel ristorante fosse la meraviglia che dicevi."
"Solo che mi è costato duecento euro!"
"Scegli i locali come amministri il tuo attrezzo. Dovrai fartene una ragione, un giorno o l'altro."
"Sei...sei..."
E la rabbia affoga le idee in un mare mosso e profondo. 
A quell'ora la statale è praticamente in disuso: solo qualche motociclista che sfida la morte, qualche ubriaco che si prende la strada tutta per lui e qualche coppia di amanti con l'abitacolo ancora caldo. A nessuno di loro sta a cuore la disfatta di Marcello, che si e visto sbattere in faccia un cartellino rosso e di Mara, che dovrà darsi da fare per riempire quel vuoto che rimbomba come un grido in cattedrale. Nessuno ha notato l'auto ferma nell'angolo remoto del parcheggio e questo Marcello lo sa bene. Conosce il posto in cui vive, è sicuro del disinteresse della gente per il prossimo, del freddo distacco con il quale si partecipa alle vite degli altri e allora...
"Scendi!"
"Cosa?"
"Scendi e vattene a casa a piedi!"
Marcello vede. Capisce che la mano sul ginocchio si apre perché sta per trasformarsi in un ceffone ma non fa nulla per evitarlo. Per lui, Mara è ancora una brava ragazza, amorevole e paziente, capace di coltivare una passione fino a trasformarla nel più genuino degli amori, nel dispensare un sorriso caldo e morbido al punto di portarselo a letto per fare compagnia ai sogni.
E invece il ceffone arriva e insieme a lui un lampo, che si forma direttamente nel centro del cervello e poi si sgretola in una miriade di lamette che precipitano giù per il collo e tagliano qualunque cosa, fino al cuore. L'umiliazione brucia come quel famoso nocciolo chiuso dentro al sarcofago. 
Capisce solo la seconda metà della frase perché l'orecchio fischia come un treno in mezzo alla steppa.
"... e poi mi scarichi davanti alla porta e non ti fai più vedere nemmeno in cartolina, coglione!"
Quando riprende il controllo di sé, quando il cuore smette di tirare al punging ball, quando le due strade che crede di vedere si riuniscono nel solo, unico e reale nastro d'asfalto, lui sta viaggiando verso casa, mantenendo la velocità moderata e pestando con le ruote alla destra dell'auto la linea di bordo.
Prima di convincersene, guarda il sedile del passeggero per almeno tre volte. 
Finalmente è solo.

Un passo dopo l'altro ma le scarpe sono scomode. 
Dopo meno di cinquecento metri, Mara si arrende al gran mal di piedi e si siede sul guard rail che lentamente cede il suo calore alla notte, e scricchiola. Sono passate solo tre auto da quando Marcello l'ha spinta fuori e se ne è andato con la portiera ancora aperta, e nessuna di queste si è fermata. Troppe storie di belle ragazze che fanno l'autostop per conto di bande di rapinatori, troppe, stupide leggende metropolitane. 
La carica del cellulare è a tre quarti. Mara accavalla le gambe per catturare l'attenzione del più addormentato degli automobilisti, china la testa sul monitor e apre il selfie scattato nel pomeriggio. 
Marcello era passato a prenderla intorno alle sei e l'oleandro fiorito del giardino, nella luce ruffiana del sole basso, le era sembrato uno sfondo perfetto per immortalare il momento. Lui si era sforzato di fare apparire irresistibile il suo sorriso e aveva chiesto di allargare l'inquadratura per mettere in evidenza i pettorali che tiravano sotto la maglietta aderente. Anche la clavicola robusta saltava all'occhio e tutto faceva pensare a qualcosa di davvero potente. 
Il social si apre e ricorda che ci sono ottantasei notifiche da esaminare. Nulla di strano quando i follower sono più di centomila. Mara la mora, anche quando posta un'emerita stupidaggine, riceve like a carrettate e commenti a pioggia. Molti di questi sono inviti per uscire o proposte sconce. 
La foto del profilo, che la ritrae dentro un minuscolo costume da bagno in colore carioca, con la sabbia della spiaggia appiccicata alla pelle e l'elastico delle mutandine alle latitudini più basse, certo non invita a discutere di filosofia.
Il post non lascia spazio alle interpretazioni:
"Tempo perso. Tanta dinamite e pochi botti..."
Un secondo
Due secondi
Tre. 
La prima risposta è di Gigi Shock. "Tu metti l'esplosivo, io porto il detonatore." 💣😆
Madame Falco si accoda. "Stai forse dicendo che l'apparenza inganna?"
Mirko Mirk. "Ti mando una foto in pvt."
Lady Bondage. "Facci vedere che faccia ha questo...tempo perso." 😜
Private Raian. "Te lo strappo quel costume!" 😈😈.
Baby Boom. "Lo hai rimandato a piangere dalla mamma?" 😭
Ale XXX ia. "Attacca i manifesti sui pali della luce. Wanted..." 🤣😂

La quarta automobile, rallenta solo per capire se si tratta di una mignotta. Riprende la corsa in un tanfo asfissiante di diesel da rottamare.

Gengiv Kan. "Vieni a trovarmi che quando ho finito cammini storta per tre giorni." 😵‍💫.
Olivia Oli. "Ti sei fatta fregare, #Maralamora. Non ti ci facevo..."  👎
Lavori per Forzuti. "Facci conoscere quel treno a vapore, magari gli manca l'acqua da far bollire..." 💪💪

Mara indugia sul selfie. Marcello è così tronfio, abbronzato alla lampada e gonfiato come un pollo agli estrogeni che meriterebbe la gogna. Ride a voce alta senza rendersene conto, clicca sulla foto che si allarga e in pochi istanti il menù propone la condivisione. Sente il calore che monta da li sotto, una vera e propria eccitazione sessuale. Non si lascia Mara la Mora in mezzo a una strada e se lei ti rifila un ceffone vuole dire che te lo sei meritato. Devi solo chinare la testa e chiedere scusa. I commenti sono centinaia e i like crescono, e non importa se è ora di andare a letto perché il popolo del web non dorme mai.
Vuoi condividere?

Mara non ha sentito l'auto. Si è fermata proprio davanti a lei. 
Per la verità non sta affatto soffrendo a causa della lamiera affilata a contatto con le gambe nude. La sua dimensione, il passato, il presente e il futuro, è tutta racchiusa dentro quei pixel che le gettano sul viso una luce da obitorio. Il cicalino, che si ripete a ogni notifica, è la colonna sonora della sua personale sala da ballo, il ritmo della sua vita dove non c'è mai tempo da perdere.
"Tutto bene? Hai bisogno di un passaggio?"
È una donna sui cinquanta, bionda, di quel biondo slavato, quasi cinereo. È magra in modo patologico, come se il lavoro e gli anni l'avessero consumata. Ha i lineamenti del volto tirati e un paio di occhiaie grigiastre che nessun trucco tenta di nascondere. Porta una camicia bianca sbottonata sul collo e puzza di ospedale. Non passa dalla parrucchiera da almeno un mese, questo è certo. Mara, incredula, rimanda la condivisione della foto con Marcello e chiede:
"Davvero mi dai un passaggio?"
"Sarei dell'avviso di non lasciare giovani ragazze sole per la strada, e di notte, poi. Sali."
Mara non se lo fa ripetere due volte e prima di mettersi a sedere deve aspettare che la donna trasferisca sui sedili posteriori una pesante borsa di cuoio.
"Io sono Mara. Tu sei un medico?"
"Sì, guardia notturna e stanotte stanno tutti male. Sono anni che percorro questa strada, avanti e indietro, e sempre con il buio."
Mara si compiace di avere indovinato. "Non ti invidio."
Pensa al malato terminale che ha visitato solo dieci minuti prima: una maschera di cartapesta che odora di fiori appassiti e con il cuore debole come una radio rotta. In effetti non c'è proprio nulla da invidiare. 
"Vediamoci il lato positivo. Mi sono fatta amica ogni curva, conosco tutti i tratti pericolosi e so, prima degli altri, quando devo evitare una buca." ride.
"Hai ragione, questa statale è veramente una trappola!" dice Mara e pare che la fossetta che si accompagna al sorriso si inneschi a comando.
"Dove ti porto?"
"Tu rientri all'ospedale?"
"Sì." riunisce le mani giunte e simulare il cuscino. "E spero di riuscire a dormire qualche minuto."
L'espressione del viso è di quelle di circostanza. Mara non riesce a essere sincera se non guarda dentro una fotocamera. "Perfetto, allora. Abito proprio da quelle parti."
L'auto riguadagna la strada. 
È una vecchia Panda bianca sfiancata dai chilometri. Il sedile al posto di guida è sfondato, il volante corroso dal sudore e il motore è fastidioso. Sprigiona un gran baccano mentre la lancetta del tachimetro fatica ad alzarsi. A dirla tutta, puzza anche di ferro bruciato. 
Si vede la dottoressa che fatica per mantenere la traiettoria: i tendini delle braccia affiorano sotto la pelle e lo sguardo è concentrato sulla strada. Mara si chiede se la signora taccia perché di indole silenziosa o perché deve domare una specie di bastimento con i timoni ciucchi.
"Be', comunque grazie."
Lo sguardo è fugace. Dopotutto c'è la Panda da tenere a bada. "Piuttosto, per quale motivo eri sola in mezzo al nulla?"
Mara ritorna sul social. I commenti al suo nuovo post sono oltre cento e i like almeno il doppio. La sua soddisfazione affiora da un ghigno che pare attaccato a colla di pesce. Risponde distrattamente mentre scrolla lo schermo. 
"Il tipo con cui stavo mi ha sbattuta fuori dalla macchina."
"Che carogna! E...tu cosa hai fatto per meritarti un trattamento simile?"
Mara alza le spalle. "Non è stato capace di scoparmi in un modo decente, ecco,  e io glielo detto."
La curva a destra è impegnativa e un rumore da cuscinetti a sfera ormai quadrati si aggiunge alla tensione. "I maschietti hanno un orgoglio, però, e vanno sempre per così dire, maneggiati con cura." sul rettilineo, la dottoressa esamina ancora una volta Mara con una rapida occhiata. "Non ti ha mica picchiata, vero?"
Nel frattempo hanno commentato altri trenta utenti e quasi tutti vogliono vedere in faccia lo sfigato. Par de balle spicca su tutti:
"Se mi presenti Mr. Speed posso consigliargli un maestro di Tantra Yoga. Ma a quanto ho capito gli servirebbe di più un miracolo." 😭
Mara pensa sia magnifico. A contarli in fretta i nuovi follower sono più di trenta, e tutto per una pessima scopata. La dottoressa sembra spazientita.
"Non mi vuoi rispondere?"
Scuote la testa. "Cosa, scusa?"
"Ti ho chiesto se ti ha alzato le mani..."
"Ma chi, quello sfigato? No, tranquilla, sono stata io a menarlo."
Passano su un vecchio ponte dove la carreggiata si stringe. Ogni volta, la dottoressa si domanda quanti automobilisti siano capaci di interpretare quel cartello di precedenza con la freccia rossa che fa coppia con quella bianca capovolta.
"L'hai picchiato?"
Mara finisce di digitare un commento e poi risponde. "Ma quello non è nulla."
"Usare violenza è sempre sbagliato. Lasciare una ragazza sola nel bel mezzo della notte, lo è altrettanto. Al diavolo l'orgoglio! Parlatevi e fate pace."
Mara ruota il cellulare verso la dottoressa. Non bisogna essere esperti per capire che è in linea con un social molto frequentato, e non solo da brave persone. "Quale pace. L'ho sputtanato e fra poco ci sbatto pure la sua faccia."
"Ti fermeranno!"
"Probabile ma non prima di domani mattina."
"Lo faranno perché qualcuno segnalerà il tuo post."
Mara scrolla la pagina mentre un concerto di cicalini le confermano che la discussione che ha lanciato è andata in orbita. Guarda la dottoressa mostrando commiserazione. "Mi adorano tutti qui sopra, pendono dai miei polpastrelli. Nessuno mi segnala un cazzo di niente. Lo vuoi vedere anche tu?"
C'è un semaforo, uno dei pochi che rimangono accesi anche la notte. L'occasione è buona per riposare le braccia, maledire quel volante senza servosterzo e senza grasso negli ingranaggi e provare a fare ragionare la ragazza. "Dai, fammi vedere che faccia ha questo pessimo amante ma te lo dico subito: non metterlo troppo in imbarazzo perché a un certo punto potresti pentirtene..."
Il ghigno ha qualcosa che lo fa andare di traverso. "No, non me ne pentirò mai ma guarda, guarda anche tu che bel faccino..."
E l'occhiata alla foto è rapida, perché il semaforo nel frattempo è diventato verde e il cercapersone non concede tregua. Da qualche parte ci deve essere qualcuno che non dorme come avrebbe sperato.
La Panda riparte faticando.
"Non lo fare!"
"E perché non dovrei?"
"Perché non ti devi approfittare del tuo successo sul social. Come si dice, del fatto che sei un'influencer?"
Mara vuole guadagnare tempo. Non le va di farsi buttare fuori dall'auto per la seconda volta. Vede la dottoressa impegnata alla guida ancora più di prima. La carreggiata, delimitata qua e là dai vecchi guard rail in lamiera, è diminuita in larghezza e in quel tratto di strada è ancora più buio. "Ma non posso deludere i miei follower, capisci? È un attimo passare dalla gloria all'anonimato."
"Non lo devi fare!"
"Ma certo che lo faccio! Condivido il mio selfie con lo sfigato e domani ne metto giù uno pieno di complimenti per te, dottoressa. Mi ringrazierai per questo perché la cosa potrebbe farti avere una promozione, lo sai?"
La dottoressa è nervosa. Spinge sull'acceleratore e questa volta pare che l'auto prenda velocità Mara nota le mani strette sul volante e i cambi rapidi e precisi. In quinta si sfiorano i cento.
"E invece devi imparare a portare rispetto per il prossimo!"
Mara ricarica la foto: lei, lui e gli oleandri in fiore. Solleva il cellulare e sfiora il tasto di condivisione. "Quanti follower hai tu, dottoressa?"
Sono meno di sessanta e non si ricorda quando è stata l'ultima volta che ha eseguito l'accesso. "Lascia stare in pace quel ragazzo! È stata una serata storta per tutti due e vi conviene dimenticare..."
Gli occhi brillano di cattiveria e le fossette, quelle che ipnotizzano un po' tutti, sono sparite. Una fila di denti dritti e bianchi si nota dietro alle labbra appena schiuse.
Sembra una Jena.
Mara urla. Sbraita a bocca aperta, sputacchia e a essere onesti ha pure l'alito che sa di vino. "Invece lo faccio e chi cazzo sei tu per impedirmelo!"
La dottoressa si rasserena. Deve avere capito.
Lei non è nulla, dopotutto. Deve solo obbedire a uno stupido cercapersone e farsi piacere la sua lurida esistenza.
Rallenta.
Le ruote alla destra calpestano la riga bianca. Il volante sembra meno ostile del solito e la schiena stanca, finalmente, si adagia sul sedile.
"Guarda avanti, Mara..."
"Ma che cazzo dici?"
"Avanti, devi guardare avanti!"
E Mara lo fa.
Non riesce a condividere la fotografia perché di fronte a lei, a forse cinquanta metri, comincia un nuovo guard rail ma questo è davvero speciale. Non ha la protezione ricurva per impedire che si comporti come la lama di un coltello e i metri, adesso, sono solo dieci.
Il cellulare cade sul tappetino e mentre le gomme lise si mangiano l'erba, il grido esce con la forza di un milione di voci terrorizzate e gli occhi potrebbero schizzare fuori dalle orbite e non è elegante da dire ma ha ancora il tempo di svuotare l'intestino. 
La lama frantuma la mascherina, s'incunea nel telaio, penetra il vecchio motore come il coltello caldo nel burro, lacera la lamiera del cofano, attraversa il cruscotto con la violenza di una spada e trancia insieme il sedile del passeggero, e il passeggero. In un inferno di rumore, fumo, scintille e puzza di carne bruciata, il guard rail esce dal baule della Panda qualche decimo di secondo dopo ed è un peccato, perché passando distrugge la borsa medica che esplode con un rumore di vescica schiacciata.

La dottoressa, frastornata, scende dall'auto. 
I primi passi sono una sfida alla forza di gravità, le gambe tremano, la testa duole e lo stomaco vorrebbe dare il giro ma poi va meglio. Dal finestrino rotto assiste a quel disastro di sangue, ossa tritate, visceri e lamiere. Il contraccolpo ha fatto serrare le mascelle di Mara in modo così violento che i denti si sono sgretolati.
Delle fossette ipnotiche più nessuna traccia.
Recupera il cellulare dal tappetino. Funziona ancora e non è nemmeno sporco di sangue. Lo mette in tasca, si ravviva i capelli color cenere con qualche ricordo di biondo e con il suo telefona all'ospedale.
"Ho avuto un incidente, un incidente terribile..."
"Oddio, sei ferita?"
L'odore del sangue è forte ma lei non ha nemmeno un graffio. "No ma avevo caricato un'autostoppista, una ragazza..."
"Non mi dirai che..."
"Sì, purtroppo..."
"Oh merda! Stai calma che ti mandiamo subito un'ambulanza."
"Grazie."
"È per colpa del maledetto sterzo?"
"E delle fottute gomme lisce. Fate in fretta che mi sento mancare..."

Ora l'abitacolo della Panda ricorda l'interno di un minipimer. 
Non sarà facile per i suoi colleghi ma lei aveva denunciato il malfunzionamento di quell'auto in numerose occasioni e cosa dire, l'omissione di soccorso è un reato grave e non si commette un reato grave, ancor più  grave se la ragazza è confusa, stanca è abbandonata di notte sul bordo di una strada.

È facile accedere allo smartphone. 
La M di Mara, che si delinea unendo i puntini, è piuttosto prevedibile.
Prima di cancellare il selfie, la dottoressa nasconde la faccia di lei con il pollice e con la punta dei polpastrelli carezza il volto di Marcello. Trova il tempo per qualche parola, sbrigativa e sussurrata perché in lontananza si sente l'ambulanza arrivare. 

"Marcello, amore, bambino mio. Nessuno può permettersi di offenderti e nemmeno di picchiarti e da ora in avanti, te ne prego, scegli con più attenzione le ragazze da invitare ."

Vuoi cancellare questa foto?

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© Diritti riservati

In copertina "Allo specchio" di Piera Vi


 



venerdì 22 ottobre 2021

Presentazione al Salone del Libro di Torino - Solo le donne degli altri


Al Salone del Libro di Torino, il 18 ottobre 2021 - Stand Sistema Bibliotecario Valsusa. Quattro chiacchiere sul mio romanzo più recente.

Moderatrice dott.ssa Adriana Frjio.





sabato 7 agosto 2021

La lavanderia a gettoni




Le trapunte sono tre e si sa, il numero tre, qualche volta, è difficile da comprendere anche se si può contare su una solida fede. 
Quella per l'inverno è leggera e calda e tecnologica. È confezionata con quei tessuti che non hai capito ma dove certamente nessuno ha torto una piuma a un pennuto. Quella per la mezza stagione, invece, è pesante, solida come roba da campo militare e molto probabilmente più calda di quella per l'inverno. Quell'altra è bianca e leggiadra come una nuvola al principio dell'estate e davvero non si capisce quale sia la sua collocazione nell'arco cronologico dell'anno intero.
Lo chiederò a mia moglie.
Sono ammonticchiate sul divano della sala cinema, e da un po', perché in agosto l'inverno è un lontano ricordo e, seppure il nord-ovest nel 2021 non abbia mai per davvero sofferto il caldo, quella montagna di tessuto e finte piume era diventata parte del paesaggio e i gatti ci si erano pure affezionati. Quando mia moglie, per sbrigarsi, butta le trapunte nel vuoto delle scale e facendolo trascina via dalla parete un paio di quadri, i gatti sono sconvolti e preoccupati che quel pezzo del loro mondo vada via per sempre e anzi, uno annusa quel vuoto per cercare una spiegazione.

La lavanderia a gettoni è di una catena svizzera, che si vanta di essere svizzera e che anzi, sostiene che l'igiene sia curata come solo loro sanno fare, che i loro cestelli girino veramente rotondo e che il silenzio sia assicurato come dentro una cattedrale.  È piazzata in un posto dove si parcheggia davanti e vi giuro, ho visto professionisti abili, guaritori, ragionieri, maghi e negozi a buon prezzo che hanno fallito solo perché non si parcheggiava davanti. Gli svizzeri non sono stupidi, sapete,  altrimenti non sarebbero fuori dall'Europa, non avrebbero le banche piene di soldi e il privilegio di essere neutrali in guerra. 
Le lavanderie a gettoni non hanno mai funzionato per davvero, non in Italia, non nelle piccole città. È indiscreto e pericoloso riempire il cestello delle cose tue e puoi diventare una favola ed essere costretto a cambiare provincia se una di quelle cose è davvero troppo sporca, macchiata di giallo o peggio, di marrone e anche se la cosa è caffè o aranciata, tu puoi giocarti la reputazione e la stessa tragedia capita se la biancheria è bucata, e mentre si agita fra l'acqua e il detersivo si propone con tutta la sua imperdonabile decadenza proprio addosso al vetro e dell'oblò e sotto gli sguardi inquisitori di tutti i clienti.
Saranno pure svizzeri ma una della macchine è fuori uso e il rimedio è molto italiano; un pezzo di nastro in carta appiccicato sul bottone dello start assieme a un laconico avvertimento in pennarello con scuse allegate. Ma le altre funzionano, eccome,  e anche se la signora anziana con la mascherina abbassata ha occupato da sola il tavolo intero e la signora giovane aspetta che l'asciugatrice smetta di lavorare e la signora più giovane ancora, alla quale per pigrizia chiedo informazioni, mi risponde di leggermi le istruzioni, l'atmosfera è quella giusta. 
My beautiful laundrette, Big Bang Theory, Mr Bean, lo storico spot della Levis.  Insomma, la lavanderia a gettoni ha ispirato tanto cinema e nei paesi anglosassoni è un posto dove è normale fare quattro chiacchiere e dove sono sicuramente nati tanti amori ma qui nessuno ci caga.
Il tempo di girarsi e arrivano le prime, feroci critiche. Sono a voce bassa, come si conviene a un buon pettegolo: "quella trapunta è troppo pesante e scivola indegnamente sul fondo del cestello senza rotolare." Lo dice la signora con la mascherina abbassata ma non è vero. È solo invidia o quell'insopportabile senso di superiorità che scaturisce alla vista dei novellini e allora mia moglie va a verificare ma la trapunta rotola. Rotola e danza immersa in un profumo di fresco e io stesso posso constatare che tutto funziona alla perfezione, che gira tondo come il  mondo e allora lo faccio: scrivo una recensione sul quaderno degli appunti e me ne frego se la biro Bic è infettata da mille mani ma lo voglio dire. Nessun accenno alla lavatrice rotta perché sono un ruffiano ma la critica dura è diretta alla clientela: qui, la gente non è capace di farsi i cazzi suoi! 
E per fortuna se ne vanno. Riempiono le borse Ikea impiegandoci un'eternità ma se ne vanno. 
In tutto quel tempo, la trapunta pesante ha girato assieme al cestello senza mai perdere un colpo.
Il ragazzo spigliato, che ovviamente ha parcheggiato davanti, svuota un sacchetto Ikea in lavatrice, saluta ed esce. Evidentemente non teme buchi, scuciture o macchie compromettenti.
Il secondo ragazzo spigliato arriva e riempie la lavatrice con cura. Il sacchetto è Ikea e niente, mi convinco che questi appartengano a una setta. È uno sportivo e si vede: capi gialli fosforescente, arancione fosforescente, verde radiazioni nucleari. Jeans bassi, magliette aderenti e completo da ciclista. Le mutande di Batman. 
Saluta, se ne va e sono un po' invidioso delle sue mutande.
La lavanderia a gettone è bella. 
I panni sporchi non si lavano in casa, al massimo si lavano in Arno come diceva Manzoni e tutto è andato bene. Abbiamo ritirato le trapunte e  abbandonato le lavatrici al lavoro mentre mille pipistrelli subivano la centrifuga senza lamentarsi e siamo andati alla ricerca di un sacchetto Ikea.
I gatti, manco a dirlo, ci stanno guardando malissimo.

martedì 27 aprile 2021

Non arriveranno mai






Claudio fa un gesto volgare, quello semplice da mettere in pratica e buono per tutte le occasioni.  
Chiude un occhio e il grattacielo bianco scompare dietro al dito. Non ha mai sopportato quel palazzo che somiglia a un frigorifero, e come dargli torto. Sembra precipitato da una galassia lontana in mezzo a una distesa di edifici bassi e rovina l'armonia cercata in anni di storia da architetti felici. Il resto della città tremola sotto la canicola del pomeriggio e le prime due bottiglie di birra sono finite. L'ombra del platano, da sola,  non basta  a raffreddare le sbarre in ghisa della panchina. 
“Non arriveranno mai.” dice, mentre si china per trascinare la borsa termica. Appena aperta, l'odore dei panini con il salame s'intrufola dritto nelle narici e ne approfitto per infilare la mano sopra quello più grande. È avviluppato dentro un involto di stagnola e c'è da giurarci: quando lo aprirò lo vedranno brillare laggiù, dalle vie del centro, dai ponti sul Po e dai parchi. Provocherò panico, è sicuro, molti si metteranno a correre e travolgeranno i meno fortunati come una mandria di bufali impazziti. Ribatto solo dopo che il tappo della Heineken è saltato via e ha rotolato per qualche metro in discesa prima di infilarsi nel tombino. “Per me arriveranno, invece.”
È stato così sempre. Che si parli di calcio o di donne, Claudio non  considera l'ipotesi di avere torto. Alza la voce senza accorgersene e guadagna qualche centimetro di panchina per intimidirmi.
“Dovresti leggere meno libri e pedalare di più. Non si tiene mezzo mondo sotto il tacco se non sei capace, e se sei capace meriti comunque rispetto, almeno su questa terra.”
“Quale rispetto? A me fanno schifo.”
“Non sono io a dettare le regole ma a quanto pare, in questo gioco, su questo tavolo e con questi giocatori, vincono e vinceranno sempre.” gli occhi verde smeraldo sono quelli di chi chiede una tregua armata e dicono molto di più delle rare parole, centellinate come un whisky di quelli speciali. Mi molla una pacca sulla spalla e chiarisce. “Non ci godo eh! È solo pragmatismo il mio.”
E invece a me salgono gli acidi su per la gola e rimedio con un morso al panino. Il salame Milano è sistemato in numerosi strati che il burro rende facili da addomesticare. Per il poco tempo avuto a disposizione, si può parlare di grande cucina o dell'ultimo miracolo. Il primo boccone va giù quasi intero, con un sorso di birra che lo insegue e ricaccia indietro il rigurgito di stomaco. Il secondo, me lo godo: mi calma come una carezza  e chiudo gli occhi per pensare a qualcosa di bello. 
L'oceano, per esempio. 
Io e Claudio eravamo stati abbastanza bravi e fortunati da cavalcare l'onda, dal principio alla fine della spiaggia, mentre Katy ed Eleanor correvano scalze per inseguire i nostri surf. Erano arrivate solo qualche secondo dopo, quando i muscoli eccitati dal mare tiravano come vele nel vento e i pantaloncini bagnati aderivano a tutta la nostra voglia di vivere. Eravamo noi, i vulcani di Maui che sembravano pronti a esplodere e le due meraviglie. 
Katy portava un costume celeste, talmente ridotto ai minimi termini che se l'avesse pagato a centimetri quadrati, sarebbe venuta via con l'articolo spendendo meno di mezzo dollaro. Eleanor aveva scelto un rosso tendente all'amaranto, con il reggiseno capace di sostenere l'abbondanza solo grazie all'elegante abbinamento di cordini bianchi che s'incrociavano sulla schiena abbronzata.
Quella sera avevamo mangiato in un ristorante sulla spiaggia. Mentre il tramonto incendiava il mare, il cuoco cucinava pesce sopra delle grosse pietre sul terrazzo e proponeva di annaffiare la cena con un bianco francese che sapeva di frutta o con certi vini dalle colline della California. I clienti arrivavano alla spicciolata mentre una band di cappelloni in camicia hawaiana eseguiva un repertorio surf rock che spaziava dai Surfaris fino ai Venture, e passando dai Beach Boys. L'arrangiamento di Sloop  Jonnb B, ricordo, era stato ipnotico:
Call for the Captain ashore
Let me go home, let me go home
I want to go home, yeah yeah
Ma certo non volevo tornare a casa, e nemmeno Claudio. 
Le nostre due amiche avevano ancora tanto da darci e non solo moralmente. 
Katy mi aveva tenuto sveglio fino al mattino e mentre tentavo di recuperare qualche ora di sonno, mi aveva sussurrato nelle orecchie tutte le canzoni che si ricordava. Veniva da New Orleans, Louisiana. Ricordo, diceva di preferire le onde enormi del Pacifico alle acque chete e melmose del Mississippi che s'insinuano nelle paludi per fare nuotare i coccodrilli. Era per quello, e perché odiava le zanzare, che passava tre mesi all'anno sulle spiagge intorno a Kahului e che per non farsi prendere dalla nostalgia aveva imparato a memoria tutto il repertorio di Fats Domino e si era addormentata anche lei mentre si sforzava di ricordare la seconda strofa di Blue Monday
Sunday mornin' my head is bad
But it's worth it for the time that I had
But I've got to get my rest...
Claudio sa leggermi nel pensiero. “Stai pensando a Katy?”
Chiudo gli occhi e la immagino seduta sulla spiaggia a scrutare il cielo, ma nel bel mezzo della notte. Sono sicuro che Eleanor sia con lei ad aspettare. “E tu stai pensando e Eleanor?”
“Sto pensando che è parte di quel sistema e che pur essendo una goccia nel mare, forse avrebbe potuto fare di più.”
“Perché non sono tutti così e non si meritano di essere ricordati come quelli che...”
Qualcosa esplode giù in città. 
Mortaretti, colpi di pistola o lacrimogeni della polizia. Non lo so ma il mio sedere sudato sobbalza sulla panchina. Le autorità non ammettono disordini perché loro la pensano esattamente come Claudio: non arriveranno mai. A giudicare dalla colonna di fumo che si solleva dal crocevia possono solo essere velenosi lacrimogeni. I telegiornali hanno cercato di rassicurare in ogni modo ma ormai tutti hanno imparato a capire quante balle raccontano. Negli anni si sono specializzati a leggere, recitando, qualsiasi comunicato e i loro erano del tutto simili al pensiero del mio amico:
- Non arriveranno mai -
Claudio si scola l'ultimo sorso della bottiglia e la butta oltre la siepe. La sentiamo infrangersi sull'asfalto del tornante e via, il tempo di formulare un pensiero ed eccolo con la schiena china a rovistare nella borsa. 
“Il bicchiere della staffa?” domanda agitando le ultime due bionde con la condensa del freddo sul vetro. Ho le gambe molli e un lieve mal di testa ma non mi tiro indietro. 
Uno stormo di aerei  militari sorvola le case con un boato e vira improvvisamente incontro al sole. La domanda arriva quando il rumore non si è ancora del tutto attenuato.
“Ti ricordi di Paul?”
Era il fratello di Eleanor, un ragazzo poco più che ventenne, bello come il sole della sua terra e coperto di tatuaggi che sembrava la volta affrescata di una cupola. Il mattino consegnava pacchi volando in Vespa da una parte all'altra dell'isola. Il pomeriggio e la sera girava cortometraggi, ingaggiando amiche e amici come attori. Conosceva musicisti che si prestavano per le colonne sonore e anche cantanti pronti a esibirsi per lui. La sera montava e da un giorno all'altro proponeva spettacoli sempre nuovi che proiettava, appena fatto buio, nel cortile sul retro di casa. 
“Già, Paul. Aveva un talento enorme per il cinema.” e la prima lacrima del pomeriggio è per lui, per quel suo primo corto che aveva meritato applausi al Sundance e un discreto successo di pubblico. 
Era morto l'anno dopo, con i polmoni tagliuzzati dalle sue stesse costole, travolto da una nonna al volante di una Prius bianca. Aveva bruciato il semaforo per non fare tardi al compleanno del nipotino e i pacchi da consegnare erano finiti sparpagliati sull'asfalto per decine di metri assieme ai pezzi dello scooter. “Sarebbe stato il migliore per filmare tutto, per documentare."
Solo che lui era l'attore protagonista e la morte era vera, come quando un proiettile aveva ucciso Brandon Lee sul set. Niente materassi e scatoloni per cadere, salsa di pomodoro e tanto mestiere. Solo cuori che smettevano di battere.
“Tanto non arriveranno mai!” commenta Claudio, che con Paul aveva avuto un rapporto di amicizia vera. Gli era sembrato incredibile che non fosse geloso di sua sorella e gli era sembrato altrettanto incredibile che un ragazzo così giovane potesse conoscere a memoria la storia del cinema.
Il Dottor Stranamore. 
Ne parlava spesso, specie quando strimpellava la sua Taylor davanti al fuoco mentre le onde dell'oceano si trasformavano in schiuma sulla sabbia bagnata. Il Dottor Stranamore cavalcava un missile atomico per arrivare con lui sul bersaglio ed era la metafora di una folle corsa che non si sarebbe fermata mai e il simbolo fallico per antonomasia.

Un banco di nuvole modera il sole che l'estate ha piazzato più in alto possibile ed ecco un altro stormo di aeroplani. Volano secondo una formazione disordinata e gli ultimi due sembrano attardati come i cuccioli più deboli del branco. Il boato dei motori copre le grida di terrore che sembrano salire dalla città e che io immagino uscire dalle gole arse dal caldo. Chi si rifugia nelle cantine, chi cerca scampo in campagna ma la tangenziale si è messa di traverso, dispettosa, e adesso è solo un serpente di fumo, bestemmie e carrozzerie roventi che baluginano nell'orizzonte. Qualcuno è stato sistemato al sicuro sotto cinquanta metri di roccia ma sono pochi e sono ricchi e importanti. 
“Alla fine di tutto saranno ancora pochi, ma non più ricchi e nemmeno importanti.” ragiono a voce alta mentre Claudio si gode il panino con le briciole impigliate tra i baffi. È monotono come un disco incantato:
“Non arriveranno mai.” e quasi mi dispiace di averlo disturbato mentre mastica, di avere rischiato di farlo strangolare.

E invece arrivano. Da est.

Stelle comete, meteoriti, lunghe scie di fumo che affettano il cielo e vanno lontane, verso sud. 
La prima scompare dietro alle montagne ed è lì che Claudio, deluso, sputa il boccone per non strozzarsi. L'attesa è interminabile e ancora una volta crede fermamente nel suo dio e indica quel posto non meglio definito dietro le creste e si ripete:
“Non arriveranno mai!”
E io vorrei credergli, sperare di non essere come uno zolfanello prima che qualcuno lo strofini sulla carta vetrata o come una goccia d'acqua che sta per cadere sulla piastra della stufa. Ho la voce che sa di tomba e parlo con il fiato che esce a fatica attraverso la gola contratta nel terrore. “Sono i nostri. Li stanno intercettando, vedrai, e non arriveranno...”
La luce è più intensa del sole che la guarda da lassù e Claudio non è più abbronzato come al solito. È come una radiografia pigramente adagiata sulla lavagna luminosa dell'ambulatorio e i suoi occhi verde smeraldo sono un paio di cristalli trasparenti e le montagne: come appaiono piccole al confronto di quella palla di fuoco!
Sono arrivati.
Claudio si affretta a finire la birra e io cammino avanti e indietro. Assomiglio all'orsetto del tiro a segno che si sbatte per non essere centrato ma sa benissimo che il suo spazio per la fuga è ridotto a una rotaia con il fine corsa imminente e il cielo è pieno di brutte notizie. L'ultima arriva assieme al boato della prima esplosione che si è preso il tempo che serviva per attraversare mezza regione, e cade molto più vicina.
Questa volta non ci sono le montagne a dominare il vento e dopo il lampo, che mi attraversa le mani pigiate sugli occhi, arriva il rumore di mille treni che corrono incontro, di continenti che rotolano sui sassi, di grida di dolore e disperazione, del mondo che si rovescia con tutto quello che c'è dentro.
E poi il vento. 
È caldo come una fornace e corre come un cavallo spaventato e ci spinge via come foglie secche nella tempesta, fino sul prato e fino al selciato che stende ai piedi della basilica. I fedeli che si erano riuniti a pregare, sono stati sdraiati come fa la falce con l'erba alta.
Sanguino, respiro veleno. La tosse parte dai polmoni e mi scuote. Sento dolore ovunque. Mi sembra di masticare la sabbia ai piedi del vulcano e penso a Maui, al surf, alle bevute sulla spiaggia mentre un fuoco amico accarezza la nostra voglia d'amore. A Katy. 
Addio, Katy. 
Addio Eleanor, addio Hawaii. La parte buona di quel popolo meraviglioso si piega al volere di pochi pazzi e niente più ristoranti sulla spiaggia, concerti rock, film, attori, cantanti e cascatori. Niente più chitarre da abbracciare e fare tue come la compagna di una notte. 
Niente più fuochi davanti al mare. 
Le vetrate della basilica esplodono e volano via le lastre della cupola. Sembra che un grosso frullatore stia preparando qualcosa da bere. Si spalanca il portale e alla fine la pressione fa collassare i muri. Si gonfiano come le guance di un bambino maleducato che sta per fare una pernacchia e le colonne traballano e le lastre di marmo si staccano e si spezzano le guglie. La pianura è la pista da corsa di venti a mille chilometri orari e le fiamme si sono sostituite ai boschi. L'acqua del Po riflette il colore cinereo del cielo.
“Non arriveranno mai.”
Mi consola Claudio mentre il sangue gli bolle in bocca. 
Non è stato abbastanza svelto nel proteggersi gli occhi e ora è cieco. Niente più verde smeraldo, solo una patina bianca e lattiginosa che assomiglia a un'ustione. La cosa buffa, è che le briciole di pane sono tuttora incastrate fra i baffi e arrostite come una pizza dimenticata nel forno.
Ci abbracciamo e sì, ammetto che ha ragione.
L'inferno si è scatenato tutto intorno ma la città è stata risparmiata. 
Il tetti sono denudati dalle tegole e ridotti a scheletri, si alzano colonne di fumo dove sono esplosi i depositi di gas e le strade sono allagate. Alla fine, la cartolina che spettava a noi, non è stata recapitata, intercettata da qualche missile che i nostri alleati hanno fatto in tempo a lanciare. L'aria puzza di ferro da stiro e le grida in sottofondo sono quelle che Dante doveva avere immaginato per uno dei gironi più in basso. Mi lascio cadere nel prato e guardo le nuvole rimescolate dal vento mortale.

Il suono gutturale di un grosso bombardiere s'insinua nelle orecchie come la vibrazione di un telefono e una sagoma nera che appare come un insetto sul vetro si muove lenta davanti a quattro scie di condensa lunghe e grasse. Fra poco sarà esattamente sul centro della città, sulla verticale di quel grattacielo che Claudio odia tanto e che non potrà più vedere.
Voglio credere che sia amico.
Voglio credere che non stia portando un pacco a sorpresa proprio per noi. 
Voglio credere che non arriveranno mai.