lunedì 17 gennaio 2022

Mara la mora

 






Il parabrezza appannato trasforma la luce gialla del lampione in un alone circolare, che degrada in luminescenza malaticcia verso i margini. Anche i finestrini laterali sono coperti di condensa e anzi, quello dalla parte del passeggero è decorato da un paio di rivoli paralleli e densi che scivolano verso la guarnizione fino a radunarsi in grosse gocce. Sembra piangere. 
Mara profuma di stick per le ascelle, di quelli che si fanno sentire solo dopo la fatica. Si lascia scivolare sul sedile, appoggia la pianta del piede contro il vetro e ammira il risultato. È un'impronta piccola e delicata che sotto il tallone dirama una teoria di colature che ricorda una ragnatela. Marcello detesta l'idea che il parabrezza della sua Golf nuova sia trattato senza rispetto ma lo spettacolo della gamba nuda e abbronzata lo incoraggia. Qualche spruzzo di Vetril e un panno in microfibra saranno il rimedio. 
Per la ragazza col caschetto di capelli scuri, gli occhi azzurri che con il buio sfiorano il nero e le piccole tette sode con i capezzoli che puntano verso il cielo, pare che il rimedio proprio non esista.
È stata sotto di lui per un tempo breve, troppo,  pari alla canzone degli Hollies che ha suonato alla radio  alla durata dello spot partito a ruota. Millantava di un gommista così veloce che il cliente non avrebbe fatto in tempo a bere un caffè nel bar accanto all'officina prima che la foratura fosse riparata. Pochi secondi e per Mara, quel mezzo minuto di cantilena più la durata di un vecchio pezzo rock, non è  sufficiente per elevare a vera e propria scopata quel peso poco garbato e goffo che si è accompagnato per tutto il tempo con l'antipatico cigolio delle molle.
"Dai, portami a casa." dice lei, mentre litiga con la maglietta stretta che fatica a infilarsi per colpa della pelle sudata. Ha l'aria di chi vuole ingollarsi una camomilla e buttarsi nel letto.
Marcello, invece, vede l'esistenza come una partita di calcio, dove c'è sempre un secondo tempo, un ultimo minuto o un recupero per trovare rimedio. 
Mara ha un concetto dell'esistere del tutto diverso. Lo vede come un buco da riempire, e quelle volte che avanza un po' di spazio è solo tempo perso e non sono possibili rimonte, supplementari o calci di rigore. 
Marcello, come tutti i tifosi, ammette la sconfitta ma confida nella partita che verrà.
"Ci facciamo una birra da Tony?"
"Ci facciamo una tirata fino a casa mia. Poi ti vai a bere la tua birra da solo."
Marcello si ricorda di un gemito e di un mezzo grido finale apparentato con un colpo di tosse. L'istinto dice che non dovrebbe fare appello alle labili prove ma è un tifoso, di quelli che rimangono impalati sugli spalti ormai vuoti a rimuginare sulla sconfitta. "Non ti è piaciuto?"
Mara non risponde. Si sistema le mutandine sotto la minigonna e guarda a destra in direzione della statale. "A te è piaciuto?"
"Sì...no, oddio. Certo, non siamo stati comodi come in un letto ma tu sei..." le passa la mano sulla testa e sposta i capelli dietro all'orecchio.  "Sei così bella che mi fai perdere il controllo..."
"Non devi perdere il controllo. Vai dritto e imbocca le curve come Dio comanda." guarda l'orologio del suo cellulare. Mezzanotte è fra un po'. "Fra mezz'ora voglio essere a dormire."
"Parliamo ancora..."
"Ti prego, Marcello, mi viene sonno." dice trattenendo uno sbadiglio.
"Facciamo un altro round, allora." propone lui mentre un preservativo salta fuori come in un gioco di prestigio. "Ho pronto il cambio di gomme, veloce come nella pubblicità alla radio!" ride.
"Veloce come il tuo pisello sparalesto. Dai gas al motore e lasciamo questo parcheggio a chi ne farà un uso migliore."
Marcello deglutisce ma quel gusto di fiele rimane spalmato sotto la lingua. "Perché mi offendi?"
Mara cincischia con i comandi fino a quando trova il pulsante per abbassare il finestrino. Lo preme e il cristallo scompare nella portiera mentre l'aria tiepida della notte si mischia agli odori dell'abitacolo fino a spazzarli via. Lo sguardo che riserva a Marcello è sfuggente e indecifrabile come quello di un rapace. Sospira. "Ma chi ti conosce? Cosa abbiamo da dividere noi due? Dimenticati di me e ti giuro, io mi dimenticherò di te."
"Quindi non ti è piaciuto?"
"Mi porti a casa, sì o no?"
"Non credo sia giusto giudicare il libro dalla copertina..."
Mara gli piazza gli occhi addosso. Lui nota una smorfia di cemento che cancella il ricordo del sorriso che qualche ora prima aveva impreziosito quell'unico selfie insieme, e altera la bellezza delle labbra. Gli pare durare un secolo. "E tu vuoi chiamare libro un capitolo breve e insignificante?"
"No, bella, semplicemente non pensavo di essermi iscritto alle olimpiadi!"
"Be' no, ma di sicuro sei iscritto al Gran Premio di Formula uno, alla ventiquattrore di Le Mans se ti piace di più. Vedi di sgommare e portarmi a casa!"
"Sai cosa? Sei solo una stupida puttana!"
Lei non fa una piega. "Be', pagami allora."
"Ti ho pagato la cena, mi pare di ricordare."
"Non che quel ristorante fosse la meraviglia che dicevi."
"Solo che mi è costato duecento euro!"
"Scegli i locali come amministri il tuo attrezzo. Dovrai fartene una ragione, un giorno o l'altro."
"Sei...sei..."
E la rabbia affoga le idee in un mare mosso e profondo. 
A quell'ora la statale è praticamente in disuso: solo qualche motociclista che sfida la morte, qualche ubriaco che si prende la strada tutta per lui e qualche coppia di amanti con l'abitacolo ancora caldo. A nessuno di loro sta a cuore la disfatta di Marcello, che si e visto sbattere in faccia un cartellino rosso e di Mara, che dovrà darsi da fare per riempire quel vuoto che rimbomba come un grido in cattedrale. Nessuno ha notato l'auto ferma nell'angolo remoto del parcheggio e questo Marcello lo sa bene. Conosce il posto in cui vive, è sicuro del disinteresse della gente per il prossimo, del freddo distacco con il quale si partecipa alle vite degli altri e allora...
"Scendi!"
"Cosa?"
"Scendi e vattene a casa a piedi!"
Marcello vede. Capisce che la mano sul ginocchio si apre perché sta per trasformarsi in un ceffone ma non fa nulla per evitarlo. Per lui, Mara è ancora una brava ragazza, amorevole e paziente, capace di coltivare una passione fino a trasformarla nel più genuino degli amori, nel dispensare un sorriso caldo e morbido al punto di portarselo a letto per fare compagnia ai sogni.
E invece il ceffone arriva e insieme a lui un lampo, che si forma direttamente nel centro del cervello e poi si sgretola in una miriade di lamette che precipitano giù per il collo e tagliano qualunque cosa, fino al cuore. L'umiliazione brucia come quel famoso nocciolo chiuso dentro al sarcofago. 
Capisce solo la seconda metà della frase perché l'orecchio fischia come un treno in mezzo alla steppa.
"... e poi mi scarichi davanti alla porta e non ti fai più vedere nemmeno in cartolina, coglione!"
Quando riprende il controllo di sé, quando il cuore smette di tirare al punging ball, quando le due strade che crede di vedere si riuniscono nel solo, unico e reale nastro d'asfalto, lui sta viaggiando verso casa, mantenendo la velocità moderata e pestando con le ruote alla destra dell'auto la linea di bordo.
Prima di convincersene, guarda il sedile del passeggero per almeno tre volte. 
Finalmente è solo.

Un passo dopo l'altro ma le scarpe sono scomode. 
Dopo meno di cinquecento metri, Mara si arrende al gran mal di piedi e si siede sul guard rail che lentamente cede il suo calore alla notte, e scricchiola. Sono passate solo tre auto da quando Marcello l'ha spinta fuori e se ne è andato con la portiera ancora aperta, e nessuna di queste si è fermata. Troppe storie di belle ragazze che fanno l'autostop per conto di bande di rapinatori, troppe, stupide leggende metropolitane. 
La carica del cellulare è a tre quarti. Mara accavalla le gambe per catturare l'attenzione del più addormentato degli automobilisti, china la testa sul monitor e apre il selfie scattato nel pomeriggio. 
Marcello era passato a prenderla intorno alle sei e l'oleandro fiorito del giardino, nella luce ruffiana del sole basso, le era sembrato uno sfondo perfetto per immortalare il momento. Lui si era sforzato di fare apparire irresistibile il suo sorriso e aveva chiesto di allargare l'inquadratura per mettere in evidenza i pettorali che tiravano sotto la maglietta aderente. Anche la clavicola robusta saltava all'occhio e tutto faceva pensare a qualcosa di davvero potente. 
Il social si apre e ricorda che ci sono ottantasei notifiche da esaminare. Nulla di strano quando i follower sono più di centomila. Mara la mora, anche quando posta un'emerita stupidaggine, riceve like a carrettate e commenti a pioggia. Molti di questi sono inviti per uscire o proposte sconce. 
La foto del profilo, che la ritrae dentro un minuscolo costume da bagno in colore carioca, con la sabbia della spiaggia appiccicata alla pelle e l'elastico delle mutandine alle latitudini più basse, certo non invita a discutere di filosofia.
Il post non lascia spazio alle interpretazioni:
"Tempo perso. Tanta dinamite e pochi botti..."
Un secondo
Due secondi
Tre. 
La prima risposta è di Gigi Shock. "Tu metti l'esplosivo, io porto il detonatore." 💣😆
Madame Falco si accoda. "Stai forse dicendo che l'apparenza inganna?"
Mirko Mirk. "Ti mando una foto in pvt."
Lady Bondage. "Facci vedere che faccia ha questo...tempo perso." 😜
Private Raian. "Te lo strappo quel costume!" 😈😈.
Baby Boom. "Lo hai rimandato a piangere dalla mamma?" 😭
Ale XXX ia. "Attacca i manifesti sui pali della luce. Wanted..." 🤣😂

La quarta automobile, rallenta solo per capire se si tratta di una mignotta. Riprende la corsa in un tanfo asfissiante di diesel da rottamare.

Gengiv Kan. "Vieni a trovarmi che quando ho finito cammini storta per tre giorni." 😵‍💫.
Olivia Oli. "Ti sei fatta fregare, #Maralamora. Non ti ci facevo..."  👎
Lavori per Forzuti. "Facci conoscere quel treno a vapore, magari gli manca l'acqua da far bollire..." 💪💪

Mara indugia sul selfie. Marcello è così tronfio, abbronzato alla lampada e gonfiato come un pollo agli estrogeni che meriterebbe la gogna. Ride a voce alta senza rendersene conto, clicca sulla foto che si allarga e in pochi istanti il menù propone la condivisione. Sente il calore che monta da li sotto, una vera e propria eccitazione sessuale. Non si lascia Mara la Mora in mezzo a una strada e se lei ti rifila un ceffone vuole dire che te lo sei meritato. Devi solo chinare la testa e chiedere scusa. I commenti sono centinaia e i like crescono, e non importa se è ora di andare a letto perché il popolo del web non dorme mai.
Vuoi condividere?

Mara non ha sentito l'auto. Si è fermata proprio davanti a lei. 
Per la verità non sta affatto soffrendo a causa della lamiera affilata a contatto con le gambe nude. La sua dimensione, il passato, il presente e il futuro, è tutta racchiusa dentro quei pixel che le gettano sul viso una luce da obitorio. Il cicalino, che si ripete a ogni notifica, è la colonna sonora della sua personale sala da ballo, il ritmo della sua vita dove non c'è mai tempo da perdere.
"Tutto bene? Hai bisogno di un passaggio?"
È una donna sui cinquanta, bionda, di quel biondo slavato, quasi cinereo. È magra in modo patologico, come se il lavoro e gli anni l'avessero consumata. Ha i lineamenti del volto tirati e un paio di occhiaie grigiastre che nessun trucco tenta di nascondere. Porta una camicia bianca sbottonata sul collo e puzza di ospedale. Non passa dalla parrucchiera da almeno un mese, questo è certo. Mara, incredula, rimanda la condivisione della foto con Marcello e chiede:
"Davvero mi dai un passaggio?"
"Sarei dell'avviso di non lasciare giovani ragazze sole per la strada, e di notte, poi. Sali."
Mara non se lo fa ripetere due volte e prima di mettersi a sedere deve aspettare che la donna trasferisca sui sedili posteriori una pesante borsa di cuoio.
"Io sono Mara. Tu sei un medico?"
"Sì, guardia notturna e stanotte stanno tutti male. Sono anni che percorro questa strada, avanti e indietro, e sempre con il buio."
Mara si compiace di avere indovinato. "Non ti invidio."
Pensa al malato terminale che ha visitato solo dieci minuti prima: una maschera di cartapesta che odora di fiori appassiti e con il cuore debole come una radio rotta. In effetti non c'è proprio nulla da invidiare. 
"Vediamoci il lato positivo. Mi sono fatta amica ogni curva, conosco tutti i tratti pericolosi e so, prima degli altri, quando devo evitare una buca." ride.
"Hai ragione, questa statale è veramente una trappola!" dice Mara e pare che la fossetta che si accompagna al sorriso si inneschi a comando.
"Dove ti porto?"
"Tu rientri all'ospedale?"
"Sì." riunisce le mani giunte e simulare il cuscino. "E spero di riuscire a dormire qualche minuto."
L'espressione del viso è di quelle di circostanza. Mara non riesce a essere sincera se non guarda dentro una fotocamera. "Perfetto, allora. Abito proprio da quelle parti."
L'auto riguadagna la strada. 
È una vecchia Panda bianca sfiancata dai chilometri. Il sedile al posto di guida è sfondato, il volante corroso dal sudore e il motore è fastidioso. Sprigiona un gran baccano mentre la lancetta del tachimetro fatica ad alzarsi. A dirla tutta, puzza anche di ferro bruciato. 
Si vede la dottoressa che fatica per mantenere la traiettoria: i tendini delle braccia affiorano sotto la pelle e lo sguardo è concentrato sulla strada. Mara si chiede se la signora taccia perché di indole silenziosa o perché deve domare una specie di bastimento con i timoni ciucchi.
"Be', comunque grazie."
Lo sguardo è fugace. Dopotutto c'è la Panda da tenere a bada. "Piuttosto, per quale motivo eri sola in mezzo al nulla?"
Mara ritorna sul social. I commenti al suo nuovo post sono oltre cento e i like almeno il doppio. La sua soddisfazione affiora da un ghigno che pare attaccato a colla di pesce. Risponde distrattamente mentre scrolla lo schermo. 
"Il tipo con cui stavo mi ha sbattuta fuori dalla macchina."
"Che carogna! E...tu cosa hai fatto per meritarti un trattamento simile?"
Mara alza le spalle. "Non è stato capace di scoparmi in un modo decente, ecco,  e io glielo detto."
La curva a destra è impegnativa e un rumore da cuscinetti a sfera ormai quadrati si aggiunge alla tensione. "I maschietti hanno un orgoglio, però, e vanno sempre per così dire, maneggiati con cura." sul rettilineo, la dottoressa esamina ancora una volta Mara con una rapida occhiata. "Non ti ha mica picchiata, vero?"
Nel frattempo hanno commentato altri trenta utenti e quasi tutti vogliono vedere in faccia lo sfigato. Par de balle spicca su tutti:
"Se mi presenti Mr. Speed posso consigliargli un maestro di Tantra Yoga. Ma a quanto ho capito gli servirebbe di più un miracolo." 😭
Mara pensa sia magnifico. A contarli in fretta i nuovi follower sono più di trenta, e tutto per una pessima scopata. La dottoressa sembra spazientita.
"Non mi vuoi rispondere?"
Scuote la testa. "Cosa, scusa?"
"Ti ho chiesto se ti ha alzato le mani..."
"Ma chi, quello sfigato? No, tranquilla, sono stata io a menarlo."
Passano su un vecchio ponte dove la carreggiata si stringe. Ogni volta, la dottoressa si domanda quanti automobilisti siano capaci di interpretare quel cartello di precedenza con la freccia rossa che fa coppia con quella bianca capovolta.
"L'hai picchiato?"
Mara finisce di digitare un commento e poi risponde. "Ma quello non è nulla."
"Usare violenza è sempre sbagliato. Lasciare una ragazza sola nel bel mezzo della notte, lo è altrettanto. Al diavolo l'orgoglio! Parlatevi e fate pace."
Mara ruota il cellulare verso la dottoressa. Non bisogna essere esperti per capire che è in linea con un social molto frequentato, e non solo da brave persone. "Quale pace. L'ho sputtanato e fra poco ci sbatto pure la sua faccia."
"Ti fermeranno!"
"Probabile ma non prima di domani mattina."
"Lo faranno perché qualcuno segnalerà il tuo post."
Mara scrolla la pagina mentre un concerto di cicalini le confermano che la discussione che ha lanciato è andata in orbita. Guarda la dottoressa mostrando commiserazione. "Mi adorano tutti qui sopra, pendono dai miei polpastrelli. Nessuno mi segnala un cazzo di niente. Lo vuoi vedere anche tu?"
C'è un semaforo, uno dei pochi che rimangono accesi anche la notte. L'occasione è buona per riposare le braccia, maledire quel volante senza servosterzo e senza grasso negli ingranaggi e provare a fare ragionare la ragazza. "Dai, fammi vedere che faccia ha questo pessimo amante ma te lo dico subito: non metterlo troppo in imbarazzo perché a un certo punto potresti pentirtene..."
Il ghigno ha qualcosa che lo fa andare di traverso. "No, non me ne pentirò mai ma guarda, guarda anche tu che bel faccino..."
E l'occhiata alla foto è rapida, perché il semaforo nel frattempo è diventato verde e il cercapersone non concede tregua. Da qualche parte ci deve essere qualcuno che non dorme come avrebbe sperato.
La Panda riparte faticando.
"Non lo fare!"
"E perché non dovrei?"
"Perché non ti devi approfittare del tuo successo sul social. Come si dice, del fatto che sei un'influencer?"
Mara vuole guadagnare tempo. Non le va di farsi buttare fuori dall'auto per la seconda volta. Vede la dottoressa impegnata alla guida ancora più di prima. La carreggiata, delimitata qua e là dai vecchi guard rail in lamiera, è diminuita in larghezza e in quel tratto di strada è ancora più buio. "Ma non posso deludere i miei follower, capisci? È un attimo passare dalla gloria all'anonimato."
"Non lo devi fare!"
"Ma certo che lo faccio! Condivido il mio selfie con lo sfigato e domani ne metto giù uno pieno di complimenti per te, dottoressa. Mi ringrazierai per questo perché la cosa potrebbe farti avere una promozione, lo sai?"
La dottoressa è nervosa. Spinge sull'acceleratore e questa volta pare che l'auto prenda velocità Mara nota le mani strette sul volante e i cambi rapidi e precisi. In quinta si sfiorano i cento.
"E invece devi imparare a portare rispetto per il prossimo!"
Mara ricarica la foto: lei, lui e gli oleandri in fiore. Solleva il cellulare e sfiora il tasto di condivisione. "Quanti follower hai tu, dottoressa?"
Sono meno di sessanta e non si ricorda quando è stata l'ultima volta che ha eseguito l'accesso. "Lascia stare in pace quel ragazzo! È stata una serata storta per tutti due e vi conviene dimenticare..."
Gli occhi brillano di cattiveria e le fossette, quelle che ipnotizzano un po' tutti, sono sparite. Una fila di denti dritti e bianchi si nota dietro alle labbra appena schiuse.
Sembra una Jena.
Mara urla. Sbraita a bocca aperta, sputacchia e a essere onesti ha pure l'alito che sa di vino. "Invece lo faccio e chi cazzo sei tu per impedirmelo!"
La dottoressa si rasserena. Deve avere capito.
Lei non è nulla, dopotutto. Deve solo obbedire a uno stupido cercapersone e farsi piacere la sua lurida esistenza.
Rallenta.
Le ruote alla destra calpestano la riga bianca. Il volante sembra meno ostile del solito e la schiena stanca, finalmente, si adagia sul sedile.
"Guarda avanti, Mara..."
"Ma che cazzo dici?"
"Avanti, devi guardare avanti!"
E Mara lo fa.
Non riesce a condividere la fotografia perché di fronte a lei, a forse cinquanta metri, comincia un nuovo guard rail ma questo è davvero speciale. Non ha la protezione ricurva per impedire che si comporti come la lama di un coltello e i metri, adesso, sono solo dieci.
Il cellulare cade sul tappetino e mentre le gomme lise si mangiano l'erba, il grido esce con la forza di un milione di voci terrorizzate e gli occhi potrebbero schizzare fuori dalle orbite e non è elegante da dire ma ha ancora il tempo di svuotare l'intestino. 
La lama frantuma la mascherina, s'incunea nel telaio, penetra il vecchio motore come il coltello caldo nel burro, lacera la lamiera del cofano, attraversa il cruscotto con la violenza di una spada e trancia insieme il sedile del passeggero, e il passeggero. In un inferno di rumore, fumo, scintille e puzza di carne bruciata, il guard rail esce dal baule della Panda qualche decimo di secondo dopo ed è un peccato, perché passando distrugge la borsa medica che esplode con un rumore di vescica schiacciata.

La dottoressa, frastornata, scende dall'auto. 
I primi passi sono una sfida alla forza di gravità, le gambe tremano, la testa duole e lo stomaco vorrebbe dare il giro ma poi va meglio. Dal finestrino rotto assiste a quel disastro di sangue, ossa tritate, visceri e lamiere. Il contraccolpo ha fatto serrare le mascelle di Mara in modo così violento che i denti si sono sgretolati.
Delle fossette ipnotiche più nessuna traccia.
Recupera il cellulare dal tappetino. Funziona ancora e non è nemmeno sporco di sangue. Lo mette in tasca, si ravviva i capelli color cenere con qualche ricordo di biondo e con il suo telefona all'ospedale.
"Ho avuto un incidente, un incidente terribile..."
"Oddio, sei ferita?"
L'odore del sangue è forte ma lei non ha nemmeno un graffio. "No ma avevo caricato un'autostoppista, una ragazza..."
"Non mi dirai che..."
"Sì, purtroppo..."
"Oh merda! Stai calma che ti mandiamo subito un'ambulanza."
"Grazie."
"È per colpa del maledetto sterzo?"
"E delle fottute gomme lisce. Fate in fretta che mi sento mancare..."

Ora l'abitacolo della Panda ricorda l'interno di un minipimer. 
Non sarà facile per i suoi colleghi ma lei aveva denunciato il malfunzionamento di quell'auto in numerose occasioni e cosa dire, l'omissione di soccorso è un reato grave e non si commette un reato grave, ancor più  grave se la ragazza è confusa, stanca è abbandonata di notte sul bordo di una strada.

È facile accedere allo smartphone. 
La M di Mara, che si delinea unendo i puntini, è piuttosto prevedibile.
Prima di cancellare il selfie, la dottoressa nasconde la faccia di lei con il pollice e con la punta dei polpastrelli carezza il volto di Marcello. Trova il tempo per qualche parola, sbrigativa e sussurrata perché in lontananza si sente l'ambulanza arrivare. 

"Marcello, amore, bambino mio. Nessuno può permettersi di offenderti e nemmeno di picchiarti e da ora in avanti, te ne prego, scegli con più attenzione le ragazze da invitare ."

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© Diritti riservati

In copertina "Allo specchio" di Piera Vi


 



venerdì 22 ottobre 2021

Presentazione al Salone del Libro di Torino - Solo le donne degli altri


Al Salone del Libro di Torino, il 18 ottobre 2021 - Stand Sistema Bibliotecario Valsusa. Quattro chiacchiere sul mio romanzo più recente.

Moderatrice dott.ssa Adriana Frjio.





sabato 7 agosto 2021

La lavanderia a gettoni




Le trapunte sono tre e si sa, il numero tre, qualche volta, è difficile da comprendere anche se si può contare su una solida fede. 
Quella per l'inverno è leggera e calda e tecnologica. È confezionata con quei tessuti che non hai capito ma dove certamente nessuno ha torto una piuma a un pennuto. Quella per la mezza stagione, invece, è pesante, solida come roba da campo militare e molto probabilmente più calda di quella per l'inverno. Quell'altra è bianca e leggiadra come una nuvola al principio dell'estate e davvero non si capisce quale sia la sua collocazione nell'arco cronologico dell'anno intero.
Lo chiederò a mia moglie.
Sono ammonticchiate sul divano della sala cinema, e da un po', perché in agosto l'inverno è un lontano ricordo e, seppure il nord-ovest nel 2021 non abbia mai per davvero sofferto il caldo, quella montagna di tessuto e finte piume era diventata parte del paesaggio e i gatti ci si erano pure affezionati. Quando mia moglie, per sbrigarsi, butta le trapunte nel vuoto delle scale e facendolo trascina via dalla parete un paio di quadri, i gatti sono sconvolti e preoccupati che quel pezzo del loro mondo vada via per sempre e anzi, uno annusa quel vuoto per cercare una spiegazione.

La lavanderia a gettoni è di una catena svizzera, che si vanta di essere svizzera e che anzi, sostiene che l'igiene sia curata come solo loro sanno fare, che i loro cestelli girino veramente rotondo e che il silenzio sia assicurato come dentro una cattedrale.  È piazzata in un posto dove si parcheggia davanti e vi giuro, ho visto professionisti abili, guaritori, ragionieri, maghi e negozi a buon prezzo che hanno fallito solo perché non si parcheggiava davanti. Gli svizzeri non sono stupidi, sapete,  altrimenti non sarebbero fuori dall'Europa, non avrebbero le banche piene di soldi e il privilegio di essere neutrali in guerra. 
Le lavanderie a gettoni non hanno mai funzionato per davvero, non in Italia, non nelle piccole città. È indiscreto e pericoloso riempire il cestello delle cose tue e puoi diventare una favola ed essere costretto a cambiare provincia se una di quelle cose è davvero troppo sporca, macchiata di giallo o peggio, di marrone e anche se la cosa è caffè o aranciata, tu puoi giocarti la reputazione e la stessa tragedia capita se la biancheria è bucata, e mentre si agita fra l'acqua e il detersivo si propone con tutta la sua imperdonabile decadenza proprio addosso al vetro e dell'oblò e sotto gli sguardi inquisitori di tutti i clienti.
Saranno pure svizzeri ma una della macchine è fuori uso e il rimedio è molto italiano; un pezzo di nastro in carta appiccicato sul bottone dello start assieme a un laconico avvertimento in pennarello con scuse allegate. Ma le altre funzionano, eccome,  e anche se la signora anziana con la mascherina abbassata ha occupato da sola il tavolo intero e la signora giovane aspetta che l'asciugatrice smetta di lavorare e la signora più giovane ancora, alla quale per pigrizia chiedo informazioni, mi risponde di leggermi le istruzioni, l'atmosfera è quella giusta. 
My beautiful laundrette, Big Bang Theory, Mr Bean, lo storico spot della Levis.  Insomma, la lavanderia a gettoni ha ispirato tanto cinema e nei paesi anglosassoni è un posto dove è normale fare quattro chiacchiere e dove sono sicuramente nati tanti amori ma qui nessuno ci caga.
Il tempo di girarsi e arrivano le prime, feroci critiche. Sono a voce bassa, come si conviene a un buon pettegolo: "quella trapunta è troppo pesante e scivola indegnamente sul fondo del cestello senza rotolare." Lo dice la signora con la mascherina abbassata ma non è vero. È solo invidia o quell'insopportabile senso di superiorità che scaturisce alla vista dei novellini e allora mia moglie va a verificare ma la trapunta rotola. Rotola e danza immersa in un profumo di fresco e io stesso posso constatare che tutto funziona alla perfezione, che gira tondo come il  mondo e allora lo faccio: scrivo una recensione sul quaderno degli appunti e me ne frego se la biro Bic è infettata da mille mani ma lo voglio dire. Nessun accenno alla lavatrice rotta perché sono un ruffiano ma la critica dura è diretta alla clientela: qui, la gente non è capace di farsi i cazzi suoi! 
E per fortuna se ne vanno. Riempiono le borse Ikea impiegandoci un'eternità ma se ne vanno. 
In tutto quel tempo, la trapunta pesante ha girato assieme al cestello senza mai perdere un colpo.
Il ragazzo spigliato, che ovviamente ha parcheggiato davanti, svuota un sacchetto Ikea in lavatrice, saluta ed esce. Evidentemente non teme buchi, scuciture o macchie compromettenti.
Il secondo ragazzo spigliato arriva e riempie la lavatrice con cura. Il sacchetto è Ikea e niente, mi convinco che questi appartengano a una setta. È uno sportivo e si vede: capi gialli fosforescente, arancione fosforescente, verde radiazioni nucleari. Jeans bassi, magliette aderenti e completo da ciclista. Le mutande di Batman. 
Saluta, se ne va e sono un po' invidioso delle sue mutande.
La lavanderia a gettone è bella. 
I panni sporchi non si lavano in casa, al massimo si lavano in Arno come diceva Manzoni e tutto è andato bene. Abbiamo ritirato le trapunte e  abbandonato le lavatrici al lavoro mentre mille pipistrelli subivano la centrifuga senza lamentarsi e siamo andati alla ricerca di un sacchetto Ikea.
I gatti, manco a dirlo, ci stanno guardando malissimo.

martedì 27 aprile 2021

Non arriveranno mai






Claudio fa un gesto volgare, quello semplice da mettere in pratica e buono per tutte le occasioni.  
Chiude un occhio e il grattacielo bianco scompare dietro al dito. Non ha mai sopportato quel palazzo che somiglia a un frigorifero, e come dargli torto. Sembra precipitato da una galassia lontana in mezzo a una distesa di edifici bassi e rovina l'armonia cercata in anni di storia da architetti felici. Il resto della città tremola sotto la canicola del pomeriggio e le prime due bottiglie di birra sono finite. L'ombra del platano, da sola,  non basta  a raffreddare le sbarre in ghisa della panchina. 
“Non arriveranno mai.” dice, mentre si china per trascinare la borsa termica. Appena aperta, l'odore dei panini con il salame s'intrufola dritto nelle narici e ne approfitto per infilare la mano sopra quello più grande. È avviluppato dentro un involto di stagnola e c'è da giurarci: quando lo aprirò lo vedranno brillare laggiù, dalle vie del centro, dai ponti sul Po e dai parchi. Provocherò panico, è sicuro, molti si metteranno a correre e travolgeranno i meno fortunati come una mandria di bufali impazziti. Ribatto solo dopo che il tappo della Heineken è saltato via e ha rotolato per qualche metro in discesa prima di infilarsi nel tombino. “Per me arriveranno, invece.”
È stato così sempre. Che si parli di calcio o di donne, Claudio non  considera l'ipotesi di avere torto. Alza la voce senza accorgersene e guadagna qualche centimetro di panchina per intimidirmi.
“Dovresti leggere meno libri e pedalare di più. Non si tiene mezzo mondo sotto il tacco se non sei capace, e se sei capace meriti comunque rispetto, almeno su questa terra.”
“Quale rispetto? A me fanno schifo.”
“Non sono io a dettare le regole ma a quanto pare, in questo gioco, su questo tavolo e con questi giocatori, vincono e vinceranno sempre.” gli occhi verde smeraldo sono quelli di chi chiede una tregua armata e dicono molto di più delle rare parole, centellinate come un whisky di quelli speciali. Mi molla una pacca sulla spalla e chiarisce. “Non ci godo eh! È solo pragmatismo il mio.”
E invece a me salgono gli acidi su per la gola e rimedio con un morso al panino. Il salame Milano è sistemato in numerosi strati che il burro rende facili da addomesticare. Per il poco tempo avuto a disposizione, si può parlare di grande cucina o dell'ultimo miracolo. Il primo boccone va giù quasi intero, con un sorso di birra che lo insegue e ricaccia indietro il rigurgito di stomaco. Il secondo, me lo godo: mi calma come una carezza  e chiudo gli occhi per pensare a qualcosa di bello. 
L'oceano, per esempio. 
Io e Claudio eravamo stati abbastanza bravi e fortunati da cavalcare l'onda, dal principio alla fine della spiaggia, mentre Katy ed Eleanor correvano scalze per inseguire i nostri surf. Erano arrivate solo qualche secondo dopo, quando i muscoli eccitati dal mare tiravano come vele nel vento e i pantaloncini bagnati aderivano a tutta la nostra voglia di vivere. Eravamo noi, i vulcani di Maui che sembravano pronti a esplodere e le due meraviglie. 
Katy portava un costume celeste, talmente ridotto ai minimi termini che se l'avesse pagato a centimetri quadrati, sarebbe venuta via con l'articolo spendendo meno di mezzo dollaro. Eleanor aveva scelto un rosso tendente all'amaranto, con il reggiseno capace di sostenere l'abbondanza solo grazie all'elegante abbinamento di cordini bianchi che s'incrociavano sulla schiena abbronzata.
Quella sera avevamo mangiato in un ristorante sulla spiaggia. Mentre il tramonto incendiava il mare, il cuoco cucinava pesce sopra delle grosse pietre sul terrazzo e proponeva di annaffiare la cena con un bianco francese che sapeva di frutta o con certi vini dalle colline della California. I clienti arrivavano alla spicciolata mentre una band di cappelloni in camicia hawaiana eseguiva un repertorio surf rock che spaziava dai Surfaris fino ai Venture, e passando dai Beach Boys. L'arrangiamento di Sloop  Jonnb B, ricordo, era stato ipnotico:
Call for the Captain ashore
Let me go home, let me go home
I want to go home, yeah yeah
Ma certo non volevo tornare a casa, e nemmeno Claudio. 
Le nostre due amiche avevano ancora tanto da darci e non solo moralmente. 
Katy mi aveva tenuto sveglio fino al mattino e mentre tentavo di recuperare qualche ora di sonno, mi aveva sussurrato nelle orecchie tutte le canzoni che si ricordava. Veniva da New Orleans, Louisiana. Ricordo, diceva di preferire le onde enormi del Pacifico alle acque chete e melmose del Mississippi che s'insinuano nelle paludi per fare nuotare i coccodrilli. Era per quello, e perché odiava le zanzare, che passava tre mesi all'anno sulle spiagge intorno a Kahului e che per non farsi prendere dalla nostalgia aveva imparato a memoria tutto il repertorio di Fats Domino e si era addormentata anche lei mentre si sforzava di ricordare la seconda strofa di Blue Monday
Sunday mornin' my head is bad
But it's worth it for the time that I had
But I've got to get my rest...
Claudio sa leggermi nel pensiero. “Stai pensando a Katy?”
Chiudo gli occhi e la immagino seduta sulla spiaggia a scrutare il cielo, ma nel bel mezzo della notte. Sono sicuro che Eleanor sia con lei ad aspettare. “E tu stai pensando e Eleanor?”
“Sto pensando che è parte di quel sistema e che pur essendo una goccia nel mare, forse avrebbe potuto fare di più.”
“Perché non sono tutti così e non si meritano di essere ricordati come quelli che...”
Qualcosa esplode giù in città. 
Mortaretti, colpi di pistola o lacrimogeni della polizia. Non lo so ma il mio sedere sudato sobbalza sulla panchina. Le autorità non ammettono disordini perché loro la pensano esattamente come Claudio: non arriveranno mai. A giudicare dalla colonna di fumo che si solleva dal crocevia possono solo essere velenosi lacrimogeni. I telegiornali hanno cercato di rassicurare in ogni modo ma ormai tutti hanno imparato a capire quante balle raccontano. Negli anni si sono specializzati a leggere, recitando, qualsiasi comunicato e i loro erano del tutto simili al pensiero del mio amico:
- Non arriveranno mai -
Claudio si scola l'ultimo sorso della bottiglia e la butta oltre la siepe. La sentiamo infrangersi sull'asfalto del tornante e via, il tempo di formulare un pensiero ed eccolo con la schiena china a rovistare nella borsa. 
“Il bicchiere della staffa?” domanda agitando le ultime due bionde con la condensa del freddo sul vetro. Ho le gambe molli e un lieve mal di testa ma non mi tiro indietro. 
Uno stormo di aerei  militari sorvola le case con un boato e vira improvvisamente incontro al sole. La domanda arriva quando il rumore non si è ancora del tutto attenuato.
“Ti ricordi di Paul?”
Era il fratello di Eleanor, un ragazzo poco più che ventenne, bello come il sole della sua terra e coperto di tatuaggi che sembrava la volta affrescata di una cupola. Il mattino consegnava pacchi volando in Vespa da una parte all'altra dell'isola. Il pomeriggio e la sera girava cortometraggi, ingaggiando amiche e amici come attori. Conosceva musicisti che si prestavano per le colonne sonore e anche cantanti pronti a esibirsi per lui. La sera montava e da un giorno all'altro proponeva spettacoli sempre nuovi che proiettava, appena fatto buio, nel cortile sul retro di casa. 
“Già, Paul. Aveva un talento enorme per il cinema.” e la prima lacrima del pomeriggio è per lui, per quel suo primo corto che aveva meritato applausi al Sundance e un discreto successo di pubblico. 
Era morto l'anno dopo, con i polmoni tagliuzzati dalle sue stesse costole, travolto da una nonna al volante di una Prius bianca. Aveva bruciato il semaforo per non fare tardi al compleanno del nipotino e i pacchi da consegnare erano finiti sparpagliati sull'asfalto per decine di metri assieme ai pezzi dello scooter. “Sarebbe stato il migliore per filmare tutto, per documentare."
Solo che lui era l'attore protagonista e la morte era vera, come quando un proiettile aveva ucciso Brandon Lee sul set. Niente materassi e scatoloni per cadere, salsa di pomodoro e tanto mestiere. Solo cuori che smettevano di battere.
“Tanto non arriveranno mai!” commenta Claudio, che con Paul aveva avuto un rapporto di amicizia vera. Gli era sembrato incredibile che non fosse geloso di sua sorella e gli era sembrato altrettanto incredibile che un ragazzo così giovane potesse conoscere a memoria la storia del cinema.
Il Dottor Stranamore. 
Ne parlava spesso, specie quando strimpellava la sua Taylor davanti al fuoco mentre le onde dell'oceano si trasformavano in schiuma sulla sabbia bagnata. Il Dottor Stranamore cavalcava un missile atomico per arrivare con lui sul bersaglio ed era la metafora di una folle corsa che non si sarebbe fermata mai e il simbolo fallico per antonomasia.

Un banco di nuvole modera il sole che l'estate ha piazzato più in alto possibile ed ecco un altro stormo di aeroplani. Volano secondo una formazione disordinata e gli ultimi due sembrano attardati come i cuccioli più deboli del branco. Il boato dei motori copre le grida di terrore che sembrano salire dalla città e che io immagino uscire dalle gole arse dal caldo. Chi si rifugia nelle cantine, chi cerca scampo in campagna ma la tangenziale si è messa di traverso, dispettosa, e adesso è solo un serpente di fumo, bestemmie e carrozzerie roventi che baluginano nell'orizzonte. Qualcuno è stato sistemato al sicuro sotto cinquanta metri di roccia ma sono pochi e sono ricchi e importanti. 
“Alla fine di tutto saranno ancora pochi, ma non più ricchi e nemmeno importanti.” ragiono a voce alta mentre Claudio si gode il panino con le briciole impigliate tra i baffi. È monotono come un disco incantato:
“Non arriveranno mai.” e quasi mi dispiace di averlo disturbato mentre mastica, di avere rischiato di farlo strangolare.

E invece arrivano. Da est.

Stelle comete, meteoriti, lunghe scie di fumo che affettano il cielo e vanno lontane, verso sud. 
La prima scompare dietro alle montagne ed è lì che Claudio, deluso, sputa il boccone per non strozzarsi. L'attesa è interminabile e ancora una volta crede fermamente nel suo dio e indica quel posto non meglio definito dietro le creste e si ripete:
“Non arriveranno mai!”
E io vorrei credergli, sperare di non essere come uno zolfanello prima che qualcuno lo strofini sulla carta vetrata o come una goccia d'acqua che sta per cadere sulla piastra della stufa. Ho la voce che sa di tomba e parlo con il fiato che esce a fatica attraverso la gola contratta nel terrore. “Sono i nostri. Li stanno intercettando, vedrai, e non arriveranno...”
La luce è più intensa del sole che la guarda da lassù e Claudio non è più abbronzato come al solito. È come una radiografia pigramente adagiata sulla lavagna luminosa dell'ambulatorio e i suoi occhi verde smeraldo sono un paio di cristalli trasparenti e le montagne: come appaiono piccole al confronto di quella palla di fuoco!
Sono arrivati.
Claudio si affretta a finire la birra e io cammino avanti e indietro. Assomiglio all'orsetto del tiro a segno che si sbatte per non essere centrato ma sa benissimo che il suo spazio per la fuga è ridotto a una rotaia con il fine corsa imminente e il cielo è pieno di brutte notizie. L'ultima arriva assieme al boato della prima esplosione che si è preso il tempo che serviva per attraversare mezza regione, e cade molto più vicina.
Questa volta non ci sono le montagne a dominare il vento e dopo il lampo, che mi attraversa le mani pigiate sugli occhi, arriva il rumore di mille treni che corrono incontro, di continenti che rotolano sui sassi, di grida di dolore e disperazione, del mondo che si rovescia con tutto quello che c'è dentro.
E poi il vento. 
È caldo come una fornace e corre come un cavallo spaventato e ci spinge via come foglie secche nella tempesta, fino sul prato e fino al selciato che stende ai piedi della basilica. I fedeli che si erano riuniti a pregare, sono stati sdraiati come fa la falce con l'erba alta.
Sanguino, respiro veleno. La tosse parte dai polmoni e mi scuote. Sento dolore ovunque. Mi sembra di masticare la sabbia ai piedi del vulcano e penso a Maui, al surf, alle bevute sulla spiaggia mentre un fuoco amico accarezza la nostra voglia d'amore. A Katy. 
Addio, Katy. 
Addio Eleanor, addio Hawaii. La parte buona di quel popolo meraviglioso si piega al volere di pochi pazzi e niente più ristoranti sulla spiaggia, concerti rock, film, attori, cantanti e cascatori. Niente più chitarre da abbracciare e fare tue come la compagna di una notte. 
Niente più fuochi davanti al mare. 
Le vetrate della basilica esplodono e volano via le lastre della cupola. Sembra che un grosso frullatore stia preparando qualcosa da bere. Si spalanca il portale e alla fine la pressione fa collassare i muri. Si gonfiano come le guance di un bambino maleducato che sta per fare una pernacchia e le colonne traballano e le lastre di marmo si staccano e si spezzano le guglie. La pianura è la pista da corsa di venti a mille chilometri orari e le fiamme si sono sostituite ai boschi. L'acqua del Po riflette il colore cinereo del cielo.
“Non arriveranno mai.”
Mi consola Claudio mentre il sangue gli bolle in bocca. 
Non è stato abbastanza svelto nel proteggersi gli occhi e ora è cieco. Niente più verde smeraldo, solo una patina bianca e lattiginosa che assomiglia a un'ustione. La cosa buffa, è che le briciole di pane sono tuttora incastrate fra i baffi e arrostite come una pizza dimenticata nel forno.
Ci abbracciamo e sì, ammetto che ha ragione.
L'inferno si è scatenato tutto intorno ma la città è stata risparmiata. 
Il tetti sono denudati dalle tegole e ridotti a scheletri, si alzano colonne di fumo dove sono esplosi i depositi di gas e le strade sono allagate. Alla fine, la cartolina che spettava a noi, non è stata recapitata, intercettata da qualche missile che i nostri alleati hanno fatto in tempo a lanciare. L'aria puzza di ferro da stiro e le grida in sottofondo sono quelle che Dante doveva avere immaginato per uno dei gironi più in basso. Mi lascio cadere nel prato e guardo le nuvole rimescolate dal vento mortale.

Il suono gutturale di un grosso bombardiere s'insinua nelle orecchie come la vibrazione di un telefono e una sagoma nera che appare come un insetto sul vetro si muove lenta davanti a quattro scie di condensa lunghe e grasse. Fra poco sarà esattamente sul centro della città, sulla verticale di quel grattacielo che Claudio odia tanto e che non potrà più vedere.
Voglio credere che sia amico.
Voglio credere che non stia portando un pacco a sorpresa proprio per noi. 
Voglio credere che non arriveranno mai.

giovedì 11 marzo 2021

La festa in terrazza. Il dilemma del cecchino...





La terrazza è allestita con gusto. 
Ci sono le tesate di lampadine colorate che l'attraversano nei due sensi, gli ombrelloni chiusi e le bandierine che sventolano ai quattro angoli del parapetto. Il tavolo con il ricco buffet, in costoso legno di teak, è sistemato contro la parete al fondo e coperto con una tovaglia che concede spazio alle venature. Le luci accese dell'attico brillano dietro l'ampia vetrata e tutto il monolocale è inquadrato come un film al cinema. Si vedono la porta di ingresso sul fondo, l'accesso al bagno con una pesante targa toilette in metallo pressofuso e una coppia di quadri che da soli farebbero la felicità di tanta gente. I tetti della città tutta intorno sono amalgamati con la notte e le finestre accese conferiscono quell'aria da presepe che riscalda il cuore. Un cameriere, con le braccia riunite dietro alla schiena e il passo felpato, si occupa degli ultimi dettagli, verifica la freschezza delle vivande e raddrizza qualche bottiglia qua e là. L'Amarone della Valpolicella spicca, con la scritta rossa realizzata in rilievo sull'etichetta scura e le tre scelte di champagne per gli antipasti sono in ghiaccio vicino a una labile torre di calici in cristallo.
I primi invitati sono una coppia di mezza età. Lui calvo, la giacca blu indossata con dimestichezza insieme a un paio di jeans scoloriti e una camicia bianca che lascia intuire il petto lavorato in palestra. Lei ancora piacente, con un vestito azzurro e le gambe affusolate e sane messe in bella mostra. Il cameriere li accoglie, ritira la borsetta per sistemarla su una lunga cassapanca accanto a un armadio a muro che potrebbe contenere una barca intera. Subito dopo entrano due ragazze che non risparmiano i sorrisi. Dispensano un paio di invidiabili decolté e abbronzature fresche di spiaggia. Come nella migliore tradizione sono una bionda e una bruna che rendono difficile decidere quale sia meglio. La bionda può contare su un sedere da concorso mentre l'altra si fregia di un paio di enormi occhi scuri. Ha  classe, anche se tradita da un filo di rossetto di troppo. Anche le loro borsette sono prese in custodia dal diligente cameriere. 

La terrazza comincia ad animarsi: una signora agèe con i lustrini appiccicati al vestito lungo, un uomo altrettanto anziano che esibisce baffi banchi e curati, una coppia di giovani fidanzati che appaiono un po' imbarazzati. Lei preferisce tenere con sé la borsetta lui, molto più alto, le cinge le spalle con un metro di braccio chinandosi in modo buffo per baciarla sui capelli. Entrambi sono stupiti dalla ricchezza del menù e dall'offerta generosa di grandi vini. Passano in rassegna il tavolo, s'incuneano negli spazi fra le poltroncine e arrivano abbracciati al parapetto che si affaccia sul panorama.
Della presidentessa ancora nessuna traccia.
Ho studiato a lungo le dieci fotografie che mi erano state fornite assieme ai cinquantamila euro. Il cliente metteva sul tavolo una mazzetta da cinquemila e vi sovrapponeva una foto.
“Studiala bene”, si era raccomandato, e io avevo scrutato quei lineamenti, la giovanile compattezza della pelle e la luce negli occhi. Le labbra rosse e le spalle toniche. Nella seconda foto, quella abbinata alla seconda mazzetta di banconote, appariva in costume giallo carioca mentre camminava su una spiaggia deserta con le due guardie del corpo che  la seguivano discrete. La terza la ritraeva al lavoro dietro alla scrivania e la quarta come relatrice di una conferenza affollata. Il vistoso microfono non copriva il  bel viso e i capelli raccolti in un chignon assieme agli occhiali di tartaruga dalle grosse lenti le cambiavano l'aspetto in modo significativo. Nulla era stato lasciato al caso.
“Sarà l'unica occasione in cui si presenterà senza la scorta e senza che nessun protocollo di sicurezza sia messo in pratica. Capisci da te che non potrai fallire” aveva sottolineato mentre la quinta porzione del mio acconto si materializzava sul piano del tavolo in compagnia  dell'ennesima foto.
Ho avuto il tempo di imparare quella faccia a memoria e poi ho approfondito, andando alla ricerca dei video che la riguardavano. 
Sono un professionista. 
Ho iniziato a sparare nei tre anni di ferma militare e lì ho scoperto la mia abilità di cecchino. Mi ero arruolato dopo la delusione d'amore con Lara, la donna più bella e importante della mia vita, la compagna perfetta. Mi aveva lasciato, senza una spiegazione, senza un ripensamento. La sera era l'incarnazione dell'amore e il giorno dopo solo un ricettacolo di capricci e paranoie. I mazzi di fiori che le avevo fatto trovare sulla porta non erano serviti a nulla e alla fine, invece di dodici rose rosse, mi ero abituato a stringere un fucile di precisione.
Pam, e saltavano le teste delle sagome.
Pam, e saltavano le teste.
Mi avevano soprannominato pam pam boy.
Questo è il mio quinto incarico e mai ero stato pagato tanto. La presidentessa è un bersaglio che vale tutti i soldi che mi hanno dato e gli altri che ritirerò a cose fatte. 
Non è un brutto lavoro il mio. Non mi avvicino mai alle vittime, le vedo cadere senza vita nell'ottica di precisione del mio Sako. 
Pam.
È una sensazione fredda, come quando assisti al cinema alla morte degli attori. Il rimorso dura lo spazio di un secondo e poi intendiamoci, una volta che il proiettile parte è come il destino: non c'è modo di cambiargli la direzione.
“Non sono ammessi errori. Abbiamo la soffiata giusta e il posto perfetto. Sparerai da lassù...”  e aveva indicato un vecchio stabile in stile ottocentesco, dipinto di un diffusissimo giallo Torino. Spiccava dal terreno per quattro piani sulla pendice della collina. Era vuoto come un guscio di lumaca e fino alla terza fila di finestre le folte chiome degli alberi coprivano la facciata. 
“ La proprietaria è una vecchia che vive da sola in quel casermone. Sappiamo che si è appena rifatta il femore e che non uscirà dalla clinica prima di tre settimane. Non dovrai forzare le porte perché ci siamo procurati una copia delle chiavi.”
Che tintinnavano sotto il mio naso esattamente come quelle della Mercedes, che la coppia di ospiti ha appena lasciato in custodia al cameriere ossequioso. Sono un paio di uomini con l'aria di non avere mai lavorato e quelle facce da chirurgia plastica che si notano con l'occhio attento. Il più alto dei due zoppica un po' e immagino si sia infortunato durante una sessione di sci d'acqua o magari cadendo da cavallo. Il più basso tiene le mani infilate nelle tasche alte di una felpa con cappuccio. Io non oserei presentarmi a una serata di quella classe con quell'atteggiamento e nemmeno con addosso una volgare felpa da rapper.
 
Stacco l'occhio dal cannocchiale. 
Voglio riposare un po', prima che la presidentessa si presenti all'appuntamento con la sua fine e mi guardo intorno. 
La stanza dove mi trovo è buia come la pece e la porta di ingresso all'alloggio del quarto piano è rimasta socchiusa su un pianerottolo che sa di cera Emulsio. Una volta colpito me la chiuderò alle spalle e scomparirò nel nulla. Il davanzale della finestra da dove sparerò é basso e si presta per un tiro preciso senza che nessuno possa notare il fuoco sulla bocca della canna. Muovo le gambe per impedire che si addormentino, invoglio il sangue a circolare e riprendo la mia postura da cecchino.
Sulla terrazza la gente è aumentata e comincia a esserci confusione. Scruto anche all'interno ma non vedo la mia vittima. Solo quelli che avevo già visto e altre comparse insignificanti che si sono aggiunte all'imbarazzo.
“Non staremo a sindacare se dovrai abbattere qualcuno che si mette sulla traiettoria o che proprio non vuole levarsi dai coglioni. Fatti strada, se necessario ma non fallire. Non farti scrupoli per quella gentaglia, loro non se li farebbero per te. Lo sai che se dovessi mancare l'obiettivo, uno dei nostri ti aspetterà sotto per spedirti al creatore. Le certezze sono poche in questo mondo ma fino a ora è abbastanza evidente che i morti non parlano.” mi aveva detto e non so come ma pensavo a Lara, ai nostri anni passati insieme, al nostro gattino bianco, alla pizza del giovedì sera, al cinema, al suo sorriso che curava i dolori, al suo corpo perfetto. Di lei ricordo gli occhi verdi, il piccolo neo accanto al labbro e le ciglia lunghe come petali. Di lei ricordo il profumo e la pelle liscia come la seta.
Se oggi uccido è perché lei mi ha ferito ieri.

Passo in rassegna tutti gli invitati con una paziente scansione dei volti, da destra verso sinistra. Sono a duecento metri dal bersaglio ma l'ottica è potente e distinguo ogni particolare. I ragazzi giovani e timidi si sono lasciati riempire i bicchieri con qualcosa di blu e l'uomo con i baffi bianchi conversa  con i tipi in Mercedes gesticolando vistosamente. Il camerieri ora sono due. Si è aggiunto un ragazzo con un vistoso auricolare e non stanno mai fermi, sempre attenti che non venga a mancare nulla. L'uomo calvo con i pettorali invidiabili sgranocchia una tartina al caviale. 
Il vento contrario sospinge la musica verso la città ma da come si muovono i fianchi e da come i piedi battono il tempo, posso  immaginare un jazz sulla terzina di quarti.
Respiro.
È bene mantenere il cervello ossigenato e ricacciare i piccoli dolori e principi di crampi.
“Le sparerai appena arriva in terrazza. È autorevole e riverita quanto basta per fare spostare tutti i convenuti. Le faranno strada come una mucca in India e allora sarà facile. Piazzale il tuo solito colpo al cuore e quell'altro in mezzo alla fronte. Smonta, lascia in ordine la stanza, chiudi la finestra, la porta e vaporizzati. Il resto del grano te lo facciamo arrivare a casa”
Eccola!
La presidentessa entra in casa. Il cameriere ossequioso sbatte i tacchi e le va incontro per ritirare la borsetta. Con lei ci sono un'amica con il volto nascosto dietro un muro di spalle e applausi e un vecchio dirigente che cammina a fatica. Intuisco che l'amica chiede del bagno e s'infila subito dietro la porta con la pesante targa.
Potrei sparare adesso, fare in modo che il proiettile attraversi il vetro e colpisca, ma se la ragnatela che andrebbe a formarsi fosse troppa estesa, mi troverei con il campo visivo compromesso. Meglio attendere che il bersaglio arrivi in terrazza. Quando vedrò gli invitati aprirsi come le acque del Mar Rosso, avrò capito che il momento è arrivato.
Mi rilasso.
Sparare richiede la consapevolezza e il relax da monaco tibetano. Si deve controllare il respiro, dominare il cuore e vincere l'emozione. Nessun tremore o ripensamento. Un buon tiratore impara subito a rilassare lo sfintere. È buffo ma il cecchino deve sapere gestire meglio di altri il suo buco del culo.
Partono gli applausi
La terrazza è illuminata a giorno e i convenuti lasciano un passaggio largo e comodo per l'ospite d'onore, la sua strada in discesa per l'inferno. Per enfatizzare l'effetto scenografico vengono spente le luci all'interno della casa. La donna morta che cammina comparirà dal buio come una grande attrice che si prende il palcoscenico. E io mi prenderò lei.
Respiro.
Il collo è docile e rilassato, le spalle sono leggere e tutto, dal petto in giù, si distende come scritto nei manuali del provetto assassino.
“Avranno le luci negli occhi. Nessuno davvero, nemmeno se fortunato, capirà da dove sono partiti i colpi. Sa cosa le dico? La riempio di soldi per farlo ma quasi quasi potrei cavarmela da solo” e aveva riso fino a stare male mentre mi aspettavo la pacca sulla spalla che sarebbe arrivata di lì a poco. Certa gente non porta rispetto nemmeno per i morti.
Il cuore rallenta, il sangue rallenta. 
Il tempo rallenta. 
Il reticolo del cannocchiale taglia in due l'ampiezza della porta. La croce punta dove presto ci sarà un cuore da spaccare.
Quando Lara, la mia ex fidanzata, si presenta per  prima sorprendendo gli ospiti, sento un cazzotto nello stomaco e mi manca il fiato, la ragione si annebbia e il cerchio della lente inquadra una confusione di colori e luci in movimento. Litigo con il fucile, sono travolto da una valanga di dolori e tensioni e si asciuga la bocca come se avessi ingoiato un phon. L'ano si stringe e mi crolla il mondo addosso. 
La presidentessa è dietro di lei. Sorride, dispensa saluti, scherza, fa gesti con la mano e inchini compiaciuti. Solo che i suoi organi vitali, quelli che dovrei spappolare con un proiettile 7,62 Heckler & Koch, sono protetti dal corpo di Lara. 
Non potevo immaginare fossero amiche o amanti o socie, e così in confidenza. Avrei rifiutato l'incarico se solo l'avessi saputo e sarei corso ad avvertirla a costo di bruciarmi la carriera. Lara è bella come un tempo, maturata, con lo sguardo pieno di consapevolezza. Deve essere ricca e si sposta solo per un attimo quando il cameriere le porge il bicchiere e so che non avrei potuto approfittare dell'occasione nemmeno al massimo della concentrazione. 
Ora sono ostaggio del caos.
C'è una missione senza appello, un killer che mi aspetta all'uscita e cinquantamila euro di acconto che andranno bene per il mio funerale. Chi mi ha dato l'incarico non poteva sapere del mio amore per Lara ed ecco che in naufragio sta per avvenire. 
Cerco la concentrazione, asciugo il sudore che cola dalla fronte e provo a mettere un freno alle pulsazioni. Sono troppe anche per guardarsi una partita.
Nulla.
La presidentessa avanza attraverso il terrazzo, con Lara che la precede di un metro, sempre. Quando si spengono tutte le luci comincia il secondo atto della macabra commedia.
La terrazza rimane al buio. 
Le sole candele brillano sui tavolini ma il resto della festa è una massa confusa e buia. Nessun bersaglio per pam pam boy.
Hai la scusa, amico! Mi convinco che le luci spente all'improvviso siano la mia grande occasione per defilarmi,  tornare dal committente e liquidarlo con un'alzata di spalle. 
“Non sapevate che era una festa a lume di candela? Mi dispiace davvero se siete stati informati male ma avreste dovuto mandare un sicario sul posto e non piazzare un cecchino alla finestra...”
Funziona. 
Non ho con me ottiche agli infrarossi e ogni minuto che passa divento una facile preda e addio omicidio eccellente. Do ancora un'occhiata verso la terrazza ma le uniche luci che vedo sono le solite candele e le punte rosse delle sigarette accese. 
Smonto il fucile dal supporto, lo sistemo nella sua custodia senza fretta e mi alzo. Mentre chiudo la finestra vedo che la festa prosegue alla tenue luce delle fiammelle e non ci posso fare niente. Come da consegne verifico che la stanza sia in ordine, esco sul pianerottolo che sa di cera e lentamente comincio a scendere le scale. 

La padrona di casa si materializza sul pianerottolo del piano di sotto sorreggendosi con l'aiuto di un girello ortopedico. Ha le ascelle pizzicate fra gli appoggi e il pigiama e la faccia di rughe e macchie paralizzata dalla sorpresa. Noto le ciabatte di pelo fucsia e una curiosa retina per i capelli color rapina in banca.
“Dio Santo ma lei chi è?” e poi si mette a gridare come un'aquila, sputacchiando come una marmitta guasta. Urla e picchia in terra il piede della gamba sana. “ Come diavolo ha fatto entrare e cosa...cosa porta in quella valigia!” e capisco. Capisco che potrebbe dettare il mio identikit nel tempo di un caffè e che è lucida e ci vede benissimo dietro quegli occhiali spessi che sanno di vecchia profia. Puzza di disinfettante perché è appena uscita dalla clinica e sono sicuro che con il cellulare sia veloce come un pistolero. 
Quando la vedo ruotare il girello per rientrare in casa, la colpisco con lo spigolo della custodia e la stendo. Si accartoccia come una lattina sotto le ruote e muore. Nessuno sopravvive con la testa rotta e il cervello  che cola sullo zerbino come il formaggio del toast sul tovagliolo. Ancora qualche scatto nervoso delle gambe e poi la fine. La nuvola di capelli bianchi trattenuta dalla retina assorbe il sangue sul pavimento.

Dal momento che le cose possono solo peggiorare, torno all'ultimo piano per verificare se la festa sia ricominciata con l'aiuto della luce elettrica e sì, maledizione, è così. Non sono più le lampadine da festa Texana di prima ma  faretti che inondano di viola tutta la scena.
Penso di impazzire ma la  cosa che mi toglie il fiato è che gli invitati sono tutti in maschera.
E mantello. Maschere di varie fogge e mantelli neri che strisciano al suolo. Sono alti, sono bassi ma non hanno sesso né volto e nessuno può dire chi sia il bersaglio e chi sia Lara.
Prendo il telefono e scatto delle foto. Mi dispiace tanto per la nonnina e il committente mi crederà e amici come prima. Mentre metto a fuoco, l'apparecchio vibra fra le mani.
“Sì...!
“Non abbiamo altra scelta. Spara a tutto quello che si muove!
“Cosa cazzo!
“Uno dei camerieri è dei nostri. Gli diciamo di bloccare la porta in modo che non possano uscire e vedi tu. Probabilmente, dopo averne buttati giù un paio, si leveranno le maschere e allora potrai farti un'idea...”
“No, davvero, è una pazzia e a proposito, ho fatto una pessima figura con la padrona di casa, quella che secondo voi era in clinica...”
“Siamo mortificati. Sono cose che possono capitare ma noi dobbiamo ammazzare la stronza, capisci, altrimenti crollano le azioni e si vaporizzeranno milioni e milioni di dollari e poi si vaporizzeranno i nostri sederi. Fai saltare qualche cranio e stiamo a vedere.”
Sento in bocca un gusto di frutta andata a male e vedo la morte accomodarsi al mio fianco. Gli ospiti della festa stanno mettendo in pratica un rito propiziatorio oppure, e semplicemente, sono così ricchi e annoiati e strafatti da non sapere più come divertirsi. Lara è in mezzo a loro. Tutto mi aspettavo da lei, meno che diventasse parte dell'alta società.
Sistemo il supporto in fretta, monto nuovamente il fucile, l'ottica del mirino e scruto nel viola più profondo che abbia mai visto. Ci sono maschere abbondanti e gotiche, altre barocche e decorate, altre ancora essenziali e linde. Riconosco il ragazzo alto in compagnia della fidanzata assai più piccola. Sono impacciati nell'angolo lontano e si danno la mano che sbuca dal mantello. Quello della Mercedes zoppica ed eccolo che si aggira fra le poltroncine e poi il vecchio con i baffi. Non mi sono dimenticato della sua postura lievemente gobba. 
Lara, dove sei?
Presidentessa, fai il leader anche sotto la maschera, scava la folla come un aratro. Manifestati!
Ma è solo un avanti indietro con il cannocchiale e tanta frustrazione. Vorrei un bicchiere d'acqua, un pediluvio e la possibilità di fare una telefonata alla mamma.
Non sono esaudito. 
“Pronto.” silenzio.
“Pronto...”
“Pare che la puttana indossi una maschera con la finitura in pizzo e le labbra rosse vermiglio. Non so di più, amico, e buona fortuna.”
Labbra rosso vermiglio, pizzo. Le maschere come quella sono almeno dieci e temo che Lara, per seguire un brand aziendale, sia sotto una di loro. 
Ma Lara è alta e allora sparo nel petto a quella più bassa di tutte. Barcolla, cerca un sostegno nel tavolo di teak, si aggrappa alla tovaglia e poi cade, rovesciandolo. Tutti accorrono, qualcuno si porta il telefono all'orecchio, qualcuno le mani al volto. Nessuno di loro abbassa la maschera e allora insisto e piazzo un 7,62 accanto allo zigomo della seconda in ordine di altezza e vedo un larga crepa rossastra formarsi nella maschera mentre la torre di calici in cristallo esplode in tutte le direzioni. La fuga verso l'interno della casa è immediata, violenta come una mareggiata e io sono un uomo morto. Sparo e poi spero e poi sparo ancora. C'è qualcuno che inciampa sui cadaveri e cade a fare mucchio mentre la confusione addosso alla porta bloccata è un nodo alla gola, un boccone di vetro rotto che non va giù, la fine della mia carriera. Dovranno pagarmi il doppio o il triplo. Il quadruplo perché ho appena bucato le costole di una maschera che nulla ha a che fare con labbra vermiglio, pizzetti e donne da eliminare. Vedo il mantello che svolazza come in una tempesta e il corpo che si accascia.
Ricarico.
Sparo. Fine del vecchio dirigente.
Ricarico. 
Sparo. Addio bella brunetta, che la terra ti sia lieve.
Sono così teso che potrei spezzarmi se un canarino mi atterrasse sulla schiena.
Mi dispiace di avere colpito la fidanzata timida. La vedo portarsi le mani al ventre,  cadere in ginocchio e reclinare il capo. Rimane genuflessa come una statuina adorante e la maschera rotola in terra. Il suo fidanzato è già morto da un po'.
Dieci volte tanto. Dovranno pagarmi dieci volte tanto, e sparo. 
Cade un tavolino con le candele che sprizzano scintille ovunque e cade la bionda con il sederino desiderabile.
Giù come birilli e il colpo che arriva all'anziano signore un po' gobbo e orgoglioso dei suoi baffi imbratta di sangue, cervello e frammenti di maschera la vetrata che divide il terrazzo dalla casa e non solo, apre la malaugurata ragnatela nel cristallo.
Così continuo a sparare fino a che il cristallo si disintegra in una cascata di piccole schegge. Colpisco anche quelli stesi in terra con le mani  incrociate sulla nuca e gli altri che cercano rifugio dietro le labili poltroncine e i sottili tavolini e i corpi senza vita sotto un mantello nero.
Carico.
Sparo.
Carico. Pam pam boy ha la spalla che duole.
Sparo talmente tanto che rendo irrespirabile l'aria della stanza.
Quando l'ultimo dei bersagli cede con un fiotto di sangue che schizza dal collo, capisco che sulla terrazza sono rimaste in due e sono sicuro che una di quelle sia Lara e l'altra lei, la manager da milioni di dollari che ha tirato troppo la sua corda. 
“Via la maschera, su” invoco, ma so bene  che la loro è una scelta deliberata. 
Mentre il sangue cola dal terrazzo e imbratta la facciata con tanti rivoli rossi, mentre una montagna di carne senza vita spinge contro la porta sbarrata, aspetto che una delle due donne, che tremano come foglie in un temporale, tradisca. Mormoro, imploro, prego come un condannato a morte.
“Da brava, amore. Leva la maschera...”
Ancora il telefono. 
Nella cornetta si avvertono le sirene della polizia e so che non ho più tempo. Qualcuno in città avrà individuato il tiratore e ho i minuti contati. 
“Hai fatto trenta, amico. Coraggio, fai trentuno prima che arrivino gli sbirri.” 
“Levala. Levala, Lara, fai vedere il tuo bel visino. Ti prego, non deludermi ancora!”
Sento le mani sudate scivolare sul fucile e la canna che puzza come una stufa vecchia e ho soltanto più un proiettile. Probabilmente me la sono anche fatta addosso. Non devo essere uno spettacolo ma adesso sento le sirene  dal vivo.
Arrivano.
Le due amiche sanno di non avere scampo. Non urlano o tentano di fuggire. Nella foga ho abbattuto anche il cameriere ossequioso, che era l'unico con il volto scoperto e la cosa sta influendo drammaticamente sul bilancio delle munizioni e so che mi costerà cara.
Ora sono abbracciate e aspettano. Lara sa che i dividendi delle scellerate operazioni in borsa spetteranno anche a lei e io non ho scelta.
Vivrò se ritornerò alla base senza avere avanzato nemmeno un colpo e forse vivrà anche lei.
Vivrò se diventerò parte del buio prima che i lampeggianti della polizia mi accechino.
Controllo il respiro.
Domino il cuore. 
Vinco l'emozione. 
Nessun tremore o ripensamento. Rilasso lo sfintere, prendo la mira sulla maschera a sinistra e sparo.
Una volta che il proiettile parte è come il destino: non c'è modo di cambiargli la direzione.

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