sabato 6 giugno 2020

Schermi - Quando la bellezza non muore mai...



SCHERMI




Se potessi trovarle un difetto. Qualcosa che mi faccia coraggio, qualcosa che l’avvicini al pianeta terra, all’essere umano…
La perfezione del suo viso mi mette in imbarazzo. La pelle levigata, la fronte ampia, gli occhi grandi e distanti, grigi come il cielo al principio del giorno.
La curva del mento sotto le labbra a cuore, appena schiuse sulla fila di denti bianchi, armonizza con il seno sodo e il pendaglio da bigiotteria indica la strada del paradiso. I capelli scuri si sfogano a onde ampie sulle spalle. Sono sicuro che profumino di shampoo.
Se potessi trovarle un difetto.
Ora sbarazzina, ora fatale, allegra, pensosa.
Un paio di grossi occhiali di tartaruga la proietta nel mondo degli intellettuali. Una coppia di bottoni lasciati liberi ed ecco che un poderoso mare di spuma e vento si materializza alle sue spalle, al termine della spiaggia bianca di un’isola lontana. Le luci le sono complici. Uscirebbe bene sotto i fasci caldi delle alogene così come nella livida tristezza di un neon da questura.
Poso il mio cellulare sul tavolino, accanto al bicchiere di birra che ho bevuto in tre sorsi per vincere la paura. Lo schermo smorza i colori e poi si spegne.
Ci dividono sei o sette passi: la rincorsa per un calcio di rigore. Quando muovo il primo, impacciato, pesante, definitivo come una lapide, i pensieri sono gli stessi di chi sta per colpire quel pallone che sposterà più soldi di un milione di operai messi a lavorare alla catena.
Ansia, paura di fallire, di perdere quell’occasione che non si ripeterà più. 
È alta, con uno slancio di gambe che mortifica lo sgabello al banco del bar. La gonna plissettata, che termina qualche centimetro sopra le ginocchia, è di un blu discreto bene abbinato con la camicetta appena più chiara. L’estate è nell’aria e ormai sono abbastanza vicino da sentire il profumo di buono.
«Ciao. Mi chiamo Francesco e tu…Tu devi essere Lisa.»
Le labbra s’increspano per un istante e sì, credo di avere trovato il difetto, quello che mi mette coraggio. Accanto al suo gomito appoggiato al bancone vedo un aperitivo rosso, guarnito con una fetta di arancio infilata sul bordo zuccherato del bicchiere. Il barista, con l’abbronzatura sospetta e le maniche arrotolate sulle braccia forti, coglie l’importanza del momento e si allontana col pretesto di raggiungere l’asciugamano appeso.
«E come conosci il mio nome? Ci siamo già visti da qualche parte?»
La domanda è legittima e il prezzo da pagare è la mollezza delle ginocchia che spero non si traduca nella faccia di chi ha urgenza di correre in bagno. L’approccio è stato da pezzente ma rimedio in fretta.
«Ah, no. Non ci siamo mai incontrati. Sei…sei fra i miei contatti di Instagram e anche di Facebook, ecco, e ti ho riconosciuta». Indico il mio smartphone, con un terzo della base che sporge goffa dal tavolino basso accanto al divanetto. Il barista palestrato strofina l’interno del bicchiere con le dita infilate nello straccio e dispensa un sorriso complice. Lisa indietreggia di un passo per inquadrarmi meglio. Strizza gli occhi, punta il dito e accenna un sorriso storto. Capisco dallo sguardo birichino che mi ha collocato nella casella giusta dei contatti social.
«Francesco Nove Tre?»
Sto per esplodere di orgoglio. Batto sul petto come Tarzan. «Sono io. Novantatré è la mia data di nascita.»
«E dimmi: Francesco è il tuo nome oppure ti sei ispirato a qualche santo?»
«No, ma che santo? Francesco Maria…»
Ride. «Maria come la Vergine?»
Sto perdendo colpi come un motore a fine carriera. Il barista ha portato sul retro i suoi novanta chili di muscoli e al di là del vetro scorrono le foto di un pomeriggio in calando. Giacche aperte su cravatte allentate, spalline scivolose, borsette pesanti e rossetti appena rinnovati. I selfie con i bicchieri colorati sono d’obbligo e non tutte le fotocamere hanno pietà dopo una lunga giornata dietro alla scrivania.
«Come mia nonna…»
«Che si chiamava Maria?»
Sono ovvio, prevedibile. Ricordo lo sciacquone alla fine di una pisciata ma nonostante questo l’incarnazione della bellezza che ho davanti non mi scarta. Forse la diverto, riempio quei cinque minuti prima che quello davvero figo arrivi a prenderla. Forse ha un debole per i perdenti e la commuovo come il tramonto dopo una giornata d’inferno.
«Paghi tu?» La risposta è sottointesa. Il barista con i pettorali perfetti si cala nella parte del cassiere, inforca con stile un paio di occhiali dalla montatura sottile e pesta, sicuro, i tasti del registratore di cassa. «Sono ventitré.»
Mentre pago, Lisa mi si strofina addosso. Il suo alito caldo trasporta un grazie appena sussurrato. La mollezza delle ginocchia vira a uno stormo di feroci farfalle che mi solletica il ventre.
Dietro lo struscio che consuma il marciapiede, un Aston Martin DB11 taglia la parete del palazzo come un diamante. È verde acqua di palude, oppure azzurro lago contaminato di alghe. Dipende da come la guardi.
Seduta al volante c’è Lisa che mi aspetta.

La prima dura poco ma sono bravo a salire le scale e a tuffarmi di nuovo nel brodo caldo della piscina più accogliente del mondo.
Questa volta ho tempo di dedicarmi ai dettagli: al turgore dei capezzoli che incidono il petto, alla pelle di seta che mi drizza i peli sulle braccia come una scossa elettrica, all’andirivieni del ventre, che sale e scende, e sale e scende come una nave con le vele gonfie che ha guadagnato il mare aperto.
La bottiglia di Louis Roederer da duemila euro è pronta a fare saltare il tappo per accompagnare le tartine col caviale di grana grossa. La finestra della camera abbraccia il luccichio sulla superficie del mare che anticipa il calare del sole.
È un sogno, di quelli da sfogliare come un album di fotografie.
Lisa non si risparmia e respira. Respira e pare voglia accumulare tutta l’energia del mondo per esplodere come una bomba nucleare. La cosa certa e che io salterò in aria assieme a lei.
La casa è un edificio moderno, basso, dall’architettura essenziale. É comparsa alla fine di una stradetta in terra bianca che attraversa un bosco di pini arresi ai capricci del vento e mi ha accolto con un monolocale di pavimenti lucidi, high tech e quadri astratti alle pareti. Il tetto con le travi a vista, solo lievemente inclinate, è interrotto dal camino in pietra al centro dello spazio, anticipato da un ampio divano e da un tavolo in vetro pronto per fare festa. La porta sulla parete al fondo è aperta su un bagno sontuoso e sulla camera da letto. Già sapevo che vi avrei passato un momento indimenticabile.
Quando il cuore comincia a rallentare, noto lo schermo appeso alla parete. È un ventisei pollici lcd, montato su un supporto orientabile. Inquadra dall’alto un bambino di forse due anni. Dorme nel suo lettino con un braccio pizzicato sotto il viso e i capelli lunghi e biondi sparsi a ventaglio sul cuscino azzurro. Mentre Lisa ancora cerca il ritmo naturale del suo respiro, il piccolo mostra la serenità degli innocenti. Non faccio in tempo a domandare, quando lei mi anticipa.
«Si chiama Martino. Compirà due anni a settembre. L’ho avuto con Valerio, il mio primo marito…»
Mi chiedo chi sia il secondo marito e anche questa volta mi legge nel pensiero. «Il secondo non esiste. Oddio, arriverà, anche perché l’angioletto ha bisogno di un papà, ma per ora nulla. Diciamo che sono alla ricerca del candidato ideale…»
Il pargolo è stupendo.
Si rincorrono pensieri tossici, distruttivi. Lisa deve avere avuto un marito bello come un dio. Mi aspetto un confronto impietoso, fra muscoli, intelligenza, personalità e virtù meno apparenti. A pensarci bene sono anche un discreto morto di fame e il portafoglio sanguina ancora dopo che ho pagato l’aperitivo e invece, a quanto pare, Lisa ha un tenore di vita che non mi appartiene. Sento ancora le vibrazioni della Aston Martin che si propagano nel fondoschiena. Do fiato alla bocca senza riflettere troppo.
«Potrei essere io?»
Lo sguardo è di quelli che ti aspira tutto il sangue e lo sistema in ghiaccio in fondo al freezer. Mi sento come il pesce nell’acquario, come l’insetto catturato dal bambino senza cuore e lasciato consumare di fatica sul fondo del barattolo. «Cosa?»
«Il candidato ideale…»
Lisa rannicchia le ginocchia. Mi sfiorano le gambe nude e sento che la manovella ricomincia a girare. Ricevo il bacio e mi giro per vedere il bambino in Tv. Come la mamma, ha cambiato posizione. Ora dorme supino, con la bocca che sembra divorare il cuscino.
«Potresti, perché no! Il primo colloquio, direi, è andato bene e il secondo…»
Riesco ancora a parlare prima di essere soffocato da un bacio. Finisce dopo un’eternità mentre la mano di lei ingrana la marcia. «Colloquio? Non mi sembra che abbiamo parlato…»
Sospira. «Era la prova pratica. Dopo mangiato partiamo con le interrogazioni. Ti va bene il programma?»
Mi piace il programma e mi piace come bacia. Piace alla mia parte animalesca che comincia a scalpitare come un cavallo nel temporale.

Il cellulare di Lisa vibra sulla superficie in marmo del tavolino e tutti i contatti vanno in corto. Smetto quello che ho cominciato e smonto da cavallo. Lei, colta da un’improvvisa pudicizia, si tira il lenzuolo al mento e risponde.
È una chiamata video.
Lo schermo incornicia un volto da maschio alfa: mascella importante, barba sale e pepe trascurata con sapienza, occhi neri e severi come quelli di un comandante. Lisa si scusa con un po’ d’imbarazzo.
«È Valerio, il mio ex marito.»
Mi chiedo quanto tempo impieghi per spettinarsi così bene e perché la clavicola inquadrata al fondo del display ricordi il ferro battuto dei cancelli. La voce da doppiatore di divi è all’altezza delle aspettative.
«Ho disturbato? Hai ospiti?»
La risposta è lapidaria. «No, sbarra sì. A cosa devo la tua apparizione?»
«Domani sarà vento. Forte. Con Gigi e la Sabri si era deciso di andare a vela. Se gira giusto, anche la Micky e Beppe sono dei nostri. Te?»
Spero che Lisa mi consulti ma tutto sommato è meglio che non lo faccia. Come marinaio non valgo nulla e credo che cadrei a mare alla prima virata. A dirla tutta mi fa paura qualsiasi liquido che si agiti poco più dei gargarismi con il sale o dell’aspirina che rotola in mezzo bicchiere d’acqua. Avrei risposto di no davanti al dio greco per disintegrarmi subito dopo dietro quel sorriso da macho.
«Bravo te. E che ci faccio con Martino?»
Questa vota la voce del maschio alfa non maschera la commozione. «Il pupo come sta. Se la cava?»
«Corre come un treno, gioca, mangia e caga ma direi che è ancora presto per lasciarlo solo con qualcosa da scaldarsi al microonde e un porno da guardare sul web…»
Effettivamente il bimbo è speciale. Sbadiglia e si strofina gli occhi, ancora assonnati nel bel mezzo di quella faccia seria. Non mi stupirei se stesse pensando a una riunione d’affari. Lisa, invece, parla con lo schermo con lo stesso trasporto che avrebbe dinanzi a una persona in carne e ossa. Valerio non desiste:
«Non lo lasci solo. Chiami la baby sitter e la metti sotto a cambiare pannolini…»
Quando finalmente Lisa si gira alla ricerca del mio consenso, ho abbandonato il materasso e attraversato a piedi nudi la grande camera. Guardo fuori coprendomi le grazie con la mano e mentre un alone di condensa si forma attorno al naso schiacciato sul vetro . Non c’è modo di uscire sulla terrazza in pianelle blu che si affaccia sulle onde. Il cristallo, che occupa l’intera parete, è ammorsato nei muri e nel pavimento come una diga nel granito. Il mare si sta contaminando con qualche goccia di nero e il cielo comincia ad appesantirsi. Lisa mette in attesa l’ex marito. Con il lenzuolo addosso, sculetta fino al computer in standby sulla scrivania e chiama la baby sitter.
Risponde dopo una serie di cicalii che ricordano un piccione in amore. 

È asciutta come un ramo in inverno e invasa dall’azzurro degli occhi formato extraterrestre. I capelli appaiono scuri per effetto del bagnato ma sono biondi e incollati al volto. Non vedo l’asciugamano intorno al collo ma è certo che sia appena uscita dalla doccia. Il piercing al naso balugina nell’inquadratura della web cam come se catturasse la luce ritmica di un lampeggiante. Scopro dopo un attimo che si chiama Claudia. 
Lisa si siede sul bordo della sedia, blocca il lenzuolo sul petto con la mano e chiede alla baby sitter se abbia tempo e modo di prendersi in carico il piccolo Martino quando lei, l’ex marito Valerio e la serie di amici sportivi e pronti ai tutto si sollazzeranno fra i marosi salati nel sole che scotta. Intanto il bambino ha ingaggiato una lotta con le lenzuola e pare si arrampichi in parete nelle Dolomiti del Cadore. 

La trattativa dura poco.«Ma certo, Lisa, lo terrò con me tutto il tempo necessario» dice, e Lisa la ripaga con quel sorriso che ho imparato a conoscere.
Decido di rivestirmi.
La finestra sul terrazzo è ostile, sigillata come una bara e le mie nudità mi mettono in imbarazzo. Valerio, l’ex marito, è sempre inquadrato nello schermo del cellulare. Si trastulla la barba, fa smorfie e spinge le labbra con la lingua fino a quando la punta non fa capolino. Passo, evitando di finire nell’inquadratura e vado oltre. Ci sono cose dopo il sesso che vanno fatte subito, tipo fumare e cambiare l’acqua al pesce. Ricordo di avere lasciato le sigarette sull’Aston Martin.
La conversazione fra le due si è fatta fitta.
Si parla del tempo, del mare, del catamarano tredici metri che dondola placido nelle acque del porticciolo, delle rispettive avventure amorose. Claudia accenna a un tipo che le ricorda il dio del mare, Lisa ride ma tarda a raccontarle di me. Il piccolo Martino, a video, ha litigato con le lenzuola al punto che lo avvolgono come un sudario.
La sala bagno non delude, solo un po’, per così dire, solenne. Sopra il lavandino doppio, la specchiera è ricavata all’interno di una profonda nicchia. Nessun mobiletto o tappeto. Il box doccia con il piatto di legno è del tutto trasparente, l’ampia vasca con idromassaggio troneggia al centro del pavimento in severo marmo grigio con le striature bianco ossa. Lo stesso rivestimento è utilizzato per le pareti.
Mentre Lisa e Claudia se la ridono nella loro videoconferenza, svuoto la vescica, apro l’acqua della doccia e mi tuffo dentro un muro di vapore.

Che mi coccola, mi rigenera.
Scioglie le tensioni e purifica la pelle. Sono all’interno di un universo parallelo, mi sembra di viaggiare su un disco volante.
Il docciaschiuma blu mare profuma di salsedine. Cola sul petto, sulle gambe e forma una patina azzurrognola che solletica i piedi,
Mi concedo un secondo giro e intuisco fra l’andirivieni del vapore che Lisa sta riempiendo la vasca dell’idromassaggio.
Ha raccolto i capelli in un chignon, la frangia è divisa in modo impari: abbondante sulla sua sinistra fino a coprire l’occhio, ridotta a un ciuffo di capelli meno consistente dalla parte opposta del viso. Immersa nell’acqua che ribolle e schizza sul viso, è seria quanto basta per preoccuparmi.
«Tutto bene, Lisa? Ti sei messa d’accordo con Claudia?»
Non risponde. Sprofonda sotto le bolle. Temo di averla offesa. Ho indossato l’accappatoio da uomo che era appeso accanto al suo microfibra e forse ho ecceduto in confidenza. Riemerge dopo quasi un minuto.
È affannata.
L’acqua le cola dalle narici e il chignon si è disfatto in una serie di trecce disomogenee appiccicate alle spalle e sui seni. Senza farmelo chiedere, levo l’accappatoio e lo rimetto al suo posto. Nudo come un verme non sono autorevole ma ci provo comunque:
«Lisa, è stato bellissimo. Ora…ora torno di là, mi rivesto e poi vado. Allora, in bocca al lupo per la gita col catamarano…»
Lei sputa l’acqua che aveva inghiottito. Ha gli occhi arrossati come dopo un lungo bagno in mare.
«Ma no! Ci sono lo champagne e le tartine di caviale. Non te ne vai senza prima avere bevuto qualcosa. Ti pare?»
«Sarebbe un peccato dire di no al Louis Roederer…»
Indugia. Con un colpo di tosse espelle ancora acqua, dal naso e dalla bocca. Il sorriso è appena accennato, andrebbe interpretato fra le righe di quel volto bellissimo. «Lo beviamo qui. Vai a prenderlo…»
E torno in camera. La pelle calda per il vapore si scontra con l’aria mite dell’ambiente. Ancora il mare che lentamente affonda nel buio, il letto disfatto, le lenzuola abbandonate in terra sulla strada del bagno. Il volto di Claudia, l’amica baby sitter di Lisa, è rimasto impresso nello schermo del computer. Sono colpito dalla fissità dello sguardo, dalla pelle diafana, dal tracciato azzurro delle vene che s’intravede sotto le sacche edematose alla base degli occhi. L’aria mite della stanza vira al gelo.
Mi avvicino.
Claudia sembra morta ma mi sorprende vomitando un getto d’acqua misto a materia scura e molliccia.
Alghe.
Il secondo conato è ancora peggiore e imbratta la videocamera. Il suono profondo e gutturale si apparenta con un lamento infernale.
Sono nudo, il sesso ridotto al nulla, le gambe tremule. La paura.
Valerio, inquadrato nel cellulare ancora acceso di Lisa, è morto. Ha i capelli appiccicati al cranio, le palpebre socchiuse sopra le pupille fisse, le labbra gonfie e violacee. Mi avvicino quanto basta per comprendere che lo sfondo nero dietro alla sua testa è un sacco per i cadaveri e quasi svengo quando, con un solo gesto netto, deciso come la lama di una ghigliottina, una mano anonima tira la cerniera lampo chiudendo il sipario sulla scena.
Lo schermo sedici pollici appeso al muro pare il vetro di un acquario. Ci sono bolle grandi e piccole attaccate alla superficie, bolle che risalgono e una nuvola di sporco che galleggia informe nel centro della scena.
Acqua.
Vorrei urlare ma il grido s’incastra fra le tonsille e quello che ottengo è una tosse convulsa e sento freddo. Il buio dietro la finestra ha conquistato il mare e un cielo povero di stelle pesa come il coperchio di un tombino.
Voglio tornare da Lisa, avvertirla di quello che accade ma ho i piedi praticamente incollati al pavimento.
Quando vedo il corpo esanime del bambino che galleggia nello schermo con le braccia spalancate, cado in ginocchio come se mi avessero fucilato.
Non so come, ma torno in bagno.
La vasca dell’idromassaggio ribolle come un vulcano e la mano di Lisa ha spezzato le unghie nel tentativo di uscire. Ora è immobile, rivolta verso terra con il polso piegato sul bordo.

Il mio telefono funziona ancora.
Non sento più freddo, né dolore.
Nudo, senza la forza e il costrutto di rimettere insieme i pezzi della mia anima, mi collego al social network e la vedo lì, meravigliosa. Ora con gli occhiali da intellettuale, ora con la sabbia della spiaggia maliziosamente appiccicata ai glutei sodi. Ora vestita a festa per il battesimo del piccolo Martino. Nella foto di gruppo compaiono tutti: Lisa, Valerio, il piccolo, Claudia e tutti gli altri amici.
Capisco solo dopo che sono affogati in mare, morti, travolti un anno prima da un’onda anomala improvvisa. Per i social network, invece, e per la mia infinita ingenuità, Lisa continuava a esistere.
Con il tempo ho trovato l’animo di rivestirmi ma gli schermi non hanno finito di torturarmi. Le scene si perpetuano, le morti si ripetono.
È impossibile uscire dalla casa.
Se mi affaccio alla finestra sul mare, dove si avvicendano i giorni e le notti, se mi avvicino alle altre finestre sparse per la casa, vedo gli occhi curiosi che convergono verso la mia disperazione e i pollici enormi che scorrono sull’esterno del vetro e scrollano, scrollano.
Scrollano.
Sono morto ma non cancellato.
Continuo a esistere, sigillato dentro un social network come un pesciolino fra le pareti della sua boccia di vetro.


© Diritti riservati







domenica 1 marzo 2020

LA SESTA DESTINAZIONE. Provate a immaginare un complotto più terribile...




Il gioco è mortale. La scacchiera è il mondo intero. 

Le pedine siamo noi.


Un laboratorio segreto vende la formula perfetta a cinque acquirenti. Sono capi di stato corrotti, uomini d'affari senza scrupoli, eminenze grigie. 
É un veleno che provoca effetti diversi in funzione della dose ed è così versatile da  potersi somministrare in maniera controllata attraverso i farmaci o in modo massivo tramite l'aria, l'acqua o gli alimenti.
Chi ha acquistato la formula ha acquistato un potere immenso. Può ricattare i governi, liberarsi degli incomodi, ridisegnare il mondo a suo piacimento.
É una cospirazione a livello mondiale apparentemente indisturbata ma esiste una contro cospirazione, che ha lavorato in silenzio e che aspetta da tempo il momento perfetto per colpire.
I rari testimoni fuggono, dalla nebbia della Pianura Padana al mare caldo dei tropici, da un albergo abbandonato a uno yacth senza un porto sicuro da raggiungere. Il viaggio, con l'aria di essere una fuga senza fine, si svolge con la paura di essere eliminati.
Il destino del mondo è nelle mani di pochi, scaltri giocatori.

Bibliotheka Edizioni - 2018

https://www.amazon.it/sesta-destinazione-Roberto-Capocristi/dp/8869344274/ref=sr_1_8?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=2TH9CV202XIV3&keywords=roberto+capocristi&qid=1643297563&sprefix=roberto+capocristi%2Caps%2C200&sr=8-8


mercoledì 15 gennaio 2020

Dello scrivere e di altre sciocchezze...



Riflessione semiseria sui tempi che corrono, ma che ancora non si sono inciampati




"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso malato di smog, moriva nel tramonto di piombo assieme alle speranze di tutta quella gente. Era rassegnata all'idea che gli occhi gonfiassero di televisione, lo stomaco di birra, le gambe di fatica. Allungate sulle sedie, esauste per le inutili rincorse al tempo che non bastava mai, aspettavano una pasticca di sonnifero, una carezza che sostituisse l'amore, un letto e l'oblio del buio che avrebbe inghiottito i ricordi."


- No, no. Fermo! Intanto di che città stiamo parlando? -
- È una città simbolica, tanto per le intenzioni del mio romanzo sono un po' tutte idonee le città, intercambiabili...  
 - Ma la gente vuole identificarsi in un posto preciso, riconoscere i luoghi, magari uscire per fare visita agli angoli descritti nella storia. Così ti giochi molti potenziali lettori. 
- Dici? E che città metto?
- Che ingenuo che sei! Usa una delle tante città da cinema, le solite: Milano, Roma. Se vuoi ambientarlo all'estero giocati Parigi o New York e vedrai che il lettore resterà soddisfatto! 
- Fatto. Leggi adesso... 

"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso malato di smog, moriva nel tramonto di Milano assieme alle speranze di tutta quella gente. Era rassegnata all'idea che gli occhi gonfiassero di televisione, lo stomaco di birra, le gambe di fatica. Allungate sulle sedie, esauste per le inutili rincorse al tempo che non bastava mai, aspettavano una pasticca di sonnifero, una carezza che sostituisse l'amore, un letto e l'oblio del buio che avrebbe inghiottito i ricordi.
La luce livida del frigorifero illuminò il volto di Sauro. Messo alle corde da quella giornata assurda, aveva incassato più cazzotti di un pugile suonato. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quella donna con il viso immerso nella pozzanghera di sangue  l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva trascinato il lembo della gonna sottile sulla gamba nuda. La dispensa piangeva, le cose che avrebbe dovuto mangiare erano rimaste nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Vuoto come una chiocciola seccata al sole, accese l'ultima Camel del pacchetto e si lasciò cadere sul divano."

- Ma allora tutti i milanesi avrebbero le occhiaie e le gambe gonfie? Dici che si son presi la gotta a mangiare troppo salame? E poi Milano è molto meno inquinata di tanti altri posti! Cavalchi luoghi comuni negativi. Cosa ci azzecca il tramonto rosso smog e l'aria di piombo. Il piombo va bene per tirare su i muri dritti. E come sarebbe, non ciulano mai? Ma dai! Se c'è una cosa che fa girare il mondo, è il sesso!
- Dico che l'ambientazione del mio noir è torbida e chi se ne impippa se i milanesi vengono fuori male!
- E che alla sera non hanno meglio da fare che rimbambirsi di TV?
- Questa è la realtà filtrata dagli occhi del mio personaggio, un perdente preso a pugni dalla vita e che ha finito di crederci da un bel po'.
-No, davvero. Mettici  ottimismo! Il lettore ha bisogno di aria pulita, scene rassicuranti, semplicità. Quella cosa del pugile suonato. Ormai la boxe non la fila più nessuno: sudore, sangue e facce sfigurate. Apollo Creed è sepolto, Rocky Balboa ha la prostata! Inventati piuttosto una metafora attuale, che ne so, con il calcio.
- Vada per il calcio è...
- E' più attuale, lo sdogani cento volte meglio e poi leva quella luce livida del frigorifero. Figa, vai al Trony che te lo tirano dietro il frigo, cinese coreano, dell'est.





"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie,  moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava il domani. Stanca, decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia di una ragazza piena di voglia di vivere.
La luce livida del frigorifero illuminò il volto di Sauro. Messo a dura prova da quella giornata assurda, aveva incassato più cazzotti di un pugile suonato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quella donna con il viso immerso nella pozzanghera di sangue l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva trascinato il lembo della gonna sottile sulla sulla gamba nuda. 

La dispensa piangeva, le cose che avrebbe dovuto mangiare erano rimaste nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Vuoto come una chiocciola seccata al sole, accese l'ultima Camel del pacchetto e si lasciò cadere sul divano."

- Capito. Ma siamo fuori come una parabola! Il cadavere della donna con la gonna. Mi affoghi nei cliché, ciccio! Questa cosa puzza di misoginia. Vuoi farmi incazzare i lettori? Mica han tempo di capire le tue elucubrazioni. Leva, cribbio, leva! 
- Ma no! La gonna del cadavere ha un impatto notevole. E' una metafora della fragilità femminile e della crudeltà del mondo, che si fa beffe di un riparo così evanescente come un lembo di tessuto sottile. Ci vuole ben altro....
- Già, la donna è fragile e allora io l'ammazzo. Se fai così m'invogli qualcuno al femminicidio. Purgare, asciugare la scrittura, omologare!


"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie,  moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava il domani. Stanca, decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia di una ragazza piena di voglia di vivere.
La luce del frigorifero comprato al Trony illuminò il volto di Sauro. Messo a dura prova da quella giornata assurda, aveva incassato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quella donna di quell'uomo con il viso immerso nella pozzanghera di sangue  l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva chiesto se vi fosse un lenzuolo per coprirlo. 
La dispensa piangeva, le cose che avrebbe dovuto mangiare erano rimaste nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Vuoto come una chiocciola seccata al sole, accese l'ultima Camel del pacchetto e si lasciò cadere sul divano."

- E ma sei proprio un pirla! Che fa quello, fuma? Vorrai scherzare, vero? Hai presente come le sigarette ti riducono i polmoni? E poi le Camel, dai!. Sembra di leccare la tangenziale! Mettigli in bocca una sigaretta elettronica, da bravo, che è pure politically correct. T'é capì?
- E ma qui mi salta in aria l'atmosfera...
-Ma che atmosfera e atmosfera, giargiana!  Mettiti sotto...e poi dai, semplifica, scrivi come mangi! Vuoto come una chiocciola seccata al sole. Ma che roba è? Il pubblico là fuori ha mica tempo di fare le parafrasi come con Dante Alighieri. Si son rotti i coglioni della scuola e i libri al giorno d'oggi si leggono al cesso o sulla metro. Chi ti credi di essere, Virgilio? Stai sul pezzo, modernizzati!






"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie,  moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava il domani. Stanca, decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia di una ragazza piena di voglia di vivere.
La luce del frigorifero comprato al Trony illuminò il volto di Sauro. Messo a dura prova da quella giornata assurda, aveva incassato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quell'uomo con il viso immerso nella pozzanghera di sangue l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva chiesto se vi fosse un lenzuolo per coprirlo. 
La dispensa piangeva, le cose che avrebbe dovuto mangiare erano rimaste nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Affamato, accese la sua Camel del pacchetto sigaretta elettronica comprata al Black Friday e si lasciò cadere sul divano. Qualunque cosa che fumasse, era meglio delle bionde che avevano asfaltato i polmoni di suo padre."

- Come ti pare?
- Una merda. Roba che non vende! 
- Mi sembrava funzionasse. Vira al un po' al banale, tende al dozzinale ma dai, si intravede ancora la poesia...
_ Ma quale poesia! Meno seghe mentali e tac, indicativo presente. E' più immediato e poi levami delle palle quel congiuntivo. Il congiuntivo è out, fuori moda, estinto come i faraoni. Non mettere in imbarazzo i tuoi lettori.
- E poi?
- Già che ci siamo leva quella cosa che vai al bar e rimorchi una. Dov'è finita la libertà sessuale. Vai al bar e rimorchi chi pare, ragazze, ragazzi, ermafroditi, pastori tedeschi. Non facciamoci la figura degli antichi!
- Indicativo presente, sei sicuro? 
- Dai retta e me che la gente non ha tempo da perdere. 


"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie, moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava il domani. Stanca, decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia. di una ragazza piena di voglia di vivere 
La luce del frigorifero comprato al Trony illumina il volto di Sauro. Messo a dura prova da quella giornata assurda, aveva incassato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quell'uomo con il viso immerso nella pozzanghera di sangue l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole. Per pietà, aveva chiesto se vi fosse un lenzuolo per coprirlo. 
La dispensa piange, le cose da mangiare sono solo nelle sue intenzioni, negli scaffali del supermercato. Affamato, accende la sua sigaretta elettronica comprata al Black Friday e si lascia cadere sul divano. Qualunque cosa che fumasse  fumava, era meglio delle bionde che avevano asfaltato i polmoni di suo padre."

- E ma allora non ci arrivi! Sauro? Chi pensi che possa chiamare suo figlio Sauro. L'uomo delle caverne? Mettigli su un nome alla moda e leva quella cosa del pregare. Vuoi grane con gli islamici?
- Be', non ho precisato la fede.
- Con i buddisti, i testimoni di Geova, la Chiesa Avventista del settimo giorno? E poi dai, piantiamola con queste anticaglie della fede e della vita ultraterrena! 
- Ok, lo levo.
- E poi omologati. Scrivi  con uno stile troppo tuo. Mica vorrai essere originale? E poi non mi fare il maestrino e butta lì un errore ortografico qualche volta. La gente deve pensare che sei un pirla come loro, deve essere rassicurata, leggere una cosa semplice che arrivi dritta in pancia mentre il vicino di carrozza parla del soffritto. T'è capì ?







"La giungla di antenne e parabole, contaminata dal rosso della sera che prometteva meraviglie,  moriva nel tramonto  di Milano, mentre la gente che rientrava pianificava  pensava al giorno dopo il domani. Stanca, Decideva se sarebbe stata una birra a innaffiare la serata se calarsi una birra o un cocktail preso al volo al bar dell'angolo. Al Luana Cocktail bar, per esempio, si entrava soli e spesso si usciva in compagnia. 
La luce del frigorifero comprato al Trony illumina il volto di Sauro Mattia. Messo a dura prova da quella giornata assurda, È Stanco e ha incassato più calci di un centravanti imprendibile. Il primo era stato al mattino, quando il cadavere di quell'uomo  quell uomo con il viso immerso nella pozzanghera di sangue l'aveva paralizzato, e lui si era masticato una preghiera senza ricordarsi le parole  cera rimasto male . Per pietà, aveva chiesto se vi fosse un lenzuolo per coprirlo. 
La dispensa piange è vuota , le cose da mangiare sono solo nelle sue intenzioni  son finite negli scaffali del supermercato. Affamato, accende la sua sigaretta elettronica comprata al Black Friday e si lascia cadere si butta sul divano. Qualunque cosa che fumasse  fumava, era meglio delle bionde sigarette che avevano asfaltato sputtanato i polmoni di suo padre."

- E allora vedi che hai talento? Bravo, cominci a girare come un motorino. E adesso sotto che dobbiamo vendere e-book a carrettate!
- E certo. Mi metto d'impegno, iscrivo il libro a qualche concorso e mi cerco un editore. E poi la promozione, la correzione di bozze, le presentazioni e qualche intervista. Manderò delle copie omaggio ai giornalisti che mi stimano.

Ma va là, l'editore. Vorrai mica che qualcuno ti faccia le pulci su quello che hai scritto! Spontaneità, aria fresca, immediatezza!
- Ma allora niente editore?
 Ma che editore! Editore di te stesso, imprenditore a piede libero, idee in movimento. Ci penso io che conosco una startup che ti mette su le recensioni. Cinquanta euro cento recensioni, cento euro duecentocinquanta recensioni. Hanno un programmino che te le formatta tutte diverse e te vai dritto nelle newsletters. Ricordi quello che per fare ridere si inventava i proclami del berlusca?
- Recensioni false?
- Ma certo! Vorrai mica farti la figura del pirla? La stessa ditta ti compra gli ebook al prezzo di costo per farlo decollare in classifica. Vogliono solo un piccolo supplemento oltre al rimborso.
- Ma l'etica, le gratificazioni...
Poi ci inventiamo un aperitivo ai giardini e facciamo scaricare i file agli invitati in cambio di uno spritz.
- Ma così...ma così non lo leggeranno mai!
- E che ci si puliscano il c.... !
- Ma allora?
- Ma allora è' tutta una truffa e dai, via quella faccia che ci facciamo il grano!

giovedì 26 dicembre 2019

Solo le donne degli altri









Romanzo classificato primo nella categoria miglior trama e terzo miglior romanzo assoluto al Giallo Festival di Bologna ed. 2019








Pietro è un giovane medico, svogliato e privo di ambizioni. 
Lavora con scarsa dedizione, scansando ogni responsabilità e si gode la vita, intrecciando solo freddi rapporti con donne già sposate. L'ultima, la bellissima Amanda, una ragazza che abita in una cascina isolata assieme al marito Glauco, rompe i suoi schemi e lo fa innamorare. Dopo qualche mese di relazione clandestina, decidono insieme di cominciare una convivenza e Pietro, finalmente, si incarica di parlare con Glauco, che invece si libera dell'orgoglio togliendosi la vita di fronte a lui. Solo qualche secondo dopo, sul luogo del suicidio, il telefono del morto si mette a suonare. Sul display compare il nome di Amanda. In realtà si tratta di qualcuno che l'ha rapita e che sta usando il suo cellulare. Pietro, ignaro, risponde. L'interlocutore detta disposizioni senza appello: se Glauco non sarà capace di completare un certo lavoro che non viene specificato, Amanda sarà prima torturata e poi uccisa al sorgere del sole. Pietro, vedendosi costretto, decide di impersonare Glauco e va incontro alla notte più lunga di sempre.

https://www.amazon.it/donne-degli-altri-Gialli-Damster-ebook/dp/B086881D9X/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=2TH9CV202XIV3&keywords=roberto+capocristi&qid=1643297563&sprefix=roberto+capocristi%2Caps%2C200&sr=8-1

A sud - Il settimo romanzo





Vincitore della quinta edizione Premio Bukowski


Jacopo è un giovane disoccupato che sbarca il lunario vendendo la mobilia di casa e grazie a qualche soldo che gli passano gli anziani genitori. In un pomeriggio di noia, con l'estate incipiente che comincia a scaldare la città, si rifugia in una mostra di fotografie e lì conosce Anna. E' un colpo di fulmine e i due passano la notte insieme a casa di lei. Anna divide l'appartamento con Nastassja, una bellissima ragazza russa di poche parole, con un talento smisurato per la fotografia e la passione per il sud. Qualche giorno dopo, Jacopo scopre che Anna è a capo di una banda di rapinatori e accetta di partecipare al colpo alle poste con l'incarico di fare il palo. Nel frattempo la ragazza russa parte per il sud, senza telefono al seguito e senza dire dove. La rapina naufraga tragicamente ma Jacopo riesce a defilarsi e a passare inosservato. Purtroppo per lui, Nastassja gli aveva scattato numerose fotografie in compagnia di Anna e si è portata via la vecchia macchina fotografica analogica con l'intenzione di fare una mostra. Jacopo deve rintracciare Nastassja e recuperare il rullino con le foto compromettenti, che dimostrerebbero senza ombra di dubbio la sua complicità con i rapinatori. Nastassja, che non ha detto a nessuno dove avesse intenzione di andare e che ha un concetto di sud che racchiude un'area compresa dalla Lunigiana all'Africa subsahariana, è partita senza nemmeno salutare il suo fidanzato. Spinto dalla disperazione e dalla paura e con poche, sommarie indicazioni, Jacopo comincia un viaggio alla ricerca di Nastassja, con un'auto sgangherata presa a prestito da un amico e con le idee confuse. In compagnia di vecchia musica, con pochi soldi in tasca e con la paura di non fare in tempo a salvarsi, viaggia attraverso la provincia italiana, conosce la notte, la bellezza incantata del paese e l'amore. A sud, più a sud di quello che avrebbe voluto, forse c'è la soluzione del suo problema...

giovedì 1 agosto 2019

Polvere e silenzio. Una storia di guerra.






Polvere.
Prima era materia, duro lavoro, ferro annegato, fatica. Era il piacere di riunirsi attorno al tavolo apparecchiato dopo essersi lavati via il sudore. Erano il papà, gli amici, i vicini di casa e la mamma, che si dava da fare in cucina convinta che non ce ne fosse mai abbastanza per tutti.
Frastuono.
Credevo di avere imparato. Credevo che le mie orecchie fossero addestrate a riconoscere l’essenza stessa del frastuono. Da nord, da sud, dal mare. Qualche volta arrivano dal mare e se il vento ha voglia di scherzare, ti accorgi di loro quando ormai ti sono addosso.
Tremore.
È quello che ti sottrae alla terra, e se la terra è un pavimento, sotto i piedi potrebbe cominciare l’inferno, il tuo.
Sole.
Quello ancora non hanno imparato a levarcelo. È vero, latita per qualche ora ma quando il nemico se ne va, torna a brillare.
Ma chi è il nemico?
Qualche volta le ombre attraversano la città così in fretta che se guardi il cielo rischi di rimanere accecato, e di non vedere più nulla.
Il fischio non è sempre lo stesso, cambia, si aggiorna.
Una bomba a caduta libera arriva con un rumore che ricorda un battito d’ali, e poi dipende da quanto è grossa. Quelle piccole, se possibile, sono ancora peggiori. Sfondano i tetti, si infilano nei vicoli, rotolano e magari non esplodono nemmeno. Aspettano che arrivi qualcuno a liberare le macerie, a farsi strada fra l’acciaio contorto, a sfidare le fiamme e l’acqua che ti aggrediscono contemporaneamente, e sembra si prendano gioco di te. Ci sono cocci, pezzi di mattone, frammenti d’uomo resi irriconoscibili. Se si è fortunati, si può prendere una pala e scavare.
Nella polvere.
Se non si è fortunati c’è un meccanismo che scatta quando meno te lo aspetti. Cessano le grida, i pianti, gli ordini e la frenesia che si era creata accanto a quel cumulo di macerie, all’improvviso.
Come formiche.
Arrivano altri aiuti, accorrono come formiche agli ordini della regina e riprendono a scavare.
Non hanno tempo di chiedersi chi sia stato. Per quello ci sono i giornali dell’occidente, le loro televisioni. Cambiano versione secondo la convenienza, snocciolano numeri di morti come se parlassero della classifica del campionato di calcio, ascoltano testimoni, quelli con il trucco appena rifatto da una troupe televisiva.
Per renderli credibili li riempiono di polvere.

Il mio bambino è cresciuto così: ha imparato a riconoscere gli elicotteri.
Capisce il modello dal rumore delle pale, intuisce dove cadranno i colpi a seconda della quota di volo. Per gli aerei è più difficile. Sono complici del vento, loro, volano basso e qualche volta scompaiono dopo un boato.
Con i missili è impossibile.
Arrivano assieme a un sibilo e, se lo senti, devi conoscere una preghiera abbastanza breve e devi essere bravo a recitarla piuttosto in fretta. I missili se ne infischiano delle preghiere, dei matrimoni e dei funerali. A loro piace arrivare quando la gente si riunisce a pregare, specialmente.

Questa mattina ho saputo che distribuiscono delle medicine.
Bisogna attraversare due quartieri e soprattutto, per orientarsi, occorre ricordarseli com’erano prima. Il mio bambino è più bravo di me. Lui non si lascia condizionare dalla città com’era prima perché quella l’ha vista solo nelle fotografie. Qualche volta rimane stranito dal panorama di tetti bianchi, cupole e torri a perdita d’occhio, e dall’antica fortezza sulla collina che è rimasta al suo posto. Pare abbia sostituito il solito zerbino ai suoi piedi con un altro consumato. Lui si fa guidare dallo scheletro del semaforo all’angolo, dal tubo nudo della fognatura che fuma come un grosso sigaro, dall’officina del ciclista con le biciclette buttate l’una sull’altra come nel mucchio di rottami davanti alla fonderia. Non hanno più le gomme e i catarifrangenti dei pedali hanno smesso di brillare da un pezzo. Il mio bambino si orienta con il gruppo di alberi dati in pasto alle fiamme dove io, ragazzina, avevo dato il mio primo bacio. Sapeva di cedro su un letto odoroso di oleandro in fiore rosso. Il bacio è come il vino: eredita il carattere della terra che lo circonda e, se buono, non lo dimentichi mai più.
Il mio bambino ha imparato a camminare veloce e a fare tesoro del mezzo centimetro di suola che ogni giorno si assottiglia.
Il mio bambino è nato con la guerra e parla.
Parla in continuazione e non si preoccupa di farsi notare. Lo tengo per mano mentre zigzaghiamo fra le case ridotte a frane, e mi dice che gli aeroplani e gli elicotteri non sentono, e che i soldati sono così stanchi che non hanno più voglia di sollevare il fucile. Indica una parete di vetri rotti che sembra una dentiera presa a pugni e mi annuncia che siamo quasi arrivati, che dopo il palazzo, quello con i pavimenti adagiati addosso come le orecchie di un cane, ci sono le medicine.
E poi, senza preavviso, arriva il fischio cattivo, quello che devi recitare le preghiere.
Lo devi fare in fretta e sperare nel perdono se manchi di pronunciare qualche parola.
Sento la sua mano tirare. Sento un primo strattone che mi arriva fino nel gomito assieme a una scossa e poi un secondo ancora più forte. Io sono paralizzata dalla paura e le mie dita finiscono con lo stringersi su loro stesse. Lo vedo scivolare via e correre come il vento. Inciampa, si rialza e finisce col rintanarsi nel buio di un garage, con la serranda avvolgibile accartocciata accanto alla porta.
C’è il frastuono, c’è il tremore, c’è la polvere e c’è il silenzio.
È un silenzio puro, che arriva subito dopo la pioggia di sassi e mattoni e oggetti e fiammelle che si depositano in terra continuando a bruciare. Quella cosa laggiù che rimbalza deve essere l’oblò di una lavatrice e un tetto si attorciglia come un verme finito nel fuoco. Da una finestra si ravvisa un rigurgito di panni sporchi. Non provo nemmeno a sottrarmi al muro di polvere densa che mi arriva addosso come un treno.
È un pugno.
Faccio in tempo a coprirmi il viso con il foulard e a percepire il mio sangue. Esce dal naso e dalle orecchie e s’ impiastriccia formando una fanghiglia sul viso.
Non sento piangere, non sento chiamare la mamma.
Forse le mie orecchie non saranno mai più capaci di ascoltare un suono.
Mentre il mio fiato si riempie di pulviscolo, mi accorgo di essere in ginocchio su uno strato di ciottoli. Forse il mio corpo non sarà mai più capace di avvertire dolore.
C’è silenzio.
Quella cosa delle sirene che risuonano un secondo dopo la tragedia è una stupidaggine. Succede solo nei film, dove le bombe al massimo ti spettinano. Quella cosa delle grida lancinanti che rimbalzano fra le macerie, è una stupidaggine. Le esplosioni mettono tutti a tacere, si disfano della gente e la spogliano. Spesso in giro ci sono vestiti e borse e valigie e scarpe, che qualche volta hanno ancora i piedi nel loro interno. Per gridare serve aria e qui, adesso, l’aria è stata presa in prestito dalla guerra. Mi accorgo del cuore vivo nel petto ma è muto, come un film nel televisore rotto. Mi accorgo del sangue che scorre ancora nelle vene ma è avvelenato, come un fiume alla fine del suo corso. Mi accorgo che il mio bambino è rimasto ostaggio delle rovine di quel palazzo.
Ascolto.
Non un pianto, non un lamento: solo silenzio.
Aprire gli occhi, anche per un secondo, è come lasciarsi buttare la sabbia in faccia da un omino del sonno cattivo.
Mi alzo.
Avevo letto della nebbia, del suo fascino misterioso e del freddo che si porta appresso. Avevo letto del silenzio nella bruma del mattino, di quella ricerca della solitudine con la quale gli uomini in pace cercano di combattere i loro fantasmi. Avevo letto di alcuni che conquistano la cima di un monte per guadagnare il silenzio e di altri, che si immergono in vasche per la privazione sensoriale.
Dilettanti.
Avevo letto che il silenzio avvicina a Dio.
Quando la città si prende un ceffone non piange: si ritrae, china la testa e cerca rifugio nel silenzio.
Quel mattino, da qualche parte, un colonnello con una tazza di caffè caldo al suo fianco deve avere puntato il dito su una mappa e impartito l’ordine di sparare, in silenzio. Non ha nemmeno parlato: ha solo picchiettato con il polpastrello su quell’incrocio di strade e ha fatto capire con uno sguardo che sarebbe rimasto davanti al monitor per vedere l’effetto che fa.
Muovo qualche passo, vaneggio nel bianco denso che mi circonda e sento il mio pianto rimanere incastrato in gola. Sono una statua di gesso che cammina.
Vorrei sentire chiamare, urlare o piangere. Vorrei sentire la voce di un bambino che implora di aiutarlo.
Quel missile ha posato una pietra tombale sulla mia vita. Spingo, graffio con le unghie, tento di spostarla, ma una cecità che si accompagna al silenzio mi porta alla lenta, inesorabile rassegnazione.
Ma sono in piedi.
La polvere si posa lentamente e stende l’ennesimo sudario bianco sui miseri resti di questa città. Posso intuire il palazzo con i piani adagiati come le orecchie di un cane e quell’altro, che prima aveva solo le finestre rotte e adesso si genuflette alla guerra arrendendosi senza condizioni. L’avvolgibile, che era davanti al garage dove si è rifugiato il mio bambino, è volato dalla parte opposta della strada. È appoggiato sulla porta della bottega del liutaio e un tubo spezzato lo sta ubriacando di acqua rugginosa.
Il silenzio è rotto.
Concentrandosi è possibile percepire il rumore del ferro sotto il getto. Nulla a che vedere con il suono dei violini che il caro vecchio liutaio sapeva costruire tanto bene, ma pur sempre musica.
Il palazzo dove si è rifugiato il mio bambino è ancora intatto. A guardarlo con attenzione ha forse perso un paio di balconi e un terzo è rimasto aggrappato alla parete come un alpinista nei pasticci.
L’occhio nero del garage è lì che mi aspetta. Sa di marcio e la corrente d’aria umida porta fuori odore di morte. Mi avvicino con le pietre sotto le scarpe che tentano di fasi strada attraverso le suole. Quando finalmente riesco a guardare dentro, vedo il soffitto pieno di buchi e di cavi elettrici ovunque, che penzolano come liane.
Gocciola.
Dalla parte opposta si intuisce una crepa che attraversa il muro in diagonale. Lascia filtrare una lama di luce che disegna sul pavimento qualcosa che ricorda gli scarabocchi dei bambini.
Quando erano vivi.
Quando andavano a scuola.
Quando correvano per la strada dietro al pallone.
Quello che sento si apparenta con le voci delle amiche, in quelle notti d’estate che cominciavano tardi e che non faceva mai freddo. Ti chiamavano nel frastuono della musica alle feste e le voci arrivavano filtrate da un’ovatta spessa e consistente. Erano i tempi delle farfalle nella pancia, dei baci rubati, delle notti passate a guardare le stelle e dei cieli dove volavano gli aeroplani senza bombe e noi, ragazzine, ci divertivamo a indovinare dove sarebbero andati. Erano i tempi in cui si guardava il mare, senza pensare che il colore grigio di una nave fosse sinonimo di morte.
Erano i tempi dove la polvere si levava dai mobili, il frastuono metteva allegria, il tremore era quello che ti prendeva nelle gambe quando il ragazzo più bello della scuola ti sorrideva. Erano i tempi quando il silenzio si faceva per rispetto, nei confronti dei morti o verso le persone stanche.
Quello che sento arriva dal buio, freddo e denso nel fondo della sala.
Sono passi, che corrono in una pozzanghera e abili schivano le ferite del pavimento. Sono echi, sono respiri, sono strutture stanche di esistere che scricchiolano sotto il peso di un bambino spaventato.
La parola “mamma”, vi giuro, è fra tutte quella più bella da ascoltare.