giovedì 12 luglio 2018

Scrivere la musica...


...ma non sul pentagramma. 
E no, altrimenti sarebbe troppo facile!

Eppure, raccontare le canzoni nei libri, è una cosa che fanno in molti. 
Prendiamo Stephen King, per esempio. Sono ricorrenti le situazioni dove un juke boxe sta suonando sullo sfondo di una conversazione, dove un'auto passa attraverso il paese con i finestrini abbassati che fanno scappare un pezzo di rock'n roll, dove un passante a testa china lascia intuire quel brano di Fats Domino sgranocchiato dalle sue cuffie, dove una scopata memorabile è accompagnata dal dj di notte che imbrocca una hit dopo l'altra. Io, per esempio, ci avevo provato nel mio thriller

Senza troppi convenevoli avevano scopato nel parcheggio, quella sera stessa, mentre all’interno una band massacrava un repertorio vintage che comprendeva pezzi di estrazione rock-pop e musica italiana. Lui aveva contato i brani, uno per uno: Dust my broom, versione degli ZZ Top, tre minuti e sette secondi, Proud Mary, Creedence Clearwater Revival, tre minuti e dieci, Let Spend the night togheter, Rolling Stones, tre e trentasette, Black Betty, Ram Jam, …cinque interminabili minuti e trenta. Stuck in the middle whith you, degli Stealers Wheel… Era arrivato fino all’assolo. Aveva avuto una misura della sua prestazione sessuale mentre, sotto di lui, quella ragazza appena conosciuta disegnava ghirigori con l’unghia sul finestrino dell’auto, ormai completamente appannato. 





E i bar malfamati raccontati da John Lansdale? 
Prima che Hap & Leonard si mettano a menar le mani, c'è sempre modo di immaginarsi la chitarra di Robert Johnson che esegue un blues strascicato e triste dagli altoparlanti sgangherati di una vecchia radio.
Insomma, la musica nei libri funziona. Se il repertorio di gesti e comportamenti alla fine si esaurisce e diventa un po' ripetitivo (tamburellò le dita sul piano della scrivania - aggrottò le sopracciglia un po' preoccupato - ridusse gli occhi a due fessure - dipinse una smorfia agli angoli della bocca - sbuffò - si mise a giocherellare con il lobo di un orecchio, e via dicendo), piazzare una, per così dire, "suggestione musicale" nel bel mezzo di una scena, ha una rotondità tutta sua e la capacità di farsi ricordare.


«Dai Giò, dimmi la verità!»
«Solo se dopo ti farai tagliare barba e capelli.»
«Questo non succederà mai!»
Lei prese il telecomando sul comodino e accese la TV, che era sintonizzata su un canale musicale. In quel momento la Steve Miller Band aveva appena cominciato a suonare Rock’n me. 
«Mio padre…Era fatto così…»
«In che senso?» Domandò lui, che quasi si era pentito di avere sollevato la questione.
So keep on rock’n me baby, keep on a rock’n me baby…
«Nel senso che lui, le donne, le voleva dimesse, castigate e obbedienti alla parola del Signore…»

...e in quel momento, mentre scrivevo
E se poi la cosa diventa un pretesto per dare qualche utile informazione:

Edo si mostrò pentito e tentò di cambiare discorso, proprio mentre in televisione partiva il video di Harlem shuffle dei Rolling Stones, con tanto di cartone animato introduttivo. Ancora una volta si rese conto che Keith Richard aveva messo sotto sopra il mondo del rock, semplicemente togliendo una corda alla chitarra  e scordandone un’altra.






Come dico, funziona! 
Gli odori possiamo descriverli ma la musica, quella no. E' incisa, si può scoprire e riscoprire. Secondo me due amanti che flirtano predispongono al buon umore e anzi, se dall'altra parte del parabrezza abbiamo un paesaggio provenzale, e i piedi sul cruscotto e la voglia di vivere che ci viene incontro, una bella canzone non può che rafforzare l'atmosfera. E così, nel mio secondo thriller ,

Percorsero un lungo ponte attraverso il lago, illudendosi per un paio di minuti di essere a bordo di un aliscafo, poi si tuffarono su una strada veloce che assecondava sinuosa i saliscendi del terreno, al centro di un panorama di montagne brulle. Paul Stanley cantava Hold me touch me, un lento strappa mutande che raggiungeva la sua apoteosi con un assolo di chitarra manierato e leccato per bene. Luca sottolineò la perfezione del bending a metà esecuzione, erigendo il dito indice e descrivendo una virgoletta nell’aria.





Ricordo che al cinema, il primo regista ad abbinare una musica sdolcinata a immagini di violenza fu Lucio Fulci, artista nostrano troppo poco apprezzato e ispiratore dell'assai più famoso Quentin Tarantino (avete visto la scena della morte di Shosanna che si accompagna con la musica di Morricone? Se non l'aveste ancora fatto, vi consiglio caldamente di procurarvi "Bastardi senza gloria" e di vederlo al più presto). 

Che dire, secondo me fa la sua porca figura e ho adoperato l'espediente in qualche occasione, tipo nel mio thriller

Tentò di improvvisare una preghiera, attingendo al magro repertorio dei ricordi del catechismo, con quella suora antipatica che non mancava mai di rimproverare la sua esuberanza. Alla seconda frase mormorata fra le labbra chiuse, l’uomo la interruppe, accendendo una vecchia radio a pile con l’antenna spuntata. Era impolverata e doveva giacere su quello scaffale di legno da almeno vent’anni, in compagnia di una lunga fila di bottiglie di alcool. Erano ordinatamente allineate, con tutte quelle fiamme sullo sfondo arancione e la scritta 95° in mostra sulle etichette.
Dopo la breve introduzione di un Dj con la voce baritonale, i Faith no More cominciarono a cantare Epic. Per quanto l’altoparlante di quell’apparecchio potesse gracchiare, la struttura del riff emergeva con tutta la sua potenza e il rap scandiva le sue parole con decisione. 
L’uomo si inginocchiò di fronte a lei e si fermò a odorarne la paura. Mise il tappo del pennarello in bocca e lo strappò letteralmente con i denti. Dalla punta blu arrivò un sentore di solvente. 
«Ti piace Tolstoj, ragazza mia?»
L’aveva letto l’anno prima, attingendo alla ricca biblioteca di casa sua. La Sonata a Kreutzer, si intitolava, e l’aveva scelto perché era il meno voluminoso fra tutti.  «No…non lo so…non ricordo» tentò di interpretare un’emozione nel gelo di quegli occhi. «Mi piace. Sì, mi piace» piagnucolò.
«Bene, allora sulla tua bara scriverò un aforisma di Tolstoj…»

E così via.
Nel mio nuovo, appena uscito e ancora verginello, 

Aveva da poco aggirato l’obelisco.
Il cinema monosala, appena passata la piazza grossa, prometteva di sbocciare al sabato sera prossimo venturo, con un horror adolescenziale girato in soggettiva. Il negozio di dischi non vendeva dischi e il libraio chiacchierava col titolare della concessionaria della telefonia mobile di certi problemi di salute legati all’eccesso di zuccheri nel sangue mentre, dalla radio del negozio di intimo in franchising,  i Led Zeppelin suonavano un blues: said i’ve been crying, yeah. Oh my tears they feel like a rain… Baby, since I’ve been loving you...
Avvertì la lieve salita della strada come fosse la parete nord del Kangchenjunga e quel peso nella tasca: una bomba termonucleare innescata e pronta a vaporizzarlo nell’aria. 
Doveva arrivare in cima, attraversare il borgo medioevale e ridiscendere verso la zona residenziale dopo avere percorso i portici della parte ottocentesca della città. A quel punto avrebbe provato un po’ di invidia per le numerose case con giardino, piscina e berlina di lusso abbandonata davanti al cancello. Per il momento un acciottolato incerto sotto i piedi e in senso contrario pedoni frettolosi. L’assolo di Jimmy Page, intanto, si confondeva in lontananza con l’oroscopo del giorno che usciva da una radio locale lasciata suonare al bar. Il segno del leone, oggi, avrebbe avuto a che fare con una persona meschina. Lui era della vergine: che fortuna, pensò.


Ecco, adesso ho veramente molti dubbi che un negozio di mutande in franchising possa preferire i Led Zeppelin a Young Signorino, ma a me piace così, al mio mondo piace così.






E poi c'è la musica classica: sempreverde, oserei dire eterna. 
Anche se non tutti lo sanno, la musica classica ha il vantaggio di non generare nessun onere in merito ai diritti d'autore, trattandosi quasi sempre di compositori trapassati molti anni prima.

Brindarono con del Louis Roeder del 2006, servito in calici di cristallo, mentre in sottofondo trio di musicisti eseguiva impeccabilmente l’opera 100 di Schubert.
La sindrome di Stendhal, che inevitabilmente colpiva Leonardo all’ascolto di quel capolavoro di purezza ed essenzialità, si impossessò nuovamente di lui.  Una giovane donna bionda, di una bellezza statuaria, attraversò l’ampio salone, proprio mentre il violinista faceva sfoggio del suo talento. Vestiva un abito di velluto nero, che le fasciava i fianchi e si intonava perfettamente con lo Steinway nero che eseguiva l’accompagnamento sotto le mani abili di un pianista in frac... 

Quindi sì, mi sento di dirlo, come musicista fallito e come instancabile collezionista di dischi: la musica nella narrativa non suonerà proprio come su un vinile collegato al migliore amplificatore valvolare del mondo, ma avrà l'indubbio merito di aiutarci a sognare.




mercoledì 11 luglio 2018

Una notte per non morire

Ognuno è artefice del destino: lo può indirizzare a proprio piacimento... Anzi no, il destino è ineluttabile, scolpito nella dura pietra e sarà del tutto inutile tentare di dominarlo...


Secondo me, invece, il destino è solo un artista a corto di fantasia. Si limita a puntare il compasso in un centro che sceglie a caso, lo allarga secondo una misura a suo piacimento e comincia a girare, in un senso o in quell'altro. Per fare aumentare il numero delle variabili, farà ruotare l'attrezzo con una velocità ogni volta diversa. Intersecherà altri cerchi, più o meno grandi e più o meno calcati. Il punto dell'intersezione potrà essere l'incontro di due anime affini, lo scontro con delle anime nere, la condivisione di un pezzo di strada con una persona della quale si ignorava l'esistenza. Potrà essere un proiettile calibro 45 che arriva assieme a una nuvola di vetri rotti. Il destino è onesto, scarabocchia i suoi cerchi e si prende tutto il tempo necessario per chiuderli. Se ti agiti sul foglio, calpestando nel buio le linee curve, rischierai di non capirci nulla, di raschiare il fondo della notte, di morire.
Ecco perché conviene mettersi in alto, lasciare penzolare le gambe dal cornicione del quindicesimo piano e aspettare...








In versione ebook e presto in cartaceo

https://www.amazon.it/Una-notte-non-morire-Adrenalina-ebook/dp/B07DNM6W5K/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1531302220&sr=8-1&keywords=capocristi

venerdì 6 luglio 2018

Il genio della massa - Charles Bukowski





Il genio della massa, Charles Bukowski






C’è abbastanza perfidia, odio, violenza, assurdità nell’essere umano medio
per rifornire qualsiasi esercito in qualsiasi giorno
E i migliori assassini sono quelli che predicano la vita
E i migliori a odiare sono quelli che predicano l’amore
E i migliori in guerra – in definitiva – sono quelli che predicano la pace
Quelli che predicano Dio hanno bisogno di Dio
Quelli che predicano la pace non hanno pace
Quelli che predicano amore non hanno amore
Attenti ai predicatori
Attenti ai sapienti
Attenti a quelli che leggono sempre libri
Attenti a quelli che detestano la povertà
o ne sono orgogliosi
Attenti a quelli che sono sempre pronti ad elogiare
poiché hanno loro bisogno di elogi in cambio
Attenti a quelli pronti a censurare
hanno paura di quello che non sanno
Attenti a quelli che cercano continuamente
la folla; da soli non sono nessuno
Attenti agli uomini comuni alle donne comuni
attenti al loro amore,
Il loro è un amore comune
che mira alla mediocrità
Ma c’è il genio nel loro odio
c’è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti
per uccidere chiunque.
Non volendo la solitudine
non concependo la solitudine
cercheranno di distruggere tutto ciò
che si differenzia da loro stessi.
Non essendo capaci di creare arte
non capiranno l’arte.
Considereranno il loro fallimento, come creatori,
solo come un fallimento del mondo intero.
Non essendo in grado di amare pienamente
considereranno il tuo amore incompleto
e poi odieranno te
e il loro odio sarà perfetto.
Come un diamante splendente
Come un coltello
Come una montagna
Come una tigre
Come cicuta
La loro arte più raffinata


domenica 1 luglio 2018

A Sud



Non si sa perché ma tutti, prima o poi, vogliamo andare a sud. 
Ci deve essere una bussola nella testa di ognuno di noi, una bussola con l’ago che punta nella direzione contraria...


A Sud

Roberto Capocristi








martedì 19 giugno 2018

è arrivata l'ispirazione...








...perciò mi siedo al computer, regolo lo schienale della poltrona, subodoro le correnti d'aria, valuto il disturbo di fondo del televisore nella stanza accanto, del frigo che si accende più del solito, del gatto che sgranocchia le crocchette e del vicino, che si ostina a falciare un prato grosso come il Tennessee con un tagliabordi da giardino.
Lo vedo sudato, con la canottiera indossata al contrario, i peli a cespuglio sulle spalle e il rossore a  disegnare una mezzaluna sulla schiena. Non me ne curo.
Regolo nuovamente lo schienale.
Per pulirmi la coscienza verifico la posta di lavoro. Un cliente risentito per una mancata risposta potrebbe rovinarmi l'ispirazione, oppure rivolgersi altrove.
Nulla.
Cioè, non proprio nulla: un paio di petizioni, il rappresentante dell'energia con le tariffe più convenienti al mondo che è appena arrivato in città, donna russa cerca marito italiano, una sedicente banca che non è la tua e che ti consiglia di cambiare password.
Il vicino col tagliabordi deve essersi fermato sul limitare di un campo di cotone, dalle parti di Kingston Springs, e sta rabboccando la benzina. Quasi quasi le cicale riprendono a cantare ma  il 25 cc riparte ruggendo al secondo strattone di corda.
Notifica di Facebook sulla pagina autore.
Riduco a icona la pagina bianca, verifico e scopro di essere stato iscritto a un gruppo a mia insaputa. La ragazza sarda, nel frattempo, sfoggia gli occhiali nuovi e una scollatura non convenzionale. Scruto la foto per trovarle un difetto. Deluso, rimando alla prossima occasione.
Capitolo 1
Per evitare di riformattare da capo, salvo con nome il mio ultimo romanzo fortunato, inanellando una serie di X seguite da un 1 fra parentesi. Conservo la prima parola e cancello le altre settantaduemila. Mentre lo faccio vengo colto dal dubbio. Interrompo e vado a verificare di avere conservato una copia nel computer, una nell'hard disk esterno, una nella tripla chiavetta USB, una nel doppio cd rom e una nel cloud.
Regolo lo schienale, soddisfatto: le copie ci sono tutte e posso tornare a cancellare a cuor leggero le settantaduemila parole meno la prima.
Pagina intonsa.
Inserisco i caporali, la e maiuscola accentata e mi preoccupo di quel personaggio scandinavo che so io, e che, prima o poi, mi richiederà la O tagliata dano-norvegese. Per pigrizia medito di levare un po' di sapore al personaggio chiamandolo Mario e, mentre rifletto, il gatto mi salta sulla tastiera e mi lecca il mento col sapore di aringhe del Mare del Nord. 
La prima parola del romanzo è sua.
Memorizzo e mi chiedo se il vocabolo possa ritornare un giorno utile per il nome di una località di fantasia, affacciata su un fiordo pittoresco e con un grosso albergo abbandonato sulle pendici nevose del monte alle spalle dell'abitato.
Seconda sosta lavoro del vicino nel prato e decimo like alla ragazza sarda con gli occhiali nuovi. 
Arriva la mail di un collega con un allegato pesantissimo. Trent'anni fa avrebbe mandato in tilt i calcolatori della NASA, da solo.
Mi stiro, riposo gli occhi scrutando il fondo blu-foschia dell'orizzonte e medito se iniziare con un incipit da sogno, qualcosa che possa passare alla storia:
"Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo"
"Chiamatemi Ismaele"...
Ci devo pensare. Come le canzoni troppo belle, che relegano l'album intero a essere il loro contenitore per l'eternità (no? Allora provate a dirmi i titoli degli altri otto pezzi di Hotel California...), gli incipit troppo riusciti potrebbero diventare un aforisma fine a se stesso. Mica tutti sono Tolstoj.
Verifico che le foto delle location siano tutte nella cartella. Ci sono, e fanno compagnia alle planimetrie, alle mappe, agli appunti, alla bozza messa giù mentre aspettavo quel cliente in ritardo di un'ora e mezza, alla lista dei tre possibili titoli.
Mi sgranchisco. 
Il vicino rumoroso, il gatto invadente, quell'altro felino che ti guarda con risentimento perché la sua ciotola è vuota nel centro (che ci crediate o no, i gatti giudicano la quantità di cibo nella loro ciotola valutando quanti croccantini siano raggruppati al centro. Gli altri, accumulati sul lato o saltati fuori effetto bomba a mano, li lasciano totalmente indifferenti). 
Una notifica what's app vecchia di tre ore (ho voluto risparmiare sul led lampeggiante e adesso mi faccio una figura da cafone al giorno) e la lavatrice che parte con la centrifuga. Sfido chiunque a ricordarsi del numero massimo di giri fino al terzo giorno dopo l'acquisto.
Bevo, faccio qualche addominale, guardo con pigrizia la coppia di manubri da cinque e mi pento. La bici è ferma in garage, da troppo tempo perché possa trovare una scusa che non susciti l'ilarità dell'intero pianeta. Valuto di cambiarmi la maglietta. Sono colto dalla certezza che la colazione per il mattino dopo sia relegata a un paio di fette biscottate un po' datate ma rinuncio al progetto di un salto al negozio. Impossibile parcheggiare. Impossibile arrivare alla cassa senza avere dinanzi la famiglia previdente, con la scorta alimenti per l'apocalisse, in formula di andata, ritorno e tempi supplementari.
Scelgo un vinile da mettere sul piatto. Sarebbe meglio dire che ne passo in rassegna una trentina prima di accorgermi che ho le idee poco chiare. Prog italiano, rock, hard rock, dark, fusion e blues. Decido di chiedere aiuto al tubo.
Il computer, intanto, è andato in stand by e sta per cominciare la partita.
Capitolo 1, a domani.

martedì 12 giugno 2018

Il quarto noir. Una notte per non morire


ROBERTO CAPOCRISTI



UNA NOTTE PER NON MORIRE





E' il mio quarto romanzo. E' un noir con venature hard boiled. 
Parla dell'amore, della morte, della paura e del destino, che annoda tutto insieme rendendo la vita un meccanismo perfetto. 
Non possiamo sapere quanto sia ampio il cerchio e quando e come si chiuderà. Sappiamo che lo farà e che, qualche volta, conviene sedersi in alto per vedere cosa succede.

SINOSSI

Un portachiavi a forma di ippopotamo strabico e una chiavetta USB, oggetti misteriosi e, a loro modo, magici, sono i protagonisti delle vicende di questo noir italiano. Magici perché, nel momento in cui vengono in contatto con i personaggi del romanzo, ne cambiano definitivamente la vita, fino alle più estreme e fatali conseguenze.
Ne sanno qualcosa Alice, una bruna intraprendente che ama giocare col destino, che diventa l’inconsapevole burattinaia dell’intera vicenda, e Diego, veterinario sfigato, ma di bell’aspetto, col terrore di essere piantato dalle donne, che è costretto a lasciare da parte le sue ansie e a trasformarsi in un eroe alla James Bond.
Subiranno l’influenza di questi oggetti anche Josefine, alias Sabine, una ragazza giovane e ricca di sogni che, fuggita di casa a causa di un litigio, viene ingannata e costretta a prostituirsi, e il cattivo di turno, un malavitoso alla caccia della chiavetta USB e del segreto in essa contenuto.
Ma il vero eroe consapevole è l’aspirante suicida, che agisce come deus ex machina del romanzo: seduto sul cornicione di un palazzo, con i piedi a penzoloni nel vuoto, svela al lettore, in virtù della distanza non solo fisica che lo separa dalle umane vicissitudini, il segreto del romanzo, e cioè che il mondo, visto dal quindicesimo piano, appare molto più logico, ordinato e coerente di quanto non sembri ai suoi abitanti.



mercoledì 6 giugno 2018

Perché si scrive








Si scrive, fra le altre cose, perché hai tanta roba dentro e devi fare spazio, perché i tuoi personaggi hanno un gran bisogno d'aria, perché ci sono mondi che tu hai visto, ma che gli altri non ci han fatto caso. 
Si scrive perché quella storia che hai intuito solo con la coda dell'occhio merita un seguito o perché sei seduto su un treno, e quello scorcio di paesaggio sporcato dal vetro del finestrino ti ha collegato insieme un paio di sinapsi piuttosto distanti fra loro. 
Si scrive perché tanto quella storia l'hanno già scritta tutti, ma secondo te non era così che la dovevano scrivere, perché il mondo è pieno di storie che aspettano solo qualcuno che le renda presentabili e perché, per una volta, vuoi essere tu a tirare i fili del destino. 
Si scrive perché vuoi cominciare da dove un altro avrebbe finito o perché vuoi finire dove un altro avrebbe cominciato.
Si scrive perché quella cosa non interessa a nessuno, e invece tu sei sceso di sotto e l'hai vista da vicino. Che sorpresa quel baccano, la polvere, le grida e quell'odore di sudore sano, come un nugolo di ragazzetti esagitati dietro ad un pallone.
Si scrive, secondo me, perché ci sono in giro un mucchio di persone interessanti che non sono esistite mai, come Madame Bovary, Capitano Achab o Terese Raquin. Passano gli anni e continui a sentire parlare di Renzo e Lucia, di José Arcadio Buendia o Dona Flor con i suoi due mariti. Ci deve essere una dimensione parallela dove questi sono diventati immortali, e nemmeno invecchiano più, non  oltre a quel tratto di penna dispettoso che gli aveva disegnato una ruga sulla fronte, un naso gigantesco o una gamba di legno. Chissà come se la passano il tenente Drogo, quel Montag o quel Jean Baptiste Grenouiolle?
Carol Gerber. Io, per esempio, vorrei conoscere Carol Gerber, ma anche Frannie Goldsmith o Beverly Marsh, se è per questo. Non sarebbe male se qualcuno dei miei personaggi potesse farmi avere notizie, che portasse loro un saluto.
Si scrive perché si ha invidia di quelli che si arricchiscono scrivendo. Certo, usano delle lingue diverse dalla nostra, che rimbalzano da un continente a quell'altro e che alla fine riescono a materializzarsi in immagini, fumetti e canzoni. 
Si scrive perché è impossibile farne a meno e perché, ogni volta che qualcuno comincia a leggere un tuo libro o attacca un tuo racconto, si riaccendono le luci su quei luoghi e su quei personaggi. Questi ultimi si svegliano, escono dall'animazione sospesa che li aveva costretti a dormire, si sgranchiscono e cominciano a ricomporre la storia che li riguarda. Ogni volta un po' diversi, si vestono dei panni che il lettore vede bene addosso a loro e cambiano un po' il volto, la statura ed il tono della voce, poi si girano intorno e non riconoscono più il posto, inondato da quel raggio di sole che quell'ultima volta non c'era o da quel venticello freddo che fa venire voglia di coprirsi. 
Ecco perché si scrive, perché il seme del mondo che hai sotterrato germoglierà ogni volta con una pianta leggermente diversa, e il miracolo si compirà di nuovo.

venerdì 1 giugno 2018

Una settimana da paura...


UNA SETTIMANA DA PAURA



Dal 4 giugno, su tutti gli store, l'ebook di CHILOMETRO 53 sarà in offerta, per una settimana e a meno di un euro...


ROBERTO CAPOCRISTI
C H I L O M E T R O   5 3 

Genere Thriller - Hard boiled

 - Giovane Holden Edizioni -  


Un'offerta che non potete rifiutare...





mercoledì 30 maggio 2018

Premio Bukowski - Inediti di ordinaria follia



Il 30 giugno, a Viareggio, parteciperò  alla finale del Premio Bukowski - Inediti di ordinaria follia - Sezione Romanzi. 



Roberto Capocristi

-  A sud  -



come sempre mi sono divertito come un bambino a scrivere il libro e, come sempre, sono orgoglioso del lavoro fatto. 






mercoledì 9 maggio 2018

In Italia, ahimè, ci sono pochi lettori. Ho provato a classificarli per categorie, ma non prendetemi troppo sul serio…








I lettori nel nostro paese sono scarsi di numero. 
Non lo dico io, ci sono in merito delle statistiche piuttosto eloquenti. Se ci fosse ancora bisogno di una conferma, basta pensare a quei posti dove prima c'era una libreria (e invece adesso c'è un negozio di autoricambi o un rivenditore di intimo in franchising) e alle facce non sempre sorridenti dei rari librai sparsi qua e là. 
Al centro commerciale, per esempio, quello dove per parcheggiare devi marcare a uomo il tipo col carrello (nella speranza che ti ceda il suo prezioso posto dopo avere caricato l'auto), esiste sempre la grossa libreria della grossa casa editrice, e quello è l'unico posto in cui puoi fuggire dalla calca della domenica, dall'orda barbarica degli acquisti di Natale, dall'apocalisse zombie. Fra le mura rassicuranti della libreria, in un'atmosfera quasi bucolica, potrai trovare la tua oasi di pace mentre il mondo fuori ribolle come il cratere di un vulcano.
Pur essendo poco numerosi i lettori esistono. 
Abbiamo foto, video, testimonianze rilasciate da persone vere, rese anonime dai pixel sul volto e dalla voce alterata. Abbiamo anche le immagini di alcuni soggetti in carne e ossa, sorpresi guardinghi e sfuggenti con la borsa piena di volumi. 
Scrivendo, e avendo come ogni scrittore l'esigenza di vendere il più possibile, mi sono fatto un'idea di quali siano le tipologie più ricorrenti dei lettori e da quali spigolosità del carattere siano rese così particolari. 
Proverò a elencarle, cercando di usare un tono un po' canzonatorio e sperando ovviamente di non offendere nessuno (nel caso me lo direte e io mi scuserò):



QUELLI DELL'AUTORE UNICO


Sono assai numerosi. 
Nutrono una passione spontanea e incorruttibile verso un autore ben preciso e tendono ad arricchire la loro libreria quasi unicamente con i titoli del loro beniamino. I più numerosi sono i Kinghiani ma non mancano gli adoratori della Rowling, i Fabiovolisti e i seguaci di Dean Koontz. La pagina facebook di James Patterson, per esempio, ha oltre tre milioni e mezzo di contatti. Quelli dell'autore unico, qualche volta, sono resistenti alle altre proposte letterarie e tendono a rileggere più e più volte il medesimo libro. C'è chi è arrivato anche a dieci letture, compresa la versione in lingua originale e la curiosa edizione scritta in cirillico. Quelli dell'autore unico non si lasciano mai sfuggire la ristampa con la nuova copertina, la costosissima prima uscita pagata a peso d'oro su e-bay e il romanzo tradotto da quel preciso interprete. Un po' li capisco. Io, per esempio, ho una fissa per King, amo alla follia Koontz e mi sto prendendo un'infatuazione per Lansdale. Ma i nostri amici, quelli a livello patologico, non si accontentano del pur prolifico autore unico. Molti tendono a comprare i romanzi scritti dai parenti del beniamino, quelli buttati giù a quattro o sei mani e quelli evidentemente affidati a ghost writer piuttosto poco ispirati


QUELLI DEL LIBRO UNICO
              
                                 
                                               
Lo so, sto contorcendo la lama nella piaga sanguinante. 
Mi dispiace farlo, ma l'argomento andava prima o poi affrontato.
Quelli del libro unico te li trovi davanti in libreria sempre e unicamente quando hai fretta. Accorrono qualche giorno prima di Natale e si accalcano attorno alla pila di libri, quella che un minuto prima ha fatto inciampare la vecchietta col bastone. Stavano andando all'outlet ma la coda fino all'angolo li ha convinti a rimandare. Arrivano, bancomat in mano, e si precipitano sul tormentone della stagione. Qualche volta, se va bene, è un buon romanzo che ha riscosso il successo meritato. In altre occasioni, invece, la montagna di volumi che oscura la vetrina sulla via dello struscio e il sole del pomeriggio, è la biografia di un calciatore più o meno a fine carriera o la raccolta delle battute meglio riuscite di un comico di tendenza. C'è poi il solito libro del conduttore Tv che esce tutti gli anni da almeno mezzo secolo e quello del cuoco, che ti insegna come cucinare la solita pastasciutta ma impiegandoci sei ore di lavoro.  
Quello del libro unico, di solito, si fa incartare il pacco per un regalo e qualche volta sfoglia altri volumi, per poi posarli con la promessa di tornare a comprarli. Non sarò certo io a dirvi che, la gran parte delle volte, si dimentica in un minuto dei propositi di acquisto.


QUELLI DELLE FASCETTE


Sono dei buoni lettori ma hanno scarsa fiducia nel loro intuito. 
Arrivano in libreria più o meno preparati, avendo ascoltato qualche dibattito e letto svariate recensioni dei libri in uscita e sono anche ben disposti a spendere qualche soldo dedicando il tempo che ci vuole per gironzolare fra gli scaffali. Quelli delle fascette, nella maggior parte dei casi, sono animati dalle migliori intenzioni ma poi, per pigrizia, finiscono col comprare solo i libri armati della fascetta. 
La fascetta sul  libro è il sogno di ogni scrittore. Qualche volta riporta lo stralcio della recensione di un celebre giornale, la battuta di una celebrità o la raccomandazione di un cantante in voga. Non manca il giubilo per le millemila copie vendute e per l'enorme successo occorso nelle centosettantacinque lingue in cui il libro sarebbe stato tradotto. 
Le fascette sono diaboliche. 
Qualsiasi mezzo di persuasione contengano, riescono a catturare l'attenzione di quelli delle fascette e a convincerli. Ci sono cascato io stesso e vi giuro, nonostante l'opinione autorevole riportata sulla fascetta in questione, a casa sono rimasto un po' deluso, non ritrovandomi le promesse scritte in rilievo sulla diabolica appendice e perdendo un po' di stima verso quell'autore che l'aveva compilata. 



QUELLI DEL COMPRO MA POI NON CE LA FACCIO A LEGGERE

              

Credo siano una moltitudine, centinaia  se non migliaia.
Comprano, scaricano, accorrono alle fiere e riempiono carrelli. Quelli del "compro ma poi no ce la faccio a leggere", sono capaci di accumulare decine e decine di titoli per poi abbandonarli sugli scaffali, passando di tanto in tanto dinanzi all'esercito di anonimi dorsali per poi andarsene con un gigantesco senso di colpa. I soggetti come "quelli del compro ma poi no ce la faccio", hanno il merito di mantenere in vita l'asfittica editoria nostrana ma l'esecrabile colpa di lasciare sfiancare i personaggi dei romanzi, che scalpitano inutilmente fra le pagine chiuse.



QUELLI CHE CHIEDONO TROPPO SPESSO I LIBRI IN PRESTITO


Voglio pensare che non abbiano idea di quanto lavoro ci sia dietro una pubblicazione, che non sappiano che lo scrittore non è quasi mai un riccone, che non siano al corrente che, in presenza di scarse vendite, la carriera di un bravo autore può comunque interrompersi. 
Quelli che chiedono i libri in prestito hanno un bidone dell'immondizia al posto del cuore  (cit.) e sarebbero capaci di gioire per un rigore dubbio fischiato fuori casa al novantatreesimo minuto di una partita memorabile (sfogo di rabbia). 
Quelli che chiedono il libro in prestito, probabilmente, non sanno che le royalty dell'autore sono calcolate sul prezzo di copertina, decurtato dagli sconti del libraio, dalle tasse, dalla spettanza della distribuzione (che qualche volta si mangia la metà del valore) e dai diritti dell'editore. Parliamo di centesimi a copia.
Mi chiederete se mi stanno simpatici.
Sì, perché molti miei lettori l'hanno candidamente ammesso in mia presenza e no, non erano tenuti a sapere quanto sfruttamento ci sia intorno ai diritti d'autore. 
Be', ora lo sanno.

giovedì 3 maggio 2018

CHILOMETRO 53 - Salone Internazionale del Libro di Torino


In attesa del nuovo thriller in uscita a settimane:




Chilometro 53



Salone Internazionale del Libro di Torino


Giovane Holden Edizioni
Padiglione 2 - Stand H05 -G06







La vita sceglie la musica, noi scegliamo come ballarla
John Galsworthy


Chilometro 53 è un vecchio bar sperduto in mezzo al nulla, un tempo al servizio di un distributore di carburante oggi abbandonato. Sopravvive nell’attesa dei soliti clienti e di qualche turista finito fuori strada. La cifra indica l’esatta distanza del posto dal capoluogo.
Lo gestiscono Giovanna ed Edoardo, compagni di scuola diventati amanti. Insieme si leccano le ferite di due vite naufragate; lei in costante crisi economica e con alle spalle un matrimonio disastroso, lui ex attore di successo, senza più un ingaggio e legato alla flebile speranza di rimediarne uno.
Una sera, al momento della chiusura, un corriere della malavita si ferma al bar e muore, lasciando una misteriosa valigia che i due decidono di tenere. Sarà l’inizio di una caccia senza esclusione di colpi, con banditi armati fino ai denti, persone senza scrupoli, traditori e killer prezzolati. Il prezzo da pagare sarà alto e per sopravvivere non sarà sufficiente la volontà di farcela.
Con uno stile serrato e asciutto Roberto Capocristi riesce a delineare i contorni di una storia appassionante per i meccanismi psicologici che sono in gioco.

venerdì 13 aprile 2018

Alla ricerca dell'ispirazione









«Sì, evviva, potrei scrivere un libro sugli zombie! Saccheggerei migliaia di pagine di letteratura e cinema, tanto cinema. Pensa che il primo film sugli zombie risale addirittura al millenovecento... Aspetta che vado su Google e...»
«Ma risparmiati i polpastrelli! Saccheggeresti soltanto del materiale che altri hanno già saccheggiato. Non faresti che riproporre la solita minestra riscaldata.»
«Sicura?»
«Perbacco, certo che sono sicura!»
«Quindi gli zombie, no. »
«Che marciscano in pace.»
«E un poliziesco con l'ispettore, come lo vedi?»
«Intendi il solito ispettore che sta sulle palle al distretto intero, fuma senza ritegno, si attacca alla bottiglia come fosse la tetta di sua madre, ha moglie e figli che si rifiutano di vederlo e quando il caso si arena decide di fare giustizia da sé?»
«Un ispettore tipo quello, ma senza la tetta della madre. Potrebbe farmi scadere la cosa nell'incesto.»
«Lascia stare...»
«E perché?»
«Perché è un cliché, che piace per l'amor di Dio, ma è un cliché...»
«Patologo, allora! Un patologo forense che risolve i casi. Io peraltro conosco un patologo. Non dico che mi porterebbe in luna di miele all'obitorio, ma qualche dritta sulla professione sua e qualche particolare raccapricciante me lo darebbe. Magari lo invito a cena...»
«Ma ce ne sono a migliaia!»
«Di patologi che risolvono i casi?»
«E chi se no?» 
«Ma io gli incollo un vizio...»
«Dopo i libri di Bukowski non esiste più vizio che regga.»
«Un difetto di nascita, allora. Lo faccio dislessico!»
«Esiste già...»
«Un patologo dislessico?»
«Non proprio. È un ispettore, ma che differenza fa!»
«Posso dire una parolaccia?»
«No!»
«Merda!»
«L'hai detta!»
«Dopo l'ispettore dislessico ne avevo diritto. E se invece virassi sul serial killer?»
«Uhm, un po' sfruttato ma sempre interessante...»
«Lo faccio speciale...Ah, ecco, senti che idea. E' un serial killer che non sa di esserlo. Voglio dire, dissocia. Sostituisce la sua persona immaginandosi un energumeno che attraversa la provincia desolata con un vecchio furgone...»
«Già fatto...»
«Davvero?»
«Oh yes!»
«Un serial killer senza casa. Uno che si apparta nelle dimore altrui e...»
«Arrivi in ritardo, mio caro!»
«Che gira disarmato e che quando deve uccidere la sua vittima, improvvisa.»
«Già fatto.»
«E chi sarebbe sto genio?»
«Te lo direi ma non posso. E’ lo stesso autore di questo racconto e finirebbe con l’essere squalificato»
«Leggerò qualcosa di suo.»
«Dovresti, è bravo...»
«Un serial killer che uccide le vergini!»
«Oddio!»
«Gira mascherato!»
«Bleah!»
«È un religioso invasato.»
«Ma dai! Ti arrendi?»
«No, maledizione! Scriverò una storia con femmine fatali, malavitosi, vampiri e demoni che si rincorrono allegramente in mezzo ai grattacieli di una metropoli!»
«Dimenticavi i lupi mannari...»
«Non funzionerebbe, vero?»
«Magari sì, se fossimo nel 1948, un po' prima dell'avvento della televisione.»
«Macchine infernali, epidemie letali, colpi di stato interplanetari...Un organismo xenomorfo parassitoide extraterreste che da solo stermina l'equipaggio intero di un grosso cargo spaziale...»
«Ma a chi la vuoi darla a bere?»
«Non funziona?»
«Eh no, bello!»
«Fammi pensare. Dovrà venirmi un’idea, prima o poi...Ho trovato. Un'enorme biblioteca, piena di libri con su scritti i nomi di tutte le persone vissute e che vivono su questa terra...»
«E con le loro date di nascita e di morte, magari...»
«Eh, magari! Perché stai ridendo? Ah, ho capito, già fatto. Proviamo allora con la storia di un bambino che parla con i morti,  un cimitero indiano che riporta in vita le salme, una ragazza frustrata con poteri di telecinesi, un'epidemia dove son tutti morti ma quelli della base artica non sanno niente. Una storia con un cadavere conservato in un frigo, una spedizione in Amazzonia che scopre l'albero della vita al centro dell'ecosistema, una società dove si bruciano i libri, un albergo abbandonato fra le montagne, uno che ha un incidente in auto e viene curato da una strana infermiera...Dei giovanotti che si avventurano alla ricerca di un cadavere?»
«Dai, non ti lasciare andare. Devi stare tranquillo e vedrai, ti verrà un'idea. Adesso sei stressato e non caverai niente da quella testolina. Ora è tardi. Devo improvvisare qualcosa da mettere sotto i denti e poi esco. Ho il corso di yoga, sai?»
«E invece io sono triste...»
«Per questa cosa dell'ispirazione? Non ci pensare e vedrai che andrà meglio. Adesso non ti offendere, ma devo proprio andare...»

Quest'oggi la mia amica è stata cinica, più del solito. 
La lascio quando è ormai concentrata per individuare in fondo alla dispensa qualcosa che sia pronto in meno di dieci minuti, e in soli cinque giri di cucchiaio. 
Sul pianerottolo, con la porta ormai chiusa alle mie spalle, sprofondo nei suoni confusi di un paio di televisori, inconsapevoli messaggeri della medesima bugia. Scelgo di non prendere l'ascensore e affronto gli otto piani  calpestando dei gradini intonsi. Sembra che non siano invecchiati affatto, e che abbiano conservato in loro un po' dell'odore di quegli anni, quando le palazzine si sostituivano ai prati con la medesima velocità con cui la notte si alternava al giorno. Mi faccio un'idea di quali pietanze riscaldate siano state preferite per quella sera  e mi stupisco che l'inquilino del terzo piano stia intonando una canzone sul sottofondo odoroso di un soffritto. 
Fuori la solita strada, che sembra non avere ancora digerito il traffico del pomeriggio.
Una teoria di passanti sfida la morte, con la testa china e il volto appena rischiarato  dal riflesso opaco del marciapiede.
Un paio di ciclisti affronta il verde del semaforo con una tensione sotto pelle che si avverte a distanza. Lui, pedalata quadra e spalle curve, punta dritto al controviale dalla parte opposta. Lei lo segue, rannicchiata nervosa nella sua tutina grigia.
Il mendicante all'angolo non se ne è ancora andato e la barbona sotto il palo della luce sembra avere trovato compagnia.
L'uomo d'affari arriva minaccioso, mantenendo il centro esatto del marciapiede. Brandisce la ventiquattrore come un ariete e la segretaria lo segue con il fiato che le raschia in gola. È stanca e cammina combattendo con i rigori di una gonna troppo stretta. Ha le ginocchia a X  che convergono ineleganti verso il centro, un tacco alla pericolosa ricerca di un tombino in cui infilarsi e negli occhi la voglia di tornare a casa, e di farlo il prima possibile.
La mamma fa fatica a tenere a bada il bambino capriccioso. Cinque anni, forse sei, e una cascata di decibel da sfogare nelle orecchie degli sventurati intorno. La donna si scusa con un sorriso stentato, appoggiato sulla faccia come se fosse posticcio. 
L'ambulante con le caldarroste potrebbe confezionare ancora qualche sacchetto, ma è stato sistematicamente ignorato da tutti i passanti. Vado oltre, percependo netto lo spartiacque fra delusione e rabbia. La ragazza alle mie spalle, vent'anni portati male e una formula di chimica organica a rimbalzare confusa nel cervello, si ferma davanti alle caldarroste, indugia e se ne va senza averle comprate. 
Passo l'edicola con una mummia al suo interno, la vetrina di una cartoleria senza più fiducia in se stessa e la polverosa collezione di un antiquario.
Finalmente raggiungo le scale della metro e mi catapulto nell'inferno dell'ora di punta.
Il treno, in un frastuono, ha già bucato l'aria satura della stazione e mi accoglie dentro un'atmosfera di caldo irreale e puzza di freni.
Nel vagone un reggimento amorfo di esseri umani è attirato dallo schermo del cellulare. Ondeggia, sincronizzato ad ogni movimento, e talvolta sente il bisogno di un appiglio. Una selva di mani si proietta ovunque, alla ricerca del sostegno giusto. L'uomo con gli occhiali di tartaruga sbaglia mira e spettina i capelli color neve della vecchina con il cane in braccio. Lo scambio di scuse e convenevoli è condito da una nauseante amalgama di ipocrisia e buone maniere.
La ragazza dall'altra parte della carrozza  è metaforicamente nuda. 
È priva del telefono o di un compagno per conversare. Il finestrino sporco non riflette l'immagine del suo bel viso.
Ci guardiamo, attraverso i pochi metri che ci dividono e le mille storie di vita racchiuse nelle cerniere lampo. La immagino sotto un ombrellone di paglia, messo a dimora nella sabbia calda e bianca di una spiaggia tropicale, con la brezza leggera che anticipa il tramonto, il riflesso del sole sul bagnasciuga e una spianata di nuvole rosse sull’orizzonte. Per un attimo, percepisco un soffio che attraversa i suoi capelli neri. Accenna un sorriso, timido, disegnato con tratto leggero dietro al ricordo evaporato di un lucidalabbra. Sembriamo fatti l’uno per l’altra, ma non troviamo il coraggio di parlarci.
Quando arriva la mia fermata, troppo presto e all'improvviso, scendo con  due solide certezze.
La prima è che non vedrò mai più la ragazza della metro.
La seconda è che è arrivata l'ispirazione per un libro.


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