sabato 6 febbraio 2021

Due ore di ritardo - Cronaca di un viaggio da paura...

 





Dieci centimetri.
Era la misura della quale i suoi piedi sporgevano sul vuoto, oltre al limite fisico della banchina ferroviaria. Non tutti ci sarebbero riusciti, non con un numero di scarpe inferiore al quarantasei e senza quella noia dell’attesa, che ormai aveva avuto la precedenza sulla buona creanza.
Il ritardo era stato annunciato un paio d’ore prima, quando ancora la stazione era animata da un gruppetto di pendolari. All’inizio erano tutti speranzosi di rientrare a casa propria nei cinquantasette minuti netti che l’orario declamava in bella vista, appeso dietro a un cimitero di mosche sui muri lerci della sala d’aspetto. Inizialmente l’altoparlante aveva gracchiato qualcosa che somigliava a venti minuti. L’aveva fatto mentendo, e confidando nella consapevolezza che la voce della menzogna arrivava dalla stazione terminale, più o meno trenta chilometri prima di quella stamberga sputata nella strettoia fra due montagne.
Dopo la prima ora e mezza di ritardo i pendolari se ne erano andati tutti, chi recuperato da un parente messo in allerta da una telefonata, chi spinto a riempire l’utilitaria di qualche benefattore. Gli ultimi tre rimasti in stazione, un signore sui settanta con una tosse sospetta, una ragazzina di ritorno da una ripetizione di matematica e un contabile con al seguito una valigia piena di cattive notizie, avevano concordato di chiamare un taxi. Era arrivato dopo circa un quarto d’ora, e lui non aveva mai fatto parte delle trattative.
Ora era rimasto a fare compagnia ai pali della luce con il suo campionario da rappresentante di vernici. Al quarto passaggio del capostazione, non chiese più notizie.
L’aveva fatto e rifatto, ed ogni volta si era sentito rispondere che il treno era stato fermato a monte da un incidente. La prima versione parlava di un pensionato, investito mentre tentava di attraversare il passaggio livello chiuso con una bicicletta sgangherata al seguito. La seconda rettificava la cosa, attribuendo la responsabilità ad una mucca sfuggita al pastore e rimasta impigliata nelle traversine e la terza, e probabilmente definitiva, diceva di un cinghiale, che era finito sotto le ruote danneggiando in qualche modo un ceppo dei freni.
La quinta volta il capostazione si fermò una decina di metri prima, proprio sotto al cartello della fermata e al cospetto dell’altra viaggiatrice, una signora arrivata all’ultimo momento, minuta e vestita di un completino color lilla che sembrava impacchettarla come una caramella. Quando su quel volto vide un timido sorriso, accompagnato come da un respiro di sollievo, capì che forse la sua attesa era finita. Notò il ferroviere che indicava qualcosa in direzione dell’imboccatura della galleria e vide, nel buio più buio del tunnel, che due fari accesi erano fermi, e che presto avrebbero annusato l’aria aperta di quel pomeriggio che ormai aveva virato nella notte più nera.
«Eccolo.» Gli disse, sbuffando vapore dalla bocca e venendogli incontro con un rumore di suole sul selciato. Aveva una busta di pelle sotto al braccio e l’aria di volersene andare a casa quanto prima, per sedersi davanti ad una pastasciutta e strafogarsi fino a svenire. 


«Cinque minuti e dovrebbe sbucare.»
«Ah, ecco! Cinque minuti. Voi e le vostre ferrovie del dopoguerra, costruite con i soldi pubblici sui terreni dei privati e adesso date in pasto agli speculatori. Voi con i vostri treni ad alta velocità, le vostre stazioni di vetro e la vostra pubblicità del cazzo! Treni rossi, treni verdi, treni gialli! Cercate piuttosto di portare a casa i pendolari ad un’ora decente!» Avrebbe voluto dire, ma tacque.


Pensò a sua madre, che lo attendeva a casa con la cena messa scaldare a bagnomaria. Pensò a quel cliente del pomeriggio, che era sembrato interessato alla sua vernice super traspirante, indelebile e purificante, una cosa che lui aveva presentato al negozio dopo avere sistemato tutto il campionario sulla scrivania ingombra. Pensò che in fondo era bene tacere e tacque.
Fece segno di sì con la testa e si scolpì in faccia il più tremulo dei sorrisi.
Il treno, un convoglio degli anni ’70, simmetrico con un locomotore in testa ed uno in coda, sbucò incerto dal tunnel, come se a guidarlo ci fosse stato un bambino capriccioso. Lentamente, e fischiando come una caffettiera, arrivò alla banchina e si fermò con uno scossone.
Dopo una breve attesa le porte pneumatiche si aprirono con uno sbuffo e il capostazione, soddisfatto, invitò i due passeggeri superstiti a salire, come se dopo oltre due ore di ritardo ci fosse stato bisogno di un incoraggiamento.
La signora vestita come una caramella salì, facendo attenzione a non sacrificare i tacchi sugli scalini stretti e lui la seguì, girandosi istintivamente indietro a salutare quella stazione da far west, illuminata malamente da dei lampioni asfittici sotto un cielo di cavi e tralicci arrugginiti e abortita da un paesino addormentato, che faceva fatica ad attraversare la nebbia con le sue poche luci.
Il vagone di testa era freddo, puzzava di quell’onnipresente odore di freni e di una nota di piedi sporchi.
Si guardò intorno.
Oltre a un adolescente con la zazzera invidiabile, c’erano una signora di quarant’anni, annoiata sulla pagina centrale di una rivista di cucito e un anziano, con una giacca a scacchi grandi e degli occhiali di tartaruga dalle lunette enormi. La viaggiatrice vestita come un caramella scelse di sedersi accanto a quest’ultimo, che scostò l’impermeabile messo a cavallo dell’appoggiabraccio e l’accolse con un sorriso sdentato.
Passò nel vagone centrale e vide una famiglia intera che cercava di leggere la scritta incerta della stazione attraverso le due dita di grasso che si erano accumulate sul vetro. La figlia, sedici anni e l’impressione di avere una fissa per i piercing al naso, si mostrava un po’ indispettita dal fatto che i suoi genitori fossero tanto interessati alla geografia, nonostante la pancia vuota ed i cellulari che alternavano una tacca incerta con l’assenza di segnale.
Nell’ultimo sedile, quello prima della toilette, un uomo sui cinquanta non badava al suo ombelico esposto all’aria e russava rumorosamente, con la bocca a aperta e i capelli unti a lasciare sul finestrino un’altra prova di vita vissuta.
Passò oltre, fino all’ultimo vagone.
La ragazza seduta al centro del vagone, trent’anni o forse più ed un caschetto di capelli neri e lucidi ad incorniciare un volto abbronzato come se fosse agosto, spiccava in mezzo ai passeggeri addormentati. Aveva una giacca nera portata con disinvoltura su una camicetta chiara sapientemente sbottonata sul collo. Accanto a lei, sul sedile vuoto, il soprabito e una borsetta di finta pelle blu, che faceva bella mostra di sé assieme al logo cromato dello stilista. I pantaloni a tubino lasciavano immaginare due gambe bene allenate, che finivano con un paio di scarpe di vernice appena lucidate.
Sembrava fosse l’unico essere umano sopravvissuto ad una furia assassina.
La coppia di coniugi, quella che occupava uno dei primi sedili, dormiva della grossa. Lui con la bocca aperta a mostrare il lavoro di un pessimo dentista, lei con la testa appoggiata alla sua spalla e le mani strette intorno alla borsetta tenuta in grembo. Lo scossone che diede il treno allo scambio li fece sobbalzare. In risposta la bocca dell’uomo si chiuse con un rumore di nacchere.
Passò oltre ad un giovane seduto più avanti. Aveva fra le mani un libro, quasi finito e chiuso sul suo dito medio. Dormiva anche lui, con un cappello Borsalino in feltro calato sugli occhi come una serranda.
Facendo attenzione a non svegliare nessuno si sedette nel posto accanto alla donna, ma nella fila di sedili dalla parte opposta. Di fianco aveva un uomo con una pancia enorme, trattenuta a fatica da una salopette di jeans e appoggiata sulle gambe grasse, alla pari di un grosso cocomero. Era addormentato a sua volta accanto ad un sacchetto della spesa, e aveva la mano destra a fargli da cuscino contro la tendina abbassata.
Anticipò il saluto con un sorriso. «Ciao.»
«Ciao.» Rispose lei, e per inquadrarlo meglio mise su un paio di occhiali in bachelite nera. Indagò sul suo viso, e lui si sentì sotto esame ancora una volta. Istintivamente passò una mano nel ciuffo di capelli biondi, che sembrò essere meno consistente del solito.
«Siamo un pelo in ritardo, non ti pare?»
Lui non rispose. Facendo attenzione a non urtare il signore con la salopette porse la mano per un saluto.
«Federico, piacere…»
«Il grande?»
Rimase perplesso. Si ricordava di un certo re di Prussia, ma volle evitare di infilarsi in un ginepraio storico. La ragazza arricciò il naso e lasciò che gli occhi scuri dietro alle lenti si riempissero di un po’ di vanità femminile. «Io sono Sara, piacere.»
Federico, con noncuranza, lasciò passare la mano sui pantaloni per asciugare il sudore. Apprezzò la stretta forte e decisa e gli sembrò di rinascere. Tuttavia, le due braccia tese ad attraversare il corridoio rendevano l’approccio innaturale. Lei se ne accorse e lo invitò a spostarsi.
«Che fai? Vieni a sederti qui davanti. Vorrai mica disturbare il signore.»
«Ah no, no! Certo…» Si sentì goffo più del solito, ma l’invito di una bella donna non era di tutti i giorni. Si dimenticò per un momento di sua madre a casa, preoccupata per il ritardo e attenta ad impedire che la cena si seccasse come una mummia.
«Quindi è stato un cinghiale?»
«Cosa?» Mentre si raccoglieva i capelli corvini con un elastico che aveva recuperato nella tasca del soprabito.
«Cioè, il treno. Dicono che abbia investito un cinghiale e rotto i freni…»
«Ah, quella cosa lì. No, non credo!»
Rimase perplesso. «Quindi non è così?»
Il treno imboccò una galleria con un botto improvviso che gli fece tappare le orecchie. Sulle pareti del tunnel una linea bianca formava un’onda con il movimento. Si intravedevano anche le canaline degli impianti, fissate al muro con dei grossi rivetti. Ad un certo punto lei alzò la voce e rispose.
«Una donna…»
«In che senso?»
Il treno uscì dalla galleria facendo sbattere i vetri per il cambio di pressione. «Nel senso che ha messo la testa sui binari e zac.» Fece il segno della decapitazione con la mano e lui si ritrasse istintivamente un po’.
«Oh, mi dispiace moltissimo!»
Sbarrò gli occhi. «Che dici! L’ha voluto lei, no?»
«Sì, no, cioè. E’ sempre un peccato quando un essere umano non ce la fa…»
«Ma dai. Non è vero. Ti ho raccontato una balla!» Rise di gusto e recuperò un libro sotto il soprabito. Dalle pagine di mezzo sbucava una fotografia che manteneva il segno. «E’ stato un lupo.»
Si sporse in avanti verso di lei «Il treno ha investito un lupo?»
«Pare proprio.»
«Oh, è davvero un peccato!»
«Sì, non ti dico. La cosa fa arrabbiare anche me! Sono così rari i lupi dalle nostre parti. Non fanno nulla di male e la gente gli addebita tutte le malefatte di questo mondo, ma proprio tutte.» Lo sguardo si fece severo, anche dietro le lenti degli occhiali che baluginavano sotto il neon incerto del vagone. Federico, sempre pronto a modificare il suo atteggiamento per assecondare l’interlocutore, cambiò discorso. Riconobbe l’immagine di un gatto sul segnalibro e si giocò la carta.
«E’ tuo?»
Sorrise. «Chi, lui?»
Si sentì rimesso in gioco. «E’ un gatto enorme. Quanto peserà, nove chili?» Valutò, vedendo in fotografia il felino rosso tenuto in braccio dalla ragazza che aveva di fronte. In quel momento e all’improvviso incrociarono un treno, che passò fischiando come un proiettile luminoso.
«No!»
«Co...cosa no?»
«Non pesa nove chili. Otto scarsi. Hai scambiato il mio Trump per un ciccione? E’ grande, certo, ma l’ha fatto così la mamma! » Poi abbasso la voce, «Quello è ciccione…» Facendo l’occhiolino indicò con la testa l’uomo con la salopette, ancora addormentato nonostante il baccano.
«E scommetto che hai anche in cane…»
«Hai scommesso bene!»
«E, come si chiama?»
Lei lo indicò con un dito e assunse l’atteggiamento della maestra severa. «Vuoi sapere tutto della mia vita. Magari teniamo uno spunto di conversazione per dopo, che ne dici?»
Un po’ deluso, annuì.
«Biglietti, prego.»
Il controllore arrivò. Sembrava sbucato dal nulla.
Borsa di pelle nera a tracolla, divisa impeccabile e cappello in testa. Federico notò le bordature oro intorno al copricapo e il terzetto di bottoni sulla manica sinistra. Quando prese il biglietto, l’occhio cadde sull’altro braccio, dove uno dei tre bottoni sembrava allentato. Rivide la sua convinzione sulla divisa impeccabile e attese che la pinza obliteratrice facesse il suo lavoro.
«Signorina…»
Sara frugò invano all’interno delle tasche dei pantaloni e quindi dentro quelle della giacca.
Dopo la prima vana ispezione spalancò gli occhi scuri, alla ricerca della pazienza del controllore. Il volto dell’uomo, duro e incorniciato da una barba che sembrava scolpita a laser, non mutò nell’espressione. Una statua, praticamente.
«Mi scusi, devo averlo lasciato nella borsa…»
Frugò. Ne uscirono un portafoglio con velcro, un lucidalabbra, delle salviette umidificate, l’astuccio in plastica degli occhiali ed una lunga custodia morbida non meglio definita. Federico, vedendola in difficoltà e sempre più imbarazzata, la incoraggiò a guardare nelle tasche della borsetta. Lo fece, ma dietro le cerniere solo alcuni scontrini fiscali ed una serie di biglietti da visita di uno studio medico.
Il controllore rimase uguale a prima: una maschera di marmo.
Gli occhi scuri di Sara, fino ad un attimo fa così sicuri di loro, mutarono in un istante nello sguardo di un cerbiatto, inquadrato nel mirino di un cacciatore e con un precipizio alle spalle.
«Forse l’ho perso. Cioè, devo averlo messo da qualche parte e magari è sbucato fuori.» Cercò di giustificarsi gesticolando.
Il controllore non si lasciò intenerire. Sfilò dalla tasca il blocchetto delle multe e la invitò a seguirlo.
«Venga con me, signorina…»
«Aspetti, potrebbe essere…» Guardò nella tasca interna della giacca e cercò con un’occhiata veloce la complicità di Federico. «No, mi dispiace, non ce l’ho proprio…»
«Bene allora! Non perdiamo più tempo in convenevoli.» Inclinando il capo come un maestro di cerimonie indicò la strada verso il vagone di testa. «Prego. Facciamo il verbale e siamo a posto. Signorina…»
Due ore di ritardo. Federico aveva atteso nell’umidità dannosa di quella stazione dimenticata e i passeggeri l’avevano presa civilmente, tutti. Stavano dormendo e nemmeno uno si era sognato di fare polemica col controllore, lui con quella sua aria da giustiziere della notte. Si sporse e lesse il nome sulla targhetta applicata alla giacca.
«Mi scusi signor Diego. Non le pare di essere un po’ troppo formale?» La voce gli uscì soffocata, come quando a scuola tentava di rispondere a una domanda su quelle materie che non aveva studiato bene. Come per reggersi mise la mano sul suo campionario da rappresentante e rincarò la dose. «La signorina Sara, qui presente, ha sopportato un ritardo lunghissimo per quella storia del lupo. Mi sembra che le ferrovie le debbano delle scuse, semmai, e non una multa…»
Diego, il controllore, alterò le sue labbra in un sorriso, appena camuffato dai baffi neri. «Il lupo. Ma quale lupo?»
Perplesso indicò la ragazza di fronte a lui. «Il lupo che è finito sotto il treno!»
«Chi ha detto questa cosa?»
«Lo sanno tutti, insomma!» Fece con le mani un giro di radar del vagone. Fuori, intanto, degli alti pioppi si avvicendavano nel finestrino, come sagome di fantasmi.
«E’ stato un cavallo. Un cavallo scappato dal maneggio. E adesso la prego, mi lasci fare il mio lavoro. Signorina, mi segua…»
Sara, rassegnata, prese la borsa e si mise in cammino, preceduta dal controllore. Sembrava che la stesse scortando dinanzi a un plotone di esecuzione. Federico, abituato a perdere da una vita, vita che da sempre era stata più grande di lui, si alzò in piedi senza convinzione. Odiava i prepotenti e avrebbe voluto fare qualcosa. Ma anche quella volta, come tutte le altre mille, il prepotente aveva vinto.
La porta scorrevole si chiuse alle spalle dei due e lui si trovò nuovamente solo.
Guardò fuori.
Quello che vedeva poteva essere un fiume, un’autostrada deserta o la steppa siberiana in inverno. Non importava. Sapeva che era lontano da casa e che su quel treno ci sarebbe rimasto ancora per un’eternità.
Mise i piedi sul sedile di fronte, infischiandosene delle buone maniere.
La cattiveria di quell’uomo era stata pari solo alla sua faccia da schiaffi. Come aveva potuto permettersi di umiliare Sara in quel modo? Era stata almeno tre ore su quel vagone, e lo aveva fatto senza disturbare anima viva.
Sentiva il suo cuore battere più forte, e anche il ritmo dettato dalle ruote sui binari pareva esasperato. Per un momento fu tentato di svegliare l’uomo con la salopette o anche gli altri passeggeri del vagone. Avrebbe voluto arringarli e aizzare la loro rabbia contro il controllore. Un ammutinamento praticamente
Attraversando un gruppo di case, appena illuminato da un fila di lampioni gialli, vide un quartetto di giovani amici in strada. Avevano fatto delle porte da calcio con le giacche e si divertivano a sfidarsi, due contro due. Al passaggio del treno si fermarono. Tutti indicarono stupiti i vagoni illuminati come se fossero una meraviglia mai vista, o un orrore raccapricciante.
Federico non lo capì. Non con il tempo di un respiro a disposizione e non attraverso quel vetro, talmente sporco che avrebbe alterato la realtà anche sotto il sole luminoso di una giornata estiva.
Si consolò. Pensò a Sara che presto sarebbe tornata a recuperare il suo soprabito ed il libro e a sua madre, che avrebbe trovato il modo di resuscitare la sua cena fredda. Avrebbe avuto il tempo di chiacchierare ancora un po’ e magari di chiederle il numero di telefono.
L’avrebbe fatto. Per evitare di dimenticarselo tirò fuori il cellulare e lo mise sul sedile.
Quando Sara apparì dietro ai lunotti della porta automatica, finse di non averla vista. La senti avvicinarsi a passi regolari nel corridoio centrale del vagone. Arrivò e si lasciò cadere sul sedile. Tremava.
«Che stronzo quel ragazzo!» Disse lui facendosi coraggio.
Lei, testa china a frugare sulla borsa e i tendini nervosi tesi sul dorso della mano, non gli rispose nemmeno. Lui non si perse d’animo.
«Quanto ti ha fatto?»
Sollevò la testa, scostò il ciuffo che intanto si era ribellato all’elastico e lo guardò, come si guarda qualcuno sorpreso a fare la mano morta sul tram.
«Chi?»
«Intendevo quanto ti ha fatto di multa…»
«Ah già, la multa. Tornò a rovistare nella borsa.
Sentì la siccità invadere la sua bocca. Se ne accorse, ma non fece nulla per rimediare a quelle sopracciglia incurvate dallo stupore. «La cosa del biglietto…»
Sara ritirò il libro nella borsa. Non era riuscito a leggere il nome dell’autore. Sulla copertina un fuoco arancione e la pulsantiera di un ascensore sullo sfondo. Sparì con tutte le sue trecento pagine, e lo fece prima ancora che lui potesse informarsi sulla trama di quel romanzo.
«Quella storia del carretto ci ha fatti impazzire tutti!»
Il pensionato investito, la mucca, il cinghiale, la donna decapitata e il lupo. Tutte quelle versioni dei fatti l’avevano già confuso, prima ancora che il controllore inflessibile sparasse a sua versione, quella del cavallo sfuggito al maneggio. Cosa c’entrava ora il carretto, e perché Sara aveva cambiato atteggiamento nei suoi confronti? Abituato a cercare sempre di convincere i suoi clienti, mise nuovamente in pratica le sue tecniche di vendita.
«Bene. Quando arriveremo a casa, e arriveremo prima o poi.» Cercando invano di attribuire un toponimo a quel paesaggio incomprensibile al di là del vetro. «Ci compreremo l’edizione della sera e finalmente vedremo se…»
Il dolore che lo colse al ventre fu così forte che il buio si sostituì alle cose che lo circondavano.
Sentì un calore salirgli attraverso la gola, come se una pressione misteriosa l’avesse spinto da sotto. Le parole affogarono nel gorgoglio soffuso del suo stesso sangue e l’ambiente intorno cominciò nuovamente a materializzarsi, a scacchi incerti e rumorosi come il segnale debole di un televisore.
La seconda fitta fu ancora peggiore della prima, ma non lo accecò più.
Vide Sara estrarre un sottile stiletto dalla sua pancia, mentre con una mano gli teneva la testa ferma contro il sedile. A cose fatte pulì l’acciaio sui suoi pantaloni. Lo fece roteare per bene e, mentre lo faceva, un sorriso si sostituì alla smorfia di concentrazione, quella che aveva stampata in faccia solo un secondo prima.
Federico non sentì nulla sulla sua gamba. Sembrava che qualcuno avesse staccato la spina delle sue percezioni.
La ragazza si alzò, mise l’arma nella borsetta, recuperò il suo soprabito e prese con sé il cellulare di Federico. Si accomodò per bene il vestiario intorno al braccio e si aggiustò i capelli specchiandosi nel finestrino. Quando vide gli occhi sbarrati dell’uomo che aveva appena colpito sembrò dispiaciuta. Capì che stava tremando incollato al sedile, dalle gambe fino al collo enfio. Sospirò, si chinò su di lui e gli diede un bacio sulla fronte sudata.
«Scusa, ma questa cosa del treno in ritardo mi ha fatta diventare cattiva...»
Dicendolo accarezzò il collo e sistemò con la mano quella frangia indisciplinata. Lo fece amorevolmente e Federico la vide andare via, quando fuori stava per cominciare l’ennesimo tunnel.
All’esterno le luci sembravano infittirsi. Da qualche parte doveva esserci un ospedale.
Con il sangue che ormai aveva inzuppato i pantaloni fino alle caviglie, si voltò in direzione dell’uomo con la salopette. Dalla sua bocca uscì un incomprensibile rantolo, nulla che potesse sottrarre al sonno quella persona. Facendo forza con le gambe tentò di avvicinarsi. Lo fece, ma al costo di una fitta insopportabile. Mise la mano sulla ferita, strinse i denti e si buttò sul sedile dalla parte opposta del passaggio.
«Signore...» Tentò di scuoterlo, ma ottenne solo sofferenza.
Quando avvertì il freddo di quel corpo, capì.
Sotto la salopette c’era una minuscola ferita, appena circondata da una piccola areola rossa.
L’uomo non aveva sanguinato perché era morto sul colpo, ucciso dalla stessa arma che aveva trafitto lui. Sara gli aveva bucato il fegato, mandandolo al creatore all’istante e facendo il modo che il suo grido si soffocasse nel dolore.
Quando trovò la forza di affrontare il corridoio, non si chiese il motivo per cui il ragazzo col cappello calato sugli occhi dormiva, perché non lo stava facendo. A causa di un riflesso post mortem, il dito pollice che teneva il segno del suo libro si era contratto, ed ora le pagine si erano riunite insieme.
Reggendosi alle sbarre dei portabagagli affrontò la strada che lo avrebbe portato alla carrozza di testa. Li avrebbe trovato il controllore e avrebbe chiesto aiuto. Anche la coppia di coniugi seduti accanto alla porta del bagno era morta. Era incredibile ma ora, mezzo dissanguato e con le forze ridotte allo stremo, riusciva a distinguere le macchie che sporcavano i vestiti dei due. Avevano il centro esattamente nella medesima posizione di quello che aveva visto prima.
Perché aveva lasciato vivere lui?
Per quale motivo aveva voluto farlo soffrire?
Le porte automatiche si spalancarono su uno spettacolo di morte.
La ragazza con il piercing al naso era in terra, occhi sbarrati sull’ultima immagine che aveva visto su questo mondo e la gola squarciata. Sembrava che i suoi genitori l’avessero spremuta come un’arancia. Erano ammonticchiati su di lei e avevano lo stesso tipo di ferita. Il fiume di sangue scorreva in direzione della porta e spariva dentro una fessura nel pavimento come fosse un fenomeno carsico. Non volle nemmeno vedere il corpo esanime dell’uomo con l’ombelico esposto e lasciò che l’orrore del vagone di testa si spalancasse dinanzi a lui.
Fine della signora vestita come una caramella e stessa sorte per il suo vicino, l’uomo con gli occhiali di tartaruga e l’improbabile giacca a quadri. Erano seduti affiancati, esattamente come li aveva visti salendo sul treno. La testa di lei era appoggiata sulla spalla dell’uomo e gli occhi spalancati sembravano fissare le avvertenze in quattro lingue sul divieto di gettare oggetti dal finestrino.
Crollò in terra, abbandonato improvvisamente dalle forze. Cercando di reggersi mise inavvertitamente la mano nella zazzera del giovane. Pettinato com’era sembrava uscito da un manga giapponese, ma qualcosa di macabro e censurabile, con sangue a fiotti e membra aamputate.
La nebbia nuovamente, assieme ad una stanchezza immensa, forse definitiva.
Un secondo treno, incrociato sul binario opposto, stava portando a casa della gente viva. C’erano uomini chini sui giornali, ragazzi con le cuffie nelle orecchie e amori che stavano nascendo.
Quando aprì gli occhi vide le scarpe di vernice di Sara. Facevano coppia con i piedi di qualcun altro.
Guardò in alto e mise a fuoco.
Era il controllore, sempre elegante e sempre armato di quella borsa in pelle portata a tracolla. Dall’apertura spuntava l’impugnatura di un grosso coltello.
Si stavano abbracciando, i due.
Si sbaciucchiavano e lo stavano facendo come una coppia di adolescenti in posa per la foto davanti a un monumento.
Lo guardarono un po’ indispettiti, come se il fatto che si fosse trascinato fino a lì avesse disturbato le loro effusioni. Federico, per conquistare un minimo di dignità, si sforzò di mettersi seduto contro la parete del vagone e mandò giù una golata di sangue.
Da lì vedeva bene la porta per la cabina di guida. Era chiusa, e all’interno, dietro all’oblò di vetro, c’era il macchinista ignaro di tutto.
Tentò di lanciare un grido di allarme e ci riuscì.
Un “AIUTO” forte come un tuono vene eruttato dalle sue tonsille. Si fece coraggio e urlò ancora e poi ancora.
Sara si rivolse al controllore. Lo fece come se fossero amanti da sempre, non due pazzi assassini che si erano coalizzati per compiere una strage.
«E’ meglio se ci diamo da fare. Altrimenti arriveremo ancora più in ritardo…»
Lui rispose, mentre guardava dall’alto in basso quell’agonia seduta sul pavimento in una pozzanghera rossa.
«E che ne facciamo di quello?»
Lei lo studiò per un attimo e Federico, incredibilmente, si vergognò per essere conciato in quel modo.
Si chinò, mise la mano sotto il suo mento e fece girare la testa nella sua direzione. Era bianco come uno straccio e freddo. L’anticamera della morte, praticamente.
«Ma no. E’ simpatico dai!»
«Ok, hai sempre ragione tu.» Sbottò il controllore, e facendolo estrasse dalla tasca il pass - partout per l’accesso alla cabina di guida. Lo infilò nella porta e aprì.
Il parabrezza anteriore inquadrava i cavi elettrici della linea che scorrevano veloci in mezzo ad una tempesta di scintille. Dal suo punto di osservazione Federico poteva vedere la luna.
Si sentì disperato e commosso nello stesso momento, perché stava percependo le sue ultime forze scorrere via, e perché quella cosa della luna, meravigliosa nel cielo d’autunno, l’aveva fatto sentire un po’ meglio.
In fondo, se avessero voluto, gli avrebbero fatto fare la fine di tutti gli altri passeggeri.
Lasciò che la sua nuca appoggiasse alla parete e portò la mano al ventre, per controllare come poteva quell’emorragia.
Federico vide Sara ed il controllore entrare in cabina insieme.
Facendolo, scavalcarono le gambe del macchinista, disteso morto senza una goccia di sangue intorno.
Valutò che portava il quarantasei di scarpe, esattamente come lui.




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sabato 30 gennaio 2021

Lo scrittore manager e il suo amico saggio. Dialogo surreale per ridere un po'.





- E così ho pubblicato il primo libro, gli editori erano entusiasti e subito dopo il secondo, il terzo a breve giro e poi il quarto. Nemmeno il tempo di tirare il fiato. La promozione ne ha risentito e le vendite sono state, per così dire, deludenti. 
- Ma i tuoi libri sono stati distribuiti?
- Ah sì, in alcune librerie, certo!
- In alcune tipo quante?
- Più di dieci, meno di venti...
- Quando si dice "aggredire il mercato".
- Già ma sai una cosa? Escono tantissimi libri ogni giorno e se calcoli il volume di ognuno di loro e lo moltiplichi per duemila...
- Duemila?
- Ahimè, pare. Tutti esordienti e pieni di entusiasmo. Un esercito di soldati pronti ad andare incontro ai mitra...
- Tu dici il famoso esordiente ottimista a oltranza?
- Esatto, quello risentito se non si ritrova in classifica dopo una settimana, una specie di Arturo Bandini in fotocopia - ma lui era un simpatico stronzo ed erano altri tempi. Pagavano sull'unghia. Comunque parliamo di 1,90 metri cubi al giorno. Un camion ribaltabile, praticamente.
- Che non è la consegna del misto pisello al cantiere della TAV...
- No, è il volume dei singoli libri che quotidianamente escono dalle tipografie. In questo conteggio sono naturalmente escluse le autopubblicazioni.
- Che sono nel numero di?
-Nessuno lo sa. Centinaia di migliaia, forse milioni! E' come la nostra galassia. Da anni discutono se vi siano duecento o quattrocento miliardi di stelle e ancora non ne sono venuti a capo. Il nostro è un paese di santi, navigatori e scrittori...
- Tutti bravi, immagino...
- Fino a prova contraria sì ma la natura insegna...quando viene meno l'equilibrio...
- Va da sé...
- Va da sé che le librerie possono tenere sugli scaffali lo 0,4 per cento dei libri prodotti dalle case editrici e nemmeno uno di quelli pubblicati dagli editori di sé stessi.
- E' già qualcosa!
- Se fosse l'incremento del PIL sarebbe una grande notizia!
- E invece è la nuova letteratura: va a cubatura, come il metano.
- E tu per farti notare sgomiti per le presentazioni, cerchi di ottenere le recensioni o gli articoli di giornale. Le presentazioni erano grasso che cola, prima del Covid. Per recensioni e articoli ti devi mettere in fila e sperare di esercitare un certo ascendente sul blogger.
- Avessi detto il Papa!
- Qualche volta il blogger è uno che se la tira. Mi è capitato di litigare con il direttore di un blog di tendenza, anzi no, il blog numero uno.
- E perché mai? Sei pacifico come un bradipo in estate!
- Niente. Avevo chiesto di recensire un mio libro vincitore di concorso e poi un altro, vincitore di un festival e...e lui si è rifiutato.
- Un simpaticone. E perché mai?
- Perché non sono famoso.
- Ma a quelli famosi non importa nulla della recensione di un blog, loro vanno da Fazio.
- Glielo spieghi tu?
- No, meglio di no. Sarei troppo diretto e tu mi sembri irrimediabilmente diplomatico. E allora?
- E allora mi spendo nei social. 
- Quali?
- Faccio prima a dire quali no...
- E allora: quali no?
- Fammi pensare...Ebbene sì, sono iscritto a tutti...
- Compreso Twitter?
- Pure lui!
- Ma è un insultatoio dove a nessuno frega qualcosa dei romanzi! L'unico hastag che trovi è: #libro!
- Già che c'ero...
- E che fanno gli autori su tutti i social?
- E' un simpatico puttanaio.  Raramente s'incoraggiano fra di loro, qualche volta si leggono reciprocamente. Molto spesso si detestano a vicenda, si evitano come le cacche sui marciapiedi, parlano male l'uno dell'altro, rifiutano le critiche, si indignano per i consigli e cercano di piazzare i loro romanzi. Comprano l'e-book del concorrente per potergli mettere una sola stella. Si vantano delle recensioni su Amazon che per quanto ne so potrebbe fartele tua zia se le porti a spasso il barboncino il giorno che va dalla callista.
- Tutti libri che non trovano spazio negli scaffali delle librerie per via del volume...
- Proprio così, il misto pisello e il paio di metri cubi al giorno.
- Non hai soluzione, devi farti un blog!
- Fatto.
- Il blog è una cosa seria!
- A chi lo dici. Contenuti di qualità, racconti premiati ai concorsi, racconti in esclusiva, parole chiave con la benedizione di  Google Trends. Google Analytics come compagno di viaggio e condivisione sui social a nastro.
- Quali social?
- Praticamente tutti.
- Già, dimenticavo. Mi spiace deluderti ma è tutto inutile.
- In che senso?
- Roba vecchia, superata. Il link annoia, obnubila, passa stanco sotto gli occhi, inosservato come l'ennesima serie tv sul web. 
- E allora?
- E allora, video! Brevi e incisivi alla maniera di Tik Tok. Formule, slogan. Immagini stile la Milano da bere. Le parole annoiano, le prediche esasperano. La gente non ha tempo. Ci vuole la faccia come il culo, la parlantina sciolta, un microfono decente, delle luci da studio modello Barbara d'Urso e un buon programma video editor e poi tu. Devi flirtare con la telecamera, amoreggiare con i follower. E' l'autore che vende, mica il libro!
- Ma io sono timido!
- Allora non dovevi fare lo scrittore!
- Ma lo scrittore è un burbero chiuso in casa da mattina a sera, uno che nella migliore delle ipotesi si fa gobbo come Leopardi e vive amori platonici. E poi non sono fotogenico!
- Fai vedere...profilo destro...sinistro. Fronte...
- Non ho in dotazione quel sorriso ruffiano, capisci?. Non mi viene nemmeno se mi sforzo...
- Sì, effettivamente bucare lo schermo è un'altra cosa. La prova costume l'hai fatta?
- Dici che?
- Alle peggiori ti fai un paio di scatti su uno scoglio in riva al mare del tipo di ammazzo un polpo a mani nude... Avrai mica gli addominali appannati?
-Ma questo cosa c'entra con i romanzi?
- C'entra eccome! Senti, mi dispiace essere cinico ma le cose sono due: o muori e speri in un successo postumo o ti iscrivi in palestra...oppure.
- Oppure?
- Oppure fai uno scandalo. Vai in tv e finisci su tutti i giornali. Una cosa innocente, tipo farsi l'erede al trono del regno Vattelapesca o  attraversare nudo il centro storico al sabato pomeriggio. Facendo l'elicottero con il pisello, naturalmente...
- Naturalmente. Me la caverei con un paio di mesi in galera...
- Esatto, mi diventi un influencer e poi via col vento, anzi, già che sei nudo, via col ventre.
- Perciò niente riservatezza, mistero e quella punta di antipatia che un grande autore può permettersi?
- Roba vecchia. Devi darti via per poco: libri a gratis sul web, book trailer e video dove ti intervisti da solo. 
- Non ce la faccio.
- Sei superato, amico. Mentre noi parliamo sono già usciti, fammi contare, duecentoquaranta romanzi nuovi.
- E se vado a dormire, al mio risveglio saranno...
- Ecco, vedi che hai capito. Domani a colazione saranno mille o anche di più. Chi dorme non vende libri. Mettiti sotto!
- Adesso?
- E quando? Stai invecchiando, sei già fuori moda! A proposito, hai fatto il sondaggio sui social per capire cosa vuole leggere la gente?
- Tipo?
- Tipo che ne so, se preferiscono la solita ragazza trovata morta nel bosco, il serial killer onnipotente, il commissario con il tic o il pastore tedesco con l'intuito dell'investigatore...
- Veramente dovrebbe essere l'autore a indicare il trend, a fare tendenza, a proporre lo stile e i personaggi. A rischiare.
- E, ho capito. Però così ti lasci scappare il target, mi sbagli il marketing, fai cilecca con il brand, perdi l'audience, canni la comunicazione. Pensaci su, amico.
- Ci ho pensato, sai. Apro un blog di giardinaggio e non se ne parla più.




giovedì 28 gennaio 2021

A sud - Romanzo vincitore al Premio Bukowski 2018


 


Se davvero vuoi conoscere la vera essenza di un paese, devi attraversare la sua provincia profonda. È come entrare nella camera da letto di due amanti stanchi e capire che il salotto, tutto cera, high tech e profumo di pulito, non è altro che un manifesto pubblicitario attaccato sopra un muro ammuffito. Se davvero vuoi conoscere la vera essenza di un paese, devi attraversare la sua provincia profonda e provare a capire se c’è una logica perversa nella cartellonistica, oppure è tutto frutto di una follia generalizzata.

Mi sedetti su una panca messa a disposizione dei clienti dalla catena commerciale. Appoggiai la schiena contro il muro, sospirai e provai a chiudere gli occhi. Mi resi conto che il sonno è solo un problema. Se l’anima è sporca fa emergere tutti gli spettri, anche quelli che le brutture del giorno ti fanno scordare. Io avevo l’anima sporca e un futuro davanti del quale non sapevo riconoscere i contorni.

Aprii la lattina e il pacco di biscotti. Me ne misi in bocca uno e ne tenni pronti altri due in mano.

Se davvero vuoi conoscere la vera essenza di un paese, devi vedere quanto sono estesi gli scaffali dei dolciumi.

A fatica trattenni le lacrime. Non mi ero mai sentito tanto solo.


https://www.amazon.it/sud-Roberto-Capocristi-ebook/dp/B07PFT3V5V/ref=sr_1_2?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=2TH9CV202XIV3&keywords=roberto+capocristi&qid=1643297563&sprefix=roberto+capocristi%2Caps%2C200&sr=8-2


lunedì 11 gennaio 2021

Tre giorni di ritardo - Racconto in salsa horror



Mia sorella si muove come una ballerina.
Percorre avanti e indietro la spoglia banchina della stazione. Attenta a non inciampare nelle erbacce che hanno guadagnato la luce fra i sampietrini, percorre qualche metro sulle punte e ritorna con un arrière che per quanto ne so è eseguito con imperdonabile pressapochismo. Lo ha imparato da piccola, ricordo, quando la mamma la costringeva a tre lezioni di danza a settimana. Per farlo, per portare un po’ di sano vigore di campagna fra le polverose e tristi sale danza sepolte sotto nove piani di vecchi palazzi, era stata disposta ad accompagnarla in città con il pick up sgangherato del papà cacciatore. Il treno passava due sole volte al giorno in una puzza di freni che prendeva alla gola, e molto spesso tardava. Adesso il papà non c’è più e la mamma nemmeno ma il pick up è sopravvissuto a un frontale col trattore del letame, a dieci revisioni obbligatorie, a un trapianto di motore e a un paio di riverniciature, grette come l’antiruggine sullo scafo di una nave prossima al disarmo. Lui e le sue gomme lisce sono fermi sotto il sole all’ingresso della stazione abbandonata, davanti a una parete imbrattata di falli a spray, parolacce e muffa che risale dagli inferi. L’unico platano a fare ombra sul parcheggio si è masticato la sua aiuola di blocchi prefabbricati prima ancora che la nazionale di calcio vincesse il suo penultimo mondiale. Mia sorella si ferma con un bras bas, perfettibile nella curvatura dei polsi ma armonioso per il resto. Quando mi guarda in quel modo, l’istinto mi direbbe di cacciare una pernacchia. Mi trattengo, consapevole dei miei vent’anni e dei suoi diciannove. Mi trattengo al pensiero della mamma, che mi avrebbe rifilato un ceffone e del babbo, sempre pronto a mandarmi in campagna per raffreddare i bollenti spiriti, con una zappa in spalla, un’ascia per fare legna e una borraccia d’acqua fresca da far durare tutto il giorno.
«Ancora oggi e poi basta. Se il treno non arriverà, vorrà dire che faremo a meno dei nostri amici.»
Al pensiero mi sento male. Non vedo Mirko dall’estate, quando era venuto a dormire nella sua casa in campagna per fuggire alle notti roventi del capoluogo. Di Chiara e Gigi ho il ricordo della festa in autunno, con le castagne sul fuoco, il vino novello per accompagnarle e un caldo anomalo che si era trascinato appresso i sudori appiccicosi di luglio. Eliana era comparsa al principio della stagione per fare sfoggio della sua nuova Classe E decapottabile, e poi più niente. Non so cosa rispondere a mia sorella. Da quando si è lasciata con Gualtiero è più pericolosa di un residuato bellico con la spoletta difettosa.
Io? Davvero chiedete di me?
Meglio che stia lontano da Valeria. La mia ragazza è imbruttita, incarognita e sempre pronta a mordermi. Se dipendesse da me potrebbe pure stare a casa mia, ma solo se legata mani e piedi.
Paola insiste. Quando mia sorella è indisposta, il blu degli occhi vira all’azzurro chiaro e i lineamenti tendono a trasformarla nel comandante di un plotone di esecuzione, pronto a sparare obbedendo agli ordini in tedesco.
«Cosa ti aveva detto Mirko?»
Ripeto come un disco rotto. «Due giorni fa mi aveva detto che erano riusciti a prendere il treno e sarebbero arrivati in orario…»
«E ieri?»
Ciondolo il capo come l’omino a molla appiccicato da dieci anni al cruscotto del pick up. «Che ce l’avrebbero fatta, con le buone o con le cattive ma ce l’avrebbero fatta.»
Passa da ballerina impostata a maniscalco pronto alla rissa. È quel tipico atteggiamento da campagnola poco avvezza alla retorica. «E invece secondo me sono rimasti in città a pestarsi i piedi a vicenda.»
Mi appoggio al palo elettrico, metto le mani in tasca e rifletto. «Hai ragione, Paola. Se il treno non arriva.» guardo l’orologio al polso «entro diciamo…diciamo mezz’ora, ci rinunciamo e buonanotte. Torniamo in cascina e mettiamo insieme qualcosa per la cena.
«E la Lidia?»
Penso alla vicina, pettegola e invadente come la parietaria in estate. «E la Lidia ci lascerà stare in pace e se non sarà così, vorrà dire che le spareremo.»
Paola guarda nel buio della galleria e trattiene una risata. Però che stronzo Gigi! Ha mollato Chiara per mettersi con quella là, la scrittrice. La scrittrice urlatrice, che quando scopavano usciva Gilberto col forcone perché credeva fossero arrivati i lupi mannari.
Gilberto è il cugino scapolo di Lidia e Paola, se vuole, sa farmi ridere. Sono quei momenti in cui la sua personalità s’incunea fra l’ufficiale delle SS e una piantagrane difficile da maneggiare. «Già, povero Gilberto. Poi alla fine Gigi si è rimesso con Chiara e tutti hanno vissuto felici e contenti.»
«Che a quanto pare è silenziosa come la mummia di un faraone. Tu te la scopi, di sotto, di sopra e di fianco e lei niente. Muta.»
«Ma tu cosa ne sai?»
«Confidenze fra donne…»
La guardo con gli occhi liquidi ma ha ancora un serbo del livore. «No perché, voi uomini? Mirko te l’ha mai detto che lui senza…»
«No ascolta Paola, davvero. Non me ne importa nulla di Mirko, della scrittrice che urla a del mutismo di quell’altra!»
Il pericolo è quello che ti spari. Rischio le cose peggiori ogni volta che interrompo mia sorella mentre parla. Questa volta la scampo.
La galleria tace. Siamo abituati fin da bambini al treno che sta per arrivare, al buco di vecchie pietre con lo stemma della regione a decorare il concio. Comincia a ribollire come una pentola di fagioli, ad amplificare cigolii, lamenti, incomprensibili echi che rimbalzano deformandosi orribilmente sulle pareti annerite. Può durare molti minuti, fino a che gli occhi accesi del locomotore compaiono nel buio. Ognuna di quelle volte mi ha fatto paura.
Penso a Eliana, alla sua decapottabile che aveva inondato dell’odore di nuovo i dieci ettari di terra attorno al lungo viale alberato che conduce in paese. Penso agli occhi verdi tagliati a goccia. Si abbinano alla perfezione col naso sottile e con le labbra disegnate ad acquerello. Con i capelli neri e lisci, che quando arriva il vento dalle montagne si divertono a giocare con le guance.
«Scommetto che stai pensando a Eliana…»
Ancora il mio sguardo liquido, questa volta condito da una fila di denti da lupo arrabbiato. «Da cosa lo capisci?»
La posizione da danza classica è la quinta. Non glielo dico ma le sono cresciuti troppo i piedi perché possa impostarla come Dio comanda. «Ma non so. Dal momento che con Valeria le cose sono andate in vacca, ti vedo bene a fare il barboncino al guinzaglio della strafiga di città. Poi dai, diciamolo, lei ti metterebbe addosso quell’energia che impiegheresti tutta per far legna. Dopotutto l’inverno sta arrivando…»
E anche il treno. Lo sento lamentarsi.
Avanza col respiro pesante e pare che il tempo si sia fermato. Paola abbandona la quinta posizione a favore di una postura da pistolero e io aspetto. Mastica a vuoto e finisce con lo sputare in terra. È laconica. «Cosa ti aveva detto Mirko?»
«Ieri? Che sarebbero arrivati…»
«E poi?»
«Che mi avrebbe richiamato…»
I rumori sono gli stessi di prima, solo più intensi. Sento la tensione che sale lungo il collo. Paola, apparentemente, è fredda come il ghiaccio.
«E ti ha richiamato?»
«Lo sai meglio di me. No…»
La lacrima s’infrange sul sanpietrino mentre i rumori del treno ricordano il turno di giorno all’acciaieria. Mia sorella è sempre stata brava a mascherare i sentimenti. Mi guarda e capisco. Butto un'occhiata nel nero pece della galleria, attraverso i binari facendo attenzione a non inciamparmi e poi la stazione abbandonata.
Passo davanti alla biglietteria. All’interno del corridoio col pavimento in graniglia e la pittura bicolore, qualcuno sbatte furiosamente la testa contro la porta, rappezzata con maniglie d’occasione e laccata grigio come quelle di una volta. Avanti di questo passo cederà presto.
Cammino nel piazzale e sento il ghiaino che scricchiola sotto le scarpe. Quello che serve è nascosto da una coperta nel cassone smerigliato del Pick up.
Il treno sfonda il muro nero del buio e rallenta cigolando fino alla banchina. Rantola, scarica l’aria compressa dai serbatoi sollevando polvere e sembra adagiarsi sulle vecchie rotaie. Paola approfitta per provare un arabesque ma le erbacce del selciato si attorcigliano sulla punta del piede.
Le porte della carrozza si aprono con uno sbuffo, lente come un sipario al principio della scena.
Eliana scende per prima.
Porta jeans attillati che rendono giustizia alle gambe dritte, una maglietta bianca con la serigrafia di un grosso cuore rosso alla fine di una linea che ricorda il tracciato di un elettrocardiogramma. Come al solito non indossa il reggiseno. Quando Mirko e Chiara scendono gli scalini a loro volta, lei è già avanti di qualche passo. Gigi è ancora al finestrino.
Paola guarda in terra. Come d’accordo la scelta spetta a me.
M’inchino e impugno l’ascia che mio padre mi dava in consegna per le spedizioni da boscaiolo. La cosa della quale non avevamo parlato, è di chi si sarebbe preoccupato di Eliana. Ormai è vicina in modo preoccupante.
Quando vedo il lampo di soddisfazione negli occhi di mia sorella, capisco che sarà lei ad affrontare la questione. Si china con grazia, imbraccia il fucile da caccia del babbo, appoggia il calcio sulla spalla magra, prende la mira e spara un colpo solo che l’imbocco della galleria vuota amplifica come una cannonata.
È lì che la calotta cranica di Eliana vola via insieme a un’esplosione di frammenti d’ossa e capelli. Il cuore rosso sulla maglia si confonde col sangue fresco. Ancora due passi e cade in ginocchio, resiste un paio di secondi e sbatte la faccia sulla banchina. Il naso che si rompe suona come il guscio di una chiocciola calpestato.
«Cosa ti avevo detto?»
Mentre Paola ricarica il fucile, stringo così forte l’impugnatura dell’ascia che sento scricchiolare le ossa delle dita. La voce è rotta dalla rabbia. «Che cosa mi avevi detto? Rinfrescami la memoria.»
«Ti avevo detto che i nostri amici non ce l’avrebbero fatta mai. Troppo molli, troppo abituati agli agi. Troppo smaccatamente radical chic.»
E ce ne sarebbe ancora ma non ho il tempo di starla a sentire. Prendo la rincorsa, carico il braccio e calo l’ascia. Tanti anni a fare legna sono serviti e anche Mirko finisce a sua carriera di zombie poco dopo averla cominciata. Il proiettile che abbatte Chiara fischia accanto al mio orecchio. Mi rimane impressa la macchia rossa e fuggente che compare sopra gli occhi spenti prima che la poveretta rotoli sotto il treno. Gigi è ancora dietro al finestrino. Sbava sul vetro e graffia senza costrutto la melma di saliva e sporco.
«Falla finita. Spara!»
Paola non obbedisce. Mi fa notare un altro morto vivente. Sceso dall’ultima carrozza, ciondola zoppicando nella nostra direzione. Mia sorella non si preoccupa e ha ragione. La cinghia della borsa che tiene a tracolla s’impiglia nelle gambe e finisce col farlo cadere. Era il controllore. Lo vediamo che si agita e cerca di rialzarsi senza riuscirci ma la dinamica porta a pensare che presto rotolerà fra le piante infestanti alla base della banchina.
Il treno sta per ripartire.
Nell’ultima disperata telefonata di Mirko, confusa nelle grida di terrore dei passeggeri che inseguiti dai morti tentavano di fuggire al loro destino, l’amico mi aveva confessato che il macchinista chiuso nella sua cabina, pur morto, continuava a governare il convoglio per fermarsi in tutte le stazioni.
Doveva tenere in serbo una specie di memoria automatica maturata in anni e anni di abitudine. Quello che non ha funzionato nel suo cervello senza corrente, è stato che alla seconda fermata ha lasciato passare due giorni anziché cinque minuti. Molto probabilmente in quel lasso di tempo i morti l’hanno avuta vinta e sono riusciti ad azzannare chi tentava invano di forzare le porte chiuse.
Siamo stanchi. Ci guardiamo intorno. Dalle altre carrozze arrivano rumori confusi ma non scende nessuno.
Se Gigi continuerà a sbattere la testa sul vetro in quel modo, finirà col romperlo.
Siamo stanchi e ancora non abbiamo seppellito il babbo e la mamma. Dobbiamo abbattere la vicina di casa perché finirà col morderci e Valeria, la mia fidanzata, che io e Paola abbiamo legato al gancio per il toro in attesa sul da farsi. Su questa cosa mia sorella ha suonato come una sentenza:
«Quella è affar tuo, fratellone. Piantale un proiettile in testa e mandala al creatore.»
Il treno riprende la sua corsa, con Gigi ormai sdentato che ha lasciato qualche litro di sangue a colare sul finestrino. Paola non le ha ancora perdonato quella scappatella con la scrittrice urlatrice. Lo sguardo vacuo non intercetta il mio e il treno passa per portare la sua tristezza alla prossima fermata, ammesso che il macchinista morto si ricordi di frenare.
Peccato. Con gli amici a farci compagnia e a darci una mano, avremmo affrontato l’apocalisse con spirito diverso.
Il corridoio in graniglia che passa davanti alla porta smaltata grigia della biglietteria, è consumato dai passi dalle migliaia di persone che sono state vive.
Adesso profuma di ricordi come ogni cosa intorno: la vecchia banchina, il parcheggio, il platano solitario che ha ancora voglia di crescere.
Non so se io e mia sorella troveremo qualcuno con cui parlare e dividere lo sconforto. Siamo vivi solo perché eravamo lontani dalla gran parte delle cose che piacciono a tutti, avevamo un fucile e una buona dimestichezza con le lame.
La sensazione è che questa primavera asciutta e calda si stia prendendo gioco di noi ma che dire, ci faremo presto il callo.
Gli occhi di Paola sono meno glaciali di prima. Umidi di lacrime sembrano più grandi e buoni. A dirla tutta, quel fucile da cinghiale sembra più alto di lei.
Le chiedo di fare quello che non riuscirei e lei mi asseconda.
Carica un colpo, ritorna nel corridoio e abbatte il bigliettaio infilando la canna nello sportello per passarsi i soldi. Torna indietro con l’arriere.
Questa volta, complice il vecchio pavimento consumato, lo esegue perfettamente, come non l’avevo mai visto prima.



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giovedì 10 dicembre 2020

Io e Paolo Rossi. Ricordi di un'estate, ma cinque anni prima di quell'estate che avete in mente voi...




 

Era l'estate del '77, non avevo ancora undici anni e mia madre mi catechizzava affinché mi tenessi lontano da tutto quello che riguardava la passione per il calcio, comprese le risse da bar e naturalmente gli stadi. Probabilmente aveva ragione e ci aveva visto lungo ma la voglia di prendere a calci il pallone, alla fine, si era manifestata lo stesso, con la medesima puntualità con cui qualche anno dopo sarebbero arrivati i brufoli e poi, come diceva Battiato, quegli stupidi innamoramenti senza senso. 
Si era capito subito che io e i miei quaranta chili di pelle e ossa non saremmo mai finiti sull'albo d'oro dei cannonieri e nemmeno avremmo fatto trasferte oltre quei cinquantatré chilometri che dividevano il mio paese dal capoluogo. Però a pallone si giocava eccome, e quando non c'era modo di mettere insieme un paio di squadre con almeno quattro elementi per parte, tipo Brasile-Italia, Brasile Francia o Brasile Real Madrid, ci si accontentava di sudare in pochi quelle magliette fresche di bucato, di decretare la fine dei jeans nuovi e di condannare a morte certa le scarpette da tennis. Fra le messe in scena più ricorrenti - perché si trattava di vere e proprie interpretazioni da Actor Studio - c'era quella dove si assumeva l'identità di un certo, preciso campione di calcio, idolo delle folle e inarrivabile figurina da scambiare a scuola dopo estenuanti trattative e si prometteva - dichiarandolo in anticipo come la palla in buca alla partita di bigliardo - di colpire di testa o al volo o in rovesciata, il pallone che qualcuno si sarebbe impegnato a calciare pressappoco dalle tue parti. E se ci riuscivi, se davvero veniva bene quella sforbiciata o se quell'incornata dopo cinque metri di rincorsa centrava l'incrocio della porta senza rete, avevi il diritto di correre attraverso il campetto, esultare alla maniera del campione che avevi dichiarato di essere, saltare fino allo sfinimento e contemporaneamente improvvisare la cronaca, completa di giubili, termini ridondanti e disturbi radio. Se eri bravo, ma bravo per davvero, riuscivi anche a imitare la folla urlante che accompagnava la gioia del commentatore.
Erano rare ma capitavano quelle occasioni in cui si rimaneva in due, io e l'amico. L'amico, ricordo, aveva messo il pallone sul fazzoletto di erba ingiallita da dove di solito partivano i traversoni, si era guardato intorno e aveva sgranchito le gambe e cercato la concentrazione giusta dopo avere saggiato le correnti d'aria. Prima di calciare, però, prima di rischiare la mia scarsa stima per la poca precisione del passaggio o peggio, prima di correre il rischio di centrare il cespuglio di rovi e porre prematuramente fine alla carriera del pallone di gomma, mi aveva guardato preoccupato. Era un tipo preciso, lui, e vi giuro, ancora adesso rompe il culo ai passeri. In quel gioco non si poteva improvvisare, il pressapochismo era bandito e la scarsa serietà, ne eravamo certi, avrebbe portato sfortuna almeno fino a ferragosto.
- E allora?
- E allora cosa? avevo domandato. 
- E allora chi fai?
Aveva ragione da vendere. Mi ero giocato Causio, Rivera e Chiarugi. Boninsegna aveva colpito il palo al principio del pomeriggio e Chinaglia niente, non mi era mai piaciuto. Avevo un debole per Roberto Dinamite, il Brasiliano che faceva partire missili  e siluri ma non mi sentivo all'altezza, non con le gambette da passerotto  e quella maglietta che mi arrivava alle ginocchia.
- Benetti, avevo risposto.
Non che ci capissi di calcio. Mi interessavo e sentivo quei pruriti e sapevo che presto me ne sarei innamorato definitivamente ma per il momento, per quell'estate, mi accontentavo di ascoltare i discorsi degli amici, di seguire la domenica, annoiandomi un po', il secondo tempo della partita che era il pane per nutrirsi di calcio per tutta la settimana. E poi rimanevano le biglie e i titoli di giornale letti a sbafo mentre si moriva di noia nei pomeriggi azzurri e lunghi. Ma Benetti mi era rimasto impresso, per quella faccia da vichingo di pessimo umore, per la pelle butterata come se uno sciame di meteoriti l'avesse bombardato senza fargli male. Per le spalle larghe e per quel sorriso da squalo che si vedeva sì e no una volta l'anno. L'obiezione dell'amico era stata pronta:
- Ma Benetti è un centrocampista. Se proprio devi, fai Zaccarelli.
Ma il mio cuoricino da tifoso, quello che presto sarebbe diventato un cuore adulto e pieno di passione, batteva per quell'altra sponda, quella dei cattivi/ladri e  dei tifosi tutti analfabeti e ciucciapiselli della famiglia Agnelli e...
- No. Zaccarelli non lo faccio!
- E allora - mi aveva suggerito e già sapeva che non si sarebbe stupito di tutta la mia ignoranza. - E allora fai Paolo Rossi...
Preso alla sprovvista e temendo uno scherzo, gli avevo chiesto chi fosse costui, con un nome tanto banale da essere poco originale pure per una striscia di Bruno Bozzetto. Paolo Rossi, un nome così diffuso, dozzinale, prevedibile. Rossi, lo ricordavo bene perché la maestra ci aveva fatto una lezione, era il cognome più comune insieme a Bianchi e poi Verdi perché le cose stavano così, erano sempre state così. Il nostro paese era diviso in contrapposte fazioni dalla notte dei tempi e allora quel Paolo Rossi cosa doveva avere di tanto speciale? Il mio amico, che come vi ho già detto era un tipo assai preciso e vi garantisco che anche adesso...mi aveva ragguagliato. Poche ma utilissime informazioni.
- E' un opportunista... era stata la risposta.
- Come...come Cruijff? 
- Ma no! Cruijff è uno tecnico, con i piedi d'oro. Uno che ti porta a spasso per mezz'ora e poi, quando ti penzola la lingua fin sotto il mento, scarta ancora il portiere e la butta dentro. Come Claudio Sala, il poeta del gol.
La mia sentenza era stata emessa senza nemmeno prendere in esame le prove - E allora Paolo Rossi è una pippa!
Era deluso. Troppo poco calcio masticato e ancora quelle lacune tattiche che avrei dovuto colmare quanto prima. - E allora fai Bettega - Mi aveva detto sollevando le spalle rassegnato e  ora non ricordo più. Non ricordo se avessi trovato un colpo di testa solo vagamente simile a quelli di cabeza blanca o se, semplicemente, avessi mandato il pallone a sgonfiarsi in mezzo ai rovi. Quello che ricordo, invece, è che da lì in avanti mi ero interessato di quel Paolo Rossi: biografia, statistiche, caratteristiche tecniche e poi di tutto il resto. Avevo seguito le coppe internazionali e le amichevoli. Sport Sera era diventata la mia trasmissione preferita e poi la Domenica Sportiva, ma solo se il giorno dopo non mi aspettava il compito in classe. L'estate seguente, giusto in tempo per i mondiali, ero ormai un tifoso indiavolato, un delinquente compiuto e pericoloso, portato via a braccia dai bar in riviera dove si vedevano le prime partite a colori. Mio padre, imbarazzato, si scusava con gli avventori per il mio carattere per così dire, esuberante e mi accompagnava in un secondo bar per assistere alla ripresa. Lui non lo sa mica ma Argentina - Italia, quella del mondiale dei colonnelli, andata in Tv nel cuore della notte e dove Bettega aveva colpito i pali fino al punto di prenderli a testate per la disperazione, l'avevo origliata dalla mia cameretta.
Ecco, Paolo Rossi era entrato così nella mia vita e insieme a lui quella meraviglia di gioco che è il calcio.
Oggi Paolo Rossi ne è uscito e non so se voi, non so se fra quelli della mia età, fra quelli che hanno vissuto le estati con la paura che il pallone finisse nei cespugli, fra quelli che si sono sbucciati le ginocchia sull'asfalto e che quando il tiro era alto -e la porta era fatta con le giacche- ci si intendeva con un'occhiata fra una squadra e quell'altra, ci sia qualcuno che sente il vuoto che sento io.


domenica 15 novembre 2020

Intervista al Giallo Festival di Bologna




Giallo Festival 2020

Alla versione on-line del Giallo Festival di Bologna, parlo del mio ottavo romanzo, Solo le donne degli altri, primo classificato nella categoria miglior trama e terzo assoluto nell'edizione 2019. 
Intervista a cura di Lorena Lusetti.




 

venerdì 30 ottobre 2020

La canadese rossa, un racconto in salsa dark

 

LA CANADESE ROSSA




Maria vide la canadese rossa solo qualche ora prima che cominciasse a nevicare. Fu una nevicata tardiva, arrivata in coda a un inverno asciutto e freddo, talmente tanto che la campagna intorno a casa sua si era ammalata di un giallo itterizia. Quel giorno, come altri mille, l’aveva passato a studiare, a nutrire il suo giovane cervello sui libri.
Tredici anni appena, con il corpo che tardava a sbocciare e la noia come compagna di vita, Maria non aveva molti motivi per uscire, vuoi perché doveva aspettare l’autobus che passava solo due volte al giorno, vuoi perché, per arrivare alla fermata, era necessario percorrere mezzo chilometro di strada sterrata, coi sassi che proprio non volevano scendere a compromessi con le suole e la paura che il cane dei vicini le arrivasse incontro, con la bava alla bocca e la catena spezzata trascinata appresso. 
Il paese, lontano e abitato da persone senza fantasia, era abbastanza piccolo da non meritare la sosta di un turista o una visita attenta. Era anche così prevedibile e sciatto che la scuola al suo centro, dipinta di una fantasia di colori pastello presi a prestito dalla tristezza, era l’unico edificio dell’abitato che superasse i canonici due piani per avventurarsi verso un terzo mansardato, dedicato a una triste biblioteca disertata un po’ da tutti. Maria, al contrario, prendeva a prestito molti libri, si metteva comoda sulla poltrona davanti al camino e leggeva, leggeva fino a stancarsi.
Nella bella stagione il porticato all’esterno era perfetto allo scopo, con quel dondolo smaltato verde che cigolava come un vecchio carillon e il tavolo con la tela cerata a fiori fissata con gli antivento e il parapetto in legno che sfarfallava di vernice secca al minimo movimento. Custer, il suo vecchio cane meticcio, con la coda spezzata in centro e una macchia bianca sul lato del muso, amava accovacciarsi nell’angolo del balcone. In quel punto i montanti della ringhiera sembravano cartavetrati e non solo, un alone scuro sul pavimento in legno dava la misura di quanto l’animale fosse affezionato a quel pezzo di mondo. 
Uno di quei pomeriggi d’inverno con l’odore della neve nell’aria, la canadese rossa apparve nel prato sulla sommità della collina.
Era piazzata per benino al centro di una corona di alberi, con il lato più breve rivolto al vento e i tiranti ben tesi. La cerniera a lampo che dava sull’ingresso appariva aperta per metà, con i lembi inferiori che svolazzavano appena. Uno dei primi fiocchi della nevicata, che sarebbe durata per due giorni da lì in avanti, si posò sul lato inclinato. Come gli altri milioni che arrivarono al suo seguito, rotolò in terra con un fruscio appena percettibile. Maria rincasò un po’ preoccupata, con Custer al fianco. Il cane saltò agilmente l’asse mancante sul ponticello in legno adagiato sulle sponde del torrente. Lei preferì passare a lato, facendo affidamento a una robusta presa sul mancorrente gelato.
La sera, con la mamma in cucina, il papà appena arrivato e l’umore un po’ peggiorato rispetto alla volta prima, Maria si alienò dalla realtà e si mise a leggere, lasciandosi cullare dalla sedia a dondolo di fronte al fuoco. Il telegiornale brontolava il solito rosario di brutte notizie. Moby Dick, intanto, si stava prendendo gioco del capitano Achab.
Una montagnola di neve. La tenda si presentò esattamente così. Dopo oltre due giorni di nevicata ininterrotta e di vento gelido che ne aveva irrigidito i contorni, non si scorgeva più nulla delle geometrie nette e le piante intorno avevano i rami ormai piegati. Maria, con i doposcì addosso e Custer, con un po’ di artrosi e la neve a solleticargli la pancia, si avvicinarono abbastanza da immaginare che la canadese rossa potesse benissimo essere la tomba di qualcuno. Maria tornò indietro, correndo e facendo attenzione al ponticello malfermo. Arrivò a casa con il bollore nei piedi e le gote colorite di un rosso febbre. Il signore delle mosche, nuovo di zecca, aspettava solo di salire sulla sedia a dondolo con lei per essere iniziato.
Il terzo giorno, sotto il cielo che avvicendava il bianco delle nuvole con timide striature d’azzurro, la tenda si era abbassata sotto il peso della neve come una torta uscita dal forno nel momento sbagliato. Custer in quell’occasione era rimasto a cuccia e il libro raccontava della testa di un maiale, infilzata su una picca in legno e circondata da uno sciame perenne di mosche.
Il quarto giorno piovve.
Maria non osò trovare nuovamente una scusa per allontanarsi da casa, affrontare la guazza gelata fino alla collina e vedere come fosse ridotta la tenda rossa. La immaginò premuta al suolo, con i tiranti accartocciati e la struttura collassata che fuoriusciva dal telo come una frattura scomposta.
La notte che seguì riuscì a dormire solo pochi minuti.
Incubi, coperte opprimenti e il troppo buio che premeva sulle palpebre. La radura fra gli alberi, con la tenda al centro, le apparve in sogno assieme a un rapido alternarsi delle stagioni, con uno stormo di corvi che si avvicendavano al banchetto e una processione di vermi incontro a quel ricordo di rosso.
Passarono l’inverno e poi la primavera. Frodo Baggins riuscì a liberarsi del suo fardello, Berverly Marsh, assieme ai loosers, portò a termine il suo rito iniziatico e Maria compì quattordici anni.
Un mattino d’estate, promossa a pieni voti e con mamma e papà scesi in paese alla ricerca di un’auto nuova, tornò alla radura. Portò con sé Custer, un po’ claudicante per l’aggravarsi dell’artrosi e attaccato a un inedito guinzaglio interpretato come un’irrimediabile offesa. L’erba, alta e fitta, non era riuscita a mascherare del tutto il telo della canadese che il sole aveva cominciato a sbiadire. I tubi ricurvi del telaio si erano rivelati un invito a nozze per le erbacce infestanti. Nel mezzo, un neonato alberello stava andando incontro al sole e si era trascinato appresso un lembo della tenda. L’odore di decomposizione nell’aria era piuttosto netto.
 Il Lord Jim risalì il suo fiume, Guy Montag cercò di appiccare più incendi che poteva e Il Grande Fratello la fissò a lungo dal grosso poster appeso alle pareti.
In agosto, sotto il solleone e con la mansarda arroventata, la biblioteca chiuse per il consueto riposo estivo e Maria finì di dondolarsi al riparo sotto il porticato, quando ormai sul fronte occidentale non accadeva più nulla di nuovo.
Corse verso la collina e vi arrivò con la lingua penzoloni. L’albero, nutrito delle piogge abbondanti in primavera, era cresciuto di almeno un metro e mezzo e vestiva di rosso come un abete natalizio. I tubi, i picchetti e i tiranti ormai arrugginiti, attorcigliavano in aria un’opera d’arte moderna piuttosto macabra. Ritornò indietro correndo ancora più veloce e si accorse che il ponticello aveva ceduto al fiume il secondo dei suoi assi marci. Un moncone di legno era rimasto a far da testimone dei bei tempi andati. 
L’autunno seguente rimasero in biblioteca solo alcuni libri ancora da leggere e la scuola media si liberò di lei per proiettarla verso un mondo nuovo.
Dimenticò la collina, la radura e l’albero smanioso di crescere che si trascinava appresso le spoglie della tenda rossa e chissà cos’altro ancora. Dimenticò al punto di non sognare più nulla che avesse a che fare con quel posto. Nei suoi pensieri un po’ di spazio per quel ragazzo ricciolino della prima B e un’emozione nuova per il seno, che si era finalmente deciso a puntare insistentemente sulla maglietta della salute. Al mattino, dopo colazione, la scelta dell’abbinamento fra i vestiti cominciò a richiedere qualche minuto in più.
La biblioteca dell’istituto, sistemata in un silenzioso seminterrato, aveva così tanti libri che Maria dovette darsi una regola. Scelse un criterio che teneva conto di una cronologia storica e di un ordine alfabetico non rigoroso. Prima delle vacanze si rifornì dell’opera omnia di Flaubert, Guy de Maupassant e Goethe.
Dondolò sotto il porticato assieme a Madame Bovary e imparò i rudimenti dell’Educazione Sentimentale. Accadde sul finire del pomeriggio, con un imperioso temporale che aveva fatto sparire il cielo a est. Conobbe la vita di Jeanne Le Perthuis e il cinico arrivismo di George Duroy, irresistibile playboy di una Parigi che compariva solo più nelle stampe d’epoca.
 Al principio di settembre, senza Custer costretto dall’artrosi al suo angolo di mondo preferito, si ritrovò nuovamente al cospetto dell’albero. Era cresciuto fino a pareggiare i suoi simili che circondavano la radura. Il telo della tenda aveva virato verso un rosa porcellino e calzava perfettamente fra i rami già rigogliosi. I tubi del telaio lo tenevano ben teso, come se una mano abile e paziente avesse stirato il colletto della camicia dopo averlo inamidato per bene. Fra le foglie più in alto e appena fuori dal riparo del telo, si intravedeva una chioma nera, piuttosto spettinata ma ancora folta. Stava adagiata sul tronco principale come se qualcuno si fosse organizzato la pennichella del pomeriggio al riparo dal sole.
Maria non era arrivata a mani vuote.
Aggirò gli alberi, pestò i piedi in terra per allontanare le vipere e infine sedette con la schiena appoggiata al fusto. Le formiche intraprendenti cominciarono a prendere le misure delle sue caviglie nude e lei le ricacciò, seppellendole sotto un leggero strato di terriccio. Il tessuto della tenda svolazzava appena, come quella prima volta al principio della nevicata. I passerotti cantavano e le cicale non si stavano di certo risparmiando. Sentì l’erba dura trafiggere i pantaloni estivi inconsistenti e un accenno di prurito alle gambe.
Resistette.
Spinse con la schiena e il giovane tronco ancora tenero si mise a dondolare. La chioma di capelli neri, producendo un rumore di ossa rotte appena confuso col fruscio delle foglie, si posò sul ramo a fianco.
Lei, con voce emozionata, attaccò la lettura del Giovane Holden.

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