giovedì 12 luglio 2018

Scrivere la musica...


...ma non sul pentagramma. 
E no, altrimenti sarebbe troppo facile!

Eppure, raccontare le canzoni nei libri, è una cosa che fanno in molti. 
Prendiamo Stephen King, per esempio. Sono ricorrenti le situazioni dove un juke boxe sta suonando sullo sfondo di una conversazione, dove un'auto passa attraverso il paese con i finestrini abbassati che fanno scappare un pezzo di rock'n roll, dove un passante a testa china lascia intuire quel brano di Fats Domino sgranocchiato dalle sue cuffie, dove una scopata memorabile è accompagnata dal dj di notte che imbrocca una hit dopo l'altra. Io, per esempio, ci avevo provato nel mio thriller Freezer, immaginandomi una cover band al lavoro nel fumo di una birreria, la solita Dirty Old Town che è presente in quasi tutti i miei romanzi...

Senza troppi convenevoli avevano scopato nel parcheggio, quella sera stessa, mentre all’interno una band massacrava un repertorio vintage che comprendeva pezzi di estrazione rock-pop e musica italiana. Lui aveva contato i brani, uno per uno: Dust my broom, versione degli ZZ Top, tre minuti e sette secondi, Proud Mary, Creedence Clearwater Revival, tre minuti e dieci, Let Spend the night togheter, Rolling Stones, tre e trentasette, Black Betty, Ram Jam, …cinque interminabili minuti e trenta. Stuck in the middle whith you, degli Stealers Wheel… Era arrivato fino all’assolo, e quello gli sembrava di averlo suonato con le sue mani. Aveva avuto una misura della sua prestazione sessuale mentre, sotto di lui, quella ragazza appena conosciuta disegnava ghirigori con l’unghia sul finestrino dell’auto, ormai completamente appannato. 





E i bar malfamati raccontati da John Lansdale? 
Prima che Hap & Leonard si mettano a menar le mani, c'è sempre modo di immaginarsi la chitarra di Robert Johnson che esegue un blues strascicato e triste dagli altoparlanti sgangherati di una vecchia radio.
Insomma, la musica nei libri funziona. Se il repertorio di gesti e comportamenti alla fine si esaurisce e diventa un po' ripetitivo (tamburellò le dita sul piano della scrivania - aggrottò le sopracciglia un po' preoccupato - ridusse gli occhi a due fessure - dipinse una smorfia agli angoli della bocca - sbuffò - si mise a giocherellare con il lobo di un orecchio, e via dicendo), piazzare una, per così dire, "suggestione musicale" nel bel mezzo di una scena, ha una rotondità tutta sua e la capacità di farsi ricordare.


«Dai Giò, dimmi la verità!»
«Solo se dopo ti farai tagliare barba e capelli.»
«Questo non succederà mai!»
Lei prese il telecomando sul comodino e accese la TV, che era sintonizzata su un canale musicale. In quel momento la Steve Miller Band aveva appena cominciato a suonare Rock’n me. 
«Mio padre…Era fatto così…»
«In che senso?» Domandò lui, che quasi si era pentito di avere sollevato la questione.
So keep on rock’n me baby, keep on a rock’n me baby…
«Nel senso che lui, le donne, le voleva dimesse, castigate e obbedienti alla parola del Signore…»

...e in quel momento, mentre scrivevo Chilometro 53, la canzone della Steve Miller Band suonava su You Tube e mi dava soddisfazione. L'idea che qualche lettore potesse non conoscere il pezzo, l'averlo incuriosito e ipotizzare che infine l'avesse cercato sul tubo, be', mi solleticava.
E se poi la cosa diventa un pretesto per dare qualche utile informazione:

Edo si mostrò pentito e tentò di cambiare discorso, proprio mentre in televisione partiva il video di Harlem shuffle dei Rolling Stones, con tanto di cartone animato introduttivo. Ancora una volta si rese conto che Keith Richard aveva messo sotto sopra il mondo del rock, semplicemente togliendo una corda alla chitarra  e scordandone un’altra.






Come dico, funziona! 
Gli odori possiamo descriverli ma la musica, quella no. E' incisa, si può scoprire e riscoprire. Secondo me due amanti che flirtano predispongono al buon umore e anzi, se dall'altra parte del parabrezza abbiamo un paesaggio provenzale, e i piedi sul cruscotto e la voglia di vivere che ci viene incontro, una bella canzone non può che rafforzare l'atmosfera. E così, nel mio secondo thriller , Interno 1, ho pensato di fare lavorare l'autoradio di serie sulla Mini Countryman:

Percorsero un lungo ponte attraverso il lago, illudendosi per un paio di minuti di essere a bordo di un aliscafo, poi si tuffarono su una strada veloce che assecondava sinuosa i saliscendi del terreno, al centro di un panorama di montagne brulle. Paul Stanley cantava Hold me touch me, un lento strappa mutande che raggiungeva la sua apoteosi con un assolo di chitarra manierato e leccato per bene. Luca sottolineò la perfezione del bending a metà esecuzione, erigendo il dito indice e descrivendo una virgoletta nell’aria.





Ricordo che al cinema, il primo regista ad abbinare una musica sdolcinata a immagini di violenza fu Lucio Fulci, artista nostrano troppo poco apprezzato e ispiratore dell'assai più famoso Quentin Tarantino (avete visto la scena della morte di Shosanna che si accompagna con la musica di Morricone? Se non l'aveste ancora fatto, vi consiglio caldamente di procurarvi "Bastardi senza gloria" e di vederlo al più presto). 

Che dire, secondo me fa la sua porca figura e ho adoperato l'espediente in qualche occasione, tipo nel mio thriller L'occhio del cervo, che uscirà prima della fine dell'anno:

Tentò di improvvisare una preghiera, attingendo al magro repertorio dei ricordi del catechismo, con quella suora antipatica che non mancava mai di rimproverare la sua esuberanza. Alla seconda frase mormorata fra le labbra chiuse, l’uomo la interruppe, accendendo una vecchia radio a pile con l’antenna spuntata. Era impolverata e doveva giacere su quello scaffale di legno da almeno vent’anni, in compagnia di una lunga fila di bottiglie di alcool. Erano ordinatamente allineate, con tutte quelle fiamme sullo sfondo arancione e la scritta 95° in mostra sulle etichette.
Dopo la breve introduzione di un Dj con la voce baritonale, i Faith no More cominciarono a cantare Epic. Per quanto l’altoparlante di quell’apparecchio potesse gracchiare, la struttura del riff emergeva con tutta la sua potenza e il rap scandiva le sue parole con decisione. 
L’uomo si inginocchiò di fronte a lei e si fermò a odorarne la paura. Mise il tappo del pennarello in bocca e lo strappò letteralmente con i denti. Dalla punta blu arrivò un sentore di solvente. 
«Ti piace Tolstoj, ragazza mia?»
L’aveva letto l’anno prima, attingendo alla ricca biblioteca di casa sua. La Sonata a Kreutzer, si intitolava, e l’aveva scelto perché era il meno voluminoso fra tutti.  «No…non lo so…non ricordo» tentò di interpretare un’emozione nel gelo di quegli occhi. «Mi piace. Sì, mi piace» piagnucolò.
«Bene, allora sulla tua bara scriverò un aforisma di Tolstoj…»

E così via.
Nel mio nuovo, appena uscito e ancora verginello, Una notte per non morire, mi piace l'idea di sentire suonare i led Zeppelin a tutto volume, con la Gibson Les Paul di Jimmy Page che ti trapana il cervello con il suo suono nasale e quel batterista, John Bonham,  che pesta come un fabbro. Godo a immaginare Robert Plant che si lamenta come una cagna in amore. E quella hammond. Ti insegue su per la strada e la senti che vorrebbe farti suo... Oh my god! Avrebbero detto loro...

Aveva da poco aggirato l’obelisco.
Il cinema monosala, appena passata la piazza grossa, prometteva di sbocciare al sabato sera prossimo venturo, con un horror adolescenziale girato in soggettiva. Il negozio di dischi non vendeva dischi e il libraio chiacchierava col titolare della concessionaria della telefonia mobile di certi problemi di salute legati all’eccesso di zuccheri nel sangue mentre, dalla radio del negozio di intimo in franchising,  i Led Zeppelin suonavano un blues: said i’ve been crying, yeah. Oh my tears they feel like a rain… Baby, since I’ve been loving you...
Avvertì la lieve salita della strada come fosse la parete nord del Kangchenjunga e quel peso nella tasca: una bomba termonucleare innescata e pronta a vaporizzarlo nell’aria. 
Doveva arrivare in cima, attraversare il borgo medioevale e ridiscendere verso la zona residenziale dopo avere percorso i portici della parte ottocentesca della città. A quel punto avrebbe provato un po’ di invidia per le numerose case con giardino, piscina e berlina di lusso abbandonata davanti al cancello. Per il momento un acciottolato incerto sotto i piedi e in senso contrario pedoni frettolosi. L’assolo di Jimmy Page, intanto, si confondeva in lontananza con l’oroscopo del giorno che usciva da una radio locale lasciata suonare al bar. Il segno del leone, oggi, avrebbe avuto a che fare con una persona meschina. Lui era della vergine: che fortuna, pensò.


Ecco, adesso ho veramente molti dubbi che un negozio di mutande in franchising possa preferire i Led Zeppelin a Young Signorino, ma a me piace così, al mio mondo piace così.






E poi c'è la musica classica: sempreverde, oserei dire eterna. 
Anche se non tutti lo sanno, la musica classica ha il vantaggio di non generare nessun onere in merito ai diritti d'autore, trattandosi quasi sempre di compositori trapassati molti anni prima.

Brindarono con del Louis Roeder del 2006, servito in calici di cristallo, mentre in sottofondo trio di musicisti eseguiva impeccabilmente l’opera 100 di Schubert.
La sindrome di Stendhal, che inevitabilmente colpiva Leonardo all’ascolto di quel capolavoro di purezza ed essenzialità, si impossessò nuovamente di lui.  Una giovane donna bionda, di una bellezza statuaria, attraversò l’ampio salone, proprio mentre il violinista faceva sfoggio del suo talento. Vestiva un abito di velluto nero, che le fasciava i fianchi e si intonava perfettamente con lo Steinway nero che eseguiva l’accompagnamento sotto le mani abili di un pianista in frac... 

Quindi sì, mi sento di dirlo, come musicista fallito e come instancabile collezionista di dischi: la musica nella narrativa non suonerà proprio come su un vinile collegato al migliore amplificatore valvolare del mondo, ma avrà l'indubbio merito di aiutarci a sognare.




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