giovedì 4 marzo 2021

Furto con scasso. Non entrate in quella casa...






Non era nelle sue abitudini passare da quelle parti, semplicemente, quella sera, fu costretto a farlo per colpa di una fognatura tenuta male.
Era letteralmente scoppiata. 
Il tubo, otturato dopo anni di incuria,  era arrivato al punto di non ritorno in un pomeriggio d’estate, un po’ prima che cominciasse la finale degli europei di calcio. 
A Fausto non importava un granché del fatto che la Francia e il Portogallo si incontrassero per contendersi il trofeo ma la partita in televisione presupponeva di scroccare una cena  ad Aurelio e Luisa e non solo. C’era Graziella, la biondina, con il seno scultoreo e oca quanto bastava per farci un pensierino. Aveva addirittura creduto alla balla  che lui si interessasse con buoni profitti di certi modernissimi sistemi di climatizzazione. Insomma, ce n’era quanto bastava per attraversare il centro storico nell’ora di punta e  per convincerlo a sopportare i canonici novanta minuti, con il rischio concreto  che si tramutassero in centoventi più i rigori.
La strada era invasa da una materia di un colore grigio-limaccioso tendente al marrone, punteggiato da una costellazione di carta a brandelli e preservativi usati, sparpagliati in giro come le barchette della  Coppa America di vela. Una transenna a strisce diagonali di colori alterni invitava a girare intorno all’isolato, attraversare il fiume sul ponte di ferro e procedere per un chilometro fino al ponte successivo. La cosa era  una solenne fregatura, visto che il vino, rubato il mattino sulla bancarella del mercato, era diventato ufficialmente suo dopo trecento metri di corsa e un minuto di paura, e adesso si stava indegnamente scaldando sotto il sedile del passeggero della sua Panda 30.
Le griglie suonarono rumorosamente sotto le ruote dell’auto e in breve si trovò nella parte della città destinata ai ricchi. 
C’erano ville con giardino, palazzine con custode e tante berline scure parcheggiate nei vialetti. Alberi di faggio ben curati si alternavano a panchine in pietra e ferro battuto, mentre nella parte di strada rivolta al fiume dei minacciosi parchimetri esigevano lauti oboli per pochi minuti di sosta.  I giardini pubblici, più grandi di quanto lui avrebbe concepito per una pista di decollo, pullulavano di podisti, amanti della tintarella con la faccia regalata all’ultimo sole del pomeriggio e bambini, chi intento a correre dietro un pallone, chi impegnato a fare volare un drone che sicuramente valeva più della sua auto.
Quella casa non l’aveva mai vista. 
Doveva esistere da molti anni, sicuramente prima delle due guerre e forse  ancor prima che i treni a vapore cominciassero a sbuffare per le strade ferrate di tutto il paese. Se lui non l’aveva mai vista, dipendeva forse dalle chiome degli alberi, che l’avevano tenuta nascosta per tutto quel tempo. Una recente potatura delle fronde, qualcosa che era avvenuta in seguito ad un misterioso parassita che aveva aggredito gli alberi in quella zona, aveva svelato l’esistenza di quell’edificio.
Dipinta di un color salmone ripassato di fresco, spiccava dietro una folta siepe per i due piani che si succedevano al primo. Aveva un lungo balcone, messo in sicurezza con una ringhiera in bacchette di metallo verniciate in color ghisa, che ne occupava la facciata per buona metà, e una serie di porte e finestre che vi si affacciavano, tutte chiuse dietro delle persiane di un grigio-verde di altri tempi. Tubi di discesa in rame ossidato si calavano lungo i tre spigoli che si intravedevano e sul tetto una vecchia antenna TV si elevava otre alla copertura della casa dietro, piuttosto lontana ma evidentemente dannosa per la buona ricezione. Sul lato rivolto a settentrione una lingua di edera veniva portata con classe, come una signora della società bene può sfoggiare uno scialle in morbida seta. 
Sistemata com’era sulle pendici della collina, poteva essere raggiunta solo attraverso una strada stretta e impervia, abbastanza ripida da scoraggiare il passaggio di persone diverse dai pochi residenti e comoda per seminari degli sbirri che avessero voluto inseguire un ladro. 
La collina, che rappresentava l’isola incontaminata e felice che buttava di tanto in tanto uno sguardo sdegnoso sulla cappa di smog a corredo della città, era raggiungibile solo attraverso strade perlopiù scomode, che si innestavano qualche volta sulle arterie trafficate mentre, in molti altri casi, finivano a fondo cieco da una parte e si generavano da una via poco più larga e altrettanto difficile da percorrere in auto. Era la stagione delle vacanze, e le persiane chiuse dimostravano che i padroni di casa erano andati a cercare ristoro altrove.
Un invito.
Rallentando appena, Fausto constatò che l’area doveva essere poco illuminata. Vedeva difatti un primo lampione qualche decina di metri a valle e poi un altro, sostenuto da un palo preso in ostaggio dai rampicanti che sbucava dietro il muro di cinta di un grosso podere.
Li avrebbe spenti.
A giudicare dal gusto retrò delle finiture, la casa doveva essere abitata da persone anziane, poco avvezze a installare antifurti e ancora attaccate a quei valori di onestà  e rettitudine, quei valori che non esistevano più.
Sarebbe entrato.
Dietro quel muro in pietra, due metri e mezzo di altezza o forse più, c’era il paradiso  dei ladri, una vacanza premio con volo low cost e rientro in business class. C’erano l’argenteria tenuta nei cassetti e soldi, tanti soldi, sistemati dentro qualche vaso o al massimo sul retro di una credenza.
Dietro a quel portone in pesante legno c’era lo stipendio di due anni, con la tredicesima, le ferie pagate e tutti gli straordinari.
Francia e Portogallo si sarebbero incontrate quella sera stessa.
Era ovvio che avrebbero vinto i padroni di casa, e altrettanto logico che lui, il giorno seguente, avrebbe messo a segno il furto migliore della sua carriera.


Fausto attese il crepuscolo ciondolando da un bar a quell’altro.
Era bene tenersi alla larga dal suo monolocale con bagno. 
Per quanto fosse al piano seminterrato di un palazzo vergognosamente brutto, il padrone di casa si ricordava sempre di lui, dell’affitto che gli doveva e del rimborso spese condominiali. Una volta intascato il malloppo, nessuno più si faceva  vedere da quelle parti per un mese. Quel giorno avrebbe dovuto pagare ma dal momento che l’ultimo borseggio aveva reso un paio di biglietti da venti e una serie di monetine insufficienti a pagarsi un aperitivo, si era reso irreperibile fin dal mattino.
Di tanto in tanto si girava verso la collina e constatava che quella casa era rimasta chiusa, disabitata.
I due soli lampioni che la circondavano erano danneggiati.
Al principio del pomeriggio, durante il suo giro di perlustrazione, era passato sotto le lampade e aveva piazzato un piombino nel bel centro, sparandolo con la sua silenziosissima pistola a gas compresso. Si era avvertito un rumore simile al sibilo di una biscia e poi qualche frammento di plastica era piovuto in terra. Quando si sarebbero accorti dei guasti, a sera inoltrata, avrebbero preso un appunto di telefonare il mattino dopo alla squadra manutenzione del municipio. Quello che importava era che la notte il buio fosse stato vero, intenso come una macchia di inchiostro e impenetrabile dagli occhi fallaci di un uomo.


Intanto si stava facendo buio.
La città chiudeva i battenti, gli ultimi ritardatari lasciavano l’ufficio e gli inguaribili bevitori andavano alla ricerca di qualche pub aperto. La caccia al parcheggio era cominciata e le famiglie stavano per riunirsi intorno al tavolo. Tutti i televisori si erano sintonizzati sui telegiornali: un unico concerto di notizie e di scoop vomitato tutto insieme dalle finestre spalancate. Al di là del fiume un odore di alghe si levava incontro al parco. Facendo attenzione, si poteva ascoltare lo scroscio dell’acqua anche stando lontani.
Sulla collina, complice la penombra prematura causata dagli alberi abbondanti, si erano accesi i lampioni della luce pubblica.
Due di loro erano rimasti spenti.

Atterrò nell’erba morbida. 
Lo fece oltre al muro che aveva scavalcato agevolmente con la scala in corda. Se l’era era portata nello zaino assieme a una lampada frontale da corsa, un piccolo piede di porco e una minuscola torcia led a penna. Tutto il resto dello spazio, comprese le tasche laterali e quella sulla chiusura, era destinato alla refurtiva.
La fioca luce del led inquadrò un lampioncino da giardino spento, un marciapiede in cemento che aggirava tutto l’edificio e delle aiuole corredate da una collezione di statuette che riproducevano i personaggi di Tolkjen. Un hobbit dai piedi pelosi lo squadrava da dietro un ciuffo di margherite mentre la riproduzione di un elfo, in scala 1:25, sembrava volesse scoccare una freccia proprio nella sua direzione. La faccia cattiva lo rendeva credibile. 
La città proiettava un alone di luminescenza all’orizzonte e le finestre della casa dirimpetto lasciavano passare una luce timida e lontana,  che filtrava a malapena attraverso le fronde.
A parte il frinire dei grilli e la traccia omeopatica del rumore del  traffico dalle strade, si era vicini al silenzio assoluto.
Era arrivato sul posto col favore del buio. Nessuno l’aveva notato, a parte un ciclista ritardatario che arrancava sulla salita per andare incontro alla sua cena. Era passato con la testa china sul manubrio e un fiatone che gli aveva di sicuro aspirato il sangue dal cervello. Fausto poteva giurare che non avesse nemmeno fatto caso a lui.
La linea di siepi che correva attraverso il giardino, dividendolo in due parti esatte, si prestava per coprire la sua avanzata. Ringraziò la buona sorte e dopo qualche passo si trovò davanti al portone di accesso, grande quanto bastava per farci entrare un’auto. 
Era chiuso con un lucchetto, che aprì con una semplice forcina. Ci mise meno del tempo concesso al concorrente del Rischiatutto per rispondere a una mezza dozzina di domande difficilissime.
Una volta all’interno del garage, indossò la lampada frontale, non stupendosi affatto che nessun allarme fosse scattato.
Era un locale con il soffitto a volta costellato da efflorescenze di sale, le pareti in mattoni nudi e il pavimento rivestito con un gres piuttosto liso. Al centro dell’ambiente, accanto a una serie di scaffali coperti con teli scuri, una Lancia Flavia rossa come una ciliegia dimostrava la sua tesi: casa di anziani nostalgici, alle terme per curarsi i reumatismi oppure al mare a badare ad uno sciame di nipotini irriverenti. 
Gli dispiacque davvero. Quell’auto, un modello del 1966 con 102 cavalli che giacevano addormentati sotto al cofano, era tenuta talmente bene che avrebbe fatto gola a molti collezionisti. Si chiese quanto gli avrebbero pagato la soffiata.
Aggirò l’ostacolo.
Un lampo, improvviso e inatteso lo accecò per un istante. 
D’istinto fece un balzo all’indietro e andò a sbattere contro il telaio duro degli scaffali. La mano andò verso la cintura alla ricerca della pistola a gas compresso. La puntò di fronte a lui, senza un preciso bersaglio. Trovò riparo in una nicchia nel muro, assunse una posizione di profilo per non essere un facile da colpire e attese, con il cuore che rimbalzava fra la gola e il petto. Se fosse stato necessario sparare lo avrebbe fatto. Nessuno sarebbe morto a causa di quei piccoli piombini, ma l’effetto deterrente avrebbe funzionato abbastanza da coprirgli la fuga. La scala in corda era stata posizionata sul muro per ogni eventualità, e la sua Panda lo attendeva anonima in un parcheggio poco lontano, con una targa posticcia presa in prestito da una vecchia 127.
Quando si accorse che il lampo era stato solo un riflesso di luce sulle cromature della Flavia, si lasciò andare in una risata soffocata. Per quanto ci si abitui a fare il ladro, per quanto si affinino le tecniche e si acquisisca il sangue freddo, la possibilità che qualcosa possa andare storto rimane sempre innescata, come un residuato bellico sepolto sotto la sabbia. 
Puntò il faretto in direzione dell’auto. Quella doppia terna di fari sul muso, insieme alla mascherina che sembrava un ghigno a bocca aperta, lo spaventò, richiamando alla memoria macchine infernali che se ne andavano in giro per Castle Rock a sterminare i nemici del suo proprietario.
Contò fino a dieci.
I secondi, per quanto strascicati verso la fine del conteggio, non furono sufficienti per riacquistare la calma smarrita.
Contò nuovamente  fino a dieci. 
Questa volta  lo fece pensando alle tette sode dell’ochetta bionda che gli aveva tenuto compagnia durante la finale degli europei, mentre Aurelio e Luisa seguivano le scorribande in campo. C’era trippa per gatti quella sera, ma lui non era stato capace ad approfittarne. Nella sua testa si erano rincorsi mille pensieri collegati alle bollette da pagare, agli affitti da onorare e alle ville in collina da svaligiare. Da quando aveva notato quella casa, passando per il percorso obbligato dettato dalla deviazione, era stato come rapito dal pensiero di entrarci, di penetrarla. Chissà cosa aveva pensato la bionda dalle tette sode di quell’eccitazione che lui aveva messo in mostra. Era di natura sessuale, ma non nei suoi confronti. Era rivolta a un mucchio di mattoni e pietre.
Sul muro verso l’interno si apriva una porta. La inquadrò con il fascio di luce e vide che era appena appoggiata. Doveva portare verso le scale. 
Spinse. 
Le cerniere erano state lubrificate di recente e il battente scivolò fino a fermarsi contro il muro di fianco. Una scalinata con i gradini in pietra partiva una decina di metri oltre e poi svoltava perdendosi in uno stretto cunicolo. Prima di affrontare il corridoio si guardò ancora alle spalle: l’auto era immobile. La scrutò indugiando sui particolari: le  gomme come nuove, il paraurti lucidato con cura e nemmeno un granello di polvere sulla carrozzeria. Il parabrezza riluceva di una sfumatura di azzurro. Non sapeva come ma, nel momento in cui aveva girato la schiena, aveva avvertito la sensazione di essere osservato.
Si sentì un idiota.
L’ultimo furto in appartamento gli aveva reso un computer nuovo di fabbrica, il numero 666 della produzione limitata della Gibson Les Paul 295 Florentine W/Bigsby e cinque bei centoni, che quel pirla del proprietario aveva lasciato in vista nel centro di un piattino in soggiorno. Tutto il lavoro era durato meno di cinque minuti, era avvenuto in piena notte  e lui  non aveva provato nessuna inquietudine.
E invece adesso la stava provando.
Dopo i primi due metri di corridoio incontrò una porta sulla sinistra. 
La breve ispezione portò alla luce uno scaffale di ricchi vini. Erano tutti champagne costosissimi: Louis Roederer Cristal, Broël & Kroff, Bollinger Vielle Vignes e Krug Clos d’Ambonnay. Quest’ultima bottiglia, valutò, se la sua memoria non l’ingannava, poteva costare anche 3000 euro.
Avrebbe sopportato il dolce peso nel suo zaino ooooh sì! Avrebbe fatto anche due giri, se necessario.
La seconda cantina era popolata di attrezzi per il giardinaggio, compresi un decespugliatore  a zaino ed una falciatrice a scoppio, con una bella testata da 10 cavalli appena camuffata dietro una mascherina nera corredata dello stemma con un toro chinato alla carica. Le lame erano ancora macchiate di clorofilla e terra. Quell’odore di miscela e grasso, che arrivava al naso forte come una cannonata, gli ricordò suo padre, che invano tentava di farlo appassionare al lavoro. A lui di lavorare, sudare e sporcarsi le mani di terra non interessava. Il suo vecchio avrebbe potuto raccontargli tutte le favole del mondo sulla dignità, l’onestà e la rettitudine, ma a lui interessava di mettersi all’opera una volta ogni qualche mese, aprendo la villa giusta, il negozio perfetto o il portafoglio con dentro qualche ricca pensione. 
La villa giusta era lì, sotto i suoi piedi, sulla sua testa e tutto intorno a lui. Muri, cemento, legno, laterizio e metallo. Acqua che scorreva come sangue nei tubi ed energia fluente attraverso i cavi elettrici. Bulloni, tiranti e terra schiacciata sotto il peso degli anni. Se il buongiorno si vedeva dal mattino, lui aveva visto sorgere il sole su una collezione di vini che, da sola, valeva un anno del lavoro di un operaio. 
Sopra, in casa, non ci era ancora entrato.
Avrebbe trovato ogni ben di dio, soldi, gioielli e pezzi d’arte quotati. Magari fra le mura di quell’appartamento era conservata una raccolta di francobolli  o qualche libro rarissimo e prezioso, tenuto su di uno scaffale senza particolari precauzioni. 
La terza porta racchiudeva una grossa caldaia, sorniona sotto il suo scafandro da palombaro. Come l’auto era vecchia, anzi, vintage, ma la sensazione di potenza che trasmetteva era impagabile. Probabilmente consumava più gasolio di una portacontainer ma, evidentemente, ai padroni di casa ricchi e facoltosi non importava nulla. Come per tutte le cose presenti in quel posto doveva esserci un affetto particolare, un attaccamento all’oggetto, alla sua storia. Aveva il bruciatore installato alla sua base come il motore di un missile. Avrebbe scatenato l’inferno l’autunno prossimo venturo. Ne era sicuro.
Passò oltre e, dopo avere ispezionato la salita delle scale, mise il piede sul primo gradino.

Aveva notato il baluginare della TV accesa, e la cosa non l’aveva fatto desistere dal salire le scale e dall’entrare.
Uno dei tanti accorgimenti banali e totalmente inutili per scoraggiare i ladri, era proprio quello di lasciare accesi una luce o il televisore. Nel caso suo la cosa lo aveva rassicurato e gli aveva dato la conferma che i proprietari erano davvero lontani da casa. 
Un vecchio film in bianco e nero proiettava la sua luminosità essenziale sul tappeto persiano, srotolato davanti a una coppia di poltrone coperte con  delle lenzuola. In quel momento Spencer Tracy, vecchio pescatore disperato, stava lottando contro il mare e contro lo squalo che gli stava addentando la preda, un poco alla volta:
se ci fosse il ragazzo bagnerebbe le duglie. Sì, se ci fosse il ragazzo, se ci fosse il ragazzo…
La lampada frontale ruppe la penombra elettrica dello schermo e fece un giro d’orizzonte come un faro. Quello che vide gli piacque.
Intanto sulla parete di fronte erano apparsi dei quadri interessanti, qualcosa che aveva a che fare con i paesaggi di Lo Iacono, almeno per quanto si era capito dall’areola sfuggente di luce che li aveva sommariamente esaminati. Uno scaffale incastrato fra una finestra e l’altra ospitava una collezione di coppe e medaglie, molte delle quali avevano l’aria di essere in oro massiccio. C’era anche un gatto in ebano nero, scolpito e lavorato interamente a mano. I padroni di casa gli avevano riservato un intero scomparto. La porta,  che interrompeva la parete al fondo, si apriva su una camera da letto che dava l’impressione di essere depositaria di tanti segreti. Dalla parte opposta si accedeva a un disimpegno, con libreria, mobile del telefono ed un portaritratti in argento che non faceva nulla per rimanere nascosto. La natura morta da due soldi che si intravedeva sul fondo aveva tanto l’aria di celare una cassaforte a muro, di quelle che si scardinano col piede di porco e si portano a casa sotto il braccio.
Fausto si strofinò le mani e decise che, per prima cosa, avrebbe acceso le luci. 
Era del tutto inutile aggirarsi in quella casa col rischio di inciamparsi in qualche tappeto, quando le finestre erano tutte chiuse con le pesanti persiane e i vecchi lampadari, con lampadine a tortiglione tutte impolverate, potevano solo proiettare una luce debole appena sufficiente per muoversi.
Mise la mano sull’interruttore e accese.
Apparve una corona di capelli grigi, circondava una grossa testa calva appoggiata sullo schienale della poltrona più lontana. Sul cranio, la pelle si era corrugata in tante piccole onde. Doveva essere lì da tempo, perché sul lenzuolo che rivestiva il giaciglio si era formato un alone giallognolo. 
Fausto, come poco prima in garage, indietreggiò di colpo e andò a sbattere contro la piattaia alle sue spalle. Un servizio decorato con motivi floreali diede origine a un concerto e lui si portò istintivamente le mani alle orecchie. Come un uccello finito per sbaglio dentro una stanza, tentò, agitandosi, di ricostruire la geografia del luogo e di trovare la via di fuga. Quando ci riuscì una porta chiusa gli impedì di continuare. Si ritrovò con i palmi della mani premuti contro il legno e l'affanno che prosciugava energie alla ragione. 
Ancora una volta impugnò la pistola a gas compresso. 
Ancora una volta il suo muscolo cardiaco si contrasse paurosamente. 
Se fosse scoppiato non si sarebbe stupito. In quel momento la cosa che lo infastidiva di più, non era tanto l’ipotesi piuttosto concreta di finire in galera, quanto la figura di merda che avrebbe fatto nel raccontare le circostanze del suo arresto. 
Al sommo della beffa, il faccione di Mr. Wolf si materializzò sullo schermo, a colori questa volta:
“Be', non è ancora il momento di farci i pompini a vicenda!”
Guardò indietro e spinse con tutta la forza. La porta scricchiolò appena e i piedi scivolarono sul parquet. 
Era in trappola.
Decise che avrebbe spaventato il padrone di casa puntandogli addosso la sua pseudo pistola. 
Ci sarebbe cascato con tutte le scarpe.
Gli avrebbe urlato in faccia, sputando in tutte le direzioni e lasciando che la pelle si tingesse di un rosso tendente al viola, anzi no, avrebbe indossato la calza che prudentemente si era infilata in tasca, gli avrebbe vomitato addosso minacce assortite e si sarebbe calato dal balcone, mentre il vecchio si preoccupava di pulire la merda dai suoi pantaloni. Sarebbe andato via da quel posto così velocemente, che i testimoni, se mai ci fossero stati, avrebbero raccontato di una lepre libera nei prati.
Guardandosi nuovamente indietro si mise il collant addosso, srotolandolo sulla sua testa come un preservativo. Di colpo la luce giallognola della camera assunse una tonalità sul marrone.
Osservò la testa appoggiata allo schienale.
Era ancora al suo posto. Gli ricordava il suo vecchio, a casa, quando era ancora vivo.  
Ogni sera di tutti i giorni crollava in trance sul divano davanti al televisore acceso. Lo faceva se aveva lavorato, se era stato in ferie o se aveva marcato visita. Lo faceva alle feste comandate e tutte le sacrosante domeniche dopo la partita ascoltata alla radio, dopo una passeggiata in centro o con addosso la tuta dell’officina. Il suo vecchio era stato distrutto da una vita che aveva accettato con troppa rassegnazione.
Forse il padrone si era addormentato anche lui davanti al televisore, e non l’avrebbe nemmeno notato. La porta che gli aveva sbarrato la fuga doveva essersi chiusa per una corrente d’aria o qualcosa di simile. La giustificazione non gli piacque, ma doveva pure darsene una.
Impugnò l’arma rivolgendo la canna verso il basso. L’accorgimento doveva servire a confondere le idee, a lasciare intendere che la bocca da fuoco avesse un diametro credibile per qualcosa che poteva uccidere, non per un giocattolo come il suo. 
La TV ritornò in bianco e nero. 
Era evidente che l’uomo fosse sveglio e che esercitasse il suo sacrosanto diritto allo zapping. Come non si fosse accorto del baccano fatto dai piatti rimaneva un mistero. 
Fonzie, Arthur Fonzarelli, stava ammonendo un ladro sorpreso in casa Cunningham, un vile topo d’appartamento come lui:
“se fai il colpo con l’arnese, ti becchi un anno invece di un mese!”
Non era possibile. 
Fausto si convinse che stava delirando, che la paura gli stava giocando  brutti scherzi. Era solo suggestione la sua, frutto di un momento di sconforto e della somma di qualche fattore sconosciuto, una specie di tarlo che aveva saputo scavare nel suo inconscio. Contraddicendo la spiegazione che si era appena dato, si convinse invece che aveva visto bene, che la casa era abitata e che aveva preso un abbaglio clamoroso. Pensò che forse avrebbe dovuto studiare il colpo con più cura, aggiungere un sopraluogo il giorno successivo, valutare ogni possibile eventualità. Si pentì di non avere fatto la classica prova della telefonata, di non avere tentato di colpire le finestre con una pietra  per vedere se qualcuno fosse accorso a verificare chi fosse stato. 
Come se quel metodo avesse valenza scientifica, riprese a contare fino a dieci. 
Dall’uno al sette i numeri furono trangugiati come pastiglie indigeste, le ultime cifre della conta, al contrario, vennero fuori orgogliose e ben scandite:
sette, otto, nove…dieci.
Al dieci fece un balzo nella stanza.
La testa dell’uomo sporgeva ancora dalla sommità dello schienale.

Crollò letteralmente sulla poltrona rimasta libera e dal lenzuolo si sollevò una nuvola di polvere e acari. Sentì le molle del cuscino cigolare e i piedi affondare nel pelo alto del tappeto.
Non poteva fare nulla, urlare, fuggire o sparare. L’ultima delle opzioni era la meno praticabile, perché l’uomo che aveva di fronte era già morto.
Fausto si abituò velocemente a quell’immagine, solo l’ultima del teatrino degli orrori a cui aveva assistito.
L’uomo calvo respirava con affanno. Sollevava il torace ritmicamente, su e giù, e facendolo gli usciva del sangue da un buco nel centro del petto. I fiotti scavalcavano la mano che si teneva sull’addome e andavano a formare un laghetto melmoso nell’incavo fra le gambe unite. Quando ebbe il coraggio di guardarlo negli occhi, di sollevare gli occhi incontro a quelle orbite incavate, riconobbe il medesimo sguardo di odio e disperazione che aveva ricevuto cinque anni prima, quando quell’uomo era morto sotto i suoi occhi con un colpo di pistola sparato al cuore. Avvinghiando i braccioli, Fausto tentò di dire qualcosa in sua difesa. 
"Non sono stato io a sparare, dovrebbe saperlo…"
L’uomo si spostò leggermente, facendo leva con un braccio per sollevarsi. La pozza di sangue si perse nel crepaccio che si era formato fra le cosce. Gli schizzi dal petto, intanto, continuavano a uscire come da un tubo rotto. "Io ho visto solo un lampo e poi ho sentito un dolore forte, qui." Il dito si infilò nel buco interrompendo l’emorragia. "Chissenefrega chi ha sparato! Tu e la tua brutta faccia eravate lì, davanti a me. Tu hai raccolto la valigetta che ho tentato di difendere, tu me l’hai strappata dalle mani, tu sei scappato facendo in modo che il tuo culo piatto fosse l’ultima cosa che ho visto prima di morire…"
"E’ stato Rocco a sparare!" E nominando Rocco gli tornò alla mente quella siringa insanguinata infilata al centro di un livido sul braccio. Era stata la sua sentenza di morte, una sentenza tagliata con della robaccia  esagerata per le sue vene già piene di droga. Con i soldi sottratti alla valigetta era corso alla ricerca del suo pusher e, per sua disgrazia, l’aveva trovato quella sera stessa.
Non si era nemmeno capacitato di avere ucciso un uomo. Era accaduto tutto così in fretta che i soldi rubati erano stati spesi ancor prima che il cadavere di quel poveretto potesse raffreddarsi.
Fausto chiuse gli occhi stringendo forte. 
Sapeva che non sarebbe servito a fare finire l’incubo che stava vivendo. Aveva provato a urlare, ad agitarsi come un tarantolato, ad infliggersi sofferenza. Nulla, non era servito a nulla. L’uomo alla poltrona era sempre lì, al suo posto, e lui non aveva potuto fare altro che sedersi di fronte.
"Le chiedo scusa. Quella rapina non doveva finire così. Rocco era nervoso, agitato. Stava sudando, soffriva come un cane e non poteva più aspettare. La crisi di astinenza, capisce, la crisi lo stava distruggendo. Capisce cosa significa un crisi di astinenza dall’eroina?"
L’uomo scosse la testa.
"È una cosa terribile, si smette di ragionare, si provano dolori così forti che si vorrebbe morire…"
"E infatti sono morto io…"»
Fausto tacque. Quella rapina di cinque anni prima, quando Rocco aveva premuto il grilletto con la facilità che si usa nei videogiochi, era stata archiviata senza colpevoli, o almeno senza che nessun uomo in vita potesse pagare per il suo crimine. I carabinieri avevano trovato sul posto tante di quelle tracce che riconducevano a Rocco, che nemmeno si erano preoccupati di cercare le sue, che pure abbondavano sul luogo del delitto. Avevano trovato il colpevole già morto con la valigetta rubata abbandonata al suo fianco. Avevano  accontentato la stampa, i parenti e risparmiato i soldi del processo, tutto in un sol colpo.
Tossendo, l'uomo sulla poltrona sputacchiò sul tappeto una miscela di sangue e bava. Quando lo fece, il getto ematico arrivò dal cuore fin quasi alle scarpe di Fausto, che istintivamente si ritrasse. Mantenendo un minimo di lucidità vide che sul mobile del televisore era appoggiato un orologio d’oro. Solo che il padrone di casa non se ne voleva andare, non voleva scomparire dal suo incubo. Di tanto in tanto cercava di sollevare il corpo ferito spingendo sui braccioli ma otteneva solo uno scricchiolio della poltrona che sembrava deformarsi sotto il peso. 
Il freddo che Fausto avvertiva alle gambe, assieme a un sapore di denti marci in bocca, rendeva tutto assolutamente vero. Ascoltò il cuore che batteva nelle orecchie e un tremore nella schiena che sembrava la scossa di una sedia elettrica. 
L’uomo morto stava rimescolando la saliva in bocca. Lucio si accorse troppo tardi che stava per sputargli e non fece in tempo a scansarsi.
Gridò. "Io non potevo impedire a Rocco di sparare, io non potevo leggergli nel pensiero, io…"
In televisione c’era Tony Montana. Sullo sfondo di un tramonto infuocato incollato alla parete come tappezzeria, aveva appena piazzato un proiettile nello stomaco di Mel Bernstein, uno sbirro corrotto: 
"Figlio di puttana…"
"Addio Mel, fa buon viaggio!"
PUM!
Era accaduto così cinque anni prima:
PUM! E l’uomo con la borsa piena di contante era rovinato in terra, con la bocca spalancata in un grido rimasto incastrati in gola. A Fausto tornò in mente quel rumore di ossa rotte nel momento in cui andò a sbattere le vertebre sul bordo del marciapiede.
Non stava facendo zapping. Il televisore si divertiva a proporre la sua personalissima interpretazione del momento. Improvvisamente, il canale virò sulla cronaca di un intervento chirurgico a cuore aperto, dove decine di tubi e pinze di metallo si infilavano dentro un petto sanguinolento, e la cosa fece contrarre lo stomaco di Fausto in uno sforzo di vomito. 
La porta del pronto soccorso di ER si spalancò per fare passare la barella. Intorno a un corpo senza segni di vita si avvicendavano due infermieri, uno dei quali teneva sollevata la flebo con la mano destra. Il Dottor Carter accorse posando sul bancone della reception la cartella clinica che aveva in mano. 
"Cosa abbiamo?"
"Colpo d’arma da fuoco con emotorace e interessamento della T4"
Lucio si lasciò andare a un tic nervoso. Stava impazzendo. 
Tentò di fuggire, di sottrarsi a quel supplizio mentre l’uomo morto si prendeva gioco di lui ridendogli in faccia. Dopo poco le risa cominciarono a risuonare nella stanza e a fare tremare la cristalleria di Boemia ricoverata dentro una vetrina chiusa a chiave. 
Si portò le mani alle orecchie per non sentire e di scatto si alzò. Sembrava il pilota di un aereo da guerra in difficoltà che si era fatto eiettare con tutto il seggiolino. Corse incontro alla porta che poco prima gli aveva impedito di passare e la sfondò con una spallata. Percorse il corridoio che andava incontro alle scale con la velocità di un treno. Passava a fianco delle porte e le sentiva aprirsi. Dalle camere uscivano tutti gli scheletri che in vita sua aveva chiuso negli gli armadi. 
La signora degli alimentari in quel piccolo paese, che lui aveva rapinato facendole assaggiare la lama affilata del suo coltello, sbucò dalla camera padronale. Era così anziana che sarebbe morta di vecchiaia, lei e quel suo ridicolo grembiule blu che la faceva sembrare alla commessa di una ferramenta. Sarebbe morta nel suo letto, annoiando figli e nipoti con le storie della sua vita, si era detto dieci anni prima. Invece la signora, cinquant’anni passati dietro a quel bancone, i primi dei quali a compilare le somme della spesa sul retro della carta del pane, era andata a casa con il magone nel collo, un’umiliazione così grande che non aveva avuto il coraggio di raccontarla al figlio ed un dolore al petto che si era fatto vivo come  se un cane le avesse addentato il cuore.
Era morta quella notte stessa, per il dispiacere.
Dal bagno sbucarono una coppia di donne scippate. 
La prima aveva sentito il suo femore sbriciolarsi quando era caduta in strada proprio davanti alla frenata di un automobilista, la seconda aveva rincorso la sua pensione per dieci metri credendo di averne percorsi mille. Erano morte tutte due, una dopo un penoso e mai soddisfacente recupero dall’operazione di ricostruzione articolare, l’altra di polmonite, perché, assieme a quella pensione, se ne erano andati via anche i soldi per il riscaldamento.
Correvano come gazzelle,  dopo morte.
Fausto le sentì arrivare alle spalle assieme a un vento caldo che gli infuocava la schiena. Grida, insulti e passi concitati che rimbombavano nel corridoio. Una mandria di cavalli imbizzarriti. Se non avesse avuto il coraggio di girarsi per vedere quei fantasmi, avrebbe pensato ad una mandria di cavalli spaventata da un’esplosione, pronta a travolgere tutto e tutti.
Impugnò la sua stupida pistola a gas compresso e rise. 
Nessuna arma aveva mai fermato gli incubi, i fantasmi e tutte le maledette manifestazioni dell’oltretomba. Aveva letto abbastanza fumetti di Dylan Dog per farsi un’idea su certi argomenti, ma lui la impugnò lo stesso, sotto una stretta forte e sudata. Non si sarebbe affatto stupito se per sbaglio gli fosse partito un colpo, dritto nei testicoli.
Inciampò in un vaso. La pianta grassa cadde e gli inflisse un supplizio di spine nello stinco. Bestemmiò, senza pentirsi affatto di farsi sentire da gente che poteva pure avere un rapporto diretto con i padreterno.
"Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto"
Il televisore aveva il volume così alto che si sentiva in tutte le stanze.
Dolorante, Fausto si rivolse in direzione del soggiorno e vide il corridoio sgombro. Pensò che le vecchie rancorose non si erano nemmeno prese il disturbo di seguirlo fino a lì. Stringendo i denti, sfilò la prima delle venti spine che avevano ridotto la sua carne a un puntaspilli e una macchia di sangue prese ad allargarsi velocemente sui pantaloni.
Il televisore sembrava essersi spento. Nessun rumore, nessuna eco dalla stanza che aveva abbandonato sfondando la porta. La seconda spina venne via con un lamento. Si lasciò andare sulla moquette del pavimento ed ebbe una vista inedita del soffitto a cassettoni di legno. 
Sdraiato, con gli occhi che bruciavano, pianse. 
Valutò tutti gli sbagli della sua esistenza, l’arroganza, la totale ostilità ai consigli di suo padre, un brav’uomo, un uomo tutto d’un pezzo. Pregò come sapeva per quelle persone che avevano sofferto ed erano morte a causa sua. 
Le rivide in vita, in quei momenti in cui la paura aveva cancellato la loro dignità, in cui la disperazione aveva mosso i loro ultimi passi, in cui un proiettile aveva aperto il cuore. Ne avvertì l’odore, le implorazioni, l'umiliazione che aveva penetrato le loro anime indifese. Le vibrazioni della preghiera  lo tranquillizzarono, dapprima, poi diffusero in lui un sentore di stanchezza e sonno. Scivolò nell’incoscienza in compagnia dell’immagine di un uomo alto, magro e armato con un grosso fucile. L’aveva materializzata nei suoi pensieri talmente bene, che pensava si fosse fissata sulla sua retina.

"Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto."
Non era la TV, era un fantasma armato di tutto punto, e aveva un fucile.
Solo che lui non poteva contare su una pistola ma su un patetico simulacro a scoregge.
Imbracciava quell’arma con una mano sola, rinverdendo mille cliché di impietosi bounty killer dei film western, spietati banditi e infallibili cacciatori di bufali.
Lo spettro si era messo in bocca quella frase di Clint Eastwood, una di quelle che chiunque ricorda a memoria, un po’ come quella cazzata di Forrest Gump e la scatola di cioccolatini. La carabina Winchester 1873 che stringeva sotto l’ascella aveva tutta l’aria di essere stata appena lubrificata e lui era in terra sdraiato, più o meno con la dignità di un verme.
Non lo riconobbe subito. 
Quando vide quella macchia blu che le cingeva il collo, capì. Si diede anche una spiegazione del perché quell’uomo sorreggeva la testa con la mano libera. Lo faceva perché aveva il collo rotto, perché, otto anni prima, si era impiccato dopo che lui, ladro da quattro soldi, gli aveva portato via l’auto nuova da sotto il naso. 
Le era costata tutti i risparmi quella Golf, le ire funeste della moglie e i musi lunghi dei tre figli, rimasti senza i soldi per andare in vacanza.
Aveva riso a vedere quell’uomo patetico, con al collo una cravatta chiassosa e che si abbinava alla sua giacca come uno sputo giallo sul marciapiede. Lo inquadrava nel retrovisore, sempre più lontano, sempre più piccolo, con quella cravatta che ballonzolava a destra e a sinistra.
FLAP
FLAP
Aveva riso a vederlo disperato rinunciare all’inseguimento, chino sulle ginocchia con gli sforzi di vomito che, fra la curiosità dei passanti, non riusciva più a trattenere. Due giorni dopo, il suo suicidio era stato riportato in un trafiletto sulla cronaca locale:
Quarantanovenne, impiegato statale, si è tolto la vita impiccandosi con la sua cravatta a una trave del garage, una dependance della sua piccola casa alla periferia sud. Lo hanno trovato i figli alle prime luci del mattino. Erano andati a cercarlo all’autorimessa  quando si erano accorti che non aveva preso con sé il borsello in finta pelle che non mancava mai di portare in ufficio. L’ipotesi è quella che l’uomo fosse caduto in depressione a causa del furto della sua auto nuova.
I carabinieri hanno aperto un indagine e il pubblico ministero ha disposto l’autopsia.
L’articolo di giornale non faceva cenno a quel fucile da caccia, che sicuramente si annoverava fra i ricordi del morto. Magari era stato l’ultimo oggetto visto prima di morire, quando si apprestava ad assicurare la cravatta alla putrella in acciaio che attraversava il locale da una parte a quell’altra. Forse aveva pensato di farla finita proprio con lui ma magari, all’idea di lasciare ai parenti un disastro di sangue e cervello da pulire, aveva optato per quell’orribile cravatta.
Provò a dire qualcosa ma dovette desistere. Distratto, lasciò la mano che sorreggeva la testa e questa si piegò di lato andando ad appoggiarsi sulla spalla. Il collo, gonfio e violaceo, si era talmente allungato che l’orecchio aveva superato il deltoide. Lucio vide il braccio con la carabina andare alla ricerca dei capelli e tirare per raddrizzare la testa. Quando il morto ci riuscì rimase in quella posizione, con la canna che gli faceva da cappello. 
"Dai, adesso scappa…"
Fausto non capì subito, scosse la testa guardando dal basso in alto.
"Adesso scappa, seminami, come hai fatto quella volta che mi hai rubato la macchina. Dai, cosa stai aspettando? Sgomma!"
Mancavano sì e no cinque metri al termine del corridoio, poi la porta e oltre le scale che scendevano al piano di sotto. Come si erano dematerializzate le due vecchiette che avevano organizzato una valanga nel corridoio e l’uomo con il buco nel petto seduto in poltrona, anche il soggetto col fucile, il nostalgico del vecchio west, si sarebbe volatilizzato. A quel punto sarebbe stato tutto finito, avrebbe preso le sue cose per cambiare aria. Al diavolo il furto in villa, l’argenteria e i quadri d’autore. Non avrebbe mai più fatto il ladro, né lo scippo né il rapinatore. 
Si alzò in piedi e l’uomo caricò il Winchester. Facendolo dovette usare le due mani e il collo rotto, rimasto senza sostegno, crollò sul petto andando a baciare lo sterno.
Confusione, disordine. 
L’apparizione si agitò cominciando a roteare su se stessa, battendo con la canna del fucile contro le pareti. Al primo girò fece cadere un dipinto, al secondo agganciò il tiretto della tenda che pendeva dal soffitto, al terzo si mise a sparare all’impazzata. Si disintegrò un settore del cassettone sul soffitto, la porta a vetri dello studio esplose con un fragore e un proiettile infilò il dorso di un libro con un tonfo sordo, trasformando Le Affinità Elettive nelle Affinità El   ive. Un proiettile, vero, tangibile e mortale, sfiorò l’orecchio di Fausto e andò a conficcarsi nel muro rivestito con un’anacronistica tappezzeria in velluto. 
Corse giù per le scale e lo spettro tentò di seguirlo. Sembrava un tacchino al mercato rionale, appeso al banco per le zampe e con la testa che sbatacchiava da una parte e da quell’altra. Colpì lo stipite e si dissolse con una specie di grugnito.
Di lui rimase solo il fumo acre degli spari e un acufene violento come la sirena di una nave. 
Il soldato Hudson, appena sbarcato su LW 426, pronunciò piagnucolando la sua battuta. Benché il televisore fosse ormai lontano si distinsero perfettamente le sue parole
"Siete sull’ascensore per l’inferno…in discesa!"


La scala scendeva attraversando il ventre della casa con una spirale. 
Dopo un primo rampante seguivano dei gradini messi a fazzoletto, che facevano la curva senza il pianerottolo. Al fondo dell’ultimo tratto cominciava il corridoio che conduceva al garage. 
Fausto non si rese nemmeno conto di essere sudato, in preda a contrazioni nervose dello stomaco e lievemente ferito dal proiettile di fucile che gli aveva sfiorato il lobo dell’orecchio. Interruppe il riposo che si era concesso sui gradini e andò incontro a una luminosità incerta, che proiettava delle lame arancioni sul pavimento.
La caldaia, il residuato del dopoguerra che aveva notato salendo, si era accesa da sola.
Dalla finestrella che si affacciava al fornello, rumoreggiavano delle fiamme , insieme al motore del bruciatore che girava come un diesel svalvolato. Un odore di ghisa calda si stava arrampicando fin sopra. Si fermò davanti alla porta, ipnotizzato dal fuoco che scaturiva al di fuori degli ugelli. Non si sarebbe stupito se avesse visto un caldaista tutto muscoli che, annerito dalla fuliggine, riversava generose palate di carbone attraverso la caditoia. Gli sarebbe sembrato normale anche  vedere un becchino spingere delle bare spartane nel cuore delle fiamme. Con un po’ di pazienza avrebbe sopportato anche una lingua di fuoco che usciva dallo sportello e lo inseguiva per tutto il piano terreno.
Non accadde niente di tutto questo.
Passò indisturbato e vide il meccanismo operoso lavorare sotto una consolle di spie colorate che si accendevano e spegnevano. Il groviglio di contatori, pompe, e tubature arrugginite e sudate che si contorcevano sopra e tutto intorno, gli sembrò qualcosa di simile all’intestino di un mostro preistorico.
Si lasciò tutto alle spalle.
La cantina con gli attrezzi per il giardinaggio era silenziosa e buia. Le vanghe, le zappe e soprattutto la falciatrice, giacevano freddi insieme a una raccolta di concimi e diserbanti ordinata su degli assi fissati alla parete. In terra la gomma per bagnare era arrotolata su se stessa per mezzo metro d’altezza e stivali e scarponi si presentavano come una formazione di bravi soldati, senza che nemmeno un po’ di fango indurito si fosse staccato dalle suole.
Era finita.
Gli incubi lo avevano abbandonato e insieme a loro se ne erano andati i sensi di colpa.
Sarebbe uscito da quella casa senza nulla che non fosse suo e da quel momento, avrebbe cominciato a comportarsi da persona per bene.
Vide la Lancia rossa dormire nel ventre confortevole dell’autorimessa e la porta, che lui stesso aveva forzato per entrare, ancora socchiusa. Ad aspettarlo fuori c’era la scala in corda per scavalcare il muro in pietra e un po’ più giù la sua vecchia auto resa anonima da una targa falsa.
Strisciando i piedi in terra passò davanti alla cantina.
Non poté farne a meno, dovette entrare. 
Accese la luce e si riempì gli occhi di quella meraviglia.
Erano allineate come colpi di cannone pronti a essere sparati.
Quelle bottiglie di champagne, che già lo avevano deliziato all’andata, sembrava che lo aspettassero. Louis Roederer Cristal, Broël & Kroff, Bollinger Vielle Vignes e Krug Clos d’Ambonnay, roba da convertire all’alcolismo il più  integerrimo degli astemi.
Il Kroff, Bollinger Vielle Vignes, elegante come una signora in nero, sembrava lo stesse invitando ad  avvicinarsi, ad aprirlo. La bottiglia, stesa sul mobile con il collo posizionato nell’incavo in legno, brillava delle finiture dorate della sua etichetta e provocava. Sinuosa e appena perlata con qualche goccia di umidità, sembrava una donna di gran classe in abiti succinti, capelli corvini e lisci, un costosissimo collier  e tanta, tanta energia da fare esplodere.
Esplose.
Il tappo di sughero volò con forza sufficiente a farsi sentire netto e chiaro nei suoi testicoli. Il getto di vino venne espulso con la violenza di una bordata e lo colpì in pieno volto, togliendogli il fiato. 
Uno champagne da migliaia di euro lo stava letteralmente soffocando.
Tentò di opporsi con le mani e, quando finalmente vi riuscì, il Louis Roederer Cristal, Broël  sparò il suo tappo colpendolo nell’occhio. 
Vide un lampo e sentì un fiotto di vino prenderlo letteralmente a ceffoni. Spostandosi andò a sbattere contro una scaffalatura piena di rossi, della Toscana, delle Langhe e anche un Aglianico del Vulture riserva speciale, che cadde e gli si fracassò sul cranio. 
Non mischiare i bianchi con i rossi, i fermi con i vivaci!
Non si ricordava chi glielo aveva detto. La cosa certa era che il suo sangue, copioso dalla ferita sul cuoio capelluto, si era confuso molto bene col rosso rubino intenso della vendemmia 2007.
Al secondo tentativo di sottrarsi al bombardamento, i rimanenti tappi di champagne colpirono con prontezza. Uno dei due gli  si infilò in bocca.
Annaspò.
Con due dita cercò di recuperarlo ma ottenne solo di spingerlo ancor più giù. Sapeva di sughero invecchiato e di carta stagnola. Agitandosi, cosparso del suo sangue e dell’Aglianico che gli aveva riempito anche le mutande, cercò di tossire e riuscì a spostare un po’ il tappo, che finalmente si offrì alla presa delle dita inzaccherate di saliva. Quando riuscì al toglierlo fu aggredito dal vomito e si lasciò andare schizzando violentemente contro il muro, mentre le ultime gocce dei vini pregiati si perdevano nella pozzanghera che si era formata in terra.
Crollò in ginocchio tramortito da un carnevale di odori e svenne.
"Questo è quello che capita a fare i topi d’appartamento, i rapinatori e i ladri d’auto. Dovresti saperlo, Fausto. La gente attribuisce alle suo cose un valore particolare, le carica di energia. Non parliamo dei soldi, perché per quelli ucciderebbe…"
"Io non ho ucciso nessuno!"
Suo padre, che lo stava pulendo con uno straccetto bianco, era giovane, pressappoco dell’età che poteva avere avuto quando lui era adolescente. Già allora si divertiva a rubare i portapenne ai compagni di scuola e a metterli in vendita nella sezione dei poveri. 
Chiuse gli occhi e attese che anche quella visione scomparisse.
Quando li riapri, suo padre aveva sostituito lo straccio con uno nuovo ed era invecchiato di vent’anni. A sentirlo bene si percepiva quel leggero rantolo nei polmoni che più avanti l’avrebbe ucciso. Nella tasca della camicia, la solita con gli ascellari un po’ ingialliti e quel terzo bottone che la mamma si dimenticava sempre di sostituire, il pacco mezzo vuoto delle Nazionali senza filtro. Anche lui aveva avuto i suoi vizi, dopotutto.
"Ok, papà, adesso però risparmiami la predica, che questa è stata una serata di merda!"
Si alzò a fatica. Facendolo, vide la figura del genitore diventare gradualmente trasparente fino a scomparire dietro all’accenno di un sorriso amaro. La bottiglia ancora chiusa del Krug Clos d’Ambonnay lo stava puntando minacciosamente alla fronte. Si spostò verso il corridoio.
"Escono dalle pareti. Escono dalle fottute pareti!"
Ancora lui, Hudson. Il marine spaziale di Aliens scontro finale si stava di nuovo piangendo addosso e gli faceva da menagramo, come al solito. Lucio si fiondò all’interno del corridoio e vide che Hudson aveva ragione. Dalle pareti uscivano mille braccia, giovani e glabre, pelose, raggrinzite, di uomini e di donne. Cercò di passarvi attraverso ma queste lo spogliarono di ogni cosa.
Prima i vestiti andarono in brandelli e poi gli venne strappata una catenina d’oro che teneva al collo. Il portafoglio, i suoi documenti e le chiavi dell’auto gli erano state sottratte per primi. 
Al quinto metro di percorso era nudo come un verme. 
Vide un pezzo dei suoi pantaloni sparire fra i mattoni e le sue mutande rimanere incastrate fra l’intonaco e il muro. Ormai aveva il cervello in acqua e non sapeva come le sensazioni che stava provando potessero essere tanto realistiche. Sentì il freddo, il pavimento granuloso che gli tagliava i piedi scalzi e le braccia che lo graffiavano sulla schiena.
Corse fino al garage.
Se ne sarebbe andato via da lì senza vestiti. 
Non gli importava nulla se era appiedato, l’avrebbero scambiato per uno dei tanti pazzi lasciati in giro a riempire i vuoti della notte. 
Varcò la porta e scoprì che la Lancia Flavia non c’era più.
Sentiva il ronzio sommesso del suo motore, fuori, da qualche parte nel cortile.
Coprendosi l’intimità si avviò tremando verso l’esterno. 
Non sapendo a quale dio rivolgersi per chiedere perdono, bestemmiò. Lo fece per non sbagliarsi e sciorinò tutto il calendario dei santi, la Trinità e la Vergine Maria.
Fu lì che l'elfo arciere scoccò la freccia colpendolo in pieno. 
Il bruciore si diffuse come un incendio di benzina e un velo lattiginoso calò davanti agli occhi. Chinandosi, vide il ventre trafitto come un puntaspilli e crollò in ginocchio nel prato.
Quando l’auto, sgommando e sollevando le zolle del giardino lo travolse in un lampo di fari accesi, sentì un concerto di ossa rotte, un rumore di carne caduta dal balcone e lo sciabordio del  sangue che schizzava ovunque. Le ultime sensazioni che che avvertì prima di morire, furono l'odore di ferro caldo e sporco, esattamente come quello della vecchia caldaia, e la marmitta rovente della Lancia Fulvia, affilata come un coltello, che gli lacerava la schiena.

Il mattino seguente, qualche minuto dopo l’alba, il ciclista della sera prima passò per un nuovo avvincente itinerario. Lo avrebbe portato a scavalcare un paio di colli alpini e a fermarsi solo per mangiare i panini che si era sistemato nelle tasche posteriori della maglietta e che avrebbe buttato giù con le sue due borracce d’acqua sistemate sul telaio alla stregua dei professionisti. Gli occhiali da sole, la bandana e il casco in polistirolo erano appesi al manubrio, pronti per essere indossati appena il sole e le auto impazzite in centro avessero chiesto il loro tributo.
Passando accanto al muro in pietra vide appesa una scala in corda, di quelle che si usano per i soccorsi o per l’alpinismo. Incuriosito, appoggiò con cautela la bicicletta a bordo strada e provò a superare un paio di pioli per vedere cosa ci fosse dall’altra parte.
Sotto i primi raggi del sole, radenti la collina e appena caldi da rincuorare il giorno, vide il cadavere di un uomo. Era nudo, bagnato e cosparso di gravi ferite e sangue raffermo. 
Doveva essere morto da poco, perché il calore residuo stava facendo evaporare la rugiada sulla pelle e qualcosa di schiumoso che lui non riusciva a capire. Circondato dall’erba alta, dalle ortiche e da grossi cespugli di rovi che sembravano fargli guardia, era riverso nel bel centro di quel prato, e lo spiccato di vecchi muri, crollati da molti anni e ricoperti di erbacce, faceva appena ombra ai suoi piedi scalzi.
Un drogato, pensò, o un senzatetto. Qualcuno che aveva bevuto così tanto che credeva di essere entrato in casa sua, o chissà, in una taverna a ipotecare ancora un po’ della sua patetica esistenza.
Non era il primo che andava a morire in quel quadrato di terra nuda e si chiese cosa mai attirasse in quel posto quegli scarti di umanità.
Seccato, tornò in strada, inforcò la bicicletta  e si avventurò verso la città. 
Appena la discesa gli permise di abbandonare uno dei due freni e approfittando di un primo semaforo rosso, prese il cellulare, compose il numero della polizia e attese.

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mercoledì 24 febbraio 2021

Il semaforo, una storia di amiche per sempre





La provinciale 48 è un noioso rettilineo che divide in due la pianura. Di tanto in tanto si incontrano gruppi di case che affacciandosi sul nastro di asfalto interrompono la monotonia del viaggio.
Di giorno si può godere di un panorama discreto: alberi monumentali che sorprendono la piatta continuità dei prati, qualche dosso a  scavalcare l’idea di un torrente e un crinale di colline in lontananza che fanno a gara con la nebbia. Le città, i paesi e tutti gli assembramenti umani che riuniscono un numero di abitanti superiore ai dieci, sono lontani da quella via, semplicemente nati e cresciuti da un’altra parte. Gli incroci sono rari e, quando si incontrano, vengono anticipati da una serie di cartelli e ammonimenti sul pericolo di incorrere in paurosi incidenti. Qualche volta la ferrovia fiancheggia l’asfalto, tenendo compagnia agli automobilisti sempre in procinto di cedere al sonno e talvolta addirittura si  manifesta, attraversando la strada in corrispondenza di un passaggio a livello che si erge colorato come un miraggio nel deserto. 
Di notte, invece, la provinciale si  trasforma in un posto freddo e impersonale, sempre uguale a se stesso. Un chilometro dopo l’altro ci si può alienare dalla realtà, morire di noia o semplicemente dimenticarsi di esistere.
Io sono morta, ed è successo proprio in quel posto.


Era una  notte di tarda estate, aveva appena finito di piovere e i fari dell’auto facevano fatica a infrangere la barriera nera del buio. Niente luna, naturalmente, nessun lampione nel raggio di chilometri e poca, pochissima benzina nel serbatoio. 
Io e la mia amica Gina, di ritorno da una stupida festa di compleanno, piena di ubriachi e vomito in tutti gli angoli della casa con eccezione della tazza del cesso, avevamo atteso pazienti che almeno la metà dei convenuti se ne fosse andata. Lo avevamo fatto per levare il disturbo senza essere additate come due con la puzza sotto il naso. La condizione si era realizzata quando mancava più o meno un quarto alle due di notte, e quando Mario, Lino, Paolo e quella banda di ubriachi che componevano la compagnia di amici più sfigata del nord Italia, si erano assentati per fumare senza più rientrare, forse indispettiti dalla pessima musica che vibrava come una scorreggia dalle casse rotte, forse perché semplicemente non avevano più nulla da chiedere alla serata. Negli anni ’80 era così, si consumava il repertorio delle hit e poi si rimaneva sistematicamente a corto di idee, con la permanente messa a dura prova dall’aria umidiccia dell’ambiente e un mal di piedi per il quale era facile individuare il colpevole.
Uscimmo di fretta, saltando la metà dei convenevoli e buona parte dei saluti. 

All’inizio mi ero  annoiata. 
Lo stato d’animo si era instaurato fin dalle fasi di studio, durante le quali i numerosi invitati fingevano di essere educati e armati delle migliori buone maniere. 
Dopo poco il ghiaccio era stato rotto ed erano partite le avances dei maschi. 
Ce n'erano di interessanti, lo ammetto, tutti con le loro belle chiome tenute a spuma e quei giovani sederi sodi, messi in evidenza dalla vita alta dei pantaloni. Uno in particolare, un certo Ludovico, aveva le spalle larghe e un paio di occhi intelligenti che ti sapevano guardare. Odorava di un buon dopobarba ed era in grado di intrattenere una conversazione. Lo aveva dimostrato parlando con me per un paio d’ore e spaziando brillantemente fra argomenti più disparati, senza che mai una proposta di appartarci fosse stata fatta. Nessun invito a ballare, nessun tentativo di cacciarmi la lingua in bocca. Un ragazzo da sposare, avrebbe detto mia madre, e il fatto che il bicchiere con il cocktail rosso gli si era riscaldato in mano senza essere bevuto, le avrebbe dato ragione.
Gina, la solita birichina con poche inibizioni, che avevo imparato a conoscere fin dalle scuole elementari, aveva trovato il suo.
Era sparita nel giardino sul retro, dove la padrona di casa aveva messo a disposizione una serie sedie a sdraio per dare sfogo ai bassi istinti. Lo aveva fatto in compagnia di uno spilungone pallido come un cencio, peggiorato da un abbigliamento in stile dark in totale contrasto con i capi da paninaro che andavano per la maggiore sotto le luci della discoteca, un angolo della casa piuttosto ben accessoriato all’uso.
Era stata fuori dalla scena per un’ora o forse più, infischiandosene dei pezzi riempipista che il dj non lesinava a fare girare sul piatto e dei lenti che erano seguiti, ispirazione e spunto per quelle toccatine e per quei baci caldi e sudati che erano stati generosamente dispensati.  Era tornata sistemandosi i collant sotto la gonna, con la faccia tirata, i capelli scompigliati e la camicetta stropicciata come se fosse rotolata al fondo di una scarpata. Le bretelle del reggiseno, che si vedevano in trasparenza sotto la seta bianca, erano attorcigliate come degli elastici finiti nelle mani di un bambino nervoso. Aveva l’aria di chi arriva da un incontro di  wrestling con Tiger Mask. Non le chiesi nulla. Era fin troppo evidente che quello spilungone dark doveva avere dei numeri da circo, tutti da esibire sotto le lenzuola o alla luce fioca dei lampioncini. Le discussioni sull’opportunità di farsi quel soggetto, o perlomeno di farselo senza averlo costretto a prolungare il corteggiamento per almeno dieci minuti, le avremo prese in esame  poi, il giorno seguente e dopo una bella dormita.

Il primo errore fu quello di non fermarsi al distributore automatico, il secondo quello di sbagliare strada.
Confuse da una cartellonistica che sembrava essere caduta prima ancora delle foglie in autunno, girammo a destra cinque chilometri prima del necessario. 
Avremmo giurato che era tutto sotto controllo, che quel posto l’avevamo visto nella direzione contraria durante il viaggio di andata, che il cascinale di mattoni rossi nell’incrocio era il medesimo che avevamo ammirato alla luce del giorno e che anche il pilone votivo, con la madonnina messa in sicurezza dietro una robusta grata in metallo, poteva essere l’unico di tutta la regione.
Dopo venti minuti di viaggio sulla strada bagnata, con i nasi messi a baciare il parabrezza e un’apprensione che saliva in maniera direttamente proporzionale ai chilometri percorsi, ci trovammo con la spia del carburante fissa sul rosso, un deserto di prati e campi mietuti intorno a noi e la netta sensazione che, pur pentite, non saremmo riuscite a tornare indietro fino alla stazione di servizio, quella che avevamo visto sotto una pensilina dipinta di colori sgargianti  e illuminata a giorno.
«Se andiamo piano ce la facciamo…» Disse Gina, facendo sfoggio del suo  inguaribile ottimismo. No so quali fossero i suoi piani; forse intercettare una strada perpendicolare che ci avrebbe ricondotte a quella di casa, forse confidare nella comparsa di una pompa di carburante. Tutto intorno, naturalmente, non c’era né l’una né l’altra cosa, solo un buio che premeva come l’acqua sul fondo dell’oceano.
«Rifacciamo, torniamo indietro. Che dici Gina?» 
La vidi rallentare e pensare. 
Da sempre era la mia migliore amica e, anche se non lo volevo ammettere, era anche l’unica. La conoscevo da una vita e sapevo che quando dava aria al cervello tendeva a spingere con la lingua sotto le labbra. Lo fece e contemporaneamente, aiutandosi con la luce di cortesia, controllò la tenuta del trucco nel retrovisore. Aveva due occhi pesti che sembrava avesse fatto sesso con un carro armato, invece che con quel figlio della morte vestito come un prete. «Dico che se torniamo indietro rimaniamo a piedi di fisso. Meglio continuare fino al prossimo paese...Non vediamo una casa da mezz’ora e quindi sono nostre le possibilità di incappare in un centro abitato.» 
Non l’avevo mai apprezzata come amante della statistica, ma quel modo di definire le possibilità come “nostre” ebbe l’effetto di tranquillizzarmi un po’. Allungai le gambe sotto il cofano e mi sforzai di essere fiduciosa.
Dalla cassetta infilata nell’autoradio, i Bauhaus stavano cantando Stigmata martyr.

Strada, asfalto bagnato che si mangiava  la luce dei fari e freddo.
Complice la gonna corta, che quella sera aveva fatto interessare alle mie gambe più di un animale da festa, sentivo freddo e un leggero intorpidimento alla punta dei piedi. Chiesi a Gina di accendere il riscaldamento dell’auto e lei lo fece.
Nei dieci ulteriori chilometri che avevamo percorso, nessun paese, incrocio, cartello o distributore, solo qualche strettoia che  interrompeva la noia e, di tanto in tanto, dei guard rail che fornivano l’indizio di una curva. Gina stava cominciando a innervosirsi e guidava con una sola mano sul volante, mentre l’altra indugiava sul ginocchio.
Il passaggio a livello ci lasciò attraversare sotto le sue sbarre erette. 
Il grosso semaforo spento sonnecchiava in punta al suo palo e delle barriere in cemento consumate dal tempo  facevano  fatica a reggere il loro stesso peso. Le  ortiche attorcigliate alla loro base se le stavano lentamente digerendo. I sobbalzi, che l’auto affrontò superando il binario unico, fecero singhiozzare il motore in debito di benzina.
Ci guardammo. 
Come al solito Gina riusciva a nascondere tutte le difficoltà, semplicemente calandosi in faccia una maschera che sapeva pareggiare la sua faccia a un sedere. Di solito funzionava, ma non quando si aveva a che fare con un rapporto fra cavalli motore da nutrire e carburante scarso come l’acqua nel deserto.
Dopo nemmeno cinquecento metri l’auto si fermò tossicchiando. 
Gina non si curò neanche di accostare. Non avevamo incrociato nessuno in tutto il percorso e nemmeno qualcuno ci aveva sorpassate. Come al solito, come ai tempi della scuola, degli esami e delle feste in discoteca eravamo noi due, spaurite, indifese  e a cinque ore almeno dal sorgere del sole. Prima ancora che ci fossimo fermate  aveva già inserito con un pugno le quattro frecce di emergenza
«Bene Gina, e adesso?» 
Mi guardò da dietro il mascara mischiato alla stanchezza. 
Le lacrime erano colate dagli occhi arrossati. Tradendola, avevano lasciato impresso il loro segno come la ruggine sotto una ringhiera. «E adesso niente, vedi là?» 
Guardai in punto lontano che mi aveva indicato. «C’è un semaforo. Non mi sembra tutta sta notizia.» Obiettai, mentre cominciava a suonare Rosengarden Funeral of Sores. Gina si mostrò indispettita.
«Se c’è un semaforo, bella, è perché c’è traffico, e se c’è traffico, bella, è perché c’è gente, e se c’è, gente…» 
La interruppi e finii io stessa la frase ondeggiando la testa nei due sensi. «E se c’è gente è perché c’è un paese  e se c’è un paese è perché c’è un cazzo di distributore.» Vidi il suo pollice tirato su per fare un ok tutt’altro che convinto. 
Aveva scopato la mia amica, lo sapevo, ma a vederla ridotta così pareva appena uscita da una fossa al cimitero. Pensai che era vero quel che si diceva, che ci sono persone talmente cariche di energie negative che sono capaci di trasmetterle con l’amplesso. Fui tentata di chiederle cosa le era preso per decidere di darla via a quella specie di becchino, ma rinunciai.
«E allora andiamo a cercare un automatico.» Guardai nel portafogli. «Viene anche bene che ho due pezzi da cinquemila lire.» 
«Cazzo bambina, ma dove li prendi tutti quei soldi?» 
«Me gli ha dati il papi, dove vuoi che li abbia presi?»
Gina mise la mano sulla maniglia. «Invece il mio, di papi, è così previdente che nel cofano tiene sempre una tanica per la broda. Abbiamo due papi che si completano a vicenda come noi, gioia!» 
Pensai che il suo papi avrebbe potuto prestarle la macchina con qualche litro di carburante nel serbatoio, o almeno educarla a fare attenzione alle spie del cruscotto. 
Scendemmo nel lampeggiare alternato delle luci di emergenza e da fuori vidi che l’agognato semaforo era piuttosto lontano. Proiettava  le sue luci intermittenti che si spalmavano sull’asfalto, lunghe e liquide. Guardai sotto le mie scarpe i tacchi dodici  e quelli di Gina, ancora più spericolati. Saremmo arrivate al fantomatico paese all’alba e per un momento fui tentata di rinunciare a mettermi in cammino.
Non ne ebbi il tempo.  Gina era già partita. 
Zoppicando vistosamente aveva guadagnato una decina di metri di vantaggio. Sculettava sotto la gonnellina mettendo in mostra un vistoso squarcio nei collant, che appariva e scompariva al ritmo delle frecce. Con quella tanica in mano, che di tanto in tanto andava a sbattere contro le punte dei guard rail in cemento, sembrava concentrata nell’attirare l’attenzione di qualche automobilista.
«Aspetta Gina!» Urlai claudicando, con i tacchi che sprofondavano nella banchina in mezzo all’erba. Dopo qualche passo abbandonai la prudenza e mi misi a camminare nel bel centro della provinciale.
«E aspetta…» 
Ricevetti in cambio il dito medio sollevato all’uopo. C’erano delle volte che l’avrei ammazzata quella lì!
Tentai di accelerare l’andatura ma non trovai il ritmo della mia amica, che dopo pochi secondi aveva già messo una bella distanza fra me e lei e guadagnava punti in direzione del semaforo, ora rosso per noi e verde per gli altri, subito dopo  all’opposto.
Mi girai e constatai che la nostra auto si era vistosamente rimpicciolita, con le luci lampeggianti che sembravano occuparne la stessa grandezza.
«Aspetta Gina, cazzo! Ci teniamo compagnia.» 
Lei non si girò nemmeno. La sentii rispondere dopo breve, lontana e quando ormai la luce del semaforo la stava tingendo di un rosso inferno. «Bella, avremo un eternità per tenerci compagnia…» 
La prima storta mi sorprese con una frustata che si trasmise dal piede lungo la gamba, coinvolgendo la schiena e finendo col provocarmi un dolore al collo simile a un ceffone. Mi trovai rannicchiata a massaggiarmi quel che rimaneva della caviglia, quando Gina era già scomparsa al di là dell’incrocio. Provai a recuperare ma un dolore si insinuò nel lato del piede e mi prese in ostaggio. 
Dopo dieci passi, mi arresi. 
Sedetti su un muretto in pietra al limitare della carreggiata e attesi.
Come sempre, quando la vita prende una piega sbagliata, si annega il cervello nelle acque torbide dei rimorsi. Quella notte mi misi a rivangare su quel ragazzo educato, uno dei pochi in quella porcilaia. Mi aveva filata per buona parte della festa. Era stato timido, rispettoso, quasi commovente nei suoi modi gentili. Al contrario del ragazzo in nero che aveva approfittato della vena scopereccia di Gina, non aveva osato prendere iniziative in quel senso e infine non aveva battuto chiodo. Forse avrei dovuto incoraggiarlo, abbassare di qualche centimetro le mura che circondavano la mia persona, lasciarlo invadere il castello, insomma. Mi preoccupai anche di avergli provocato un patema d’animo, una crisi di fiducia. Chissà, magari per colpa mia sarebbe un giorno diventato prete.
Le mie elucubrazioni, fatte con il muretto che mi gelava il sedere e le gambe seminude strette assieme come se fossero incollate, finirono nel momento in cui un paio di fari apparirono alle mie spalle, lontani ma già chiaramente percettibili. 
Dopo breve cominciai ad avvertire il rumore di una macchina molto potente, non sportiva nel senso classico o di lusso, ma con un motore sovralimentato e spinto da tanto sprezzo del pericolo. Quando passò, credo che l’autista non mi avesse nemmeno vista.
Lo spostamento d’aria mi spettinò e si insinuò con un refolo freddo sotto la gonna.
Guardai in direzione del semaforo e, incredibilmente, vidi una seconda auto sopraggiungere dalla strada che si innestava sulla provinciale. 
Dal mio punto di osservazione si distinguevano i colori: l’auto veloce sarebbe passata con il verde che era appena scattato, l’altra avrebbe dovuto fermarsi al rosso imperativo, che si era appena acceso sostituendo la breve esistenza del giallo.
Ma le cose non andarono così.
Il semaforo, che fino a quel momento aveva alternato meccanicamente i colori che regolavano da sempre i cicli universali del traffico, si assestò sul verde, e da tutte e due le parti.
Scattai in piedi, disinteressandomi del dolore alla caviglia che cominciava a somigliare al morso di un cane e gridai. Lo feci con tutto il fiato che avevo in gola senza ottenere nulla. 
I due automobilisti vedevano entrambi la via spianata, il permesso di passare, l’incoraggiamento a far rotolare le ruote su quel nastro di asfalto nero. Nessuno si preoccupò del malfunzionamento del semaforo, di quella anomalia che non si era mai verificata nella storia, dall’invenzione dei relè, delle lampadine e della stessa energia elettrica. 
Il semaforo era verde per entrambi e questa, per loro, era stata una buona ragione per morire.

Vidi per primo un braccio mozzato.
Era nel centro della strada, a cavallo con la linea della mezzeria. Quando passai, la mano si aprì per un riflesso nervoso, come se volesse salutarmi. Lo schianto era  stato così violento che un lampo di luce l’aveva preceduto per un istante e poi un tuono, l’eruzione di un vulcano, l’ultimo barrito di un elefante morente. 
Le auto avevano rimbalzato l’una contro l’altra  ed erano ritornate beffardamente da dove erano venute, ognuna sulla sua strada. Dopo breve, i frammenti erano precipitati sull’asfalto dando origine a un macabro spettacolo di stelle cadenti. Una pistone rovente si era sbriciolato nell’impatto e una lama di sangue rosso aveva cominciato a scorrere verso il palo del semaforo. 
Camminando come un automa la scavalcai per non imbrattarmi le scarpe. 
Il motore dell’auto spinta aveva un cuore rosso e pulsante di fiamme vive. Sezionato come da una sega, sembrava uno di quei modelli esposti nelle scuole di guida per insegnare la meccanica e la logica dei quattro tempi. La coppa  dell’olio stava vomitando un rigurgito nero e una catena penzolava verso il basso. 
L’auto dell’altra direzione era voltata sottosopra, con l’unica ruota superstite che girava cigolando. Rimasi come ipnotizzata da quello spettacolo e i piedi che vidi sbucare dal baule erano davvero troppo distanti da quella testa sanguinolenta con gli occhi spalancati nel vuoto, rimasta schiacciata fra il montante della portiera ed il cruscotto.
Vomitai senza che nessun sintomo mi avesse avvertita.
Dopo i miei conati mi accorsi che  il silenzio era impressionante.
Si avvertivano i ticchettii delle lamiere che sembravano volessero stirarsi, il gocciolamento del sangue che aveva trovato altre strade per uscire ed il semaforo che cambiava colore. Se si faceva attenzione si poteva ascoltare lo scatto dell’impianto, che accendeva l’arancione per poi passare al rosso dopo qualche secondo. Dalla parte opposta, il verde si accendeva con rassicurante puntualità.
Ma non avevo dubbi. 
Quel maledetto semaforo aveva indotto in errore i due automobilisti. Aveva avuto la pazienza tutta la notte, aveva sperato che si verificasse la combinazione perfetta e poi tac…l’alternanza fra i colori era stata sospesa per organizzare quello scherzo. Ne ero sicura, avevo assistito a quello spettacolo con i miei occhi. Quell’impianto era diabolico, pulsava di vita propria, viveva alimentato dalla sua stessa perfida determinazione ad uccidere.
Impaurita, guardai quel palo grigio dall’alto in basso. 
Era fatto di quei tubi rastremati che stringono gradualmente la loro sezione a mano a mano che salgono. Dopo la curva del profilo, e nel suo punto più sottile, il semaforo appeso sul centro della carreggiata ondeggiava come un impiccato, facendosi beffe di me. Temendo che avesse potuto sganciarsi e cadermi addosso per eliminarmi, mi spostai di colpo all’indietro e andai a sbattere contro qualcuno.

Era un carabiniere, appena sceso da una vecchia Alfa Romeo degli anni '60, blu notte, con il tettuccio bianco e una doppia coppia di fari dei quali due finti. Gli antinebbia posticci appesi sotto al paraurti cromato erano accesi, assieme al lampeggiante che tingeva di blu la scena del disastro. Al terzo o quarto giro di luce l’agente mi chiese ragguagli.
«Si sente bene, signorina?» 
Era giovane, ben pettinato, con la divisa in perfetto ordine e due bei baffi folti  a incorniciare le labbra spesse. Stava dritto sulle gambe robuste e si manteneva impettito, con il cappello tenuto sotto il braccio. Dietro a lui, il collega, diceva qualcosa di incomprensibile nel microfono gracchiante della radio, appoggiando il gomito con noncuranza sulla portiera aperta. Quando la luce del lampeggiante lambiva il suo volto una grande cicatrice sulla guancia veniva messa in evidenza.
«Abbiamo avuto un guasto alla macchina, cioè, siamo rimaste senza benzina…» 
Le grosse labbra si atteggiarono in una smorfia di curiosità. «Abbiamo, siamo? Era in compagnia di qualcun altro, signorina?» 
Mi agitai. «Ma sì, Gina, la mia amica. E’ andata avanti per cercare un distributore, dovreste averla vista se siete arrivati di là» indicai la direzione. «Non potete non averla vista! Aveva un grossa tanica bianca che suo padre tiene sempre nel baule, perché non si sa mai…» 
Non ricevetti risposta. Solo uno sguardo di commiserazione. 
L’agente mi lasciò per fare un giro intorno alle auto incidentate. Con le mani dietro la schiena fece una prima ispezione alla carcassa fumante dell’auto veloce e poi una puntata alle seconda macchina. Tornò senza che il suo volto tradisse la  minima emozione.
«La sua amica sarà già arrivata alla destinazione, non si preoccupi. Piuttosto, lei avrebbe bisogno di coprirsi. Vedo la pelle d’oca sulle sue braccia. Gaetano…» Chiamò, e l’altro agente, senza fare domande, andò nel baule a recuperare una coperta da mettermi sulle spalle e una piccola tanica con un liquido rossastro al suo interno. Dell’incidente, dei morti e del semaforo sembrò non importare nulla a nessuno dei due. Quando l’agente arrivò, con la coperta appesa al braccio e la tanica che odorava di benzina super, mi porse i suoi omaggi e se ne andò subito, girando su se stesso come l’orsetto del tiro a segno. 
Ringraziai, misi la coperta sulle spalle e attesi.
«Signorina, lei ha assistito all’incidente?» 
Provavo una tale arsura che avrei attinto alla tanica per dissetarmi e la voce non era certo quella ferma e determinata che si può avere quando si ordina mezzo chilo di pane. «Sì, è così! È stata...è stata una cosa strana, perché tutte due le macchine sono passate col verde.» In risposta solo un sopracciglio alzato.
«Gaetano. Prendi nota di quello che ha detto la signorina…»  L’agente fece due passi incontro, curandosi di non impiastricciarsi i piedi nella miscela si sangue, olio e carburante che aveva invaso tutta la strada. Poteva incendiarsi, quel liquido, e mandare tutto in cenere, ma l’impressione fu che non importasse loro nulla. «Comandi, brigadiere!» 
Mi mise una mano sulla spalla, sorprendendomi. Un brivido gelido attraversò il mio corpo.
«Venga con me, signorina. Mentre  il collega sbriga, per così dire, le formalità del caso, l’accompagno alla sua auto…E’ quella laggiù vero?» Puntò il dito in direzione della quattro frecce accese che davano fondo alle residue energie della batteria. Vergognandomi per la puzza di vomito che avevo addosso, per avere creduto a quell’allucinazione del semaforo e per avere perso la mia amica del cuore, piansi. 
Il carabiniere mi lasciò sfogare e anzi, sgretolando le formalità mi strinse in un abbraccio forte.
«Non è lontana» mi consolò. «Faccia attenzione a non slogarsi le caviglie con quei tacchi.» Troppo tardi, ma apprezzai comunque. Mi porse un braccio come un cavaliere al ballo. Io accettai l’invito e sfilai il mio da sotto la coperta, nudo e tutto punteggiato dai follicoli piliferi eccitati dal freddo.
Arrivammo all’auto prima del previsto. La compagnia dell’agente doveva avere alterato la percezione del tempo. Le frecce stavano lampeggiando di colori più tenui, come se fossero sul punto di spegnersi. Anche il caratteristico ticchettio era diminuito di molto.
«Le ha le chiavi, signorina?» Mostrai il portachiavi in cuoio. Lo lasciai ciondolare al dito e ne rimasi praticamente ipnotizzata. 
Quando mi ripresi, vidi il carabiniere che stava rabboccando il serbatoio. Aveva anche aperto il cofano e dato qualche goccia di benzina per dissetare il carburatore asciutto. Era rimasto in maniche di camicia e della sua giacca con le mostrine rosse nemmeno un indizio. 
Finì quello che stava facendo, avvitò il tappo fino a sentire il rumore di fine corsa, quello che suonava come una cornacchia, per intenderci, e mi apri la portiera del guidatore.
«Allora buon viaggio, signorina.» Si portò nel mezzo della strada. «Al mio segno faccia tranquillamente inversione. Controllo io che non stia arrivando nessuno...»
Sistemata su quel sedile per me troppo lontano dal volante, cincischiai alla ricerca della leva per avvicinarmi. Chiusi la porta, accesi il  motore che partì disperdendo un po’ di fumo intorno e abbassai il finestrino. L’agente era piazzato in mezzo alla strada con un sorriso. Aveva la postura di un ballerino della Scala, con le gambe unite e quella camicia bianca aderente al petto muscoloso.
«Io…io veramente dovrei andare dall’altra parte a recuperare Gina…»
«Non se ne parla!» Senza alterare il sorriso che sembrava essersi fossilizzato sulla sua faccia.
«Ma agente, non posso lasciare la mia amica in giro da sola con questo buio…»
Non si mosse. «Ci penseremo noi alla sua amica, stia tranquilla. In quella direzione il traffico è bloccato. Non ha visto quanto olio nella strada? È pericolosissimo per lei, mi creda. Prego, giri in quella direzione…»
Traffico? Dal momento dell’incidente non si era più vista anima viva, solo qualche stella che cominciava ad apparire nelle fessure concesse dalle nuvole. La strada e i prati che la circondavano fumavano come una pentola di pasta.
«Non si può fare un’eccezione?»
Mi guardò solamente.
Girai l’auto, incapace di prendere confidenza con lo sterzo pesante e con quella trazione posteriore così ostile. Prima che passassi oltre, vidi ancora il carabiniere intento a controllare che non arrivasse nessuno.
Lo lasciai scomparire nel retrovisore. 
Dopo poco la sua camicia bianca, che aveva preso in prestito il rosso acceso dei fanalini posteriori, sparì inghiottita dal buio e io cercai di ricucire un rapporto amichevole con la riga della mezzeria che si consumava lentamente sotto i miei occhi.

Il passaggio a livello si presentò chiuso.
Lo fece beffardamente, calandomi la doppia sbarra fluorescente proprio davanti al naso. Rassegnata mi misi in attesa, senza spegnere il motore.
Avevo deciso. Sarei tornata indietro fino trovare una strada alternativa, poi mi sarei messa alla ricerca di Gina. Come avrei potuto lasciare sola la mia amica del cuore, farmi tutta la strada da sola e  presentarmi a casa senza di lei, e con l’auto di suo padre per giunta?
Dopo dieci minuti di attesa il rumore del treno mi sorprese addormentata. 
Saltai sul sedile quando il convoglio era già interamente passato, lasciando a testimonianza solo il buio e la danza inelegante delle ortiche a fondo scarpata, agitate da un turbine d’aria che non voleva finire.
Le sbarre erano ancora abbassate. 
La luce intensa del grosso semaforo aveva impregnato il mio volto del colore del sangue. Smisi di guardarmi allo specchio e attesi. Per ingannare il tempo misi in pratica un esercizio di rilassamento che avevo intravisto sulle videocassette di Yoga che mia madre collezionava.
Gina bussò al finestrino, così forte che mi fece sobbalzare. 
Fui sorpresa col respiro rotto e le mani contratte attorno al volante come due tenaglie. Provai a dire qualcosa ma il sonno, che mi aveva nuovamente colta alla sprovvista, aveva limato dalla mia gola la capacità di parlare, o perlomeno di farlo in modo chiaro. Quando la cercai aveva già oltrepassato il binario e mi stava aspettando dall’altra parte con un sorriso arioso e la tanica del carburante piena fino all’orlo. 
Mi fece segno di attraversare, poi si mise a simulare un’autostoppista con la gamba messa in evidenza scostando il lembo della gonna. Cercò di stare seria per qualche istante e poi si lasciò ridere addosso come il suo solito. Io non lesinai un sorriso a denti scoperti e pronunciai una frase eloquente da dietro il parabrezza, facendo bene attenzione che lei  leggesse i miei labiali:
«Eccola, la solita stronza!»
Lei rise ancora di più, e lo fece accompagnandosi con un gesto di invito. Mise in pratica il mio stesso gioco e mosse le labbra senza fare uscire alcuna parola. La frase fu assolutamente eloquente.
«Ce ne andiamo via insieme, finalmente? »
In breve avevo portato quel catorcio oltre la barra eretta del passaggio a livello. Facendo attenzione, affrontai le rotaie per la seconda volta quella notte.
Quando il treno si abbatté sulla fiancata dell’auto, dilaniandola, vidi la figura di Gina scorrere via velocemente dal riquadro del parabrezza. Una pellicola rotta, un immagine estemporanea vista dal finestrino di un mezzo in corsa, il subliminale di uno spot televisivo.
Poi furono scintille, un frastuono infernale e il terremoto che si era impossessato delle mie ossa, sbriciolandole. Il mondo, in quei secondi, cambiò mille volte di prospettiva. Vidi il cielo, vidi la terra e ne annusai l’odore intenso mischiato a un puzzo di ferro bruciato. 
Quando il treno si fermò, ero già morta.
Non accettai subito la mia condizione, non credo che nessuno l’abbia fatto mai. 
Quando vidi la pattuglia dei carabinieri venirmi in soccorso, temevo che non sarei mai riuscita a uscire da quel groviglio di lamiere, con la locomotiva che le pesava sopra e quel fuoco che minacciava di accendersi da un  momento all’altro.
Invece fu più facile del previsto.
Gina mi attendeva ai piedi della massicciata. 
Era bella come nei suoi momenti migliori, solare, serena e con l’aria di non sentire affatto freddo. 
Scesi senza nemmeno fare rotolare un sasso.
Il macchinista era saltato giù dal locomotore e si aggirava disperato attorno a quel disastro. Si era accorto abbastanza presto del mio corpo martoriato e si era lasciato andare in un pianto dirotto. Dopo qualche secondo arrivò anche il capotreno. Fece luce con la sua torcia elettrica nel groviglio di lamiere e si ritrasse immediatamente, scattando indietro come un clown a molla appena inquadrato quello che rimaneva di me. La conferma non tardò ad arrivare. Me la diede Gina, storcendo le labbra in una smorfia imbarazzata.
«Sono morta?» Domandai. 
«Non si sta male. Io sono in questo stato già da un po’…»
«Oddio, Gina, e da quando?»
La vidi rabbuiarsi, improvvisamente, come se quel pensiero le facesse ancora male. Attorcigliò il bordo della gonna con le dita. Lo faceva già da bambina e aveva trascinato quell’abitudine negli anni, fino a farla sua per sempre. La cosa mi fece commuovere.
«E’ stato il ragazzo alla festa, quello vestito dark. Ci eravamo ritirati per fare delle cose, e poi è diventato manesco, violento. Cattivo.»
Non era possibile, ma mi sembrò di avvertire un tremore alle gambe, un retaggio del corpo in carne, ossa e sangue, quel corpo che era stato mio fino a poco prima. «E tu?»
«E io avrei voluto andare via. Ho gridato ma la musica suonava forte e lui non mi  ha lasciata. Stringeva come una tenaglia. Si è irritato, è diventato nervoso, sudava e alitava come una marmitta vecchia. Non ci giurerei, ma credo che ad un certo punto abbia cominciato a schiumare rabbia dalla bocca. Aveva gli occhi carichi di odio, non capiva più niente. Credevo che quelle cose succedessero solo nei fumetti…»
I binari si stavano popolando. 
Era arrivata una prima ambulanza e poi una seconda. Uomini in tuta arancione correvano trascinandosi appresso delle attrezzature. Un principio di incendio era stato domato da un giovane pompiere conciato come un cavaliere medioevale. Portava un elmetto talmente grande che lo rendeva in qualche modo buffo. Guardò nella nostra direzione e diede la sensazione di avere scorto qualcosa nel punto esatto in cui ci trovavamo. Chissà, forse aveva visto i suoi primi fantasmi.
«Mi dispiace Gina, mi dispiace di non averti potuta aiutare. Accidenti a me! Avrei dovuto venire a cercarti!» Piansi. Insieme al tremore alle gambe fu la seconda sensazione terrena che provai da morta. Lei mi venne incontro e mi strinse forte: terza sensazione assolutamente terrena.
«Sei venuta a cercarmi, certo che sei venuta. Ero ancora viva, non ti ricordi?»
Mi sforzai. Lo feci per un attimo e sentii la testa pulsare. Pensai a quella cosa che, raccontano, succede a qualcuno che perde un arto: lo avverte per anni, continua a fare parte del corpo, muoversi, prudere, dolere. Quello che mi stava capitando doveva essere qualcosa di simile.
«Come sarebbe che eri ancora viva. Io non mi ricordo di essere venuta da te.»
«Ma sì, l’hai fatto!»
Qualche ricordo riaffiorò. «Forse sì…»
«Ricordo che eri disperata, che mi chiedevi di non morire, di non lasciarti sola. Ma sai come sono fatta io, inaffidabile e casinista. Non ti ho accontentata e sono morta. Mi dispiace.»
Avevo vagato  a lungo in quel prato, accanto al corpo senza vita di Gina, pieno di lividi e steso al fondo della scarpata. 
Non avevo idee o protocolli da eseguire. Si era fermato il tempo, la ragione si era liquefatta e l’intelligenza era annegata fra le onde nere di una tempesta. 
Senza senno, disperata e assalita da un affanno impossibile da arginare, presi le chiavi nella sua tasca e partii in auto senza una meta. Avevo gli occhi inondati di lacrime, non sapevo dove andare. Niente di quello che mi stava intorno era familiare. Vedevo solo buio e una strada che non portava in nessun posto. Ricordo che mi fermai sul limitare della ferrovia e mi lasciai precipitare nello sconforto, fino a che il sonno estinse la mia disperazione e mi trascinò dentro un sogno. Mi apparve un semaforo diabolico che si divertiva a provocare incidenti, mi immaginai di essere rimasta col serbatoio a secco, di avere perso la mia amica alla ricerca di un distributore e di avere ricevuto soccorso da due carabinieri. 
Angeli, erano semplicemente degli angeli.
Attesi cosi a lungo quel treno, che quando arrivò l’auto non voleva partire.
Un bastardo si era preso la vita di Gina. 
Lo aveva fatto senza investire un solo secondo in un ripensamento, ignorando i suoi pianti e le sue invocazioni di pietà.  
Quando lo vidi si stava sistemando i pantaloni e si annusava l’ascella come se nulla fosse accaduto. Era pronto per tuffarsi nella festa. Mi riservò uno sguardo pieno di disprezzo. 
Noi, povere ragazze, eravamo solo degli oggetti, femmine deboli e incapaci di resistere alle botte. Rifiutai quella realtà e scappai via.
Il mondo non avrebbe concesso giustizia a Gina, solo giudizi, sguardi perfidi e basse insinuazioni. Per lei ci sarebbero state battute sussurrate ridacchiando dinanzi a un bicchiere di birra, occhiate complici fra amici e offese alla sua memoria.
«In fondo era solo una zoccola…»

Davanti al passaggio a livello chiuso insistetti fino a fare accendere il motore. 
Proprio mentre il treno stava arrivando, partii sgommando, sfondai le sbarre e andai a cercare la mia unica amica.

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