venerdì 13 aprile 2018

Alla ricerca dell'ispirazione









«Sì, evviva, potrei scrivere un libro sugli zombie! Saccheggerei migliaia di pagine di letteratura e cinema, tanto cinema. Pensa che il primo film sugli zombie risale addirittura al millenovecento... Aspetta che vado su Google e...»
«Ma risparmiati i polpastrelli! Saccheggeresti soltanto del materiale che altri hanno già saccheggiato. Non faresti che riproporre la solita minestra riscaldata.»
«Sicura?»
«Perbacco, certo che sono sicura!»
«Quindi gli zombie, no. »
«Che marciscano in pace.»
«E un poliziesco con l'ispettore, come lo vedi?»
«Intendi il solito ispettore che sta sulle palle al distretto intero, fuma senza ritegno, si attacca alla bottiglia come fosse la tetta di sua madre, ha moglie e figli che si rifiutano di vederlo e quando il caso si arena decide di fare giustizia da sé?»
«Un ispettore tipo quello, ma senza la tetta della madre. Potrebbe farmi scadere la cosa nell'incesto.»
«Lascia stare...»
«E perché?»
«Perché è un cliché, che piace per l'amor di Dio, ma è un cliché...»
«Patologo, allora! Un patologo forense che risolve i casi. Io peraltro conosco un patologo. Non dico che mi porterebbe in luna di miele all'obitorio, ma qualche dritta sulla professione sua e qualche particolare raccapricciante me lo darebbe. Magari lo invito a cena...»
«Ma ce ne sono a migliaia!»
«Di patologi che risolvono i casi?»
«E chi se no?» 
«Ma io gli incollo un vizio...»
«Dopo i libri di Bukowski non esiste più vizio che regga.»
«Un difetto di nascita, allora. Lo faccio dislessico!»
«Esiste già...»
«Un patologo dislessico?»
«Non proprio. È un ispettore, ma che differenza fa!»
«Posso dire una parolaccia?»
«No!»
«Merda!»
«L'hai detta!»
«Dopo l'ispettore dislessico ne avevo diritto. E se invece virassi sul serial killer?»
«Uhm, un po' sfruttato ma sempre interessante...»
«Lo faccio speciale...Ah, ecco, senti che idea. E' un serial killer che non sa di esserlo. Voglio dire, dissocia. Sostituisce la sua persona immaginandosi un energumeno che attraversa la provincia desolata con un vecchio furgone...»
«Già fatto...»
«Davvero?»
«Oh yes!»
«Un serial killer senza casa. Uno che si apparta nelle dimore altrui e...»
«Arrivi in ritardo, mio caro!»
«Che gira disarmato e che quando deve uccidere la sua vittima, improvvisa.»
«Già fatto.»
«E chi sarebbe sto genio?»
«Te lo direi ma non posso. E’ lo stesso autore di questo racconto e finirebbe con l’essere squalificato»
«Leggerò qualcosa di suo.»
«Dovresti, è bravo...»
«Un serial killer che uccide le vergini!»
«Oddio!»
«Gira mascherato!»
«Bleah!»
«È un religioso invasato.»
«Ma dai! Ti arrendi?»
«No, maledizione! Scriverò una storia con femmine fatali, malavitosi, vampiri e demoni che si rincorrono allegramente in mezzo ai grattacieli di una metropoli!»
«Dimenticavi i lupi mannari...»
«Non funzionerebbe, vero?»
«Magari sì, se fossimo nel 1948, un po' prima dell'avvento della televisione.»
«Macchine infernali, epidemie letali, colpi di stato interplanetari...Un organismo xenomorfo parassitoide extraterreste che da solo stermina l'equipaggio intero di un grosso cargo spaziale...»
«Ma a chi la vuoi darla a bere?»
«Non funziona?»
«Eh no, bello!»
«Fammi pensare. Dovrà venirmi un’idea, prima o poi...Ho trovato. Un'enorme biblioteca, piena di libri con su scritti i nomi di tutte le persone vissute e che vivono su questa terra...»
«E con le loro date di nascita e di morte, magari...»
«Eh, magari! Perché stai ridendo? Ah, ho capito, già fatto. Proviamo allora con la storia di un bambino che parla con i morti,  un cimitero indiano che riporta in vita le salme, una ragazza frustrata con poteri di telecinesi, un'epidemia dove son tutti morti ma quelli della base artica non sanno niente. Una storia con un cadavere conservato in un frigo, una spedizione in Amazzonia che scopre l'albero della vita al centro dell'ecosistema, una società dove si bruciano i libri, un albergo abbandonato fra le montagne, uno che ha un incidente in auto e viene curato da una strana infermiera...Dei giovanotti che si avventurano alla ricerca di un cadavere?»
«Dai, non ti lasciare andare. Devi stare tranquillo e vedrai, ti verrà un'idea. Adesso sei stressato e non caverai niente da quella testolina. Ora è tardi. Devo improvvisare qualcosa da mettere sotto i denti e poi esco. Ho il corso di yoga, sai?»
«E invece io sono triste...»
«Per questa cosa dell'ispirazione? Non ci pensare e vedrai che andrà meglio. Adesso non ti offendere, ma devo proprio andare...»

Quest'oggi la mia amica è stata cinica, più del solito. 
La lascio quando è ormai concentrata per individuare in fondo alla dispensa qualcosa che sia pronto in meno di dieci minuti, e in soli cinque giri di cucchiaio. 
Sul pianerottolo, con la porta ormai chiusa alle mie spalle, sprofondo nei suoni confusi di un paio di televisori, inconsapevoli messaggeri della medesima bugia. Scelgo di non prendere l'ascensore e affronto gli otto piani  calpestando dei gradini intonsi. Sembra che non siano invecchiati affatto, e che abbiano conservato in loro un po' dell'odore di quegli anni, quando le palazzine si sostituivano ai prati con la medesima velocità con cui la notte si alternava al giorno. Mi faccio un'idea di quali pietanze riscaldate siano state preferite per quella sera  e mi stupisco che l'inquilino del terzo piano stia intonando una canzone sul sottofondo odoroso di un soffritto. 
Fuori la solita strada, che sembra non avere ancora digerito il traffico del pomeriggio.
Una teoria di passanti sfida la morte, con la testa china e il volto appena rischiarato  dal riflesso opaco del marciapiede.
Un paio di ciclisti affronta il verde del semaforo con una tensione sotto pelle che si avverte a distanza. Lui, pedalata quadra e spalle curve, punta dritto al controviale dalla parte opposta. Lei lo segue, rannicchiata nervosa nella sua tutina grigia.
Il mendicante all'angolo non se ne è ancora andato e la barbona sotto il palo della luce sembra avere trovato compagnia.
L'uomo d'affari arriva minaccioso, mantenendo il centro esatto del marciapiede. Brandisce la ventiquattrore come un ariete e la segretaria lo segue con il fiato che le raschia in gola. È stanca e cammina combattendo con i rigori di una gonna troppo stretta. Ha le ginocchia a X  che convergono ineleganti verso il centro, un tacco alla pericolosa ricerca di un tombino in cui infilarsi e negli occhi la voglia di tornare a casa, e di farlo il prima possibile.
La mamma fa fatica a tenere a bada il bambino capriccioso. Cinque anni, forse sei, e una cascata di decibel da sfogare nelle orecchie degli sventurati intorno. La donna si scusa con un sorriso stentato, appoggiato sulla faccia come se fosse posticcio. 
L'ambulante con le caldarroste potrebbe confezionare ancora qualche sacchetto, ma è stato sistematicamente ignorato da tutti i passanti. Vado oltre, percependo netto lo spartiacque fra delusione e rabbia. La ragazza alle mie spalle, vent'anni portati male e una formula di chimica organica a rimbalzare confusa nel cervello, si ferma davanti alle caldarroste, indugia e se ne va senza averle comprate. 
Passo l'edicola con una mummia al suo interno, la vetrina di una cartoleria senza più fiducia in se stessa e la polverosa collezione di un antiquario.
Finalmente raggiungo le scale della metro e mi catapulto nell'inferno dell'ora di punta.
Il treno, in un frastuono, ha già bucato l'aria satura della stazione e mi accoglie dentro un'atmosfera di caldo irreale e puzza di freni.
Nel vagone un reggimento amorfo di esseri umani è attirato dallo schermo del cellulare. Ondeggia, sincronizzato ad ogni movimento, e talvolta sente il bisogno di un appiglio. Una selva di mani si proietta ovunque, alla ricerca del sostegno giusto. L'uomo con gli occhiali di tartaruga sbaglia mira e spettina i capelli color neve della vecchina con il cane in braccio. Lo scambio di scuse e convenevoli è condito da una nauseante amalgama di ipocrisia e buone maniere.
La ragazza dall'altra parte della carrozza  è metaforicamente nuda. 
È priva del telefono o di un compagno per conversare. Il finestrino sporco non riflette l'immagine del suo bel viso.
Ci guardiamo, attraverso i pochi metri che ci dividono e le mille storie di vita racchiuse nelle cerniere lampo. La immagino sotto un ombrellone di paglia, messo a dimora nella sabbia calda e bianca di una spiaggia tropicale, con la brezza leggera che anticipa il tramonto, il riflesso del sole sul bagnasciuga e una spianata di nuvole rosse sull’orizzonte. Per un attimo, percepisco un soffio che attraversa i suoi capelli neri. Accenna un sorriso, timido, disegnato con tratto leggero dietro al ricordo evaporato di un lucidalabbra. Sembriamo fatti l’uno per l’altra, ma non troviamo il coraggio di parlarci.
Quando arriva la mia fermata, troppo presto e all'improvviso, scendo con  due solide certezze.
La prima è che non vedrò mai più la ragazza della metro.
La seconda è che è arrivata l'ispirazione per un libro.


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sabato 10 marzo 2018

Gli scrittori. Vari tipi e quasi tutti con un pessimo carattere...








Non è una mia sensazione, le statistiche lo confermano: in Italia il numero di scrittori sta superando quello dei lettori e la cosa è motivo di turbolenze e di qualche antipatico disguido, un po' come quando le correnti calde e fredde si incontrano partorendo un tornado oppure, per non essere troppo condizionati dalla cultura yankee, ricorda quella situazione molto nostrana, con un solo pollaio e una moltitudine di galli ad aggirarsi fra le poche galline. 
Intendiamoci, scrivere è bello, richiede un certo impegno e ha sicuramente i suoi risvolti sulla buona salute e l'ottimismo generale. 
Ognuno ha la sua storia da raccontare, il suo target di lettori da raggiungere e l'ambizione di migliorare con il tempo come un Barolo delle Langhe. 
Perciò è positivo che la storia nel cassetto prenda la strada del cyberspazio e altrettanto bello che i pregiudizi sullo scrittore di best seller si disintegrino a fronte di certi, incredibili successi (non in questo paese, resti inteso) nati da opere edite da piccoli editori o totalmente "homemade", messe in commercio senza un editore tradizionale e diventate oggetto di contratti milionari a suon di classifiche di Amazon. Quindi sì, la pratica dell'autopubblicazione prende piede, i piccoli editori si moltiplicano, i concorsi letterari sono più affollati degli stadi alla domenica pomeriggio, le tipografie prosperano e le librerie sono invase da testi sempre nuovi. Capita anche che vi siano più presentazioni di libri di una volta e molti più eventi mondani imperniati sulla letteratura. 
Buono, non ho davvero nulla da eccepire. Il fenomeno è figlio dei nostri tempi, sintomo di libertà e stimolo economico nuovo. Insomma, io ci vedo molte cose positive, fatta salva la libertà di ognuno di rifiutare la proposta di un autore non referenziato o peggio, capace di convincere della propria povertà di talento e scarsezza di ispirazione nelle poche pagine di anteprima che normalmente gli shop on line concedono al potenziale acquirente. 
Ma questa è un'altra storia.
Il problema è l'autore, il suo brutto carattere che emerge assai spesso, qualche volta cagionato dalla frustrazione per le scarse vendite, qualche volta perché si ha un brutto carattere e basta, solo che prima lo sapevano in pochi.
Perché, se una volta si era fatta l'Italia ma si era mancato di fare gli italiani, adesso si è messo in piedi un pauroso apparato che prospera sugli scrittori, senza che questi siano mai stati formati. Insomma, dopo qualche anno di frequentazione assidua dei social, mi sono fatto un'idea degli archetipi che più ricorrenti nella sterminata galassia dei nuovi autori e ci voglio scherzare un po' su, sperando di non offendere nessuno.
Eccoli:


QUELLO/A DELLE RECENSIONI





Fra tutti è il più diffuso. 
Non gli importa nulla della maggior parte di granché di qualcosa, ha il collegamento con Amazon tenuto in bella vista nella barra dei preferiti e consulta il numero delle recensioni pertinenti il suo libro almeno sedici volte al giorno. Rifiuta l'evidenza che il vero lettore, di solito, non recensisce ma legge, giudica e molto spesso tende a tenere per sé il giudizio Quello delle recensioni, a ogni nuova recensione posta lo screenshot dello schermo, esasperando le dimensioni del ritaglio fino a sgranare l'immagine. Del fatto che la recensione potrebbe essere dello zio gli importa assai poco e ancora di meno che, a soli due giorni dall'uscita del suo lavoro, i pareri siano più di centosettantadue e tutti o quasi con quattro stelle tendenti alla quinta (non son sicuro che esista la quinta stella ma mi piaceva l'idea). Quello delle recensioni, quando è a livello patologico, compra pacchetti di opinioni e tende a lasciarsi tentare da quello sconto sull'offerta da duecentocinquanta, comprensiva della newsletter a casaccio e del cartonato dell'autore in scala naturale.


QUELLO/A CONTRO IL SISTEMA





È raro ma molto presente in tutte le disamine e polemiche sul mondo dell'editoria. 
Odia le grandi case editrici in quanto tali e le piccole case editrici in quanto tali. Sulle medie non si pronuncia, anche se, si intuisce, ha di loro un'opinione poco lusinghiera. Prova rabbia contro i distributori, la gran parte dei librai e tutti gli scrittori in self publishing. 
 Vorrebbe eliminare i salotti letterari, i concorsi, le presentazioni e le kermesse in materia di libri. Non legge gli autori mainstream in quanto troppo adeguati alle esigenze commerciali becere e rifugge dai piccoli autori, a suo dire incapaci di persuadere la Sperling & Kupfer di fare un best seller del loro romanzo. Ha un'opinione pessima del lettore medio, non si fida di una pubblicazione che non sia stata tradotta in almeno quattordici  lingue (delle quali la metà morte) e attinge, ma storcendo il naso, alla sola letteratura straniera, di solito in area sud-est asiatica, ex Unione Sovietica o balcanica.


QUELLO/A DELLE PRESENTAZIONI

Alla pari di quello contro il sistema non ha fiducia nella distribuzione (devo dire che su questo argomento mi trovo in accordo totale). Si arma di volontà di ferro, cartina geografica e tempo e gira l'Italia per piazzare il suo libro. Feste di paese, librerie, biblioteche, trattorie con degustazione, location suggestive prese in affitto, autogrill e il salotto buono della zia ricca. Qualunque posto si presti alla presentazione è la sua meta. Ecco, nei confronti di questo tipo di autore porto il massimo rispetto, perché infine ha un buon numero di vendite e perché privilegia il rapporto umano piuttosto che lo spam sul web e le inutili polemiche che ne conseguono.



QUELLO/A DELLA GRAMMATICA E DELL'ORTOGRAFIA




Non gli importa nulla della coerenza del racconto, della tenuta di strada della storia, della buona riuscita dei personaggi. Ritiene che l'originalità e la ricchezza dei contenuti di un romanzo non abbiano alcuna importanza, così come i dialoghi e l'articolazione intrigante della trama. Quello della grammatica e dell'ortografia, di solito, ha scritto un libro solo, molti anni prima, e odia qualunque scrittore al mondo sulla base di quell'unica preposizione articolata usata a sproposito a pagina 172, di un tempo verbale incoerente scappato di mano nel capitolo 11 e di quel maledetto congiuntivo,  sfuggito a tre diversi correttori di bozze e alla profia del liceo, che ha letto tutto il testo senza accorgersi dell'anomalia. 
Quello della grammatica e dell'ortografia recensisce ogni singolo libro in commercio e lo stronca sistematicamente, trovando quell'errore che sapeva di trovare.
Il suo libro, naturalmente, sarà il testo unico sulla buona scrittura, il riferimento universale delle regole ortografiche, la bibbia degli scrittori di ogni dove, l'incarnazione di Cechov in carta e pixel.


QUELLO/A DELLE CAPRE

È raro a sua volta, ma si fa sentire. 
Allestisce in casa l'altarino con la foto di Sgarbi e Umberto Eco e odia con tutta la forza chiunque scriva libri di narrativa. In verità no, ammette in qualche caso la narrativa, ma solo se dietro ci sono lunghe ricerche in polverose biblioteche, viaggi in paesi dimenticati, missioni speleologiche in misteriosi anfratti e prime stesure partorite dopo anni e anni di doloroso travaglio e un paio di ricoveri per stress. Quello delle capre si schifa della letteratura di genere, che aborrisce, considera degno del nome di libro un testo che abbia abbondantemente superato le centomila parole e, di solito, non intrattiene rapporti con i colleghi. Ha in comune con quello/a delle presentazioni la volontà di fare migliaia di presentazioni, ma solo in sedi prestigiose e permeate di storia. Non disdegna chiese sconsacrate, antichi manieri e circoli culturali, ma solo di un certo livello. 
Per lui, tutti gli altri, compresa buona parte dei suoi lettori (che già sa non comprenderanno la profondità delle sue elucubrazioni), sono solo e semplicemente delle capre.



QUELLO/A CHE LITIGA






Esiste e non è così raro. 
Figlio di un'italica propensione alla polemica e frustrato a sua volta per lo scarso successo editoriale, tende a disinteressarsi della promozione dei suoi libri e si concentra su quelli dei concorrenti. Divide con quello dell'ortografia e della grammatica la medesima ossessione per lo strafalcione ma i litigi (che alimenta a mezzo social) partono sistematicamente facendo riferimento più o meno esplicito a un certo collega scrittore, colpevole a suo dire di averlo superato in classifica (sempre la solita classifica di Amazon), facendo ricorso a mezzi poco leciti e peccando di imperdonabile ineleganza. Quello che litiga risponde alle obiezioni alla sua polemica invitando i suoi concorrenti a cercarsi un editore degno, un correttore di bozze all'altezza, un grafico capace. Quello che litiga, litiga. È del tutto inutile tentare di indirizzare la discussione su argomenti costruttivi. Quello che litiga ha punti di contatto con quello delle recensioni, che ti sbatte in faccia per dimostrare che lui ha successo, che raggiunge cuori e cervelli e fa vibrare le corde dell'anima, e tutto questo mentre il concorrente imbratta carta senza dignità.


QUELLO/A TROPPO FELICE


Esce il suo libro e il mondo cessa di ruotare. Tutto l'universo conosciuto ha un singulto e sembra che, per ripartire, abbia bisogno di una spinta.
È così felice che non si rende conto di avere mandato una newsletter a settecentomila persone e che i social stanno andando in overdrive a causa della ripetizioni compulsive dei suoi post promozionali. Si fa fotografare con il libro in dodici differenti pose e ringrazia. Ringrazia tutta la parentela, l'amore della sua vita, l'editore con l'intero staff e il corriere che ha consegnato le sue copie autore. È così felice che si prepara immediatamente un video promozionale del libro, un paio di interviste sul tubo e anche svariate foto nell'atto di firmare autografi a qualche salone dell'editoria. E' così felice che cita dei brani del suo romanzo a reti unificate e anzi, qualche volta ricorre a un attore/attrice per farli leggere da voce bene impostata.
Quello troppo felice, di solito, dopo una settimana scompare.

giovedì 8 marzo 2018

Freezer




FREEZER




E' il mio primo thriller.

Ha qualche anno di vita e nella sua prima edizione era piaciuto a tanta gente. 
Mi ero divertito come un bambino a scriverlo. Faceva notte, faceva giorno e per me non faceva alcuna differenza. Leggendolo si capisce. E' stato scritto di getto e pensato (qualcuno mi disse) sotto l'effetto di droghe pesanti. E invece no, si trattava di te' verde o al massimo di una birra fresca. La Lettere Animate Edizioni, che ringrazio, l'ha riscoperto insieme a Interno 1 e gli ha dato una bella rinfrescata, confezionando una copertina trash proprio come volevo io.
Freezer, una storia dove nulla è quello che sembra.



  • Editore: Lettere Animate Editore (15 gennaio 2018)
  • Venduto da: Amazon Media EU S.à r.l.


venerdì 2 marzo 2018

La sesta destinazione





...e pensò a suo padre, quando tornava dalla fabbrica con il licenziamento di qualcuno del personale sulla coscienza. La crisi mordeva le caviglie e lui lavorava ogni giorno di accetta con l’intenzione di tranciare sempre più rami della sua azienda e salvare il tronco. Era esausto e crollava sulla poltrona del salotto dopo avere abbandonato la sua valigia sul percorso. Prima ancora di sedersi si slacciava la cravatta e se ne liberava con disprezzo. Che si rivolgesse a lei, a sua madre o alla coppia di cani che lo osservavano con la testa storta e la lingua a penzoloni, diceva sempre la stessa cosa:

«Noi non siamo nulla. Nuotiamo nei nostri acquari e ci illudiamo di averne creato uno perfetto per noi, abbastanza grande da non annoiarci mai, da non andare mille volte al giorno a sbattere contro il vetro. Ma fuori, ad aggirarsi fra le vasche, c’è qualcuno che si diverte a versare qualche goccia di veleno e qualcun altro incaricato di farci mancare l’acqua. Io non so cosa stia davvero succedendo, ma noi non siamo nulla…»


La sesta destinazione - Bibliotheka Edizioni - 2018


giovedì 16 novembre 2017

mercoledì 2 agosto 2017

I mestieri nei romanzi thriller. Dizionario semiserio dalla A alla K







Non mi dite che non ve ne eravate accorti!
Il protagonista di una storia non può mica fare un mestiere qualunque! 
Da un secolo, anno più anno meno, i film sono frequentati sempre dalle medesime figure professionali e i libri di conseguenza, o viceversa. 
Quindi, per chi voglia mettersi a tirare giù la trama di un thriller o di un racconto dove il presupposto sia un po' di azione e qualche colpo di scena, stilerò un elenco in ordine alfabetico delle attività professionali consigliate per la stesura dei personaggi.


A - Agricoltore 

Il contadino si presta ad ogni situazione. 
Intanto perché vive fra gli animali, gli attrezzi pericolosi e certi silos nei quali conviene non cadere. Gli amici a quattro zampe si sa, tendono a impazzire, a contrarre morbi di provenienza aliena e a coalizzarsi contro l'uomo. Anche i trattori non scherzano, perché possono essere guidati addosso al cattivo, oppure andarci di loro iniziativa. Insomma, che il contadino sia in campagna a rifocillarsi con un panino e un fiasco di lambrusco, o che stia dedicando le sue attenzioni alla bella moglie, è sempre in pericolo, vuoi per quel buio che c'è fuori, vuoi perché, nel cuore del Nebraska, nessuno può sentirti urlare.

B - Barista

Si spalancano scenari.
E' incredibile come la vita di un umile barista, meglio se una coppia di umili baristi, possa trasformarsi nella base per strutturare un buon libro. Messi in simbiosi con un contesto di provincia profonda e un contorno di povertà che morde le ossa, i personaggi dietro al banco si prestano a dinamiche sorprendenti e a soluzioni inattese. Mi chiederete il perché di tutto questo entusiasmo e io vi rispondo sinceramente: sto facendo le marchette amici, perché ci ho scritto un romanzo e piace, per la miseria se piace!. Si intitola Chilometro 53, dove, a quanto pare, baristi e banditi sanno coesistere e dare vita a una storia davvero avvincente. Insomma, qualcuno capace di fare un buon caffè e di shakerare un Aperol Spritz come Dio comanda, non ha davvero nulla da temere di fronte ai sei colpi di una Quarantaquattro Magnum.   ;)

C - Cantante

Intanto non si sa bene quanto siano affidabili le sue frequentazioni, quale tipo di rivoltella tenga nel cassetto il suo agente e di quali droghe sia sistematicamente strafatto. Il cantante si sa, non è sempre di successo, frequenta locali poco raccomandabili e qualche volta va a suonare ai matrimoni della camorra. Quindi sì, si presta, vuoi perché attira le confidenze dei cattivi come il miele con le api, vuoi perché il suo partner è di solito insoddisfatto e vorrebbe vederlo/a dietro allo sportello di un ufficio postale. Il partner a sua volta, per quanto avulso dalla storia, ha tutti i requisiti per diventare un pericoloso assassino.





D - Dentista

Che sia il pazzo nazista de "Il maratoneta" o il sadico irresistibile della "Piccola bottega degli orrori", il dentista incarna la perfezione fra i personaggi per un thriller. Non fraintendiamo, potrebbe pure essere utilizzato come vittima o pacifico padre di famiglia tutto casa, ambulatorio e chiesa, ma il suo vero potenziale, una volta anestetizzato il paziente e con in mano una pinza per cavare i denti, è sicuramente quello di maniaco-assassino seriale-senza scrupoli-fuori di testa. Aggiungerei anche che il dentista, con studi di medicina e quella specializzazione tutta sua nel mettere inquietudine al paziente, conosce così bene i centri del dolore che potrebbe da solo reggere una storia, magari andando in giro con quella speciale valigetta carica di strumenti odontoiatrici ma mascherata come una rassicurante ventiquattrore. 

E - Entomologo

Nessuno lo può negare. L'entomologo, quel tipo in camice e occhiali spessi di tartaruga (bruttino se uomo, irresistibilmente sexy se donna) decisamente tendente al nerd e che vive chiuso in un seminterrato a studiare l'anatomia degli esapodi quando gli altri sono in giro a divertirsi, è il personaggio perfetto per dare al tuo romanzo le sembianze di un libro serio. Inserire nella storia parole con etimologia latina e descrizioni raccapriccianti di esoscheletri verdi, non serve a nulla ma ammettiamolo, la gente sbarella per quei particolari e sarebbe pronta a ringraziare l'autore per quella cascata di nozioni scientifiche che lo rendono edotto di termini nuovi e concetti affascinanti. Per esempio, quanti di voi sono a conoscenza del comportamento sociale delle formiche di fuoco?

F - Fotografo

Ammettiamolo, è dai tempi di Blow-Up di Antonioni che vorreste scrivere una storia con un fotografo come protagonista. Il fotografo è così, passano gli anni ma lui no, continua a chiudersi in camera oscura a sviluppare. Il suo studio, una cosa fatta di frodo in una mansarda all'ottavo piano senza ascensore, è frequentato da belle donne, amici impiccioni e padroni di casa alla ricerca dell'affitto perduto. Il fotografo di solito scatta un primo piano a una modella, a un decadente paesaggio autunnale, al passaggio di un'auto d'epoca ed eccolo lì, l'inquietante particolare di un delitto senza soluzione rimasto impresso senza volerlo sulla pellicola. Insomma, il fotografo è un cliché al quale difficilmente si potrà rinunciare.

G - Geometra...stavo scherzando
      Gallerista

Ma ve lo immaginate quante situazioni si possono sviluppare in una galleria d'arte? 
Vedo già i diritti cinematografici venduti a una major, Tom Hanks aggirarsi per il set e torbide scene di sesso e sangue, con schizzi copiosi di materia ematica che vanno a imbrattare le tele. Un thriller che si rispetti deve avere fra i suoi personaggi un gallerista. Una bella statuina, sia chiaro, un mucchio d'ossa a spasso per la storia e senza un'apparente ragione, ma ci vuole. E' indispensabile.






H - Hostess

Può essere il fondamentale ingranaggio di un complotto terroristico per fare precipitare su di un asilo l'aereo dove vola il presidente, oppure rappresentare l'ultima speranza dell'umanità di fronte a un nugolo di malintenzionati armati fino ai denti e disposti a dirottare il jet dalle parti dell'Africa subsahariana. 
Anche a terra l'hostess funziona piuttosto bene. C'è, non c'è, arriva o non arriva... Fidatevi, se ho scelto una hostess fra i protagonisti del mio libro Freezer, avevo le mie buone ragioni.


I - Insegnante

Specie se a livello universitario, l'insegnante funziona sempre a mille. 
Il cliché lo esige uomo, mezza età, piuttosto sportivo e con un pallino per hobby pericolosi, come l'archeologia, lo spiritismo e altre varie attività collegate a qualcosa di misterioso. Normalmente viene interpellato da belle donne in cerca di informazioni, da studentesse procaci e studenti con il piglio del leader. In tutti e tre i casi ottiene di fare innamorare i propri interlocutori. Da usare con parsimonia, considerate le diecimila applicazioni del format in campo letterario e cinematografico.

L - Lavapiatti

Voi non avete idea delle potenzialità del lavapiatti in campo letterario. Il solo fatto che usi fumarsi una sigaretta durante le pause di lavoro, e che lo faccia sul retro del ristorante in un vicolo maleodorante e pieno di gatti randagi, lo espone alle peggiori nefandezze della solita città marcia dentro, e infine lo costringe ad essere unico testimone di efferati delitti.

M - Mandriano

Non è proprio come il contadino. Lui tende a bivaccare all'aperto, a mangiare carne in scatola e a lavarsi i piedi con il wihsky. Non teme proiettili, esplosioni e cariche da parte di sterminate mandrie di bufali impazziti. Tuttavia rappresenta il perfetto equilibrio tra l'inguaribile romantico e il castigafemmine senza pietà.Ha denti bianchi come il sole anche se non se li lava mai e parla come uno scaricatore di porto. Nella versione femminile è più o meno uguale, con la differenza che parlerà ancor peggio di uno scaricatore di porto.





N - Neurochirurgo

Avete notato? Normalmente nei film è un luminare di fama mondiale che guadagna migliaia di dollari all'ora. Trapianta teste, dona la vista ai ciechi e la parola ai muti. Solo che non è mai al lavoro. Si divide fra le partite a golf con l'amico cardiologo, la passione per il basket/baseball/hockey prato e ghiaccio, e tradisce la moglie deliziosa con enne amanti, tutte procaci e sempre disponibili. 
Solo che non lavora mai. 
Lo trovi al circolo, mattino/pomeriggio/sera, con un drink in mano e le maniche della camicia arrotolate sulle braccia abbronzate e muscolose...e certo, perché lui va anche in palestra. Comunque sì, è perfetto come protagonista di un giallo dove poi alla fine scopri che è stato lui, perché non aveva un cazzo da fare...

O - Operaio

Succede sì, ma di solito muore per primo

P - Patologo

Non può mancare. Uno che rovista fra le budella come se stesse cercando le vongole negli spaghetti, non può mancare! E poi di solito è un personaggio immune alle disgrazie. Lui prende atto, allinea i cadaveri nella sala autoptica e si lascia andare a considerazioni sulla morte di una ragazzina come se stesse commentando la tovaglia a fiori della suocera. E non muore mai. Catastrofi, epidemie, guerre e rivoluzioni, il patologo è sempre lì, a dispensare saggezza. Di solito fuma come un turco e ostenta occhiaie enormi sullo sfondo di una pelle giallastra. Uomo o donna ha un cuore di pietra e ti sorprende sempre. Senza il patologo non esisterebbe il genere thriller. 

Q - Questore

E lì dipende. Normalmente veste giacche sdrucite e camicie macchiate di sugo. Non ha assistenti o amici: è una cosa che fa tutt'uno con le pareti della questura. Il lettore se lo immagina chiuso nel suo ufficio anche di notte, conservato in una specie di bara come fosse un vampiro. Nello standard americano, di solito, lo trovi al poligono a sparare con la 38 Special oppure  a lasciarsi corrompere dal gangster di turno.



R - Reporter

Ci sta un po' ovunque, meglio se inopportuno e dotato di scarso acume. Diciamolo, il suo destino è quello di non risolvere mai un caso, di essere sempre il subalterno di qualcun altro, di avere un direttore cattivo e corrotto e di finire ammazzato un po' prima della metà della storia. Eppure il reporter ci vuole, specie se si veleggia dalle parti del legal thriller, del noir o della storia di spionaggio. E poi diciamolo, i tempi del giornalismo d'inchiesta sono finiti da un bel po'.

S - Scrittore

E' un must.
Lo scrittore ha ispirato ottomila gialli e altrettanti film al cinema. Io stesso ho scritto una storia che ha come protagonista uno scrittore. Si intitola Interno 1 e devo dire che ha dato soddisfazioni a me e ai lettori. Con lo scrittore si sguazza, dove lo metti sta. La tentazione sarebbe di scrivere ogni libro con uno scrittore come protagonista. 
Sarebbe bello ma non si può. 
Sarebbe come pretendere che il gelato a due gusti abbia solo la parte bianca.


T - Taxista

A parte Uber può sopravvivere davvero a tutto: psicopatici notturni, manager arroganti, donne con le doglie e uomini d'affari in pauroso ritardo. Sopporta i bastardi di mezza città, quelli che invece della banconota tirano fuori la nove millimetri e quelli che amoreggiano sul sedile appena lavato. Insomma, il taxista è una miniera d'oro e sarebbe sempre bene ingaggiarne uno ai fini della storia, naturalmente a tassametro fermo... 





U - Ufologo

E lo so, poi però sei costretto ad infilare un disco volante da qualche parte. La cosa potrebbe funzionare se la tua storia di ispettori, puttane, camionisti e femmine fatali sta inevitabilmente virando alla noia, o se il tuo serial killer davvero somiglia troppo a quell'altro o a quell'altro ancora. 
L'ufologo ha il vantaggio che di solito è un omuncolo insignificante, privo di una sua vita sessuale e con quella cervicale cronica per il fatto che passa le notti a fissare il cielo. Qualora fosse una donna sarà invece una bomba sexy con mille risorse.

V - Virologo


Lo metti ovunque, fosse solo come fotografia su una rivista mentre il tuo personaggio sta facendo la fila dal dottore della mutua.

Z -  ....


Non è facile, sapete? 
Zincatore mi fa molto realismo francese e zootecnico mi ricorda uno che frequenta Linea Verde tutte le domeniche. Zoologo può funzionare in un romanzo di Rollins e Zoccolaio in una storia con ambientazione storica nei paesi del nord Europa.
Facciamo così, lasciamo perdere la lettera zeta e sostituiamola con la kappa....




K I L L E R 




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mercoledì 26 luglio 2017

Recensioni a pagamento e altre amenità.






...e c'è anche qualcuno che paga per avere recensioni on line.

È incredibile a dirsi, ma esistono pacchetti a pagamento per riempire di recensioni lo spazio discussioni di un prodotto, e se si tratta di un libro c'è gente che pare sia disposta a tutto, perfino di scegliersi uno pseudonimo femminile per assicurare al suo thriller un successo sicuro. Da quale base statistica abbia attinto, come abbia potuto convincersi del fatto che il lettore preferisca la scrittrice allo scrittore non è dato sapere, ma tant'è. 
Ma allora perché la Rowling si è fatta pubblicare con uno pseudonimo maschile?
Certo, se una macchina da soldi come la scrittrice di Harry Potter si sceglie uno pseudonimo è ben altra cosa. Non lo fa per menare il lettore per il naso ma per avere conferme, cercare un mercato nuovo, farsi giudicare da un pubblico ignaro del suo status. Se uno scrittore come King aveva sentito la necessità di farsi chiamare Richard Bachman, era perché forse scriveva troppo, sommergeva il suo editore di manoscritti, si metteva a serio rischio di inflazione. Insomma, ho parlato di gente che muove più soldi del calciomercato, mica bruscolini. 
Ma tutti quegli altri perché lo fanno? Mi viene difficile da capire e mi chiedo perché invece non provino semplicemente a portare rispetto al lettore. 
Dovrebbero  immaginarselo come una testa pensante, come una persona in carne e ossa e dotata di un sano senso critico e di una dignità tutta sua, quella che consente una scelta serena dei libri che intende portare a letto la sera. 
Dovrebbero  pensarlo lontano dai pregiudizi, capace di non legarsi a dei banali cliché, a non affezionarsi a delle abitudini. Magari dovrebbero immaginarselo più evoluto del cane di Pavlov o di quello zombie lento e claudicante che si abbatte con un colpo in mezzo agli occhi.
Uno pseudonimo come il mio, dietro al quale si nasconde una persona che ha scelto di non accavallare la professione con la passione, appare a questo punto come una cosa poco coraggiosa, priva di fantasia. Molto meglio comparire sulla propria pagina facebook con fotografie evidentemente false e volti di modelle o attrici di scarsa fama facilmente reperibili sul web, oppure adottare per sé e per i propri personaggi nomi americani, presi in prestito dalle peggiori idee dei peggiori film. Intendo quei nomi tronchi, quasi onomatopeici, quelli che qualche yankee rifila ai propri figli senza rendersi conto di averli chiamati come le esclamazioni dei fumetti. 
Qualcuno si è persuaso che conviene ambientare le sue storie fra i grattacieli dalle parti della Fifth Avenue, con taxi gialli che si fermano solo dinanzi ai ricchi, camerieri che pretendono mance che valgono un punto di PIL e ascensori privati che sbucano su attici sterminati e terrazzi con piscina.
Non sembriamo forse sufficientemente rimbambiti dal maggiore organo di propaganda del mondo che è Hollywood? È sicuro che il lettore vada in astinenza se il protagonista della storia non è nato nel Wisconsin, cresciuto nello Iowa e diventato ricco nel Massachusetts? E' proprio necessario che la vera faccia dell' autore sia irreperibile anche al più abile degli hacker e che il suo pseudonimo assuma un sesso diverso a seconda della convenienza?
Forse no, forse basterebbe scrivere bene, col cuore in mano e la mente lucida. 
Hemingway diceva, e io ne ho fatto motto: "non c'è niente di speciale nella scrittura, basta sedersi alla macchina da scrivere e mettersi a sanguinare". 
Non sarebbe male abbandonare le strategie pubblicitarie buone a vendere prodotti da supermercato e riconoscere alla promozione del proprio libro il rispetto e la serietà che si merita, e il tempo. 
Per vendere un libro occorre tempo, quello necessario affinché il passaparola si inneschi, i giornalisti abbiano modo di leggerlo e quella copia, ormai consumata, continui a passare da una casa a quell'altra. 
Le recensioni non si comprano. 
E' bene lasciare che scaturiscano dal cuore sincero di qualche vostro lettore, che avrà avuto modo, tempo e coraggio di mettersi a scrivere qualcosa per voi

sabato 10 giugno 2017

Chilometro 53


CHILOMETRO 53




La vita sceglie la musica, noi scegliamo come ballarla. 
John Galsworthy




Chilometro 53 è un vecchio bar di provincia, sperduto in mezzo alla campagna e un tempo al servizio di un distributore di carburante oggi abbandonato. Sopravvive nell’attesa dei soliti clienti e di qualche turista finito fuori strada. La cifra 53 indica l’esatta distanza del posto dal capoluogo.
Lo gestiscono Giovanna ed Edoardo, compagni di scuola diventati amanti. Insieme si leccano le ferite di due vite naufragate; lei in costante crisi economica e con alle spalle un matrimonio disastroso, lui ex attore di successo, senza più un ingaggio e legato alla flebile speranza di rimediarne uno.
Una sera, al momento della chiusura, un corriere della malavita si ferma al bar e muore, lasciando una misteriosa valigia che i due decidono di tenere. Sarà l’inizio di una caccia senza esclusione di colpi, con banditi armati fino ai denti, persone senza scrupoli, traditori e killer prezzolati. Il prezzo da pagare sarà alto e per sopravvivere non sarà sufficiente la volontà di farcela.




http://www.giovaneholden.it/index.php?option=com_hikashop&ctrl=product&task=show&cid=646&name=chilometro-53&Itemid=324&category_pathway=



giovedì 1 giugno 2017

Si scrive. Perché?






Si scrive, fra le altre cose, perché hai tanta roba dentro e devi fare spazio, perché i tuoi personaggi hanno un gran bisogno d'aria, perché ci sono mondi che tu hai visto, ma che gli altri non ci han fatto caso. 
Si scrive perché quella storia che hai intuito solo con la coda dell'occhio merita un seguito o perché sei seduto su un treno, e quello scorcio di paesaggio sporcato dal vetro del finestrino ti ha collegato insieme un paio di sinapsi piuttosto distanti fra loro. 
Si scrive perché tanto quella storia l'hanno già scritta tutti, ma secondo te non era così che la dovevano scrivere, perché il mondo è pieno di storie che aspettano solo qualcuno che le renda presentabili e perché, per una volta, vuoi essere tu a tirare i fili del destino. 
Si scrive perché vuoi cominciare da dove un altro avrebbe finito o perché vuoi finire dove un altro avrebbe cominciato.
Si scrive perché quella cosa non interessa a nessuno, e invece tu sei sceso di sotto e l'hai vista da vicino. Che sorpresa quel baccano, la polvere, le grida e quell'odore di sudore sano, come un nugolo di ragazzetti esagitati dietro ad un pallone.
Si scrive, secondo me, perché ci sono in giro un mucchio di persone interessanti che non sono esistite mai, come Madame Bovary, Capitano Achab o Terese Raquin. Passano gli anni e continui a sentire parlare di Renzo e Lucia, di José Arcadio Buendia o Dona Flor con i suoi due mariti. Ci deve essere una dimensione parallela dove questi sono diventati immortali, e nemmeno invecchiano più, non  oltre a quel tratto di penna dispettoso che gli aveva disegnato una ruga sulla fronte, un naso gigantesco o una gamba di legno. Chissà come se la passano il tenente Drogo, quel Montag o quel Jean Baptiste Grenouiolle?
Carol Gerber. Io, per esempio, vorrei conoscere Carol Gerber, ma anche Frannie Goldsmith o Beverly Marsh, se è per questo. Non sarebbe male se qualcuno dei miei personaggi potesse farmi avere notizie, che portasse loro un saluto.
Si scrive perché si ha invidia di quelli che si arricchiscono scrivendo. Certo, usano delle lingue diverse dalla nostra, che rimbalzano da un continente a quell'altro e che alla fine riescono a materializzarsi in immagini, fumetti e canzoni. 
Si scrive perché è impossibile farne a meno e perché, ogni volta che qualcuno comincia a leggere un tuo libro o attacca un tuo racconto, si riaccendono le luci su quei luoghi e su quei personaggi. Questi ultimi si svegliano, escono dall'animazione sospesa che li aveva costretti a dormire, si sgranchiscono e cominciano a ricomporre la storia che li riguarda.Ogni volta un po' diversi, si vestono dei panni che il lettore vede bene addosso a loro e cambiano un po' il volto, la statura ed il tono della voce, poi si girano intorno e non riconoscono più il posto, inondato da quel raggio di sole che quell'ultima volta non c'era o da quel venticello freddo che fa venire voglia di coprirsi. 
Ecco perché si scrive, perché il seme del mondo che hai sotterrato germoglierà ogni volta con una pianta leggermente diversa, ed il miracolo si compirà di nuovo.