venerdì 30 settembre 2016

Voglia di...iniziare




Iniziare a scrivere un libro o un racconto.
Qualche volta è un peso insostenibile, come quel  diesel che al mattino non vuole proprio partire, altre è motivo di svago. 
L'avere davanti tutta una storia, che poi magari viene abbandonata perché non si sviluppa come avresti voluto o perché semplicemente nel frattempo hai avuto un'idea che ti piace di più, è un'emozione bellissima. Ti sembra di iniziare un viaggio, un'avventura o di mettere le basi per un futuro nel quale credi. 
Insomma, iniziare è bello! Lo è talmente tanto che ho pensato di cominciare qualche storia e poi di lasciarla sospesa. 
Un inizio fine a se stesso, praticamente.

Poi ho deciso di ripescare qualche inizio di un po' di tempo fa (questo spiega quei capricci della formattazione che proprio non sono riuscito a domare). 
Tutte storie che sono state fermate al rosso di un semaforo che ho in testa. Così, in attesa che scatti quel verde che decido io.
Allora che aspettiamo? Io direi di iniziare...


(primo inizio)

IL VIAGGIO




Dopo quell’estate erano andati a vivere in Francia, per la precisione nella città di Brest.
Erano passati vent’anni da allora e nel frattempo i genitori erano scomparsi, tutti e due.
Martino era rimasto lì, a gestire un bistrot nel centro della città.
Niente di storico, solo palazzoni squadrati in cemento a testimoniare di un passato di guerra e di bombe, piovute da un cielo quasi sempre grigio.
Quel giorno non era diverso. Una tempesta di pioggia mista a salsedine aveva accolto l’arrivo di Alberto, insieme ad uno stormo di gabbiani festosi che assecondavano il vento e descrivevano nel cielo geometrie impossibili. Nei giardini una giostra di cavalli si era arresa al maltempo e i rari passanti avevano accettato l’inutilità dei loro ombrelli. Gli edifici bianchi, o di un grigio chiaro, tutti simili e tutti elevati ai canonici quattro piani fuori terra, delimitavano le vie, disposte secondo una severa pianta romana. Erano tutte orientate verso un mare sacrificato alle installazioni portuali o verso la foce del fiume, interamente posseduto dai natanti che si inoltravano sfacciati fra i palazzi.
Alberto vide uscire il vecchio amico dalla porta principale del bistrot.
Portava indosso una camicia grigia, che sembrava essere il tributo dovuto al municipio per avere dipinto di un rosso fuori ordinanza la facciata del suo locale. Lo aveva fatto contravvenendo alla regola cromatica che sottoponeva tutti i muri di quel quartiere ad un rigore intransigente.
Quando si videro si strinsero la mano con vigore e poi lasciarono che l’abbraccio coronasse l’emozione di un incontro, che in quegli anni aveva avuto davvero poche occasioni di replica.
Martino esibiva con fierezza una pelata messa a tacere da un rasoio impietoso e faceva sentire all’amico le sue braccia forti ed esercitate da anni passati a vogare sotto il ritmo dettato da un allenatore esigente. Alberto pagava un prezzo alto alle quattordici ore di guida che aveva appena affrontato, concedendosi solo qualche pausa spuntino, nei non luoghi inanellati lungo il fitto reticolo delle autostrade francesi.
Erano le sei del pomeriggio, minuto più, minuto meno.
Aveva deciso di mettersi in auto quando la notte era ancora giovane, solo dopo un  preavviso attraverso una mail, essenziale e stringata. Se lo aveva fatto, decidendo di affrontare le alpi prima ancora di milleduecento chilometri al volante di un Audi 5, doveva esserci un motivo, e molto serio. 
Martino non era rimasto del tutto indifferente a quella cosa, e aveva passato la giornata in compagnia di una leggera apprensione, che lo aveva seguito come un fedele cagnolino, da casa sua, quando si era congedato dalla moglie con un bacio, fino a quel bar, dove il paio di ragazze che quel giorno si erano alternate al banco e alla cassa, avevano percepito immediatamente che l’umore del capo era assai labile.
Lo invitò ad entrare, dove dei divanetti in finta pelle disposti paralleli guardavano dei vecchi tavoli avvitati al pavimento e facevano da contraltare ad una serie di tavolini rotondi, posizionati contro la lunga vetrata. Il bancone chilometrico dominava l’ambiente, sotto una fila di lampade in alluminio che proiettavano la loro luce su una decina di sgabelli, tutti testimoni delle confidenze più piccanti della città.
Una coppia di ragazzi sorseggiava dei Pastis, sgranocchiando una fantasia di antipasti e pistacchi e quattro amici animavano una conversazione senza soluzione sull’evolversi del campionato di rugby. Intorno ad un calcio balilla alla francese si stava articolando un testa a testa selvaggio, con il sudore che ormai imperlava le fronti dei due contendenti ed un paio di bicchieri di birra Mutzig che ondeggiavano pericolosi sui bordi, indecisi se fare finire la partita per l’allagamento del campo di gioco o per le ire funeste del titolare. Nel dehors coperto due coppie di fidanzati sfidavano il maltempo, lasciando che il telone deviasse l’acqua nella strada e proteggendo i loro corpi infreddoliti con degli Irish Coffee e con i baveri delle giacche alzati fino alle orecchie.
Martino fece pagare il conto ad un avventore e invitò Alberto a sedere su un tavolino defilato, portandosi appresso il grembiule rosso col nome del bar: il Finistére...


                                                      (secondo inizio)
    
IL LAGO




Ci volle del tempo per abituare gli occhi a tanta meraviglia.
Uno spettacolo simile pareva dovesse appartenere solo alle cartoline, o a quei paesaggi artefatti dei film.
Il lago sembrava uno specchio e rifletteva le alte conifere sulla sponda opposta, confondendo appena la definizione dei loro rami nella leggera increspatura dell’acqua. Più in là una nebbiolina bassa, appena percettibile allo sguardo, confondeva la linea esatta della riva che poi esplodeva  in un bosco sontuoso, brillante di un verde difficile da immaginare. Seguivano un lieve pendio, le cime degli alberi e poi la parete maestosa della montagna, che già catturava il primo rosso del tramonto.
La lenza della canna da pesca era in attesa di un segnale di vita, che doveva allertare il piccolo campanellino posto a guardia. Qualche metro oltre, il fuoco cominciava ad accendersi, con le griglie già posizionate e appena lambite dalle  prime timide fiamme, mentre il mucchietto di legna da ardere  aumentava lentamente, proprio vicino alla tenda che era stata montata con il massimo impegno.
Arrivare in quel posto stupendo era costato solo pochi minuti di cammino.
L’auto era rimasta parcheggiata solo qualche centinaio di metri a valle, dove la strada sterrata veniva interrotta da un cartello minaccioso, che incuteva il terrore di frane, alluvioni e assalti di animali feroci...


(terzo inizio)

LA FUGA



Scesero le scale a rotta di collo. Fu solo per miracolo se il muro alla fine della corsa non si oppose duramente.  
Entrambi  percepirono la severità del cemento. Portava ancora impressi nei suoi ricordi i nodi del legno che secoli prima lo aveva addomesticato.
Alla destra, dei gradini consumati conducevano verso il basso. Ancora più nero, ancora più freddo. Dalla parte opposta un corridoio, lungo abbastanza da nascondere alla vista la sua trama.
Con uno sguardo contemplarono le rispettive paure e decisero, senza parlarsi, che sarebbe stato quel budello inospitale ad alimentare le loro speranze. 
Non avevano ancora guadagnato l'esilio del buio che  i passi cominciavano già a rimbombare fra le pareti e a portare fino a loro la promessa di morte. 
Lui, davanti, rasentava l'intonaco alla ricerca di una porta, una nicchia, un cavedio nel quale cacciarsi e attendere. Lei, ormai incapace di mettere in prospettiva i prossimi venti secondi della sua esistenza, stringeva la mano del suo uomo, assecondandone le pause,  le improvvise accelerazioni ed i tremori.
Non avevano scelta, dovevano ignorare quel respiro che li stava incalzando. Ora si perdeva negli echi confusi dei loro passi, ora li raggiungeva, avvolgendoli. 
Una superficie fredda con la consistenza del metallo si sostituì improvvisamente alla vernice polverosa della parete. Con una spinta la porta si aprì, e lo fece senza cigolare. All'interno  una sottile lama di luce dava un'idea delle dimensioni della stanza. Si intuiva un grosso armadio,  una serie di scatoloni impilati e volti di altri tempi immortalati su tele, qualcosa che l'oblio di un pittore fallito doveva avere trascinato fino a li sotto.
Scelsero di nascondersi dietro un mucchio di materassi. Puzzavano talmente tanto che avrebbero rispedito chiunque al posto da cui era venuto. 
Rannicchiati come topi si lasciarono la mano, chiusero gli occhi e smisero di respirare.
La polvere che danzava nella luce accolse il mostro. Lo fece come il fumo nel fascio del proiettore. 
Disorientato, cercò  comprendere quel miscuglio indecifrabile di odori, di capire se fra le essenze di trementina, carta umida e legno marcio vi fosse quella della paura.
Senza fare un solo passo di più indugiò e cercò di interpretare quella parte di mondo che la luce concedeva agli occhi. Lasciò andare un primo rantolo e poi un secondo, che subito mutò in nel principio di un ruggito.
Lanciò uno sguardo alla porta lasciata aperta alle sue spalle e si sforzò di mettere a tacere ogni rumore. 
Non sentiva più i passi, quelli che lo avevano condotto sicuro fino a quel punto.
Si chiese se avesse fatto bene ad ispezionare quella stanza. Forse, facendolo, aveva concesso un vantaggio troppo grande alle sue prede. Quante porte si affacciavano su quel corridoio? Il dubbio di averne individuata almeno una sulla parete opposta lo colse. Lui aveva battezzato quella, e lo aveva fatto seguendo un istinto primordiale. Non c'erano tracce lì dentro, e se c'erano erano ormai compromesse dalle sue. Girò le spalle alla catasta di vecchiume che ingombrava quel posto da chissà quanti anni e guadagnò l'uscita. Leggero, mosse i primi passi nella direzione che aveva deciso di abbandonare e quindi si fermò.
Avrebbe aspettato ancora un po'. 
Scelse il posto dove il buio sembrava più fitto e iniziò l'attesa...




(quarto inizio)

IL BORGO





Il borgo si inerpicava sulle pendici della collina. Al sole basso della sera restituiva alla luce una rassegna di sfumature colorate, che variavano dal bianco sporco delle case più antiche fino ad un festival di gialli che virava all'ocra. 
Per raggiungere la sua parte alta era necessario camminare attraverso un dedalo di viuzze piastrellate in pietra e affrontare dei gradini dalla geometria incerta.
Quella sera, dopo avere lasciato la moto nel parcheggio a valle, mi misi in marcia di buona lena, con l'intenzione di raggiungere il grosso terrazzo in cima. Da lassù, sapevo, si poteva godere di una vista impagabile sulla campagna sottostante, punteggiata di piccoli centri, alberi monumentali e strade tortuose, che brillavano nel tramonto come bava di lumaca.
Affacciate sulla stretta via le case. Tutte attaccate fra di loro tenevano le porte spalancate, dando scacco matto ai segreti di famiglia e infischiandosene della curiosità altrui. Qualcuna regalava i profumi di pietanze appena messe a cuocere, altre il borbottio di un televisore o la voce di bambini che reclamavano la cena. Alla fine dell'ennesima rampa di scale e poco prima di  un bivio che proponeva la scelta fra un pavimento antico di porfido e la volgare rugosità di un asfalto trascurato, un uomo si affaccendava su un motore a scoppio, che mostrava senza pudore i suoi visceri unti e anneriti. Feci un cenno di saluto al meccanico, che rispose sollevando la mano avviluppata in uno straccio sporco. Non so perché, ma ebbi la sensazione che quell'auto non avrebbe visto la strada tanto presto.
Scelsi di seguire la via sulla destra, attirato non so come dalla facciata austera di una chiesa che si intuiva in cima. La pendenza, se possibile, era ancora aumentata rispetto a prima, ma la teoria di porte aperte e famiglie riunite per il pasto della sera continuava. 
Dietro ad una tenda antimosche si distingueva il rumore delle posate e, appena dopo, i suoni compressi di un videogioco ruzzolavano all'aperto, approfittandosi dell'ennesima finestra lasciata spalancata. Qualche metro oltre una coppia aveva messo all'ordine del giorno l'amore. Lo stavano facendo, a quanto pare, ed il loro entusiasmo pareva in grado di fare svolazzare le tendine azzurre della camera da letto. Camuffando come potevo  un sorriso, affrettai il passo e andai oltre. 
I fiori della signora alla porta seguente avevano i vasi appena imbevuti d'acqua. Mi regalarono per un istante il profumo impagabile della terra bagnata, mentre la grossa finestra della casa dirimpetto offriva il soffio intermittente di una pentola a pressione.
La casa di seguito, una delle ultime prima del sagrato, aveva porta e finestre stranamente sbarrate, in contrasto con le abitudini estive di quel luogo incantato. 
Mosso più da un impulso che dalla curiosità, passando allungai il collo. lo feci come per assecondare un istinto difficile da dominare.
Quello che vidi attraverso il vetro polveroso ed i merletti sfilacciati della tenda, mi trasformò in una statua di sale. 
Non so quanto tempo era passato, un secondo, un minuto, una settimana, ma rimasi lì, inebetito di fronte a quello spettacolo. 
Quando mi ripresi, con dei rivoli di sudore che mi stavano raggelando la schiena, mi accorsi che la strada alle mie spalle si era animata del pubblico, quello stesso che avevo visto e intuito nelle loro dimore.
C'erano i bambini affamati, il meccanico improvvisato, le donne sottratte alla cucina ed i giovani amanti, appena coperti con degli indumenti rimediati al volo. Il ragazzino del videogioco era uscito con il joystick  in mano, ed ora armeggiava con la leva centrale, come se stesse caricando un'arma. 
La donna dei fiori, in ritardo rispetto ai compaesani, si affacciò solo in quel momento. Aveva la lama di un grosso coltello che riluceva fra le mani, mentre la pentola a pressione minacciava di esplodere e sbuffava come una grossa locomotiva. 
Quello che feci non aveva senso, ma lo feci.
Risi in faccia a tutta quella gente e corsi in direzione della chiesa. 
Con il cuore in gola arrivai nella piazza ancora inondata dal sole e vidi sul fondo un portone spalancato, l'ennesimo. Era nel bel mezzo di un muro alto almeno un paio di metri e che sembrava circondare tutta l'area.
Forse dava l'accesso alle pendici scoscese della collina, forse si apriva  su degli orti, su di una voragine profonda come l'inferno o su di un cimitero. 
Qualsiasi cosa fosse, l'avrei scoperta molto presto...







4 commenti:

  1. Ho visto ieri un documentario sullo scrittore sceneggiatore Soldati. Pare che tenesse un diario. Quando si svegliava un mattino con una storia in testa l'appuntava. Aveva un diario di inizi di romanzi.
    Diego Novo

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  2. Non sapevo di Soldati, ma avevo letto un libro di Calvino. Si intitolava " Se una notte d'inverno un viaggiatore...". Faceva esercizio di stile divertendosi ad iniziare la storia per poi lasciarla andare

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  3. Secondo King ci possono essere migliaia di inizi, ma solo alcuni sono epici e non devono essere necessariamente lunghi, lui ne parlava a proposito della torre nera il cui inizio:"L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì" era ciò che intendeva.

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  4. La mia interpretazione di inizio è in questo caso estensiva. Non l'incipit classico e monumentale, tipo quello di Anna Karenina:"Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo", che da solo è epico come intende King. Piuttosto mi riferiivo a quel rito dello scrittore che si collega all'emozione di cominciare qualcosa di nuovo, e che lo fa sentire bene nel farlo. King, ricordo, iniziava Cujo con "C'era una volta", e doveva averci pensato un bel po', tanto da mettere le prime tre parole in grassetto in una pagina sola. Poi non lo si può negare, se mi chiedessi una sola parola che segue all'incipit "Oggi è morta mia madre, o forse ieri, non so", non te la saprei dire, ma quelle poche parole individuano Lo straniero di Camus immediatamente e questa cosa, da sola, dice quanto è importante iniziare bene

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