lunedì 24 ottobre 2022

Due piani sottoterra

 






La radio non fa altro che gracchiare.
Emette suoni incomprensibili e un fruscio di fondo che ha sostituito gradualmente quegli inviti alla calma e quei piccoli suggerimenti per sopravvivere che all’inizio si erano rivelati utili. Da mesi, ormai, consuma le batterie dando voce a quello stormo di mosche che sembra abitare dentro di lei.
Credo che sia passato un anno da allora, o forse più.
Ho smesso di tenere il conto dei giorni da un bel po’.
Per farlo, allineavo nel corridoio centrale delle scatole di dentifricio. Simulavo le tacche che i detenuti fanno sul muro della cella, almeno nelle centinaia di film sulle carceri che mi è capitato di vedere. Mi sono fermata alla trecentoundicesima confezione, un massima protezione che promette gengive sanissime e alito a prova di bacio. Girandola sul retro, garantisce anche di fare a pezzi la placca come se la prendesse a picconate.
Il giorno seguente ho smesso di allineare le scatole. Punto.
Ero rimasta a dormire nel cantuccio caldo (la mia scatola) che avevo avuto modo di creare nel magazzino della mobilia. Armadio con il cambio d’abito e biancheria, cassettiera versione arte povera e comodino impiallacciato ciliegio. Abat jour con luce led multicolore e sveglia con suoneria dolce di ispirazione naturale. Per i primi giorni avevo scelto il canto di una capinera all’alba, o così almeno dicevano le istruzioni in ventiquattro lingue, thai compreso. Doga in legno, materasso in lattice e materasso a molle. Ho scelto quest’ultimo sostituendo quello in lattice che avevo messo su per primo. Mi ricordava quello che avevo a casa mia, comodo quanto bastava per allontanare gli incubi e collaudato più volte assieme a Michelangelo.
Che forza quell’uomo!
Portava il nome di un grande scultore perché era bello come una statua. Aveva il fisico dello Schiavo morente, il portamento del David e lo sguardo da duro del Mosè, con quel volto di pietra incorniciato da una barba perfetta che lo faceva somigliare ad un dio greco.
Michelangelo aveva un sorriso che ti incantava, la pazienza di un santo e la fermezza di un leader. Non metteva mai una parola al posto sbagliato, sapeva scrivere, cantare e suonare la chitarra. Odorava di buono e dormiva come un sasso per sette ore e mezzo a notte. Quando si alzava dal letto non lo sentivi e capivi che il giorno era nato dal profumo del caffè caldo che attraversava la casa, fino a venire a bussare alla porta della camera. Aveva un lavoro che gli piaceva e non si lamentava mai. Correva, sollevava pesi come fossero fuscelli e piaceva ai bambini.
Michelangelo era così bello che le donne me lo volevano portare via, ma lui non le degnava nemmeno di uno sguardo. Michelangelo faceva la doccia tutte le mattine e non lasciava mai una cosa fuori posto.
Michelangelo leggeva, guardava i film d’autore e si interessava di politica.
Michelangelo sapeva fare cigolare le molle del letto.
Tutto questo sapeva fare, ma smise.

Si vide costretto a farlo nel giorno che fu incenerito dalla bomba.

Erano le undici del mattino di una bella giornata estiva e da due mesi mi stavo occupando del magazzino.
L’incarico di magazziniere all’ipermercato non era ambito.
La struttura, un capannone di dubbia bellezza che era spuntato come un fungo nella periferia della città, aveva dovuto sviluppare i suoi tentacoli verso l’alto, dove avevano trovato posto i reparti di abbigliamento, arredo e bricolage, e verso il basso, con la costruzione di un parcheggio sotterraneo da duecento posti e del magazzino ancora più giù, due piani sottoterra.
I progettisti non avevano avuto scelta.
Nato su di un’area dismessa e non particolarmente estesa, l’ipermercato non aveva potuto sfogare in orizzontale tutte le sue propaggini. Un severo muro in mattoni rossi, testimone dell’archeologia industriale che faceva sembrare quella parte di città ad un museo dei ricordi, circondava la zona e si affacciava sulle strade che cingevano tutto il perimetro.
Allora avevano scavato e ingozzato tutta la terra di cemento. Sul lato est era stato ricavato un grosso vano per il montacarichi, attraverso il quale le merci, scaricate nel cortile, scendevano per essere stivate e salivano quando il capo reparto decideva di rimpinguare gli scaffali.
Quel giorno, un TIR aveva scaricato un paio di centinaia di scatoloni di cibo per gatti sul retro. Ugo, l’addetto al muletto, aveva imbarcato sul montacarichi i colli, che io facevo scendere di due piani e poi li movimentavo con il mio carrello elettrico, li portavo agli scaffali, svuotavo i cartoni e poi rispedivo alla luce del giorno gli involucri vuoti. Con l’ultimo giro di ascensore salii anch’io, abbandonando il girone dei dannati per i dieci minuti che la pausa sindacale mi concedeva.
Ugo era simpatico, non negava mai una sigaretta e aveva sempre aneddoti da raccontare.
Non ci provava con me, manifestava una timidezza sottopelle alla quale sopperiva con un buonumore talvolta eccessivo e con un repertorio di battute che parevano studiate a tavolino la sera prima.
Quel giorno, quando mi vide sbucare dal sottosuolo con gli occhi stretti a fessura per sopportare la luce del sole, mi accolse con un sorriso e una Chesterfield elegantemente sfilata dal pacchetto, tentatrice come il diavolo in persona. La presi e la misi in bocca senza neanche ringraziare. Appoggiata al muro, con il braccio dietro la schiena e la gamba ripiegata contro la parete, attesi che Ugo azionasse lo zippo e poi tirai con soddisfazione la prima boccata. Il cielo era così limpido che ci si poteva perdere come in un sogno e dalla strada sembrava non provenire alcun rumore. Il TIR, che aveva appena scaricato la sua consegna, fece una manovra da applausi per invertire la marcia e guadagnarsi di prepotenza il suo posto nel traffico. Ugo fini di trascinare l’ultima delle scatole vuote contro il perimetro, nel posto esatto in cui lo smaltimento rifiuti si aspettava di trovarle, poi mi venne incontro che la Chesterfield era già a metà.
«Dai, che domani e sabato!»
Già, l’aspetto positivo di lavorare al magazzino era quello che al sabato si stava solo mezza giornata.
Non avrei voluto buttarla sul tempo, ma alla fine lo feci. «Se rimane così caldo e stabile, io e Michi ce ne andiamo in montagna. Vogliamo tornare giù con una tintarella che levati!»
«Me lo devi fare conoscere…»
«Chi?»
«Il tuo fidanzato, Michi.»
«Ma dai Ugo, è talmente figo che ti metterebbe in imbarazzo, tu con quel pancione da birra!» Gli diedi un colpo sul ventre che suonò come una grancassa. Lo prendevo sempre in giro e la cosa sembrava divertirlo.
«Lo sfido a braccio di ferro.» Si carezzò il grosso bicipite, un po’ flaccido per la verità. «Lo mando a casa in lacrime e con una sculacciata, il tuo Michi…»
«Non sono quelli i muscoli che contano in un uomo, dovresti saperlo alla tua età…»
Si atteggiò a duro di Hollywood, mi sbuffò in faccia il fumo e fece un’espressione che nelle sue intenzioni doveva essere cattiva. «Attenzione a come parli, collega! Io qua sotto ho un muscolo che tutto il mondo invidia…»
Risi. «Può darsi. Non insisto, non lo voglio vedere…»
«Hai presente l’obelisco, quello nel bel centro della rotonda?»
Indicai un punto a caso verso nord. «Quello…là?»
«Esatto, collega, solo per farti un’idea…»
«Wow!»
«E’ quello che dicono tutte, wow…»
Mentre mi sforzavo di ricordare se l’obelisco della rotonda finisse a punta, a tronco di cono o con una semisfera, vidi uno dei principali azionisti dell’ipermercato. Aveva appena varcato il cancello con la sua Porsche Cayenne, con più pelle nelle sellerie che in una mandria di montoni. Non so come, ma mi venne in mente che l’obelisco aveva in cima uno spunzone, tipo quello dei soldati austro-ungarici della prima guerra mondiale. La cosa mi fece ridere.
«Stai ridendo in faccia al capo? Non so se sia una buona idea ai tempi del job act, collega!»
«No Ugo, tranquillo. Stavo pensando al tuo obelisco…»
«Stronza!»
«Ma dai, scherzavo!»
Mi mise nuovamente il pacchetto sotto il naso. «Sigaretta?»
«Un’altra? No davvero, Ugo…mi vorrai mica uccidere?» Non rispose, si cacciò la bionda in bocca e guardò preoccupato le evoluzioni del Cayenne. Il SUV parcheggiò sotto l’unica pianta di tutto il complesso: un privilegio riservato ai padroni.
«Ok, Ugo. Vado sotto a mettere a registro l’ultima consegna.»
«Quella dei croccantini.»
«Già, e tieni a bada il tuo obelisco, che fra poco arriva il furgone con l’intimo femminile. Tante piccole scatole per la gioia di mamma e papà.»
«Specialmente dei papà!»
«Levati!» Ordinai, con un fare imperativo. Ugo ci rimase veramente di sasso. Lo spinsi via con una tale determinazione che i suo cento chili mi sembrarono nulla.
«Si può sapere che ti prende?»
«Guarda là…»
Si girò e non vide nulla. «Hai le allucinazioni, collega?»
«Ma no, là. Dietro il paraurti della Porsche…»
Ugo tiro fuori il suo aspetto femminile. «Tre mi-ci-ni te-ne-rissi - mi!»
«Quattro.»
«Quattro!» Indicò uno scricciolo in color ruggine che si aggirava intorno all’aiuola, tutto orecchie e con la coda dritta, fino a che un suo fratellino, grigio cenere con qualche striatura più scura, lo colse di sorpresa facendogli lo sgambetto. Gli altri due, non più grossi di un paio di palle da tennis ed entrambi di un colore arancione tendente al biondo, sembravano avere ingaggiato una contesa di importanza vitale per il futuro della nazione.
«E chi ce gli avrà portati?»
Pensai ad un paio di ipotesi. «Qualche stronzo che gli ha abbandonati» risposi. «Ugo, vai tu a prenderli prima che qualche camion li schiacci!»
Fece due passi e venne colto dal dubbio. «E poi che ci facciamo? »
«Che ne so! Levali di lì, presto!» Mentre il muso di un MAN con rimorchio si era appena affacciato al cancello. Sembrava un mostro stermina gatti, mandato da un altro pianeta per non lasciare nessun felino in vita sulla faccia della terra. Con tutte quelle ruote avrebbe fatto una strage.
«Vai, che cosa aspetti!»
Ugo obbedì e, prima che il TIR si fosse messo a rombare nel cortile facendo tremare tutto, i micini erano in salvo, due per ogni braccio.
Mi venne incontro di corsa e fu intercettato da un’occhiata velenosa del capo. Aveva smesso di parlare con una dell’amministrazione; minigonna vertiginosa, occhiali palesemente finti e meches rosse che dovevano esserle costate tutti gli straordinari.
Il capo non aveva visto i gatti ma, mosso da un istinto omicida (qualcosa che doveva appartenere alla sola categoria dei dirigenti/azionisti/figli di gran troia), venne incontro a me, mentre Ugo, con le braccia tutte graffiate, mi porgeva sedici, pericolosissime zampe taglienti.
«Che intenzioni hai?»
«Li porto sotto con me, per oggi. Poi stasera troverò una sistemazione. Tu che hai le spalle larghe coprimi, distrai il capo e lascia che il montacarichi scenda. Ok?»
«Perché dovrei distrarre il capo?»
«Inventati qualcosa. Lamentati del muletto che ha le gomme sgonfie.»
«Ma non ha le gomme sgonfie!»
Il capo stava arrivando. Avanzava come un pistolero sotto il sole infuocato della tarda mattina. Mi girai, strinsi i micetti al seno e scappai trotterellando in direzione dell’ascensore. Premetti il tasto -2 e attesi la chiusura delle porte.
L’impianto verificò il peso e dopo qualche secondo cominciò a fare scorrere le porte in chiusura. Per la sua dimensione e a causa della lentezza degli ingranaggi, la chiusura avvenne molto lentamente.
Ero al centro esatto della cabina e contavo sul fatto che il capo non mi potesse vedere, inondato da quella luce che lo faceva assomigliare a un miraggio. Nei lunghi secondi che le porte impiegarono per sigillarsi l’una con l’altra, vidi Ugo avvicinarsi al capo porgendo la mano e lui fare altrettanto. Vidi anche che aveva un paio di graffi che saltavano all’occhio come il rossetto sulla bocca di un uomo e vidi la Porsche, placida all’ombra dell’unico albero.

Improvvisamente l’orizzonte si riempì di un lampo apocalittico, che non mi accecò solo perché in quel momento avevo la testa china a contemplare gli occhi azzurri delle creature. Fu come il flash di una macchina fotografica, ma moltiplicato per dieci milioni. La cabina si illuminò che vidi ogni singola vite, la logora membrana che rivestiva il pavimento con le sue numerose rughe e fenditure, le cuciture dei jeans, i lacci consunti delle mie scarpe e forse gli acari che li abitavano. Vidi lo sporco che si era insinuato negli interstizi e la mappa che il telaio descriveva sotto il piano di appoggio. La luce che inondò tutto si restrinse assieme alle porte che si chiudevano e poi si spense quando i battenti erano ancora aperti su quello che rimaneva del mondo. Fuori c’erano Ugo, la segretaria con le meches, il dirigente azionista, la Porsche e il TIR con tutte quelle ruote. Nel volgere di un secondo o forse meno, furono circondati dalle fiamme assieme all’unico albero e al mucchio di scatoloni vuoti, che divampò come la testa di un fiammifero.
La bordata di aria rovente arrivò dopo poco assieme ad un rumore infernale. La minima parte di essa, quella che era riuscita ad infilarsi nei pochi centimetri superstiti dell’apertura, entrò come un proiettile e per poco non mi decapitò. Sopravvissi perché l’ascensore stava già scendendo e perché era robusto quanto bastava per sopportare enormi sollecitazioni. Passai attraverso il parcheggio sotterraneo ed intravidi delle fiamme invadere il locale con la velocità di un uragano. Le auto saltavano in aria come petardi e delle lingue di fuoco stavano coinvolgendo i pilastri in un abbraccio mortale.
Scesi ancora.
A un metro da fine corsa i cavi che sorreggevano la cabina cedettero, e quest’ultima fece la parte residua del percorso precipitando. Si assestò sui molloni di arresto che sembravo finita in una centrifuga, con quattro felini impazziti che roteavano camminando sulle pareti come ragni. Per l’automatismo di molti anni le porte si aprirono per l’ultima volta, i gatti presero a correre alla ricerca di un riparo ed io trovai la lucidità di uscire un attimo prima che le porte si chiudessero, questa volta per sempre.
Faceva un caldo d’inferno nel magazzino.
L’incendio al piano sopra aveva arroventato la soletta e molti dei tubi elettrici assicurati al soffitto si stavano sciogliendo. Il fumo cominciò a insinuarsi nelle fenditure e le sirene dell’impianto antincendio, ormai alimentato dal gruppo elettrogeno che era partito spontaneamente assieme all’impianto per il ricircolo dell’aria, cominciarono a ululare assieme a una pioggia di acqua.
Durò tutto pochi minuti, fino a quando l’intera struttura del supermercato collassò in un frastuono tremante, precipitando sulle auto in fiamme e seppellendo per sempre quel posto.
Di colpo il fumo cessò di filtrare, il soffitto cominciò a raffreddare e tre piani di macerie sulla mia testa si prestarono a difendermi dalle radiazioni.
Corsi per i corridoi rischiando di ammazzarmi.
Lo feci gridando come una pazza e schivando gli scatoloni che precipitavano dagli scaffali disintegrandosi sul pavimento. Mi fermai, controllata da un residuo di buon senso, quando vidi un’intera fornitura di acido muriatico che si era schiacciata al suolo facendo aprire una decina di flaconi. Ora il liquido stava scorrendo in direzione degli utensili da meccanico lasciando un fumo acre e irrespirabile nell’aria. In alto, le scatole con le scarpiere da montare, pendevano minacciosamente verso lo scaffale dirimpetto, pieno fino al soffitto di accessori per il bagno. Se le scarpiere fossero cadute, pensai, avrebbero potuto innescare un effetto domino capace di distruggere l’enorme magazzino.
Il buio era durato lo spazio di un attimo.
Arrivò come portato dall’esplosione e venne subito affrontato dalla debole luce delle lampade di emergenza e poi dall’intervento del gruppo elettrogeno, che si era acceso automaticamente e aveva scelto la metà delle lampadine da alimentare. Ora tutto il magazzino sembrava una miniera, con polvere, odori aggressivi e cigolii sinistri di provenienza misteriosa.
Ma c’era l’aria.
L’ambiente era dotato di un impianto di ricircolo. Era stato realizzato durante la costruzione dell’ipermercato, assunto come obbligo inderogabile per avere le autorizzazioni contro la volontà dei padroni che ne avrebbero fatto volentieri a meno. Il magazzino non aveva finestre e l’aria che poteva essere prelevata dall’esterno era stata considerata insufficiente dai tecnici sanitari.
Questo voleva dire una cosa, che io non stavo respirando l’aria contaminata dalla radiazioni.
Ma erano radiazioni? Ma quell’esplosione alla quale avevo assistito era stata causa di un atto di guerra?
Magari era solo saltata in aria una raffineria o un impianto chimico.
Sapevo che non esisteva nulla di simile nel centro della città, da dove la luce aveva scaturito la sua forza devastatrice. Laggiù c’erano solo uffici, negozi e show room. C’erano poche librerie, molti ristoranti e una teoria senza fine di bar e sale da ballo. Un paio di caserme, questure con l’eterna fila di immigrati alla porta, musei e abitazioni, nulla che potesse esplodere scatenando dieci megatoni di potenza.
Rimandando il momento per piangere andai al settore elettrodomestici.
Dal momento che il mio telefono dava un laconico segnale di assenza di servizio, cercai una radio.
C’erano impianti di ogni tipo; sintonizzatori pieni di pretese che avevano una manopola enorme per cercare la stazione, apparecchi che funzionavano solo con un segnale satellitare, lettori cd ed mp3 con minacciose casse incorporate, strani cubi con poca potenza e con la promessa di deliziare il cliente all’ascolto.
La radio, come la intendevo io, piccola, maneggevole e con l’antenna retrattile non più lunga di dieci centimetri, la trovai solo dopo avere aperto una dozzina di scatoloni imbottiti di polistirolo.
L’accesi e la misi al lavorare su tutto il range di frequenze.
Nulla.
Ero sepolta viva sotto il palazzo e fuori, probabilmente, non era sopravvissuto nessuno.

L’esperimento con un televisore, che attaccai alla rete della corrente elettrica, fu altrettanto frustrante. Pur conoscendo piuttosto bene il magazzino, la disperazione, la stanchezza e la sincera paura di essere sul punto di morire, fecero in modo che impiegassi ore per cercare un decoder digitale e un’antenna posticcia, e quando le trovai ebbi la conferma di quello che già sapevo.
Neve.
Neve e disturbi di segnale sugli oltre duecento canali.
Non esistevano più i ripetitori, spazzati via dalla furia dell’esplosione come fuscelli, sciolti nel calore e cotti nel loro stesso brodo. A quel punto, che erano le otto di sera, crollai in ginocchio sotto lo schermo acceso del quarantadue pollici e cominciai a piangere.
Mi svegliai dopo molte ore con la TV accesa sulla sua ipnotica trasmissione fatta di nulla e la radio che scatarrava un messaggio registrato che pareva un appello alla calma e alla fiducia, ma trasmesso da un’altra dimensione.

Avevo dormito con la mano che faceva da cuscino e avevo sognato Michelangelo.
Era venuto a prendermi, materializzandosi davanti a me dalla cenere che un vento caldo aveva ammucchiato ai miei piedi. Si era composta una figura parziale, che respirava emettendo sbuffi di fumo e che tentava di parlare senza riuscire a farlo. Era brutto, puzzava di bruciato e la sua vicinanza inaridiva la gola fino a farmi tossire. Quando si accorgeva che dal mio sguardo non traspariva più l’amore che era abituato a vedere, si trasformava nuovamente in polvere e tentava immediatamente di ricomporsi in qualcosa di migliore. La cosa durò fino a che il mio sudore non formò una pozzanghera sul fondo della schiena.
Sognai anche i miei genitori, che erano andati al mare e che si erano scottati profondamente. Mia madre aveva la pelle del volto brunita e gonfiata come quella di un pollo arrosto e mio padre si staccava interi lembi di epidermide provocando l’emorragia di una sostanza giallastra. Respiravano emettendo suoni gutturali e si grattavano la testa in continuazione facendo cadere i capelli. Mio padre era diventato calvo in poco tempo, mentre mia madre conservava delle ciocche lunghe e precarie che, di tanto in tanto, si staccavano e finivano sulle spalle.
La cosa che feci, ancor prima di accorgermi che l’anello di fidanzamento che portavo al dito mi aveva marchiato la faccia come la coscia di un vitello, fu quella di controllare se i miei capelli esistevano ancora. Erano al loro posto, lunghi, forti, neri e ancora profumati dello shampoo ai frutti che avevo generosamente spalmato la mattina prima, quando la città esisteva ancora. Non avevo nausea, anzi. Un languorino di fame si era instaurato nel mio stomaco, e non solo a me, evidentemente.
Uno dei quattro gattini che avevo portato là sotto e che nell’ascensore erano impazziti come se fossero in un frullatore, era qualche metro oltre e aspettava che mi alzassi. Era una femmina, color ruggine con tante macchie disordinate a marezzare il pelo corto. Annusava l’aria come un segugio ed indietreggiava di un passo ad ogni mio movimento, per poi ritornare al suo posto dopo avere atteso qualche secondo.
La battezzai Baba Vanga.
Come la famosa veggente Bulgara, aveva visto la fine del mondo ed era rimasta cieca.

Spinta dall’abitudine, mi lavai i denti nonostante lo sconforto, e lo feci subito, fin dal primo giorno. Fu in quell’occasione che misi la prima scatola di dentifricio per compilare il mio personalissimo calendario.
Dopo avere sistemato la terza - antiplacca azione completa - comparvero gli altri gatti, evidentemente troppo affamati per temermi. Volevano mangiare e avevano trovato il coraggio di affrontarmi, anche se nelle loro convinzioni ero probabilmente la responsabile dell’ecatombe alla quale si erano sottratti per un soffio. Erano evidentemente dimagriti, prossimi al punto di non ritorno ma nonostante tutto, vistosamente cresciuti.
Se avevano potuto dissetarsi, attingendo alla pozza di acqua minerale che si era formata ai piedi di uno scatolone rimasto schiacciato dal crollo di uno scaffale, era certo che non avevano trovato cibo. Li avevo cercati invano a partire dal secondo giorno, dopo avere pianto abbastanza da sentire bruciare gli occhi e dopo essermi nutrita per tutto quel tempo con un pacco di crackers, trangugiato assieme a un succo di arancia che avevo strappato ad una grossa confezione di nylon. Mi ero aggirata nel labirinto di scatoloni per molte ore, con Vanga al seguito, cieca come una talpa ma già abituata ad orientarsi ascoltando il rumore dei miei passi.
Dopo ore di inutile ricerca li avevo immaginati schiacciati sotto la montagna di scatoloni con la cancelleria, che era collassata invadendo la porzione sud del magazzino. Facendolo, aveva coinvolto nel suo destino le scorte di concime naturale in sacchi, il terriccio per piante ed una serie di cazzuole, vanghe e decespugliatori che avrebbero fatto la felicità di qualsiasi pensionato. Solo dopo mi accorsi che avevano usato il terriccio per fare i loro bisogni. A quel punto, mi convinsi di lasciare tutto com’era e di attendere la loro iniziativa.

In quei giorni avevo sperato in qualche notizia dalla TV o dalla radio, che rimaneva ininterrottamente sintonizzata sulla stazione “The day after”. Dopo il messaggio registrato che pareva essersi esaurito, trasmetteva solamente fruscii indecifrabili e, di tanto in tanto, emetteva un incomprensibile singhiozzo elettrico. La hit parade, il dibattito elettorale, il gossip o le news dal mondo, non arrivavano mai.
Era stata la guerra, il concretizzarsi di anni di paure e paranoie, la definitiva consacrazione del decadimento dell’umanità, il sigillo messo su epoche di meschinità e vuoto di ideali. Fu così improvvisa e violenta che colse la gente nelle sue faccende quotidiane. Nessun rifugio, sirena d’allarme o appello alla calma. Non c’erano state edizioni straordinarie del telegiornale, interruzioni delle trasmissioni o veloci passaparola via internet. Forse non si erano nemmeno levati in volo gli aerei che avrebbero dovuto tentare di difenderci. Magari chissà, qualche generale era stato sorpreso nel suo ufficio a firmare un documento poco importante solo un attimo prima che una tempesta di vetri infranti nettasse la carne dal suo volto come un esercito di formiche rosse.
Il cielo era stato invaso da un nugolo di avvoltoi, pronti a precipitare sull’obiettivo che una sequenza alfanumerica aveva inserito nella loro memoria, e poi BUM! Intere metropoli cancellate dalla faccia della terra nel tempo di un sospiro rovente. Fuoco, vento ai trecento all’ora e sismi artificiali. Vista da lontano, dalle campagne, l’apocalisse nucleare doveva essere apparsa come centinaia di tornado illuminati dall’energia di mille lampi e proiettati oltre le nuvole ad insultare lo spazio.
BUM! Ed erano spariti milioni di corpi, inceneriti, soffocati, spezzettati in un’infinità di frammenti, mal digeriti dalla voracità del fungo atomico. Qualcuno doveva essersi accorto dell’inesorabile avanzare del vento, che si caricava dei cocci di quella che era stata una città, e che gli veniva incontro così veloce da non avere nemmeno il tempo di immaginarsi un rifugio. Qualcun altro aveva solo sentito una vampata di calore e poi aveva visto la sua anima dimenarsi sorpresa in una nuvola di vapore. Qualcuno era rimasto cieco e inebetito ad attendere che quel carro armato di satana lo travolgesse sotto i suoi cingoli. Era stata la guerra, e chi l’aveva decisa doveva essere al sicuro in un rifugio sotterraneo, circondato da viveri, medicinali e generi di prima necessità. Più o meno come me.

Qualche volta tentavo di organizzarmi, recuperando dal magazzino abiti puliti, coperte e prodotti per l’igiene personale.
In particolare, come se la cosa avesse potuto offrirmi qualche protezione dalle radiazioni nucleari, mi ero lavata continuamente con un disinfettante trovato nelle scorte della parafarmacia e avevo ingurgitato vitamine e pastiglie per a base di iodio. Mi ero anche guardata la gola allo specchio, ma non sembrava avere nulla di anormale. Al secondo giorno di trattamento, il mio intestino si ribellò e passai un’ora in bagno, con la porta spalancata sul magazzino e Vanga che mi aspettava di fuori, tentando di interpretare il mio stato di salute.
Ma in fondo stavo bene.
Avevo solo l’anima a pezzi, le palpebre consumate dalle lacrime e la consapevolezza che il sonno fosse solo portatore di terribili incubi.
Dopo qualche giorno, dopo avere dato da mangiare ai quattro gatti, andai nel vano dove era alloggiato il generatore di corrente e vidi che girava come un orologio. Stava attingendo del gasolio da un grosso serbatoio che avevano alloggiato sotto terra. Nelle intenzioni dei costruttori doveva servire a tenere vivo l’ipermercato qualora si fosse verificato un guasto all’impianto di fornitura del gas, e adesso stava tenendo viva me, dandomi la luce e facendo circolare l’aria attraverso i filtri.
Dopo il sopralluogo mi accorsi che Vanga mi aveva seguita fino a lì e che sembrava volesse darmi il suo parere tecnico sul buon funzionamento dell’impianto. I suoi occhi inespressivi fissavano un punto lontano qualche metro da me, correggendo la traiettoria a seconda dell’intensità del mio respiro. Per aiutarla parlai, e lei indirizzò il nasino, marrone con piccole macchie nere, esattamente nella mia direzione. Tornando indietro decisi di fare il giro lungo del magazzino e approfittai per spegnere le luci inutili. A ogni mucchio di scatole, a ogni scaffale in ferro, illustravo la merce come se stessi conferendo con un rappresentante. Vanga si sedeva e mi ascoltava con attenzione e quella fu la prima volta che mi concessi un sorriso.
Ancora nessuna caduta dei capelli, dolore al ventre o segni di debolezza organica. Anche i tre fratellini sembravano stare bene.
Si erano organizzati un loro piccolo villaggio, approfittando di una serie di scatoloni di viveri che avevo trascinato fino al mio alloggio, un giaciglio fatto con il telaio di un letto montato di malavoglia, un materasso in lattice e la scrivania del magazzino apparecchiata per i pasti. Solo dopo aggiunsi un tocco di classe, montandomi dei mobili senza nemmeno consultare le istruzioni. Mi ero liberata dei timbri che tenevo nei cassetti, dei registri e di alcuni formulari in carta copiativa e avevo messo al loro posto una serie di posate recuperate nel settore casalinghi, senza naturalmente badare al prezzo.
Fu in quell’occasione che decisi di dare un nome ai tre sopravvissuti. Due di loro mostravano orgogliosi dei testicoli appena spuntati, la terza era una femmina e andava a dare manforte a Vanga. La femmina vedente, stava masticando con impegno il bordo di uno scatolone. Non che avesse fame, perché non le facevo mancare niente, semplicemente si divertiva a staccare dei brandelli di cartone con i denti, per poi disfarsene scuotendo la testa.
La chiamai Morsica.
Gli altri due, maschiacci impertinenti e un po’ grossolani, se le stavano dando di santa ragione, attenti a non cadere dallo scatolone che avevano eletto a loro ring.
Quello rosso con la pettorina bianca lo chiamai Rocky. Quello grigio, Apollo.
Mi accorsi che avevo le labbra atteggiate a sorriso, che ero viva ed il momento di dormire era ancora lontano.

Forse fuori si aggiravano orde di zombie con la pelle che si staccava a brandelli dal volto, con i ventri gonfi in modo abnorme e il colorito del viso preso in prestito al bianco. Qualcuno di loro stava defecando i suoi stessi intestini, altri bruciavano in quel forno a microonde che era diventato il mondo, altri ancora imploravano che finisse tutto, rivolgendo le loro preghiere ad un cielo con il colore della cenere.
Rocky smise di picchiarsi con il suo fratellino e si sedette sulla scatola a guardarmi. Gli altri lo imitarono, compresa Vanga, che aveva smesso di farsi il bidet. Anche loro, forse, si stavano immaginando il mondo.
Sola, immersa in una bolla di chiarore polveroso al centro di un enorme magazzino, mi misi a riflettere e mi resi conto che le confezioni di dentifricio, allineate al limitare della luce, erano ormai sette.
Mi alzai, presi un’ottava scatola e la misi di traverso su quelle altre.
Coraggio, mi dissi, domani sarà venerdì.

Quattordici confezioni di dentifricio. Non aveva senso parlare di giorni.
I giorni hanno un principio, una fine ed il sole nel cielo che descrive un arco più o meno accentuato. I giorni hanno un cuore pulsante che accelera nell’occasione di certi, speciali avvenimenti e rallenta in prossimità della notte. I giorni sono fatti di speranze, di occhi che si perdono in panorami immensi o che lacrimano nel baluginare del sole che saluta, proiettando la sua ultima immagine nell’illusione di un tramonto. I giorni hanno vita e morte, amore, odio e sentimenti contrastanti. Sono caldi, sono freddi, asciutti o bagnati. Qualche volta il vento ne spettina i contorni, altre volte la noiosa omologazione al grigio se ne impossessa, rimandando al giorno seguente il carnevale di colori. I giorni hanno un nome, un numero e una storia. Appartengono a un calendario che abbina loro un santo e possono avere il marchio dell’infamia o della gioia. Si possono dimenticare o ricordare, possono essere giusti o sbagliati, interminabili o semplicemente troppo corti per fare quello che si aveva in mente. Sotto tre piani di macerie, merce, corpi senza vita e polvere, schiacciati come una serpe sull’autostrada dall’olocausto nucleare, i giorni hanno un valore relativo, scanditi da un volgare orologio a batterie che rappresenta un datario a cifre digitali e, beffardamente, le previsioni di tendenza meteo. Oggi parlano di sole pieno, anche se temo che là fuori, un’eterna notte si sia impossessata di ogni cosa. Radio e TV non dicono niente.

I gatti, cresciuti di un bel po’ dal giorno del giudizio, non mi lasciano un attimo da sola.
Su quattro che sono, almeno due sono sempre a mia disposizione.
Vanga, per esempio, si assenta solo per andare in bagno e Rocky è un gran coccolone. Si avviluppa attorno al collo come una sciarpa e infonde la sua generosa dose di robuste fusa. Alle volte la cerimonia dura per mezz’ora e oltre, altre si mixa con il sonno che mi coglie di sorpresa.
In quell’occasione, mi sono accorta, il dormire non produce i soliti incubi.
Ho la sensazione che Rocky assorba i brutti sogni, li metabolizzi e li trasformi in qualcosa di inerte.
È un terapeuta con la specializzazione in psicologia. Se dovessi ammalarmi sarà il primo a prenderne atto.
Apollo è giocherellone e dispettoso. Tende agguati dietro gli scatoloni, sculetta sotto gli scaffali in attesa che la sua vittima attraversi ignara il suo spazio, sveglia chiunque stia dormendo e morde. Le code, le orecchie, la schiena. Tutto quello che passa a portata di zanne, lui lo addenta.
Morsica, la gatta appassionata del cartone, è fra tutti la più discreta. Si avvicina solo quando pensa di non essere vista e mangia con meno voracità rispetto agli altri. Fra tutti è quella che ha capito per prima la cecità di Vanga e per questo con lei non ingaggia mai lotte o dispute.
Al quindicesimo giorno, stanca di carne in scatola, tonno in scatola, ananas in scatola e pesche sciroppate in scatola, andai alla ricerca di un fornelletto a gas. Esisteva ma andava caricato. La prospettiva mi creò ansia. Ero sopravvissuta a una prima esplosione per miracolo e non volevo provocarne una seconda, congelarmi le mani con una fuoriuscita o banalmente intossicarmi. Fra le poche cose che non si trovavano la sotto, le armi erano fra quelle. Non potevo permettermi di ferirmi in modo grave e cominciare ad agonizzare senza la prospettiva di potermi suicidare. La mia attenzione, pertanto, venne attirata da una piastra elettrica, che occhieggiava dietro le scorte di pentole in alluminio nella sua bella scatola con ricettario incorporato.

Quella sera cucinai dei fagioli facendoli cuocere dentro un bel soffritto di cipolle. Lo sfrigolio in padella allontanò i gatti per un momento, compresa Vanga. Mi accorsi solo dopo che stava annusando l’aria alle mie spalle per capire di quanto cattivo gusto fossero dotati gli umani in materia di cibo. Per riconquistare la sua fiducia, aprii una scatoletta con crostacei e pesce dell’oceano (così diceva l’etichetta) e gliela diedi da mangiare. Di quella marca, gusto e formato, dovevano essercene almeno un paio di migliaia. Il TIR che l’aveva consegnate il giorno della bomba era probabilmente da qualche parte in città, ridotto ad uno scheletro di acciaio fumante e annerito.
Insieme al magone ingurgitai il mio primo pasto caldo da sopravvissuta alla guerra nucleare.
Allora non seppi dire se era rassegnazione la mia, un principio di lucida follia o la voglia di annientare i pensieri, ma stavo incominciando a comportarmi come se fosse tutto normale. Più tardi mi addormentai.
Le luci artificiali, l’assenza di alternanza fra giorno e notte e un naturale e prevedibile ottundimento dei sensi, mi stavano provocando una confusione metabolica. Cominciai a temere che presto mi sarei trasformata in una creatura degli abissi, che i gatti sarebbero diventati albini e ciechi e che avrebbero infine sopportato una metamorfosi in pericolosi predatori di carne umana.
Per adesso erano rassegnati a dormire.
Il castello di scatoloni si era arricchito di tappeti, cuscini e ammennicoli a molla che avevo sistemato un po’ ovunque. Erano le 17.30 e, per quella sera, non avevo previsto di andare a ballare.

«Dio, se esisti, ricevi l’anima di Michelangelo, dei miei genitori e…»
Si dice “ricevi” o e meglio dire “accogli”?
Non avevo mai pregato prima della guerra. Diciamo che non padroneggiavo il giusto repertorio di parole e tutti quegli accorgimenti per non fare la figura della cattiva fedele. Queste cose si imparavano andando in chiesa e facendo un po’ di esercizio quotidiano. Il fatto che fossi sopravvissuta per tre mesi alla terza guerra mondiale, mi fece concludere che Dio ti giudicava da quanto eri una brava persona e non, evidentemente, da quante volte al giorno lo chiamavi in causa. Io, ai suoi occhi, dovevo essere una gran brava persona.
Allora, intanto non devo mettere in dubbio la sua esistenza, altrimenti non è una preghiera, è una querelle scientifica. «Dio, accogli l’anima di Michelangelo, dei miei genitori e di Marzia, la mia collega del reparto profumi, di Salvatore e Cristiano alla vigilanza e Ugo. Sì Dio, io Ugo lo prendevo sempre in giro ma gli volevo un bene dell’anima…Volevo un po’ meno bene al dirigente che ho visto disintegrarsi sotto la bomba ma sì, accogli anche l’anima sua...» La preghiera seguitò in barba ai dettami della chiesa e ricomprese i nomi di un’altra cinquantina di persone alle quali avevo voluto bene per qualche motivo.
Avevo sentito dire che la preghiera aiutava le anime dei morti a superare certi ostacoli sul loro percorso e allora, una volta mangiato, constatato che ero in salute e che i gatti stavano bene e crescevano a vista d’occhio, avevo deciso di dedicare un po’ di tempo al mistico. Infine feci anche un pensierino per Cagliostro, il Setter irlandese dei miei genitori.
Di tempo ne avevo un’eternità. Quel giorno mi tagliai i capelli e limai per bene le unghie. Da una settimana, da quando mi ero accorta che stavo diventando pallida in modo patologico, avevo cercato in magazzino un piccolo solarium che ricordavo di avere visto esposto ai piani, l’avevo installato e fatto funzionare. Il mio incarnato cominciò ad assumere un colorito accettabile.
Solo che il piccolo solarium chiedeva un tributo di energia molto grande, assieme alla piastra per cucinare e all’impianto di depurazione dell’aria. La cisterna con il gasolio, che avevo ispezionato picchiettando con le nocche sulla parete fredda, doveva essersi svuotata di un terzo almeno.
Il conto era facile da fare: se ero sopravvissuta tre mesi e se volevo sopravviverne almeno nove, dovevo rinunciare a qualche confort.
«Va bene Dio, allora rinuncerò alla tintarella e anche alla piastra elettrica…Promettimi che non salterò in aria tentando di caricare il gas nel fornello da campeggio…» Attesi. Tre dei quattro felini avevano gli occhi che rifrangevano la poca luce e mi stavano guardando come se fossi pazza. Vanga, con gli occhi rivestiti da quella patina bianca che si era formata, non rifletteva nulla, ma curiosa aspettava che finissi di pregare. Morsica aveva le orecchie dritte, orientate come radar nella mia direzione. Rocky e Apollo si erano consultati con uno sguardo e scambiandosi una reciproca strizzata di palpebre.
«E infine Dio, se non ti chiedo troppo, vorrei essere soccorsa. Dai, lo so che non sono morti tutti là fuori, che magari quella cosa dell’inverno nucleare era una cazzata e che da qualche parte, nel mezzo dell’oceano o sul fondo di qualche valle sperduta, c’è l’aria buona, il sole e la gente. Si saranno pure radunati quelli rimasti vivi, o no? Saranno passati dei soldati e avranno finito di sterminarli? Si sarà instaurata una dittatura sanguinaria dove vigono leggi crudeli? Si saranno uccisi l’uno con l’altro fino a estinguersi? Avranno abbracciato tutti la fede e si saranno rasati il capo in segno di prostrazione a te, Dio? Ti avranno sostituito con chissà chi?»
Non arrivò risposta. Nessuna vocina nella mia testa, nessuna ispirazione. Abbandonai il cuscino sul quale mi ero inginocchiata e mi misi a correre nel magazzino. Lo facevo ogni giorno da ormai un mese.
Torcia elettrica alla mano, mi esercitavo percorrendo il periplo degli scaffali, variavo attraversando gli alimentari e abbigliamento e finivo con un bello sprint attraverso il reparto mobili. Il frigo, l’enorme frigo che io stessa avevo spento al terzo giorno dopo essermi preparata una borsa ghiaccio di viveri da consumare subito, era chiuso e sigillato, con tonnellate di cibo marcio al suo interno.
Se lo avessi aperto sarei morta per le esalazioni. Per la verità, passandovi accanto e affinando l’olfatto, si sentiva un olezzo di morte provenire dalla cella e dei rumori come se enormi ratti lo avessero popolato, increduli di avere a loro disposizione tutta quella sterminata abbondanza.
Furono i gatti a farmelo notare. Quando passeggiavamo per ingannare l’eternità, loro si tenevano prudentemente lontani da quella porta. Era terra proibita. Insieme al punto dove si era versato l’acido era la zona off limit, la terra di nessuno, la landa ammorbata sulla quale nessun piede o zampa dovevano posarsi.

Posai delle recinzioni.

Con un nastro segnaletico che avevo saccheggiato al reparto bricolage, organizzai delle belle delimitazioni, che si presentarono fosforescenti sotto la luce della mia torcia led.
Corsi apprezzando la morbida consistenza delle mie scarpe a gel, scelte fra altri venti differenti modelli: reparto sport e tempo libero. Queste ultime avevano quell’odore di gomma che mi faceva ricordare le escursioni serali al parco, con Caterina, Marica e Loretta. Facevamo girare la testa a tanti di quei maschi che sembrava lo spalto di uno stadio, con migliaia di spettatori arrapati a seguire il ribaltamento dell’azione. Caterina, Marica e Loretta dovevano essere morte, probabilmente sorprese dalla bomba nei rispettivi uffici. Le ricordavo belle e solari e fui orgogliosa di avere pregato per loro.
A ogni giro si presentava il solito, noioso panorama
C’erano gli scaffali con i superalcolici, la dispensa con vini anche di buona marca che avevo già intaccato, i pacchi enormi di caffè, zucchero e farina. Alla svolta si apriva un orizzonte di prodotti per le pulizie domestiche, oli e conserve. Più in là pane e grissini a lunga conservazione.
Al passaggio di fronte agli articoli per la scuola imprecai.
Non c’erano libri in quel posto. Quelli, appena arrivavano all’ipermercato, venivano immediatamente sistemati sui banchi sotto le luci ammiccanti. Non scendevano al secondo piano sottoterra. Loro, assieme ai dischi e ai film, venivano lasciati sopra, pronti all’acquisto e ora erano sepolti assieme ai morti.
Questa cosa fu quella che più contribuì alla costruzione dell’eternità.
Primo passaggio accanto al mio alloggio.
Riconobbi che c’era un po’ di disordine, che avevo lasciato il letto sfatto e le ciabatte buttate in giro.
Non avevo lavato la padella nemmeno quel giorno. Avevo deciso che l’avrei cambiata sistematicamente, fino a che non ne fossero avanzate solo dieci. A quel punto, era stabilito, avrei cominciato a lavarle.
Al secondo passaggio allo scaffale intimo uomo e donna, vidi Vanga piazzata a prendere il tempo. Aveva le orecchie così attente a percepire il minimo suono, che avrebbe battuto un pipistrello al buio: di necessità virtù 1 – sonar 0.
Mi fermai prima di essermi stancata troppo.
La sopravvivenza presupponeva di non avere bisogno di un medico, di una flebo o di un massaggio cardiaco. A pensarci bene sarei uscita a pezzi anche da una slogatura.
L’eco dei miei passi venne riprodotto dal soffitto altissimo, e riprodotto, e riprodotto…
Ferma, dopo il quinto o sesto respiro, mi accorsi che i passi non si arrestavano, proseguivano trascinandosi appresso un fiatone. Battevano in terra senza garbo, lasciando che la gomma producesse, strusciando, fischi ad alto volume. L’atmosfera, tanto per capirci, era quella di una partita di tennis sul sintetico, dentro un palazzetto con diecimila spettatori ammutoliti dall’intensità dello scambio.
La sopravvivenza presupponeva di conservare la salute, quella mentale soprattutto.
Quel giorno, lentamente ma inesorabilmente, cominciai a perderla.
Il mio alloggio, da area virtuale non tangibile, divenne presto una fortezza.
Trascinai dei pannelli di cartongesso che avevo preso al bricolage. Ne portai talmente tanti che, dopo ore, avevo i muscoli completamente indolenziti ed un principio di epicondilite.
Adoperando un avvitatore elettrico fissai delle staffe e formai dei pannelli più grossi, che rinforzai con delle nervature e accoppiai insieme raddoppiandone lo spessore. Collegai questi muri prefabbricati alle enormi scaffalature adoperando le staffe piegate Una volta terminato dovevo entrare con l’aiuto di una scala da imbianchino, che tiravo dentro ogni volta. Vanga, Rocky, Apollo e Morsica viaggiavano all’interno di una coppia di portantini che non ebbi problemi a trovare fra le offerte in saldo dell’ipermercato. Quando avessi avuto voglia, mi ripromisi, avrei fatto loro un piccolo passaggio alla base dei muri.
Nell’illusione di fornire alla mia fortezza le sembianze di una vera camera, prelevai una specchiera dal reparto mobili e l’appesi alla parete.
Quello che vidi non mi piacque.
Avevo gli occhi ingialliti, circondati da piccole rughe e appoggiati su un paio di grosse borse. Il pallore virava al grigio e le labbra avevano perso quel rossore sano che mi piaceva tanto e i capelli, secchi e indisciplinati, cominciavano a mostrare qualche filo bianco. La pelle, priva dell’energia giovanile che ricordavo, sembrava essersi incollata agli zigomi e alle clavicole, insinuando il sospetto di un giallo a contatto con le ossa. Resettai quell’immagine dalla mia memoria, coprii lo specchio con un asciugamano e mi lasciai crollare nel letto.
Ora anche io avevo la mia scatola, e la cosa mi permise di dormire per un paio di notti senza incubi.
Ascoltai con attenzione se i passi che avevo sentito il giorno prima volessero ripetersi, ma nulla, solo le rassicuranti fusa dei felini e quel silenzio che era in grado di uccidere.
Sdraiata, guardai l’unico faretto acceso.
Pendeva dal soffitto attaccato ad un cavo d’acciaio.
Con un po’ di fantasia e concentrazione vedevo la luna. Attraverso il filtro delle lacrime, qualche volta, mi ricordava il transito delle nuvole nelle notti di plenilunio.

Con il tempo smisi di illudermi del giorno e della notte.
L’orologio digitale al muro si era spento e io non mi ero preoccupata di sostituire le batterie. La sveglia, quella che avevo impostato con il canto della capinera all’alba, era finita un mattino sotto i colpi di un martello. Era accaduto dopo una notte insonne, passata a rovistare nei ricordi sempre più tiepidi del mio passato e quel canto di uccello era stata la lama che aveva squarciato l’involucro sottile della mia sofferenza.
Per quanto ne sapevo potevano essere le dieci come le diciassette, le ventitré come mezzogiorno. Nemmeno le mestruazioni erano più regolari. Il concetto di ciclo era morto assieme al mondo stesso. La fame, la sete ed il sonno stabilivano ormai i ritmi della mia esistenza e le mie giornate trascorrevano a giocare con i miei amici pelosi, intrattenendoli con dei nastrini colorati o con delle palline di carta: i serpenti e i topini del loro mondo immaginario. Alla fine la noia vinceva e ci addormentavamo insieme.
Avevo imparato ad assecondare i loro ritmi e dormivo praticamente quanto loro, mentre fuori, probabilmente, era già inverno inoltrato.

Ho sentito gocciolare.
Nel silenzio assoluto, interrotto saltuariamente dalle accensioni del gruppo elettrogeno, qualcosa cadeva dal soffitto e provocava il classico rumore da grondaia bucata. Apollo, più degli altri, sembrava infastidito dalla cosa e mi confermava che la mia non era un’allucinazione uditiva.
Per riuscire a dormire mi immaginai di essere in una notte d’autunno, con Michelangelo al mio fianco avvolto nelle coperte, un freddo appena in grado di scalfire i muri e il tepore del riscaldamento acceso da poco. In sottofondo una musica classica invogliava il sonno e le spie verdi dello stereo proiettavano sul pavimento in legno una vaga luminescenza. I gatti avevano trovato posto nella scena, incastrandosi alla perfezione negli arredi della camera, fra la biancheria appena lavata e sulla cassapanca ai piedi del letto. Vanga, ancora sveglia, si leccava la pancia ronfando sonoramente. Mi sforzai di pensare a un caldo abbraccio, alla bocca del mio uomo e al vigore del suo corpo che prometteva di impossessarsi di me. Sentii il suo profumo ed il ritmo regolare del respiro.
Non funzionò.
Provai allora a proiettare nella mia fantasia qualcuno dei miei film preferiti, iniziando pazientemente a fare scorrere nei pensieri i titoli di testa, la sigla musicale e le scene d’esordio. Per fare le cose a modo, facevo precedere il tutto dai loghi di produzione e distribuzione. Quel film, in particolare, iniziava con due ballerini amalgamati in un cartone animato. Danzavano un tango contendendosi una sciarpa di seta e, dopo poco, compariva la scritta rossa del produttore che mutava i font dei caratteri assieme al pulsare della pellicola. Alla quarta o quinta scena, i dialoghi divennero confusi e incomprensibili e gli interpreti assumevano l’aspetto di persone malate. Anche la città che faceva da sfondo alla storia era divenuta irriconoscibile, con i palazzi sbriciolati in tanti montarozzi di macerie e le strade asfissiate da una polvere sottile e onnipresente. Neri avvoltoi popolavano il cielo spento e un fiume di melassa puzzolente percorreva il suo alveo trascinandosi un cappotto di fumo acido.
Non potevo concentrarmi perché sentivo gocciolare.
La pioggia aveva impregnato le macerie, formatto pozzanghere che si erano divise in centinaia di rivoli freddi. Qualcuno aveva trovato l’opposizione di un pannello, di un pilastro, del rimasuglio di un pavimento, qualcuno aveva riempito le cavità di un corpo, qualcuno aveva virato verso il mare in cui era destinato a morire. Uno, un singolo rivolo d’acqua piovana, aveva trovato la sua strada fino al soffitto, un cavedio di qualche impianto, la debole resistenza dell’intonaco e ploc… la prima goccia radioattiva era penetrata all’interno del magazzino.
Mi trasferii più lontano possibile dalla zona dello sgocciolamento e dovetti rinunciare alla mia scatola.
Per evitare che l’acqua contaminata si disperdesse ovunque, misi un secchio sotto la goccia e fuggii più veloce possibile. Nel posto dove andammo non si sentiva più il rumore.
Da quel giorno dovetti impedire ai gatti di allontanarsi, di contaminarsi e distribuire il loro carico di morte. Dopo averli tenuti chiusi per due giorni nei loro portantini, costruii una scatola ancora migliore e ancora più grande della prima, la dotai di bagni con sabbia e costrinsi le belve ad esserne prigioniere.
Non la presero bene. 
All’inizio ci furono dei veri e propri ammutinamenti, una serie lunga e antipatica di girate di spalle, miagolate che assomigliavano a grida di guerra e alcuni rocamboleschi tentativi di fuga, tutti frustrati sul nascere. Passammo così alcuni giorni, nei quali io dovetti impegnarmi a spostare al sicuro tutti i generi alimentari e i vestiti che potevano servire. Lavorai per quasi venti ore senza interruzione ma, alla fine, fui soddisfatta della nuova sistemazione, con tutto il necessario a portata di mano e una nuova casa.
Qualche ora dopo vidi che il soffitto aveva smesso di sgocciolare.
Fu la terza crisi di pianto che mi ridusse a uno straccio.
A nulla servirono le pastiglie di valeriana, che integrai con quelle di biancospino che rinforzai con quelle di iperico. Fui talmente squassata dai singhiozzi che a un certo punto credetti di smettere di respirare. Erano passati trecento giorni dall’esplosione e avevo sentito nuovamente i passi, delle voci che esordivano nelle mie orecchie con sempre maggiore frequenza e rumori indecifrabili, come uno stantuffo che si scaricava, un tostapane che faceva scattare i suoi toast ed un drone che volava per il magazzino. Vidi una serie di fantasmi in abito da sera, in tenuta da sci, nudi con abbondanza di grasso superfluo e in tuta anti radiazioni.
Uno in particolare mi inquietava. Era alto e robusto, muoveva le gambe come un burattino e avanzava nella mia direzione respirando rumorosamente. Dietro il vetro convesso della maschera si intravedevano due occhi inespressivi e rassegnati e il tubo corrugato che scaturiva dal filtro aggirava la spalla per finire in uno zaino.
Compariva e scompariva diverse volte al giorno, sempre occultato nella penombra o appena sfiorato dalla luce fioca delle poche lampade rimaste accese. Cercavo conforto stringendo il primo gatto che mi capitava a tiro. Mai come in quel momento ne fui così sicura. Vanga, Rocky, Apollo e Morsica mi avevano tenuta in vita. Avevo parlato con loro, giocato. Avevo atteso con ansia che fossero rientrati dalle  scorribande, avevo apprezzato la loro crescita, curato la loro salute. Mi era presa cura di tutte le loro esigenze e loro delle mie. Avevano saputo interpretare i momenti, capire l’attimo, leggere lo spartito dell’anima.

Forse chissà, si immaginavano un mondo diverso, che sognavano pieno di luce, aria buona e prati immensi nei quali correre all’inseguimento di qualche farfalla. Forse il loro istinto aveva codificato il calore del sole, l’odore della pioggia, il profumo della neve e l’ebrezza del vento asciutto dell’estate. Forse il loro istinto sapeva ricostruire quelle illusioni talmente bene, che per loro era sufficiente chiudere gli occhi e goderne. Qualche volta li vedevo tristi, dimessi, come se il peso di quell’esistenza stesse incominciando a fiaccare la schiena. La cosa durava poco e sembrava che una droga, benefica ed eccitante, invadesse i loro nervi, depurasse il sangue e donasse nuovi spunti ed energie. Se io sentivo le voci e sperimentavo le apparizioni, loro probabilmente si erano costruiti un magico giardino segreto. Non poteva essere che così. Non avrei potuto capire altrimenti quella beatitudine di cui godevano e la loro capacità di trasmettermela.

Ma noi umani cediamo alla ragione e prestiamo attenzione ai nostri freddi calcoli. Se i risultati non ci soddisfano, se le proiezioni sono insufficienti e le statistiche deficitarie, lasciamo che il pessimismo ci invada con quella sua marea nera e melmosa e che infine ci faccia affondare nel buio più intenso. Siamo fatti così, non c’è niente da fare.

Qualche giorno dopo il grande pianto, con Morsica che si strusciava sulla mia gamba, Vanga e Apollo rilassati sul letto ed il calore di Rocky sulla spalla, mi persi a fissare l’occhiello perfido del cappio che avevo preparato con la massima cura.

Il generatore di corrente si fermò all’improvviso.
Non tossì, non fece le bizze e non mi concesse una seconda possibilità. Insieme alla fine di quell’impercettibile vibrazione che avvertivo sul pavimento era cominciato il conto alla rovescia della mia esistenza. Vagavo nel buio con il solo ausilio delle luci a batteria e il ricircolo dell’aria non avveniva più. Se prima ero disposta a sopportare che un po’ della radioattività della pioggia potesse essere rimessa in circolo dall’impianto in piccole concentrazioni, adesso non potevo accettare che il biossido di carbonio nell’ambiente aumentasse di molte parti per milione al giorno. Le 360 parti per milione che la macchina garantiva, giocando ad imitare l’aria aperta, erano ormai un ricordo. Il leggero mal di testa, che da qualche tempo aveva cominciato a farmi compagnia, era diventato costante e, ultimamente, si accompagnava sempre più spesso con quella stanchezza inconfondibile, quella che si eredita dalla permanenza forzata in ambienti affollati.
Finsi che non fosse vero, che la suggestione mi stesse giocando brutti scherzi. La lieve nausea che esordì assieme a qualche giramento di testa, mi convinse che, per quanto fosse grande il volume di quel magazzino, io e i quattro pelosi lo stavamo lentamente avvelenando con il nostro metabolismo.
Cercai invano un spiffero, una corrente d’aria o qualcosa che mi convincesse che c’era un ricambio, ma la candela con la quale andai in giro per ore e ore, come una domestica del millesettecento in un grande castello, aveva la fiamma che pareva immortalata in una fotografia.
Lasciai i gatti liberi di circolare attraverso le praterie buie del nostro mondo segreto, mi armai di un grosso coltello e squarciai numerosi pacchi di mangime che lasciai in giro negli angoli più disparati. Rimboccai di acqua decine di ciotole e stoviglie e le misi bene in vista.
Nonostante la rinnovata libertà, Vanga, cieca come una talpa e Apollo, il mio terapeuta di fiducia, rimasero con me, mentre alla luce di una torcia elettrica scrissi la mia lettera di commiato dal mondo.

Mi chiamo Nadia, ho ventotto anni e sono nata in un piccolo paese di periferia.
Ho avuto una vita felice, nonostante il mondo abbia fatto del suo meglio per impedirmelo.
I miei genitori erano delle brave persone, tutte d’un pezzo, timorose di Dio e convinte che la bontà d’animo fosse un assegno circolare da incassare alla bisogna. Mi hanno insegnato a essere contenta di quello che si ha, ed io lo sono stata. Ho vissuto molto di più della buona parte delle persone di questo mondo e ho messo in pratica quello che avevo imparato da loro.
Avevo fidanzato, Michelangelo, del quale non ho foto nel portafoglio o lettere scritte con l’inchiostro profumato. Se volete vedere chi fosse, quanto era bello e di quali proprietà miracolose era capace il suo sorriso, nella memoria del mio cellulare, che lascio in vista ai miei piedi, troverete un bel po’ di ritratti…oops, se vorrete riservarmi la cortesia di non guardare le ultime cartelle ve ne sarei grata. Lì compare nudo, un nudo artistico beninteso, ma pur sempre nudo!
Ho una laurea in biologia che mi ha spalancato le porte del lavoro, facendomi assumere in questo supermercato come inserviente prima e magazziniere poi.
Vi prego, non ridete. Questi sono i tempi in cui ho vissuto.

Una scarica di tosse mi prese alla sprovvista. Assieme a una certa secchezza delle fauci mi mise nelle condizioni di dovere sospendere la scrittura per un po’. Morsica, intanto, si era accovacciata sui miei piedi e aveva incominciato un’attenta manutenzione e pulizia degli artigli posteriori.

A giudicare dalle trecentoundici scatole di dentifricio che ho allineato per tenere aggiornato un calendario, e dai giorni che sono passati dopo che ho smesso di farlo a causa della rassegnazione, deve essere passato quasi un anno da quando sono rimasta intrappolata qui sotto.
Fuori è estate! Fortunati quelli che la potranno godere!
Sono sicura che, da qualche parte, le bombe non sono arrivate, le correnti hanno tenuto lontano i veleni e il vento ha soffiato contro l’inverno nucleare. Da qualche parte ci deve essere gente che gioca a palla, che si rincorre nei campi, che nuota nel mare, prende il sole e si disseta ad una fonte di acqua pura.
Vi prego, quando troverete il mio corpo, sarebbe bello se poteste portarlo fino a là.
Come sono sopravvissuta non lo spiego, e nemmeno come hanno fatto i mie amici gatti, Vanga, Morsica, Apollo e Rocky. Troppo facile capirlo dalle numerose confezioni di cibo che abbiamo consumato in tutto questo tempo e da tutte quelle bottiglie rimaste vuote.
Nb: il vino l’ho bevuto solo nei momenti di maggiore sconforto, non mi giudicate male e non vogliate attribuirmi vizi sconsiderati.
Ma adesso sta incominciando a mancare l’aria e noi esseri viventi siamo fatti così, non riusciamo proprio a farne a meno.
Peccato, perché c’era ancora da mangiare per anni interi, magari non formalizzandosi con le date di scadenza, ma si poteva vivere ancora a lungo.
Senza i miei gatti non ce l’avrei fatta nemmeno ad arrivare fino ad oggi.
La pazzia l’avrebbe avuta vinta prima del tempo e la salute si sarebbe deteriorata assai in fretta. Oggi non ho il coraggio di guardare allo specchio il grigiore della mia faccia, temo di avere un paio di denti guasti e sento che il mio intestino si è impigrito in maniera preoccupante. Ma potere parlare col loro ogni giorno, raccontare a puntate la storia della mia vita, addormentarsi con il calore dei loro corpi addosso, è stato impagabile.
Li vedrete come sono grandi e robusti. Spiccano salti come canguri, corrono alla pari di un uragano e sfoggiano il vigore e la forza della gioventù. Ah, Vanga, la micia con il pelo con della macchie sparse in color ruggine, è cieca. Non la sopprimete per l’amor di Dio. E’ sveglia, indipendente e sarebbe in grado di portare a spasso un cane per non vedenti. È la migliore, ed è l’unica che quel giorno ha visto brillare il gran sole.
Gli altri sono semplicemente dei tesori, chi specializzato in medicina, chi compagna di dormite, chi tenero attira coccole. Sappiate che nessuno dei quattro si è mai lamentato, almeno fino a ora.
Lo so che il suicidio è peccato.
Credo tuttavia che, dopo la guerra, dopo che tutta questa gente ha fatto partire i missili senza porsi troppi scrupoli, l’inferno abbia il tutto esaurito per un bel po’. Quindi Dio mi perdonerà. Mi perdoneranno anche i pelosi, che rimarranno a lungo senza la mia compagnia.
A quel punto piansi.

Una lacrima andò a sciogliere l’inchiostro fresco dalle parti della parola guerra, la cancellò, praticamente. La cosa non mi dispiacque, e la volli interpretare come un segno di Dio, che aveva capito e già perdonato il gesto che stavo per compiere.
Ero diventata religiosa lì sotto. Del resto la fede era una delle strade per non imbruttirsi, cadere nella follia o ammalarsi prima del tempo.
Guardai il cappio che avevo appeso ad uno scaffale in alto.
Beffardamente, lo sgabello che avevo sistemato sotto, lo avevo montato con le mie mani, chiave a brugola e un sorriso amaro che bruciava sulla faccia.
Salutai i miei amici con una carezza per uno e appresi che avevano capito.
In silenzio, seguirono i pochi passi che mi separavano dal patibolo.
La spiaggia era così piatta che il mare cominciava a prendersi sul serio solo dopo qualche centinaio di metri. L’acqua, fino a quel punto, era di un azzurro così tenue che a tratti su confondeva col bianco della sabbia. In lontananza una fila di atolli giocava a nascondino con le vele e le nuvole correvano la loro gara sullo sfondo blu acceso del cielo mattutino. L’unica nota per così dire stonata, era una palma incurvata in modo un po’ brusco, come se fosse venuta al mondo litigando con il vento. A guardare bene, anche la curva del golfo aveva un’armonia imperfetta, come se il più talentuoso dei disegnatori si fosse impegnato a inventarsi ellissi vertiginosi e raccordi troppo audaci. Più in là, dove la sabbia cominciava a cedere spazio alla terra dura, uno stagno verde come l’erba brillava sotto il sole, con dei bambini che si divertivano a corrergli intorno. Le grida e le risa che i giochi d’infanzia facevano scaturire da quelle giovani vite, arrivavano attenuate dalla brezza sottile che carezzava la pelle nuda.

L’uomo con la tuta anti radiazioni, la maschera e il tubo nero corrugato che si dipartiva dal viso verso uno zaino che portava sulla spalle, era a pochi passi da me. Devo dire che in costume da bagno faceva la sua figura, con due gambe ben tornite, il petto scolpito sotto una lieve peluria e quel collo taurino al quale mi ero abbracciata più di una volta.
Quando lo vidi arrivare avevo il cappio che girava intorno al collo. Sentivo la corda pungere e lo sgabello tremare incerto sotto i miei piedi.
Non gli diedi peso.
Assieme alle allucinazioni uditive, quelle visive avevano caratterizzato i miei ultimi giorni di permanenza nel magazzino, due piani sotto terra. In quel periodo la mia mente si era divertita a ingannarmi, a prendere in giro i miei sensi. Quindi cosa poteva valere l’ennesima allucinazione?
Prima di passare ai fatti mi ero lavata, pettinata e vestita con abiti nuovi. Andando in giro per il magazzino alla loro ricerca sentii le gambe indebolirsi e la vista annebbiarsi ancora di più. Il tentativo di svitare il tubo di scarico del generatore, nella speranza di attingere dall’esterno un po’ di aria, seppure sicuramente contaminata, fallì miseramente, con la mano insanguinata per lo sforzo, troppo grande e inutile contro la resistenza ostinata di quei bulloni ossidati.
Quindi con la mano sana accomodai il cappio e radunai il coraggio per farlo.
Ma la fiamma della candela che avevo lasciato sul pavimento, inizialmente fissa, di quella fissità della morte, aveva preso a ondeggiare, a destra e poi a sinistra e Rocky, per nulla spaventato da quella presenza, si era già portato ai suoi piedi per iniziare una giostra di festeggiamenti al nuovo arrivato. Gli altri tre impertinenti felini, il pubblico non pagante della mia prossima inesorabile fine, lo avvicinarono a loro volta e cominciarono ad annusarlo.
Quando sì levò la maschera mi resi conto che non era un fantasma.
«Squadra di soccorso 2R6T» disse, «agente 0308. Mi congratulo con lei, signorina, avevamo perso le speranze di trovare qualcuno ancora vivo…» consultò un apparecchio che teneva legato alla manica della tuta. «A giudicare da quello che vedo, in questo ambiente si viaggia a 100 millisievert ora, una soglia tollerabile per l’uomo.»
«E per gli animali?» Domandai con la voce rotta dall’emozione mentre mi sfilavo il cappio dal collo.
Lui sorrise «Abbiamo bravissimi medici e anche dei bravi veterinari. Adesso la prego, signorina, mi segua sull’elicottero. Sa com’è, fuori non respiriamo esattamente un’aria termale e non possiamo permetterci di stazionare troppo a lungo.»
«Loro vengono con noi!» Intimai sbattendo il piede sullo sgabello, e lo feci con la convinzione che avrei avuto se la mia vita non fosse mai cambiata, se ogni cosa mi fosse stata dovuta in forza di leggi, leggi che avrei fatto rispettare a ogni costo.

Eravamo qualche migliaia almeno su quell’isola nel centro dell’oceano.

Non si era instaurata alcuna dittatura, la gente sopravvissuta era calma, positiva e sorridente. Grata di essere ancora al mondo.
Nell’entroterra si coltivava il grano e le patate e il riso e la frutta. Non c’erano allevamenti intensivi e nessuno mangiava più del necessario. Avevamo acqua in abbondanza e vino buono, che ogni mese una grossa nave sbarcava al piccolo molo.
Tutti, nessuno escluso, ne avevano avuto abbastanza della guerra, dei lutti, della sofferenza e di tutto il male del mondo.
Vanga, Morsica, Rocky e Apollo, trattati come dei re perché avrebbero contribuito a ripopolare di gatti il pianeta, si erano abituati subito a mangiare pesce.

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venerdì 3 giugno 2022

La mia intervista a Radio Dora


La mia intervista a Radio Dora

con Alessia Taglianetti


https://www.radiofrejus.it/un-colpo-solo-roberto-capocristi-presenta-il-suo-ultimo-thriller-durante-il-drive-time-di-radio-dora/?fbclid=IwAR07zBKrypHJoV3FanxTrABE_H5RtNe6NjSv3CEw8SSHZrrk0CEVVeN0_oM








giovedì 7 aprile 2022

Un colpo solo


UN COLPO SOLO




Una città di provincia, troppo piccola per essere divertente, abbastanza
grande da permettere a un serial killer di colpire e di dileguarsi facilmente.
Tre omicidi all’inizio dell’autunno, sempre compiuti con il buio e sempre
secondo la solita, cinica modalità: un colpo di pistola sparato al cuore.
Il nuovo Commissario, una giovane donna che lotta per meritarsi il rispetto dei superiori e dei colleghi. Il senatore, un uomo scaltro, egoista e infedele, spesso lontano da casa per gli importanti incarichi che ricopre. Il malavitoso, che corrompe e investe nella costruzione di una tangenziale, là dove non potrebbe esserci. Il portavoce del malavitoso, un ragazzo giovane e attraente che compare nei momenti e nei posti meno prevedibili. Le guardie del corpo,
il procuratore senza spunti, la gente impaurita e la città che si chiude in sé stessa.
L’omicidio impunito di una giovane prostituta, avvenuto qualche anno prima, solo pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo Commissario.
Pochi indizi e nemmeno una prova.
Nessuno ha la minima idea di chi possa essere il killer, che potrebbe nascondersi
ovunque...

venerdì 4 febbraio 2022

Pezzetti

 



"Credo di avere la gamba rotta..." dice, sforzandosi di infilare le parole fra i rantoli mentre i bottoni della camicia volano via. Quella fame d'aria fa pensare che qualche costola abbia impattato con il telaio duro del volante, che i polmoni siano stati accarezzati con gli artigli. "Guarda, guarda cosa vedi!"

Ma io non voglio muovermi. Senza sporgermi, distinguo una montagnetta di carne che spinge sotto il tessuto dei jeans, proprio là dove non ci dovrebbe essere. A guardare meglio, i pantaloni del mio socio sono impregnati di sangue, e piscio. L'odore arriva al naso insieme a quell'insopportabile puzzo di ferro rovente e benzina e plastica bruciata. Il parabrezza, ridotto a una ragnatela, inquadra un azzurro senza confini e l'olio del motore cola nel vuoto: plop...plop...plop. 

Posso solo immaginare che un sasso sporgente si sia infilato fra la ruota posteriore e il parafango e che il nostro appuntamento con la morte sia rimandato solo grazie a lui. Ricordo che mi sono tenuto forte mentre il furgone scivolava sul pendio di erba e fiori e che nulla avrebbe rallentato la corsa verso il precipizio e invece, proprio mentre i frammenti della mia vita scorrevano in mente a velocità folle, la tonnellata di lamiera e gomma si è fermata di colpo.

Ricordo che il socio, come suo solito, non indossava le cinture. "Mi soffocano, mi fanno sentire come un bel cazzone dentro le mutande strette, capisci? Mi sembra di essere un pupazzo del crash test." diceva. È stato lì che gamba e costole sono partite.

"Senti, amico, sei messo male ma che importanza vuoi che abbia? Siamo agganciati a qualcosa che non dura e che ci prenderà in giro ancora per un po' prima di lasciarci andare."

La lacrima di dolore, cola fino a quando si mischia con il sangue uscito dal naso. Il respiro affannato lo risucchia e poi lo spinge fuori con grumi, bolle e rigurgiti da vulcano che finiscono per imbrattare la camicia senza bottoni. Quello che posso fare è augurarmi che gli avanzi una narice buona e passargli la cocaina che ho in tasca. È  chiusa in un involto di stagnola e doveva servire per non sentire il botto, per spegnere il fuoco che ti brucia dentro. Assieme a un paio di bicchieri di whisky buttati giù in un colpo, avrebbe anestetizzato le nostre anime.

"No, non ne voglio di quella merda!"

"Manderà il dolore a dormire e intanto vediamo se ci viene un'idea..."

Il solo pensiero di ribellarsi al nostro destino ha effetto sul baricentro e il furgone oscilla come un ubriaco sul marciapiede. Quello che vedo negli occhi del mio socio è un mix di terrore, rassegnazione e sofferenza. A scavare nel suo sguardo s'intravede il bisogno di pregare e la consapevolezza di non saperlo fare. Io mi risparmierei il fiato, evitando la vana ricerca di un posto in paradiso con i biglietti del bagarino ma lui, lui deve fare i conti con un cane cattivo che gli sbrana la tibia e con una mano pesante che preme sul petto.    

"Fatti una sniffata e vediamo di mettere insieme due teste che pensano."
Stringe i denti che pare di sentire i rumori della segheria e sporge la mano. "Dai...dai, mettine un po' qui...cazzo!" impreca, perché il movimento in avanti è piuttosto evidente e la carrozzeria pare stancarsi di morsicare quello spunzone che ci sta tenendo su. L'ammortizzatore scricchiola e il terreno si sfalda sotto il peso. A farci attenzione, si sentono rotolare nel vuoto le ruote davanti, e lentamente: gnick...gnick...gnick.

"Chi è stato a rubare questa merda di furgone?"

"Metti su la coca!" grida mentre sputacchia sangue sul parabrezza e agita pericolosamente la mano. Mi sforzo di improvvisare una striscia sul dorso ma mi riesce tutta storta e paurosamente carica. Senza discutere, porta la mano sotto il naso e tira su come uno di quegli aspirapolvere a gettone. 

"Cazzo, cazzo, cazzo! Ancora un po'. Ne voglio ancora e mi spuntano le ali!"

E non lo contraddico. Per prima cosa perché un paio d'ali a testa farebbero comodo e perché voglio evitare che il socio si metta a saltellare sul sedile. L'impegno è massimo e il risultato, chirurgico: cinque centimetri di felicità artificiale capaci di farti esplodere il cervello come un proiettile a punta cava. Il terrore m'invade, partendo dai testicoli, quando lui sbatte la nuca contro l'appoggiatesta e un rumore di barca in alto mare attraversa la scocca come un fulmine. Poi ancora l'azzurro oltre il vetro e quel senso di pace.

"Chi ha rubato il furgone? Vuoi davvero sapere chi ha rubato il furgone?"
"Forse...forse non è colpa sua. Chi è stato?"
"Ma chi vuoi che sia stato?"
"È stato lui, il Marcio?"
" E chi se no? Il Marcio, come tutte le altre volte, ha liberato un parcheggio senza che nessuno ci facesse caso e manco un cane si è preso la briga di controllare se il catorcio avesse i freni in ordine."
"Tu dici?"
"Sì, dico. Dico che ci hanno mandati in città a parcheggiare questa baracca con quattrocento chili di tritolo nel vano senza prima controllare i freni."

A fare certe cose non s'impara mai per davvero. C'è quella vocina dentro che ti rimprovera appena il tuo cervello fa un po' di silenzio e quel dolore che non fa mai pace con la pancia.  
E poi sono tutti dilettanti. 

Avevano le farfalle nello stomaco, prima, lavoravano, s'innamoravano e guardavano tramontare il sole, sicuri che il giorno dopo sarebbe stato migliore. Erano ragazzi, padri di famiglia e donne, ma con troppa guerra da digerire, troppe botte nelle ossa e troppe galere nei ricordi.  Nessuno li stava a sentire e allora, l'idea di buttare giù un palazzo gli era sembrata grandiosa.

"Finiremo nel burrone e moriremo. Quando arriveranno i soccorsi,  ci riconosceranno dai pezzetti, da quello che rimarrà." dice il socio, con le pupille dilatate come una padella.

Ho il magone piazzato in gola e sento il vento che accarezza le portiere e che presto, con l'arrivo del buio, si farà forte e allora niente potrà rimandare la fine. Ci sono certe situazioni che non hanno via d'uscita e noi, la nostra lotta e il nostro futuro, ci eravamo ficcati in fondo a un vicolo cieco. 

"Ci sono certe situazioni dove l'unica soluzione è sparire." mi dice mentre un barlume di saggezza l'attraversa come le acque placide di un grande fiume. "Ci sono certe situazioni, dove le cose sono tutte a posto, e se quelle cose sono un burrone e quattrocento chili di tritolo, sparire è facile. Ti va di sparire?" 

Potrei farlo. Potrei lasciarlo seduto con le sue ossa rotte, spalancare la portiera e buttarmi nel prato, aggrapparmi con le unghie nella terra e risalire il pendio fino alla strada. Darei uno sguardo ai segni delle gomme che la sterzata disperata ha impresso sull'asfalto e me ne andrei via. Ma il carico di tritolo esploderebbe e da lì a qualche minuto un elicottero sorvolerebbe la mia testa e dopo poco sarei nella stanza degli interrogatori, con una lampada piazzata negli occhi e lo sbirro cattivo pronto a infilarmi un sacchetto di nylon in testa.

Ho le idee confuse ma temo che il piano del mio socio preveda un botto molto vicino al suo sedere e un cucchiaino per raccogliere quello che rimarrebbe di lui. 

Ora la carrozzeria non cigola, piange: gne...gne...gne.

Sembra un neonato con la fame che gli morde lo stomaco, uno dei tanti che finiscono col morire. 
Conosco il posto e so che sotto il furgone c'è un salto di trecento metri e roccia e sassi grandi come camper e piante grasse piene di aculei che finirebbero il lavoro.

"Lasciami dei pezzetti." E quando lo dice, pare che la botta di cocaina sia stata messa in disparte da una volontà superiore. Ora il sangue cola sopra il mento e sul collo. Si è formato un laghetto nella concavità fra la scapola e la spalla e un livido color vinaccia si è esteso fino allo sterno e l'aria che sale dal precipizio s'infila nelle bocchette di aerazione e arriva fredda come un fantasma. 

Insiste. Ha visto spegnersi la luce nei miei occhi e un sudario grigio è calato sul viso. Adesso sono un libro aperto. "Lasciami dei pezzetti."
Perché io posso sparire, aprire la porta e saltare fuori e lo so, il mio movimento sarebbe sufficiente ad alterare il labile equilibrio che tiene su il furgone ma l'ho già detto, sarebbe una libertà breve, inutile.

"Salterà in aria tutto e lo sai che ti cercheranno vivo se non troveranno almeno un tuo pezzetto. Se invece troveranno qualcosa di te, non ti cercheranno e tu avrai tutto il tempo di nasconderti, fino a quando il mondo si sarà dimenticato della tua faccia, e di sparire. Quale migliore occasione per rifarsi una vita, per filare via da questa merda: SPARIRE."
Gioco con i miei capelli. Li ho lasciati crescere insieme alla barba ma so che non basterà tagliarne qualche ciocca. Ne troveranno alcuni, qua e là e tutti bruciacchiati ma non ci cascheranno. Il mio socio sfila il coltello dalla tasca e la lama schizza fuori con uno scatto repentino. 

" Almeno un dito e un pezzetto di carne." 
"Che...che cosa?"

"Scegli tu." e nelle mie orecchie si materializza quel rumore che non avrei mai voluto sentire: zac...zac...zac. 

Sparire è l'occasione più grande ma questa volta, i tagli, sono tutt'altro che metaforici. Vorrei che tutti lo potessero fare: scegliere qualcosa a cui si può rinunciare e poi volatilizzarsi, ma la vita non è così magnanima e qualche volta ti accende i riflettori addosso quando tu non vorresti nemmeno esistere, ti cerca nei cantucci e ti stana come il gas nelle buche. Tiro su una botta di coca che vale un'anestesia e poi taglio.

È pelle, è carne, è una luce accecante che si materializza nella testa, è una salita di serpenti velenosi che si attorcigliano e affondano i denti.  È un coro di mille demoni. Sono ossa. Sono pezzetti che devo lasciare in pasto al tritolo. Alla fine, sembreranno bistecche dimenticate sulla griglia ma inganneranno gli investigatori.

Morto. Fatto a pezzetti dall'esplosivo che lui stesso avrebbe dovuto piazzare sotto un grosso palazzo. Giustizia è fatta.

Mi butterò di fuori, correrò fino al bosco e a metà del tragittò sentirò esplodere il furgone, e mille pezzetti di carrozzeria, e del mio socio e miei, precipiteranno dappertutto, per la terra, per le formiche, per i laboratori della polizia. Tanti piccoli sacchetti come quando si esce dalla macelleria.  E finirò di piangere e di sanguinare, con calma, sotto il primo cespuglio che incontrerà la mia fuga.

In fondo, qualsiasi cosa si decida di fare, si lasciano indietro tanti pezzetti.

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lunedì 17 gennaio 2022

Mara la mora

 






Il parabrezza appannato trasforma la luce gialla del lampione in un alone circolare, che degrada in luminescenza malaticcia verso i margini. Anche i finestrini laterali sono coperti di condensa e anzi, quello dalla parte del passeggero è decorato da un paio di rivoli paralleli e densi che scivolano verso la guarnizione fino a radunarsi in grosse gocce. Sembra piangere. 
Mara profuma di stick per le ascelle, di quelli che si fanno sentire solo dopo la fatica. Si lascia scivolare sul sedile, appoggia la pianta del piede contro il vetro e ammira il risultato. È un'impronta piccola e delicata che sotto il tallone dirama una teoria di colature che ricorda una ragnatela. Marcello detesta l'idea che il parabrezza della sua Golf nuova sia trattato senza rispetto ma lo spettacolo della gamba nuda e abbronzata lo incoraggia. Qualche spruzzo di Vetril e un panno in microfibra saranno il rimedio. 
Per la ragazza col caschetto di capelli scuri, gli occhi azzurri che con il buio sfiorano il nero e le piccole tette sode con i capezzoli che puntano verso il cielo, pare che il rimedio proprio non esista.
È stata sotto di lui per un tempo breve, troppo,  pari alla canzone degli Hollies che ha suonato alla radio  alla durata dello spot partito a ruota. Millantava di un gommista così veloce che il cliente non avrebbe fatto in tempo a bere un caffè nel bar accanto all'officina prima che la foratura fosse riparata. Pochi secondi e per Mara, quel mezzo minuto di cantilena più la durata di un vecchio pezzo rock, non è  sufficiente per elevare a vera e propria scopata quel peso poco garbato e goffo che si è accompagnato per tutto il tempo con l'antipatico cigolio delle molle.
"Dai, portami a casa." dice lei, mentre litiga con la maglietta stretta che fatica a infilarsi per colpa della pelle sudata. Ha l'aria di chi vuole ingollarsi una camomilla e buttarsi nel letto.
Marcello, invece, vede l'esistenza come una partita di calcio, dove c'è sempre un secondo tempo, un ultimo minuto o un recupero per trovare rimedio. 
Mara ha un concetto dell'esistere del tutto diverso. Lo vede come un buco da riempire, e quelle volte che avanza un po' di spazio è solo tempo perso e non sono possibili rimonte, supplementari o calci di rigore. 
Marcello, come tutti i tifosi, ammette la sconfitta ma confida nella partita che verrà.
"Ci facciamo una birra da Tony?"
"Ci facciamo una tirata fino a casa mia. Poi ti vai a bere la tua birra da solo."
Marcello si ricorda di un gemito e di un mezzo grido finale apparentato con un colpo di tosse. L'istinto dice che non dovrebbe fare appello alle labili prove ma è un tifoso, di quelli che rimangono impalati sugli spalti ormai vuoti a rimuginare sulla sconfitta. "Non ti è piaciuto?"
Mara non risponde. Si sistema le mutandine sotto la minigonna e guarda a destra in direzione della statale. "A te è piaciuto?"
"Sì...no, oddio. Certo, non siamo stati comodi come in un letto ma tu sei..." le passa la mano sulla testa e sposta i capelli dietro all'orecchio.  "Sei così bella che mi fai perdere il controllo..."
"Non devi perdere il controllo. Vai dritto e imbocca le curve come Dio comanda." guarda l'orologio del suo cellulare. Mezzanotte è fra un po'. "Fra mezz'ora voglio essere a dormire."
"Parliamo ancora..."
"Ti prego, Marcello, mi viene sonno." dice trattenendo uno sbadiglio.
"Facciamo un altro round, allora." propone lui mentre un preservativo salta fuori come in un gioco di prestigio. "Ho pronto il cambio di gomme, veloce come nella pubblicità alla radio!" ride.
"Veloce come il tuo pisello sparalesto. Dai gas al motore e lasciamo questo parcheggio a chi ne farà un uso migliore."
Marcello deglutisce ma quel gusto di fiele rimane spalmato sotto la lingua. "Perché mi offendi?"
Mara cincischia con i comandi fino a quando trova il pulsante per abbassare il finestrino. Lo preme e il cristallo scompare nella portiera mentre l'aria tiepida della notte si mischia agli odori dell'abitacolo fino a spazzarli via. Lo sguardo che riserva a Marcello è sfuggente e indecifrabile come quello di un rapace. Sospira. "Ma chi ti conosce? Cosa abbiamo da dividere noi due? Dimenticati di me e ti giuro, io mi dimenticherò di te."
"Quindi non ti è piaciuto?"
"Mi porti a casa, sì o no?"
"Non credo sia giusto giudicare il libro dalla copertina..."
Mara gli piazza gli occhi addosso. Lui nota una smorfia di cemento che cancella il ricordo del sorriso che qualche ora prima aveva impreziosito quell'unico selfie insieme, e altera la bellezza delle labbra. Gli pare durare un secolo. "E tu vuoi chiamare libro un capitolo breve e insignificante?"
"No, bella, semplicemente non pensavo di essermi iscritto alle olimpiadi!"
"Be' no, ma di sicuro sei iscritto al Gran Premio di Formula uno, alla ventiquattrore di Le Mans se ti piace di più. Vedi di sgommare e portarmi a casa!"
"Sai cosa? Sei solo una stupida puttana!"
Lei non fa una piega. "Be', pagami allora."
"Ti ho pagato la cena, mi pare di ricordare."
"Non che quel ristorante fosse la meraviglia che dicevi."
"Solo che mi è costato duecento euro!"
"Scegli i locali come amministri il tuo attrezzo. Dovrai fartene una ragione, un giorno o l'altro."
"Sei...sei..."
E la rabbia affoga le idee in un mare mosso e profondo. 
A quell'ora la statale è praticamente in disuso: solo qualche motociclista che sfida la morte, qualche ubriaco che si prende la strada tutta per lui e qualche coppia di amanti con l'abitacolo ancora caldo. A nessuno di loro sta a cuore la disfatta di Marcello, che si e visto sbattere in faccia un cartellino rosso e di Mara, che dovrà darsi da fare per riempire quel vuoto che rimbomba come un grido in cattedrale. Nessuno ha notato l'auto ferma nell'angolo remoto del parcheggio e questo Marcello lo sa bene. Conosce il posto in cui vive, è sicuro del disinteresse della gente per il prossimo, del freddo distacco con il quale si partecipa alle vite degli altri e allora...
"Scendi!"
"Cosa?"
"Scendi e vattene a casa a piedi!"
Marcello vede. Capisce che la mano sul ginocchio si apre perché sta per trasformarsi in un ceffone ma non fa nulla per evitarlo. Per lui, Mara è ancora una brava ragazza, amorevole e paziente, capace di coltivare una passione fino a trasformarla nel più genuino degli amori, nel dispensare un sorriso caldo e morbido al punto di portarselo a letto per fare compagnia ai sogni.
E invece il ceffone arriva e insieme a lui un lampo, che si forma direttamente nel centro del cervello e poi si sgretola in una miriade di lamette che precipitano giù per il collo e tagliano qualunque cosa, fino al cuore. L'umiliazione brucia come quel famoso nocciolo chiuso dentro al sarcofago. 
Capisce solo la seconda metà della frase perché l'orecchio fischia come un treno in mezzo alla steppa.
"... e poi mi scarichi davanti alla porta e non ti fai più vedere nemmeno in cartolina, coglione!"
Quando riprende il controllo di sé, quando il cuore smette di tirare al punging ball, quando le due strade che crede di vedere si riuniscono nel solo, unico e reale nastro d'asfalto, lui sta viaggiando verso casa, mantenendo la velocità moderata e pestando con le ruote alla destra dell'auto la linea di bordo.
Prima di convincersene, guarda il sedile del passeggero per almeno tre volte. 
Finalmente è solo.

Un passo dopo l'altro ma le scarpe sono scomode. 
Dopo meno di cinquecento metri, Mara si arrende al gran mal di piedi e si siede sul guard rail che lentamente cede il suo calore alla notte, e scricchiola. Sono passate solo tre auto da quando Marcello l'ha spinta fuori e se ne è andato con la portiera ancora aperta, e nessuna di queste si è fermata. Troppe storie di belle ragazze che fanno l'autostop per conto di bande di rapinatori, troppe, stupide leggende metropolitane. 
La carica del cellulare è a tre quarti. Mara accavalla le gambe per catturare l'attenzione del più addormentato degli automobilisti, china la testa sul monitor e apre il selfie scattato nel pomeriggio. 
Marcello era passato a prenderla intorno alle sei e l'oleandro fiorito del giardino, nella luce ruffiana del sole basso, le era sembrato uno sfondo perfetto per immortalare il momento. Lui si era sforzato di fare apparire irresistibile il suo sorriso e aveva chiesto di allargare l'inquadratura per mettere in evidenza i pettorali che tiravano sotto la maglietta aderente. Anche la clavicola robusta saltava all'occhio e tutto faceva pensare a qualcosa di davvero potente. 
Il social si apre e ricorda che ci sono ottantasei notifiche da esaminare. Nulla di strano quando i follower sono più di centomila. Mara la mora, anche quando posta un'emerita stupidaggine, riceve like a carrettate e commenti a pioggia. Molti di questi sono inviti per uscire o proposte sconce. 
La foto del profilo, che la ritrae dentro un minuscolo costume da bagno in colore carioca, con la sabbia della spiaggia appiccicata alla pelle e l'elastico delle mutandine alle latitudini più basse, certo non invita a discutere di filosofia.
Il post non lascia spazio alle interpretazioni:
"Tempo perso. Tanta dinamite e pochi botti..."
Un secondo
Due secondi
Tre. 
La prima risposta è di Gigi Shock. "Tu metti l'esplosivo, io porto il detonatore." 💣😆
Madame Falco si accoda. "Stai forse dicendo che l'apparenza inganna?"
Mirko Mirk. "Ti mando una foto in pvt."
Lady Bondage. "Facci vedere che faccia ha questo...tempo perso." 😜
Private Raian. "Te lo strappo quel costume!" 😈😈.
Baby Boom. "Lo hai rimandato a piangere dalla mamma?" 😭
Ale XXX ia. "Attacca i manifesti sui pali della luce. Wanted..." 🤣😂

La quarta automobile, rallenta solo per capire se si tratta di una mignotta. Riprende la corsa in un tanfo asfissiante di diesel da rottamare.

Gengiv Kan. "Vieni a trovarmi che quando ho finito cammini storta per tre giorni." 😵‍💫.
Olivia Oli. "Ti sei fatta fregare, #Maralamora. Non ti ci facevo..."  👎
Lavori per Forzuti. "Facci conoscere quel treno a vapore, magari gli manca l'acqua da far bollire..." 💪💪

Mara indugia sul selfie. Marcello è così tronfio, abbronzato alla lampada e gonfiato come un pollo agli estrogeni che meriterebbe la gogna. Ride a voce alta senza rendersene conto, clicca sulla foto che si allarga e in pochi istanti il menù propone la condivisione. Sente il calore che monta da li sotto, una vera e propria eccitazione sessuale. Non si lascia Mara la Mora in mezzo a una strada e se lei ti rifila un ceffone vuole dire che te lo sei meritato. Devi solo chinare la testa e chiedere scusa. I commenti sono centinaia e i like crescono, e non importa se è ora di andare a letto perché il popolo del web non dorme mai.
Vuoi condividere?

Mara non ha sentito l'auto. Si è fermata proprio davanti a lei. 
Per la verità non sta affatto soffrendo a causa della lamiera affilata a contatto con le gambe nude. La sua dimensione, il passato, il presente e il futuro, è tutta racchiusa dentro quei pixel che le gettano sul viso una luce da obitorio. Il cicalino, che si ripete a ogni notifica, è la colonna sonora della sua personale sala da ballo, il ritmo della sua vita dove non c'è mai tempo da perdere.
"Tutto bene? Hai bisogno di un passaggio?"
È una donna sui cinquanta, bionda, di quel biondo slavato, quasi cinereo. È magra in modo patologico, come se il lavoro e gli anni l'avessero consumata. Ha i lineamenti del volto tirati e un paio di occhiaie grigiastre che nessun trucco tenta di nascondere. Porta una camicia bianca sbottonata sul collo e puzza di ospedale. Non passa dalla parrucchiera da almeno un mese, questo è certo. Mara, incredula, rimanda la condivisione della foto con Marcello e chiede:
"Davvero mi dai un passaggio?"
"Sarei dell'avviso di non lasciare giovani ragazze sole per la strada, e di notte, poi. Sali."
Mara non se lo fa ripetere due volte e prima di mettersi a sedere deve aspettare che la donna trasferisca sui sedili posteriori una pesante borsa di cuoio.
"Io sono Mara. Tu sei un medico?"
"Sì, guardia notturna e stanotte stanno tutti male. Sono anni che percorro questa strada, avanti e indietro, e sempre con il buio."
Mara si compiace di avere indovinato. "Non ti invidio."
Pensa al malato terminale che ha visitato solo dieci minuti prima: una maschera di cartapesta che odora di fiori appassiti e con il cuore debole come una radio rotta. In effetti non c'è proprio nulla da invidiare. 
"Vediamoci il lato positivo. Mi sono fatta amica ogni curva, conosco tutti i tratti pericolosi e so, prima degli altri, quando devo evitare una buca." ride.
"Hai ragione, questa statale è veramente una trappola!" dice Mara e pare che la fossetta che si accompagna al sorriso si inneschi a comando.
"Dove ti porto?"
"Tu rientri all'ospedale?"
"Sì." riunisce le mani giunte e simulare il cuscino. "E spero di riuscire a dormire qualche minuto."
L'espressione del viso è di quelle di circostanza. Mara non riesce a essere sincera se non guarda dentro una fotocamera. "Perfetto, allora. Abito proprio da quelle parti."
L'auto riguadagna la strada. 
È una vecchia Panda bianca sfiancata dai chilometri. Il sedile al posto di guida è sfondato, il volante corroso dal sudore e il motore è fastidioso. Sprigiona un gran baccano mentre la lancetta del tachimetro fatica ad alzarsi. A dirla tutta, puzza anche di ferro bruciato. 
Si vede la dottoressa che fatica per mantenere la traiettoria: i tendini delle braccia affiorano sotto la pelle e lo sguardo è concentrato sulla strada. Mara si chiede se la signora taccia perché di indole silenziosa o perché deve domare una specie di bastimento con i timoni ciucchi.
"Be', comunque grazie."
Lo sguardo è fugace. Dopotutto c'è la Panda da tenere a bada. "Piuttosto, per quale motivo eri sola in mezzo al nulla?"
Mara ritorna sul social. I commenti al suo nuovo post sono oltre cento e i like almeno il doppio. La sua soddisfazione affiora da un ghigno che pare attaccato a colla di pesce. Risponde distrattamente mentre scrolla lo schermo. 
"Il tipo con cui stavo mi ha sbattuta fuori dalla macchina."
"Che carogna! E...tu cosa hai fatto per meritarti un trattamento simile?"
Mara alza le spalle. "Non è stato capace di scoparmi in un modo decente, ecco,  e io glielo detto."
La curva a destra è impegnativa e un rumore da cuscinetti a sfera ormai quadrati si aggiunge alla tensione. "I maschietti hanno un orgoglio, però, e vanno sempre per così dire, maneggiati con cura." sul rettilineo, la dottoressa esamina ancora una volta Mara con una rapida occhiata. "Non ti ha mica picchiata, vero?"
Nel frattempo hanno commentato altri trenta utenti e quasi tutti vogliono vedere in faccia lo sfigato. Par de balle spicca su tutti:
"Se mi presenti Mr. Speed posso consigliargli un maestro di Tantra Yoga. Ma a quanto ho capito gli servirebbe di più un miracolo." 😭
Mara pensa sia magnifico. A contarli in fretta i nuovi follower sono più di trenta, e tutto per una pessima scopata. La dottoressa sembra spazientita.
"Non mi vuoi rispondere?"
Scuote la testa. "Cosa, scusa?"
"Ti ho chiesto se ti ha alzato le mani..."
"Ma chi, quello sfigato? No, tranquilla, sono stata io a menarlo."
Passano su un vecchio ponte dove la carreggiata si stringe. Ogni volta, la dottoressa si domanda quanti automobilisti siano capaci di interpretare quel cartello di precedenza con la freccia rossa che fa coppia con quella bianca capovolta.
"L'hai picchiato?"
Mara finisce di digitare un commento e poi risponde. "Ma quello non è nulla."
"Usare violenza è sempre sbagliato. Lasciare una ragazza sola nel bel mezzo della notte, lo è altrettanto. Al diavolo l'orgoglio! Parlatevi e fate pace."
Mara ruota il cellulare verso la dottoressa. Non bisogna essere esperti per capire che è in linea con un social molto frequentato, e non solo da brave persone. "Quale pace. L'ho sputtanato e fra poco ci sbatto pure la sua faccia."
"Ti fermeranno!"
"Probabile ma non prima di domani mattina."
"Lo faranno perché qualcuno segnalerà il tuo post."
Mara scrolla la pagina mentre un concerto di cicalini le confermano che la discussione che ha lanciato è andata in orbita. Guarda la dottoressa mostrando commiserazione. "Mi adorano tutti qui sopra, pendono dai miei polpastrelli. Nessuno mi segnala un cazzo di niente. Lo vuoi vedere anche tu?"
C'è un semaforo, uno dei pochi che rimangono accesi anche la notte. L'occasione è buona per riposare le braccia, maledire quel volante senza servosterzo e senza grasso negli ingranaggi e provare a fare ragionare la ragazza. "Dai, fammi vedere che faccia ha questo pessimo amante ma te lo dico subito: non metterlo troppo in imbarazzo perché a un certo punto potresti pentirtene..."
Il ghigno ha qualcosa che lo fa andare di traverso. "No, non me ne pentirò mai ma guarda, guarda anche tu che bel faccino..."
E l'occhiata alla foto è rapida, perché il semaforo nel frattempo è diventato verde e il cercapersone non concede tregua. Da qualche parte ci deve essere qualcuno che non dorme come avrebbe sperato.
La Panda riparte faticando.
"Non lo fare!"
"E perché non dovrei?"
"Perché non ti devi approfittare del tuo successo sul social. Come si dice, del fatto che sei un'influencer?"
Mara vuole guadagnare tempo. Non le va di farsi buttare fuori dall'auto per la seconda volta. Vede la dottoressa impegnata alla guida ancora più di prima. La carreggiata, delimitata qua e là dai vecchi guard rail in lamiera, è diminuita in larghezza e in quel tratto di strada è ancora più buio. "Ma non posso deludere i miei follower, capisci? È un attimo passare dalla gloria all'anonimato."
"Non lo devi fare!"
"Ma certo che lo faccio! Condivido il mio selfie con lo sfigato e domani ne metto giù uno pieno di complimenti per te, dottoressa. Mi ringrazierai per questo perché la cosa potrebbe farti avere una promozione, lo sai?"
La dottoressa è nervosa. Spinge sull'acceleratore e questa volta pare che l'auto prenda velocità Mara nota le mani strette sul volante e i cambi rapidi e precisi. In quinta si sfiorano i cento.
"E invece devi imparare a portare rispetto per il prossimo!"
Mara ricarica la foto: lei, lui e gli oleandri in fiore. Solleva il cellulare e sfiora il tasto di condivisione. "Quanti follower hai tu, dottoressa?"
Sono meno di sessanta e non si ricorda quando è stata l'ultima volta che ha eseguito l'accesso. "Lascia stare in pace quel ragazzo! È stata una serata storta per tutti due e vi conviene dimenticare..."
Gli occhi brillano di cattiveria e le fossette, quelle che ipnotizzano un po' tutti, sono sparite. Una fila di denti dritti e bianchi si nota dietro alle labbra appena schiuse.
Sembra una Jena.
Mara urla. Sbraita a bocca aperta, sputacchia e a essere onesti ha pure l'alito che sa di vino. "Invece lo faccio e chi cazzo sei tu per impedirmelo!"
La dottoressa si rasserena. Deve avere capito.
Lei non è nulla, dopotutto. Deve solo obbedire a uno stupido cercapersone e farsi piacere la sua lurida esistenza.
Rallenta.
Le ruote alla destra calpestano la riga bianca. Il volante sembra meno ostile del solito e la schiena stanca, finalmente, si adagia sul sedile.
"Guarda avanti, Mara..."
"Ma che cazzo dici?"
"Avanti, devi guardare avanti!"
E Mara lo fa.
Non riesce a condividere la fotografia perché di fronte a lei, a forse cinquanta metri, comincia un nuovo guard rail ma questo è davvero speciale. Non ha la protezione ricurva per impedire che si comporti come la lama di un coltello e i metri, adesso, sono solo dieci.
Il cellulare cade sul tappetino e mentre le gomme lise si mangiano l'erba, il grido esce con la forza di un milione di voci terrorizzate e gli occhi potrebbero schizzare fuori dalle orbite e non è elegante da dire ma ha ancora il tempo di svuotare l'intestino. 
La lama frantuma la mascherina, s'incunea nel telaio, penetra il vecchio motore come il coltello caldo nel burro, lacera la lamiera del cofano, attraversa il cruscotto con la violenza di una spada e trancia insieme il sedile del passeggero, e il passeggero. In un inferno di rumore, fumo, scintille e puzza di carne bruciata, il guard rail esce dal baule della Panda qualche decimo di secondo dopo ed è un peccato, perché passando distrugge la borsa medica che esplode con un rumore di vescica schiacciata.

La dottoressa, frastornata, scende dall'auto. 
I primi passi sono una sfida alla forza di gravità, le gambe tremano, la testa duole e lo stomaco vorrebbe dare il giro ma poi va meglio. Dal finestrino rotto assiste a quel disastro di sangue, ossa tritate, visceri e lamiere. Il contraccolpo ha fatto serrare le mascelle di Mara in modo così violento che i denti si sono sgretolati.
Delle fossette ipnotiche più nessuna traccia.
Recupera il cellulare dal tappetino. Funziona ancora e non è nemmeno sporco di sangue. Lo mette in tasca, si ravviva i capelli color cenere con qualche ricordo di biondo e con il suo telefona all'ospedale.
"Ho avuto un incidente, un incidente terribile..."
"Oddio, sei ferita?"
L'odore del sangue è forte ma lei non ha nemmeno un graffio. "No ma avevo caricato un'autostoppista, una ragazza..."
"Non mi dirai che..."
"Sì, purtroppo..."
"Oh merda! Stai calma che ti mandiamo subito un'ambulanza."
"Grazie."
"È per colpa del maledetto sterzo?"
"E delle fottute gomme lisce. Fate in fretta che mi sento mancare..."

Ora l'abitacolo della Panda ricorda l'interno di un minipimer. 
Non sarà facile per i suoi colleghi ma lei aveva denunciato il malfunzionamento di quell'auto in numerose occasioni e cosa dire, l'omissione di soccorso è un reato grave e non si commette un reato grave, ancor più  grave se la ragazza è confusa, stanca è abbandonata di notte sul bordo di una strada.

È facile accedere allo smartphone. 
La M di Mara, che si delinea unendo i puntini, è piuttosto prevedibile.
Prima di cancellare il selfie, la dottoressa nasconde la faccia di lei con il pollice e con la punta dei polpastrelli carezza il volto di Marcello. Trova il tempo per qualche parola, sbrigativa e sussurrata perché in lontananza si sente l'ambulanza arrivare. 

"Marcello, amore, bambino mio. Nessuno può permettersi di offenderti e nemmeno di picchiarti e da ora in avanti, te ne prego, scegli con più attenzione le ragazze da invitare ."

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In copertina "Allo specchio" di Piera Vi